Alicia Silverstone - Rolling Stone US September 1995

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Alicia Silverstone - Rolling Stone US September 1995

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La civiltà dei libri che non leggeremo mai
In Italia esce un libro ogni minuto, un numero indecifrabile che colpisce non tanto per il suo valore statistico, quanto per ciò che racconta del nostro tempo: un'epoca in cui la produzione culturale sembra aver assunto il ritmo incessante della catena di montaggio. Ogni giorno arrivano sugli scaffali decine di nuovi titoli, ogni settimana si affacciano nuove voci, ogni mese le classifiche vengono rivoluzionate da uscite che inseguono il successo. Nel frattempo, il catalogo dei libri disponibili continua a crescere fino a superare abbondantemente il milione e mezzo.
Il lettore contemporaneo abita un paradosso singolare. Mai, nel corso della storia, l’umanità ha avuto a disposizione una tale abbondanza di libri, di voci, di idee e di storie; eppure, proprio questa ricchezza si traduce in una forma inedita di scarsità: il tempo necessario per accoglierle tutte. L’accesso pressoché illimitato al sapere e alla produzione editoriale non ha ampliato indefinitamente le nostre possibilità di lettura, ma ha reso la scelta un esercizio sempre più rigoroso, quasi una disciplina della rinuncia. La celebre pila dei non letti, un tempo evocata con ironia dagli amanti dei libri, ha così assunto un significato più profondo. Non rappresenta soltanto l’insieme delle opere che attendono il loro turno sul comodino o sugli scaffali di casa, ma diventa l’emblema di una condizione culturale diffusa: la distanza crescente tra ciò che viene pubblicato e ciò che può essere realmente letto. Ogni nuovo titolo che si aggiunge al panorama editoriale accresce non soltanto le opportunità del lettore, ma anche la consapevolezza dei suoi limiti. A rendere ancora più evidente questa contraddizione contribuiscono i social network. Su Instagram, TikTok e nelle comunità online dedicate ai libri proliferano sfide di lettura, maratone mensili, classifiche annuali e competizioni implicite basate sul numero di pagine consumate. Si diffonde così l'idea che leggere sia soprattutto una questione quantitativa: venti libri in un mese, cento libri in un anno, una corsa continua a chi riesce a stare al passo. Tuttavia, il lettore che non riesce a sostenere questi ritmi non è necessariamente pigro né lento, è umano, perché leggere richiede tempo, attenzione e sedimentazione. Un libro non è un prodotto da smaltire, ma un'esperienza da attraversare. È qui che emerge una domanda più profonda: cosa accade quando l'industria culturale adotta le logiche della produzione industriale? Quando il successo di un'opera viene misurato principalmente attraverso le copie vendute, la velocità di pubblicazione o la permanenza nelle classifiche?
Il tema non è nuovo, già nel Novecento intellettuali come Franco Fortini riflettevano criticamente sul rapporto tra cultura e mercato. Fortini osservava come l'industria culturale tendesse a trasformare l'opera artistica in merce, sottoponendola alle stesse dinamiche che regolano qualsiasi altro prodotto commerciale. In questo processo il valore simbolico, la capacità critica e persino l'autonomia dell'opera rischiano di essere subordinati alle esigenze della circolazione e del consumo. Non si tratta di una condanna nostalgica del mercato né di una difesa aristocratica della cultura. Il problema non è che i libri vengano venduti, ma che la loro valutazione finisca per coincidere esclusivamente con il loro rendimento commerciale. Quando ciò accade, la letteratura corre il rischio di essere giudicata secondo criteri che appartengono più al marketing che all'arte.
Sarebbe ingenuo immaginare un passato composto soltanto da capolavori, é vero, ma oggi pubblicare è diventato troppo semplice, troppo rapido e più accessibile. Questo rappresenta senza dubbio una conquista democratica, ma la questione, però, non riguarda la possibilità di scrivere, bensì il valore che attribuiamo alla scrittura. Se tutti possono pubblicare, chi si occupa ancora di selezionare, accompagnare e valorizzare? Quale tempo viene dedicato all'editing, alla maturazione di un'opera, alla costruzione di un catalogo coerente? E soprattutto: quanto spazio resta per quei libri che non nascono per inseguire una tendenza, ma per durare?
