Appunti a margine: intorno all’idea di cultura
Osservare la nostra quotidianità rende evidente come, nello stesso pomeriggio, possiamo passare da una pagina di filosofia, un’opera di Giuseppe Verdi, ad una serie televisiva e concludere la giornata con una playlist di musica pop, senza avvertire alcuna contraddizione. Per noi queste esperienze convivono con naturalezza, si intrecciano e si contaminano, componendo il paesaggio culturale del nostro tempo. Eppure, non è sempre stato così. Per lungo tempo quelle stesse pratiche sarebbero state ordinate secondo una precisa gerarchia: da un lato la cosiddetta cultura “alta”, ritenuta nobile, raffinata e degna di essere tramandata; dall’altro la cultura “bassa”, popolare o di massa, considerata un’espressione minore, se non addirittura inferiore. Questa distinzione che oggi sembra così naturale da apparire quasi intuitiva è il prodotto di una lunga costruzione storica. Tuttavia, la distinzione si rivela problematica per almeno tre ragioni fondamentali: é una gerarchia implicita di valore, che contraddice l’idea antropologica di pari dignità delle culture, storicamente mutevole, poiché ciò che oggi è considerato “alto” spesso nasce come cultura popolare o marginale e ignora le contaminazioni contemporanee, in cui i confini tra generi culturali sono sempre più fluidi.
La domanda dunque sorge spontanea: questa scala di valori esiste davvero? Per qualche tempo questa domanda mi ha accompagnato senza trovare una risposta convincente, alimentata da discussioni sui social in cui la distinzione tra cultura alta e cultura bassa veniva spesso evocata come se fosse un dato di fatto, un’evidenza che non richiedeva spiegazioni. Eppure, proprio quella apparente ovvietà ha finito per suscitare in me più dubbi che certezze. Così, ho fatto quello che, forse, è il modo migliore per mettere ordine tra le domande: ho fatto ricerche e cercato le risposte nei libri. Ho scoperto che dietro un’espressione tanto comune si nasconde un dibattito molto più articolato, in cui antropologi e sociologi guardano allo stesso fenomeno da prospettive profondamente diverse. Da una parte, l’antropologia invita a diffidare di ogni gerarchia culturale; dall’altra, la sociologia mostra come proprio quelle gerarchie possano diventare uno strumento prezioso per comprendere i rapporti di potere e le dinamiche della società. È da questo doppio sguardo che vale la pena partire.
In antropologia, la cultura comprende l’intero universo simbolico e pratico di una società. La definizione classica di Edward B. Tylor descrive la cultura come l’insieme complesso di conoscenze, credenze, arte, morale, diritto e costumi acquisiti dall’uomo in quanto membro di una società. La sociologia, pur mantenendo l’ampiezza del concetto, introduce un’attenzione particolare alle disuguaglianze e ai rapporti di potere che attraversano la produzione culturale. Per Pierre Bourdieu, la cultura non è solo un insieme di significati condivisi, ma anche uno strumento di differenziazione sociale. Attraverso il concetto di “capitale culturale”, egli mostra come i gusti, le competenze e le pratiche culturali contribuiscano a riprodurre le gerarchie sociali. Ciò che viene riconosciuto come “cultura alta” non è quindi intrinsecamente superiore, ma riflette i gusti e le pratiche dei gruppi sociali dominanti, che riescono a imporli come legittimi. In questa ottica, la distinzione tra culture diventa un meccanismo di “distinzione” sociale più che una valutazione oggettiva di valore.
La dicotomia tra cultura alta e cultura bassa, dunque, non descrive una realtà oggettiva, ma una costruzione storica che riflette rapporti di potere, dinamiche sociali e processi di legittimazione simbolica. Se l’antropologia invita a superare ogni gerarchia culturale, la sociologia ne mostra le funzioni sociali. In antropologia, la distinzione non trova legittimazione dal punto di vista valutativo. Ogni forma culturale viene, infatti, considerata come un sistema complesso, coerente e completo nel proprio contesto storico e sociale, senza che sia possibile stabilire gerarchie di valore tra forme diverse di espressione. In questa prospettiva, già delineata da Edward B. Tylor, ciò che conta è comprendere le culture “dall’interno”, evitando giudizi esterni che finirebbero per deformarne il senso. La sociologia, invece, pur non negando la complessità delle culture, sceglie di guardare a come esse funzionano all’interno della società e dei rapporti di potere. In questa chiave, la distinzione tra culture può diventare uno strumento analitico utile, soprattutto nel pensiero di Pierre Bourdieu, per comprendere come i gusti, le pratiche e le forme culturali contribuiscano a costruire e riprodurre le disuguaglianze sociali. La cultura, in questo senso, non è solo espressione, ma anche campo di competizione simbolica, in cui alcuni modelli vengono riconosciuti come legittimi e altri relegati ai margini.
Se dovessi trarre una conclusione da queste letture, direi che la risposta non sta nell’aderire completamente a una delle due prospettive, ma nel riconoscere ciò che entrambe hanno da insegnarci. L’antropologia ci ricorda che nessuna cultura è, per sua natura, superiore a un’altra; la sociologia, invece, mostra come le gerarchie culturali esistano e producano effetti concreti nei rapporti sociali, anche quando sono il risultato di costruzioni storiche.
Per questo mi sembra che oggi abbia sempre meno senso parlare di culture disposte lungo una scala di valore. È forse più utile immaginare la cultura come uno spazio aperto e dinamico, nel quale forme di espressione diverse convivono, dialogano, si contaminano e si trasformano reciprocamente, senza perdere per questo la propria identità. Naturalmente questa è soltanto la conclusione a cui sono arrivata, almeno per ora. E voi, come guardate a questa distinzione? Ha ancora senso parlare di cultura “alta” e cultura “bassa”?













