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Oggi, 1 maggio, il giorno in cui tutto diventa spettacolo, perché tutto resti una commedia, scritta dal potere e messa in scena dal popolo bue.
Quando anche la musica e le parole sono al servizio degli arconti della politica e della finanza.
(Tranquilli, che da domani si ricomincia tutto daccapo, tutto come prima)
ovviamente oggi primo maggio lavoro oh ci fosse stato uno e dico almeno uno di quelli che ho servito che mi abbia augurato, buon lavoro

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Buon Primo Maggio (festa dei lavoratori?) di merda!
Tutti al concertone, mi raccomando!
Per chi non lo sapesse... adesso, nelle poche fabbriche che sono rimaste, tra i lavoratori è guerra totale. la solidarietà? Dentro al cesso! La voglia di partecipare? Forse la sera davanti alla TV per una partita di calcio!
L'amarezza che trasuda nelle mie parole è l'amarezza di chi ha vissuto il declino inarrestabile da metà anni '70 fino agli ultimi governi, nessuno escluso.
Tutti i diritti conquistati, anche con morti ammazzati, sono finiti sotto il rullo compressore di un capitalismo finanziario che in maniera lenta e inarrestabile (con il tradimento dei partiti di SX e della triade sindacale) li ha stracciati per farne carta igienica.
Liquidazioni, scala mobile, pensioni, salario da fame e come se non bastasse l'immigrazione selvaggia che ne ha abbassato ulteriormente il potere di acquisto, sanità e scuola in condizioni pietose che poi sono due cardini imprescindibili e fondamentali della società civile.
Qui in questo social di lacrime amare si scrive e spesso ci si confronta, ma i risultati alla fin fine sono meno di zero.
Non è una festa allegra per molti, e il "concertone" a San Giovanni, con tanti altri "concertoni" in giro per la penisola, rischia di sembrare più uno spettacolo rituale che una vera mobilitazione operaia. La solidarietà di classe nelle fabbriche residue sembra evaporata, sostituita da individualismo, partite in TV e frustrazione quotidiana.
Il declino non è un'invenzione astratta, ma realtà nuda e cruda:
Dal miracolo economico degli anni '50-'60 all'arresto netto tra fine anni '70 e oggi, l'Italia ha vissuto un declino relativo chiaro nei dati. La produttività del lavoro ha seguito gli altri paesi occidentali fino ai primi anni '90, poi si è sostanzialmente fermata o cresciuta pochissimo e male.
L'industria manifatturiera ha perso addetti in modo significativo in certi periodi (soprattutto grandi imprese nel Nord-Ovest negli anni '80), le imprese sono rimaste spesso piccole e frammentate, con difficoltà a scalare, innovare e investire in tecnologia e capitale intangibile. Il PIL pro capite italiano è rimasto indietro rispetto a Germania, Francia e media UE, e dopo il 2008 non ha recuperato pienamente in termini relativi. La crescita si è basata più su aumento delle ore lavorate che su efficienza reale.
Non è solo "capitalismo finanziario cattivo". Ci sono cause strutturali profonde:
Bassa innovazione e adozione di tecnologie (ICT, automazione).
Burocrazia, fisco oppressivo, giustizia lenta, rigidità del mercato del lavoro che scoraggiano investimenti.
Dimensioni medie delle imprese troppo piccole per competere globalmente.
Scarsa qualità del capitale umano in certi segmenti (formazione, istruzione tecnica).
E qui viene la nota amarissima... I diritti del lavoro e i "tradimenti" sindacali.
La scala mobile, e cioè l'indicizzazione automatica dei salari all'inflazione, è stata limitata negli anni '80 e abolita definitivamente nel 1992 con il protocollo Amato, firmato anche da CGIL-CISL-UIL. All'epoca serviva a combattere l'inflazione a due cifre che stava distruggendo la competitività. Ma dopo, i salari reali hanno stentato a crescere, soprattutto per i più giovani e i precari. L'Italia ha oggi uno dei salari medi più bassi tra i grandi paesi europei, con forte compressione.