Quando pensiamo ai grandi scrittori italiani del Novecento vengono spontaneamente in mente figure come Italo Calvino, Umberto Eco e Cesare Pavese. Autori diversissimi tra loro, ma accomunati da una caratteristica fondamentale: la consapevolezza che la letteratura fosse una forma di conoscenza e non semplicemente un contenuto da immettere sul mercato. Le loro opere continuano a parlarci non perché furono bestseller del momento, ma perché contenevano uno sguardo sul mondo capace di oltrepassare il proprio tempo. La letteratura vive infatti di una temporalità diversa rispetto al mercato: il mercato chiede velocità, novità e successo, la letteratura, invece, richiede lentezza, permanenza e valore. Il compito più importante del lettore contemporaneo consiste proprio nel resistere a questa accelerazione: accettando che non leggeremo mai tutto, riconoscendo che scegliere significa anche rinunciare e che rivendicare il diritto a leggere lentamente, a rileggere, a sostare su una pagina sia un nostro diritto e merita di essere esercitato senza l'ansia di passare alla successiva. Perché la cultura non è una gara, e i libri non sono unità di produzione.
Una società che tratta la cultura come una merce qualunque finisce inevitabilmente per impoverire sé stessa. Quando ogni opera viene valutata soltanto in termini di rendimento, la conoscenza perde profondità, il pensiero perde autonomia e la letteratura smette di essere uno spazio di scoperta per trasformarsi in un semplice prodotto di consumo. Scrivere è un gesto meraviglioso, una delle più alte espressioni dell'intelligenza umana, ma proprio per questo merita rispetto, tempo e responsabilità. Continuare a stampare senza sosta, senza interrogarsi sul senso di ciò che si produce, significa dimenticare che ogni libro occupa uno spazio non soltanto sugli scaffali, ma anche nel mondo.
"La fabbricazione di libri è diventata un fatto industriale, sottomesso a tutte le regole della produzione e del consumo; di qui una serie di fenomeni negativi, come la produzione su comando, il consumo provocato artificiosamente, il mercato sostenuto con la creazione pubblicitaria di valori fittizi. Ma l’industria editoriale si distingue in questo dall’industria dei dentifrici: che vi sono inseriti uomini di cultura, per i quali il fine primario (nei casi migliori) non è la produzione di un libro da vendere, bensì la produzione di valori per la diffusione dei quali il libro appare lo strumento più comodo. Ciò significa che, secondo una partizione percentuale che non saprei precisare, accanto a “produttori di oggetti di consumo culturale”, agiscono “produttori di cultura” che accettano il sistema dell’industria del libro per fini che ne esorbitano. Per pessimisti che si voglia essere, l’apparizione di edizioni critiche o di collane popolari testimonia una vittoria della comunità culturale sullo strumento industriale con il quale si è felicemente compromessa."
Umberto Eco, Apocalittici e integrati: comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Milano, Bompiani, 1964¹.
Dirò una cosa che non frega a nessuno o che farà storcere qualche naso, ma devo togliermi il sassolino dalla scarpa.
La cultura sta diventando classista.
Mi spiego meglio.
Ormai il prezzo dei libri è aumentato, ma le biblioteche non sono ovunque e non sempre hanno i libri che si vorrebbe leggere; questo ovviamente esclude le grandi città, che hanno biblioteche e grandissimi mercatini dell'usato. In più, le grandi case editrici, nonostante le più famose hanno la casella dei manoscritti aperta, non la leggono e le agenzie letterarie, la maggior parte (che hanno contatti con loro) chiedono un compenso per la lettura (senza garanzia di rappresentanza) o leggono il manoscritto gratis ma poi chiedono comunque dei soldi.
E chi non può permettersi di spendere 400€? 900€?
Ovviamente tagliato fuori.
Si dice sempre che nei libri si cercano nuove voci, ma così si esclude chi non ha soldi. Di che voci nuove parlano?
Io capisco che loro sono aziende e devono campare pure loro, ma le agenzie letterarie offrono già servizi a parte, si prendono una percentuale sul venduto quando si stipula un contratto. Se li pago prima, non hanno quella spinta a trovare casa al mio manoscritto, perché i soldi sicuri li hanno già avuti.
E chi assicura quelli come me?
Questa cosa mi svilisce.
E so che ci sono piccole case editrici valide, ma che cazzo, nella vita mi sono sempre accontentato di tutto. In una cazzo di cosa vorrei non farlo.
Ma so che dovrò abbandonare anche questa cosa. Questo sogno, uno dei pochi che mi è rimasto. La mia voce rimarrà inascoltata, a prescindere dalla validità o meno di ciò che scrivo.

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Elle editorial by Gilles Bensimon November 1987
Elle McPherson
“A girl called Gisele” Gisele Bündchen by David Sims for i-D Magazine December 1998
Ma possibile che ancora nessun editore abbia pensato di farne un'edizione cartacea vendibile in libreria per tutti i vecchi incazzati che pensano che ha ragione il generale, ma loro no, non comprano mai libri online?
In fondo, tanti editori sono già abituati a pubblicare libri di m****.
Un pezzo in più, un pezzo in meno..., sempre là stiamo. Nello stesso mare che ci arriva fino al collo.
Un altro post di m****