Le persone giuste sono quelle che ti danno risposte e non problemi, sicurezza e non paura, fiducia e non dubbi.
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Le persone giuste sono quelle che ti danno risposte e non problemi, sicurezza e non paura, fiducia e non dubbi.

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Esterno giorno. Bar vicino a Milano. Sto aspettando una persona con cui ho un appuntamento di lavoro, da lì poi si va insieme in un ufficio. Niente di romantico, giuro. Sono al bancone, perso nei miei pensieri, quando incrocio lo sguardo della barista. Mi fissa da un po’. Appena poso la tazzina nel piattino, come se avesse preso coraggio all’improvviso, mi dice: «Io la conosco». Resto fermo un secondo. Scavo nei ricordi, cerco un volto, un posto, un episodio, qualsiasi cosa. Niente. Cervello in modalità oceano calmo, zero increspature. «Mi conosce?» chiedo, gentile ma con un filo di ansia. Magari mi ha visto fare una figura terribile: cadere in piazza Duomo, mandare un bacio sbagliato, scrivere una cosa imbarazzante su un muro… chi lo sa. «Lei è quello che scrive bene su Facebook», mi dice. Rimango spiazzato. Prima che riesca a mettere insieme due parole, aggiunge che è membro di quel gruppo Facebook (uno dei mille a cui sono iscritto) e che aspetta sempre i miei post. Allora capisco. Parliamo cinque minuti, forse dieci. Il collega è in ritardo, quindi c’è tempo. Parliamo dell’argomento che tiene in vita quel gruppo. Mi fa domande, io provo a rispondere. A tratti mi vengono fuori gesti alla Alberto Angela, a tratti alla Alessandro Barbero. Il risultato, realisticamente, è Iginio Massari imitato da Fabio De Luigi. Pazienza. Le ho fatto qualche domanda anch’io. Alcune risposte mi hanno lasciato un pensiero in testa che ancora ci gira. Poi in auto, tornando indietro, mi sono messo a fare due conti mentali: quante conversazioni bellissime mi sono perso in vita mia solo perché avevo paura di chiedere? Quando c’è sintonia su di un argomento, anche tra due perfetti sconosciuti, si capisce subito dov’è il confine invisibile da non superare per non risultare invadenti. Ieri quel confine l’ho sentito chiaramente, era più in là. In quel bar. Lei mi aveva concesso ancora un po' di terreno, ma io non ho osato avanzare. Mi sono rimaste altre domande da farle. Magari ripasso di lì uno di questi giorni. Chissà.
Harland Miller, “The me i never knew”. (2018)
“Quando ti chiedo chi sei, raccontami la musica che hai ascoltato, gli incontri che ti hanno stupito, le occasioni che hai sprecato, i fiumi che hai risalito. Allora saprò chi sei”.
— Fabrizio Caramagna
L’affinità sta nella naturalezza con la quale certi cuori si incastrano.

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“A volte capitano incontri fortunati. Qualcuno che ci ricorda che abbiamo un cuore, quando noi invece avevamo deciso, che potevamo farne a meno.”
— Susanna Casciani
Quando il caso traccia la via del destino
Ci sono incontri che non si cercano eppure ci trovano, cammini senza meta che, senza dirlo, sapevano già dove portarci. Si procede come guidati da una memoria che non appartiene a nessun passato preciso, che insiste, lieve, sotto la pelle dei giorni. Non sappiamo cosa stiamo cercando, eppure ogni passo sembra obbedire a una direzione segreta, come se il mondo, nel suo silenzio più discreto, avesse già disposto i margini dell’incontro. Le strade si aprono, si richiudono, si sfiorano senza mai promettere nulla; e proprio in questa indifferenza apparente si nasconde una forma sottile di attesa. Poi accade. Non come un colpo di scena, ma come un riconoscimento lento, quasi indeciso. Come se, per un istante, il tempo smettesse di procedere in avanti e decidesse di ricordarsi di sé. E comprendiamo, senza saperlo spiegare, che non ci siamo mai davvero cercati. E tuttavia stavamo camminando, da sempre, verso quel punto esatto in cui due solitudini imparano a sfiorarsi senza perdersi.
Ci sono esistenze che non si cercano, eppure si trovano con la precisione di un orologio svizzero. Persone che attraversano le stesse strade senza vedersi, che respirano la stessa città come se fosse un universo parallelo, fino a quando una deviazione minima, un ritardo, un treno perso, una svolta sbagliata, diventa la soglia dell’incontro. E allora tutto assume il sapore di ciò che era già destinato senza essere mai stato scritto. Il cinema, più di ogni altra forma d’arte, ha saputo dare corpo a questa sospensione del caso. In Before Sunrise di Richard Linklater, due sconosciuti si incontrano su un treno e decidono di scendere insieme a Vienna. Non si stanno cercando, eppure è come se una parte di loro sapesse già che quel vagone era un punto di convergenza. Ogni dialogo è una scoperta e insieme un riconoscimento, come se le parole esistessero già, in attesa di essere dette. Anche In the Mood for Love di Wong Kar-wai, l’incontro è sempre sul bordo dell’accadere e del non accadere. I protagonisti si sfiorano senza mai possedersi davvero, intrappolati in una coreografia di sguardi, corridoi stretti e silenzi densi. Eppure, proprio in quella distanza che non si colma, si manifesta una forma di destino: non quello che unisce, ma quello che trattiene, che suggerisce che ogni gesto mancato era comunque inevitabile.
La musica, da parte sua, ha sempre saputo raccontare questo stesso mistero. Un accordo che entra nel momento esatto in cui il cuore era pronto ad accoglierlo, una melodia che sembra arrivare da un tempo precedente all’ascolto. Pensavo al jazz di Miles Davis, alla sua capacità di far convivere libertà e precisione, improvvisazione e struttura: ogni nota è una scelta che sembra casuale e insieme necessaria, come se la musica si stesse componendo da sola attraverso chi la suona. Pensavo che anche la vita, osservata da questa prospettiva, assomiglia a una partitura scritta in tempo reale. Non c’è un tema principale che guida tutto, ma una serie di motivi ricorrenti che si intrecciano, si perdono, riemergono. Incontri che sembravano marginali diventano snodi fondamentali. Sguardi distratti si rivelano più decisivi di lunghi discorsi e ciò che non abbiamo cercato si impone con la forza di ciò che ci era destinato. C’è qualcosa di profondamente umano in questa tensione tra controllo e abbandono. Camminiamo credendo di scegliere la direzione, ma spesso è la direzione che ci sceglie. E quando finalmente incontriamo qualcuno, un amore, un’amicizia, anche solo un istante di comprensione autentica, abbiamo la sensazione straniante di riconoscere ciò che non abbiamo mai conosciuto prima.
«Andiamo senza cercarci, ma sapendo che stavamo camminando per incontrarci».
In questa frase Julio Cortázar condensa una delle intuizioni più vertiginose dell’esperienza umana: l’idea che l’incontro non sia mai del tutto casuale, ma un punto sospeso tra destino e libertà, tra il caso che disperde e una trama invisibile che, silenziosamente, ricuce. Dunque, il senso più profondo della frase di Cortázar é che esiste una forma di armonia segreta, non visibile, che collega i percorsi senza annullarli, e che ogni incontro, anche il più fugace, é un punto in cui due linee parallele smettono di ignorarsi. Alla fine, ciò che resta non è la certezza di essere stati destinati, ma il dubbio poetico di esserci sempre stati, da qualche parte, in attesa di quel preciso istante.
E in questo dubbio si apre lo spazio umano: quello in cui il caso diventa significato, e il significato somiglia pericolosamente alla bellezza.