[V] «E’ vero: la scusa del gufo che si perde è vecchia di secoli. E non serve proprio perché, questa lettera, non ha mai lasciato il mio palazzo.» Spiega, in riferimento alle mancate notizie e inesistente rientro a Durmstrang, dopo le vacanze di Pasqua dello stesso anno. «Non per mia volontà, però. Così come non mi sono arrivate tue lettere se mai me ne avessi scritte, che ho letto solamente durante queste vacanze.» E il motivo, non arriva? Riflette ancora su qualcosa, levando la gamba accavallata, fattosi ormai incredibilmente serio. Comunque, il tessuto e il ricamo vengono riposti a loro volta nella borsa, richiusa e messa a tracolla. La lettera se ne sta momentaneamente lì, sulle proprie cosce. «L’avevo lasciata da spedire a mia madre. Ancora non avevo Sìrin con me, quindi usavamo il corvo di famiglia. Ma non gliel’ha mai lasciata.» Se quella storia è vera, lui, comunque, non chiarisce ancora per quale assurdo motivo, una madre del genere dovrebbe recidere in autonomia i contatti tra il proprio figlio e qualsiasi altro compagno. «E’ stato un periodo… particolare.» Lo dice incerto, per la prima volta nella conversazione, sui termini da usare, e all’accenno di certi ricordi distoglie per poco anche lo sguardo, che perde a tratti la sua precedente fermezza. Ma dopo qualche istante, eccolo ancora che si ricompone, in un sospiro lungo emesso senza socchiudere le labbra. «Quando ti ho chiesto se mi odiassi, era perché credevo che ci fossi rimasta male, a non vedermi più lì. Perché magari ti saresti sentita abbandonata, e questo sarebbe bastato a non ottenere più tue risposte.» Ancora, si ferma, come a sondarne qualsiasi eventuale reazione. Ma alla fine si alza, comunque, evidentemente poco soddisfatto della loro interazione. Non le porge la lettera, la lascia su quella stessa superficie in pietra, come a rimarcare quella distanza che si è preso da solo. «Ma pensa pure ciò che vuoi, Asteria. Riempimi pure di tutte le minacce, vendette e insulti dall’alto della tua esperienza. Non dovrai più sopportare nulla di me.» Ancora gelido, le rivolgerebbe un ultimo sguardo, lungo, ma qualsiasi cosa cercherebbe di dire in merito, sfiorerebbe come la vita di una farfalla. Perché l’intenzione è già quella di allontanarsi e girare le spalle, senza più alcuna considerazione superflua.
«Lo sapevo.» che erano tutte bugie, che i gufi non si perdono -a differenza delle buone maniere, a quanto pare. Che creda o meno, poi, a quello ce segue, non ha importanza. Sul viso si piazza un’espressione di puro disgusto, dovuto alle sopracciglia inarcate, le labbra arricciate e l’espressione di chi avverte dell’acido risalire lungo l’esofago. Quelle spiegazioni non le bastano, non le piacciono, visto che ancora una volta mancano di una componente fondamentale: la verità. Il motivo per cui è sparito dalla propria vita resta ancora ben nascosto nei meandri della mente altrui, dietro quelle labbra traditrici tanto quanto il loro proprietario. «Ti ascolti, quando parli?» il tono, seppur non si alzi, trabocca di rabbia, il che rende la voce appena tremante. « Pensavi che mi sarei sentita abbandonata? Da te? Quanto ti reputi importante, nella vita delle persone che incontri?»…«Però, se ti fosse davvero interessato, ora non staremmo così. Mi saresti venuto a parlare, a settembre, quando ci siamo ritrovati entrambi ad Hogwarts. Invece hai aspettato che ci vedessimo per caso, per fare nulla meno che lo stronzo e il deficiente.» conclude, scuotendo piano il capo, incredula. «Se solo scendessi dal piedistallo su cui ostinatamente ti elevi, ti accorgeresti che qua giù le cose funzionano molto diversamente di come credi.» è solo ora che si congeda, abbandonando la lettera lì dove è stata posta e, con lei, un pesante non detto. Finché non sarà abbastanza Grifondoro da dirle tutto in faccia, potranno anche non parlare affatto.














