“ È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand'anche furono grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e perché interpretarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione. L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che vive di se stesso e dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito né esisterà mai. Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poiché ci fa rassegnare a una specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. Anche adesso, nelle difficoltà dell'Italia presente, che sono prova del suo sviluppo, anche adesso noi ci domandiamo se tutto non finirebbe se avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi, e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo. Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo — è noto che colui il quale ha trovato l'espressione di superuomo, Federico Nietzsche, ha finito, povero über mensch, in un manicomio — vi sono però uomini i quali riescono a compiere opere straordinarie e a fare ciò che la folla non riesce né meno a concepire. In questo senso vi sono gli eroi. Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna, vi è un uomo che si ribella solo o con pochi; se egli non ha quasi speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle, egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, nell'un caso e nell'altro è sempre un eroe. Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione di un male: cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande depressione. “
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Brano tratto dal saggio breve Eroi (1898) raccolto in:
Francesco Saverio Nitti, Eroi e briganti, Edizioni Osanna (collana Biblioteca Federiciana n° 3), Venosa (PZ), 1987¹; pp. 13-14.















