Decentralizzazione e potere — Parte II
Questa è la seconda parte di una riflessione sulle possibilità offerte dalla decentralizzazione dei mezzi di produzione di beni, servizi, informazione ed energia.
***
Se la conseguenza principale del neoliberismo è una società divisa e frammentata, massima espressione di quel divide et impera che già ai tempi di Roma riassumeva in larga misura la politica delle élite, lo smantellamento del settore produttivo e la successiva commodizzazione del lavoro hanno messo l'ultimo chiodo nella bara di un’intera generazione, quella nata negli anni ’80 e cresciuta all’ombra delle grandi lotte sociali, impreparata ad affrontare un sistema contro cui l’intero impianto teorico della lotta di classe si è andato disintegrando senza appello. L’esistenza di un movimento di lavoratori è stata resa impossibile in occidente per il semplice fatto che è stato estinto il concetto di lavoro in cui affondava le radici l’idea stessa di "movimento dei lavoratori". I costanti richiami alla lotta organizzata da parte della sinistra suonano donchisciotteschi alle orecchie di chi nel proprio quotidiano non vede altro che voucher e contratti a progetto, determinando un graduale ma inesorabile allontanamento fra il precariato e chi dovrebbe difendere i diritti dei lavoratori.
Le scelte a nostra disposizione sembrano, ad una prima occhiata, molto limitate: accettare lo status quo neoliberista oppure lanciarsi in una romantica quanto inutile riedizione delle lotte operaie. Esiste tuttavia una terza opzione, che richiede un radicale cambiamento del modo di pensare: abbracciare la frammentazione e trasformarla in una fonte di potere economico e, per estensione, politico. Decentralizzare le strutture produttive, sociali, energetiche e culturali potrebbe essere la miglior arma a disposizione della società civile per difendersi dall’assalto neoliberista. Jeremy Rifkin parla apertamente di terza rivoluzione industriale in riferimento alla decentralizzazione e aggiunge che i grandi cambiamenti della storia si sono verificati “quando nuovi regimi energetici hanno potuto convergere con nuovi regimi di comunicazione”.
La società centralizzata, costruita attorno alle esigenze dell’acciaieria, non può più tenere il passo con le possibilità offerte dalle nuove tecnologie distribuite. È dunque tempo di abbandonarla in favore di nuove forme organizzative relazionali e non gerarchiche, capaci di sfruttare appieno il potenziale della decentralizzazione. E i mattoni per costruire questa nuova idea di società ci sono già: energie rinnovabili e reti informatiche. Il potere democratizzante di entrambe queste famiglie tecnologiche è enorme: una società in grado di produrre la propria energia, il proprio cibo, i propri beni e servizi è una società indipendente e incredibilmente robusta, che non può più essere aggredita dal meccanismo neoliberista dell’accentramento di capitale. In una società strutturata attorno alla produzione diffusa tutto diventa bene comune, perchè ogni nodo (sia esso una singola persona, un ente pubblico o un’azienda) è consapevole del fatto che la propria esistenza è funzione dell’esistenza di tutti gli altri nodi della rete.
Non deve sorprendere, in questo contesto, il modo in cui l’ala conservatrice della politica mondiale, storicamente più vicina alla grande industria, sia sistematicamente avversa a qualsiasi pubblicazione scientifica che suggerisca l’opportunità di abbandonare le energie fossili. Le motivazioni ufficiali sono di ordine economico (“si perderanno posti di lavoro” oppure “i costi sono troppo elevati”) ma la reale motivazione è ben più profonda: abbandonare le modalità di produzione attuali, fortemente centralizzate e verticalizzate, rappresenterebbe la fine del potere dell’aristocrazia capitalista. La fine del ricatto energetico porterebbe all’estinzione intere filiere industriali, è vero, ma creerebbe al suo posto un nuovo modello di produzione in cui potrebbero essere riassorbite buona parte delle competenze e della forza lavoro attualmente impiegata nell’estrazione e nella lavorazione dei carburanti fossili.
L’autodeterminazione energetica potrebbe essere per i popoli del mondo una delle più rivoluzionarie forme di azione politica della storia: liberate dalla necessità di acquistare energia sotto forma di petrolio, le nazioni potrebbero iniziare a stabilire da sé le proprie priorità, in base alla propria cultura, alle proprie tradizioni e alle proprie necessità. A cascata, andrebbero cambiando tutte le istituzioni della società centralizzata a cui siamo stati abituati da secoli di capitalismo: la grande industria globalizzata cederebbe il passo alla produzione locale (on-demand e realizzata tramite stampa 3D), la finanza mondiale perderebbe rapidamente il proprio potere in favore di un’economia reale fatta di piccoli scambi decentralizzati (in cambio di criptovalute o altre forme di scambio), l’influenza dei mass media sull’opinione pubblica sarebbe molto minore (poiché in un mondo di nodi connessi in tempo reale la verifica delle informazioni sarebbe istantanea), la stessa istruzione dovrebbe cambiare radicalmente, una volta liberata dalla pressione capitalista di sfornare ingranaggi perfettamente intercambiabili per la grande macchina dell'industria. In una parola, si creerebbero le basi per quello che Paul Mason definisce postcapitalismo.
Perché si possa realizzare anche solo una frazione di questa forse troppo ottimistica visione, sarà necessario un massiccio e difficoltoso cambiamento a livello culturale, che potrebbe portare via moltissimo tempo e richiedere una quantità immane di energia: la società occidentale dovrà scrollarsi di dosso il passivo e cinico stato di torpore in cui è stata indotta dagli anni 80 del XX secolo e tornare ai valori di uguaglianza, libertà e condivisione sui quali è stata fondata, nel 1789, nelle strade di Parigi.