Pensioni, liquidazioni (TFR), articolo 18 e Statuto dei Lavoratori hanno subito erosioni progressive con " pseudo-riforme del cazzo: Dini, Fornero, Jobs Act, ecc., spesso bipartisan (Sic). I governi di sinistra non sono stati immuni: la concertazione ha prodotto compromessi che hanno scontentato entrambi i lati. La triade sindacale ha perso iscritti tra i giovani, è forte tra i pensionati e i pubblici, ma nelle fabbriche private la rappresentanza è debole e frammentata con contratti pirata, appalti al ribasso.
Il capitalismo finanziario globale ha accelerato tutto: delocalizzazioni, pressione sui costi. Ma un'economia chiusa e protetta come negli anni '70 non sarebbe sopravvissuta alla globalizzazione e alla Cina. Il problema è che l'Italia non ha saputo adattarsi bene: troppa resistenza al cambiamento, poca riforma seria dello Stato e dell'istruzione.
Immigrazione e potere d'acquisto, altra nota dolente, e dolente è dir poco.
L'immigrazione selvaggia, soprattutto bassa qualificata, arrivi irregolari via mare, ha aumentato l'offerta di lavoro nei settori a bassa produttività come agricoltura, edilizia, servizi, cura. Studi economici mostrano effetti misti: a livello aggregato spesso neutri o lievemente positivi sui salari nativi, ma su segmenti specifici di lavoratori poco qualificati la pressione verso il basso esiste, soprattutto in contesti di informalità alta come in Italia. I migranti finiscono spesso in lavori pesanti che gli italiani evitano, ma contribuiscono anche a tenere bassi i costi e quindi i salari in quei comparti. Il divario salariale tra immigrati e nativi rimane significativo, con sovra-rappresentazione in contratti atipici.
Sanità e scuola pubbliche in condizioni pietose? Vero in molte zone: liste d'attesa infinite, dispersione scolastica, calo di competenze, burocrazia. Non è solo questione di soldi, anche se la spesa sanitaria italiana non è bassissima in % PIL, ma di efficienza, gestione, meritocrazia zero e clientele.
La realtà amara
Sui social si scrive tanto, ma i risultati sono scarsi perché manca una visione comune realistica. La nostalgia per gli anni '70 è comprensibile solo se si dimentica quanto fosse insostenibile quel modello. I "diritti conquistati" erano figli di un'epoca di crescita demografica, ricostruzione post-bellica e concorrenza limitata. Oggi servono produttività, competenze, investimenti, meno burocrazia, merito, flessibilità con tutele reali e non solo rigidezza che protegge gli insiders e penalizza i giovani.
Né il puro liberismo da manuale né il ritorno al sindacalismo massimalista risolvono. Servirebbe una politica industriale seria, riforma della PA, investimento in R&S e formazione tecnica, controllo reale dei flussi migratori con selezione per competenze, integrazione esigente, e un mercato del lavoro che premi chi produce valore invece di redistribuire rendite.
L'amarezza è legittima. Ma il lamento puro porta al cinismo. Le fabbriche rimaste competono in un mondo durissimo: o si innova e si specializza in alto di gamma o si muore. Il "rullo compressore" esiste, ma anche l'incapacità italiana di reagire con riforme coraggiose ha avuto il suo peso, da destra a sinistra, dai sindacati confederali alle imprese.
Che fare? Difficile. Ma riconoscere i dati senza filtri ideologici è il primo passo, invece di rituali concertoni e slogan. La solidarietà vera nasce da interessi condivisi concreti, non da retorica.
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Ops, dimenticavo: Bella Ciao a tutti!
Neanche in occasione del Primo Maggio, a causa del simpatico Linfoma Non Hodgkin che reclama tutta la mia attenzione, potrò manifestare.
Voi sentitevi liberi/e di manifestare senza alcuna sobrietà, con uno stile scomposto e sguaiato, con modalità che desterebbero scandalo e preoccupazione nei salotti dell'alta borghesia milanese, per provocare un coro indignato di "che gente, signora mia!".
L'Ideota