Il nuovo capo del calcio italiano
Signore e signori, habemus Papam! O meglio... il Presidentissimum!!! Alla fine, dalle macerie fumanti del nostro amato e disastrato calcio italiano, è emerso l’uomo della provvidenza. Giovanni Malagò, 67 anni di charme, abbronzatura d'ordinanza e diplomazia d'alta scuola, è ufficialmente il nuovo capo della FIGC. I numeri dicono che è stato un plebiscito: un sontuoso 68,58% dei voti nel lussuoso hotel romano che ha ospitato l’Assemblea. Praticamente una marcia trionfale che ha liquidato l'eterno Giancarlo Abete, rispolverato per l'occasione a 75 anni suonati (perché si sa, nel calcio italiano come nel lavoro, il concetto di "largo ai giovani" si applica solo dai 70 in su).
Sia chiaro, MegalòMalagò nazionale non si è candidato: lo hanno letteralmente tirato per la giacca. Dopo 12 anni gloriosi al CONI, culminati con la standing ovation planetaria per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 (con tanto di post strappalacrime dedicati allo staff, ai volontari e al papà), lo hanno spedito al fronte.
Il problema? Ha un mandato breve, fino al 2028. Una specie di "reggenza d'emergenza" per evitare che la Serie A e le leghe minori continuino a tirarsi i capelli. Lui si è presentato sui social sorridente, a braccia alzate, scrivendo: «Da solo non posso fare nulla, ma insieme possiamo arrivare ovunque». Bellissimo, poetico. Peccato che l'organo direttivo sotto di lui sia rimasto quasi identico. Cambia il direttore d'orchestra, ma gli spartiti e i musicisti sono sempre quelli. E perciò... Auguri!
Ma la vera bomba che mi ha fatto andare di traverso il caffè stamattina è la candidatura da parte della stampa del "mitico" Mancio per la panchina della Nazionale. Sì, hai letto bene. Proprio Mancini che a sorpresa, in mezzo alle qualificazioni di Euro2024, ha mandato le dimissioni via PEC per volare verso i petrodollari dell'Arabia Saudita. Ora, io ve lo dico come lo direi a un'amica davanti ad uno Spritz: io questa cosa... NON ME LA DIMENTICO!!!!!
La logica di Malagò e dei palazzi del potere la capisco pure: più che un allenatore, cercano un "selezionatore" che conosca l'ambiente, uno bravo a gestire le patate bollenti e a lanciare i giovani (anche se l'Under-17 campione d'Europa dimostra che i talenti ci sarebbero anche senza fare i salti mortali). Ma c'è un limite a tutto. Certe scottature non passano con un cambio di poltrona. La fiducia si rompe una volta sola, e riportare in quel di Coverciano chi ha preferito il deserto dei petroldollari alla maglia azzurra, a me sa tanto di minestra riscaldata. E le minestre riscaldate, di solito, fanno acidità di stomaco.
In fondo, questa storia ci ricorda la dura verità: il calcio non è fatto solo da 22 persone in boxer che corrono dietro a una palla di cuoio. Il calcio è politica, consenso e soprattutto... potere. È quel grande teatro dove si muovono miliardi, si stringono mani importanti (Malagò d'altronde è cresciuto alla scuola del "carisma e telefonate all'alba" del mentore Gianni Agnelli) e si decide l'umore di un intero Paese.
Ora tocca a Megalò-Malagò rimettere insieme i pezzi di un giocattolo rotto, riformare i vivai, convincere i club a spendere meno e a far giocare di più i ragazzi italiani. Una passeggiata, insomma. Staremo a vedere se il "metodo romano" funzionerà o se ci ritroveremo ancora una volta a guardare i Mondiali sul divano tifando per l'Islanda. Nel frattempo, incrociamo le dita. Ma se arriva una PEC, per favore, stavolta non apritela.
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Da leggersi con questo brano in sottofondo, perchè sono 12 anni che sentiamo nostalgia di quelle notti magiche











