«Mi chiedi parole. Ma il tempo
precipita come un masso sulla mia anima
che vuole certezze, e più non ha sillabe
da offrire se non quelle silenziose
del sangue legate al tuo nome,
o mia vita, mio amore senza fine»
(Salvatore Quasimodo)

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«Mi chiedi parole. Ma il tempo
precipita come un masso sulla mia anima
che vuole certezze, e più non ha sillabe
da offrire se non quelle silenziose
del sangue legate al tuo nome,
o mia vita, mio amore senza fine»
(Salvatore Quasimodo)

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Penso che le labbra di una donna parlino di lei come nessun'altra cosa saprebbe fare così bene. I contorni esprimono la sensualità e l'interiorità di un'anima, la morbidezza accompagna i sussurri modulando le sillabe, l'ampiezza amplifica un sorriso avvolgente.
Le labbra di una donna sanno dividere il troppo presto dall'attimo dopo e infine donano calore in un mondo freddo.
Domenico Luigi Pistilli
🌹🖤
pezzi di pizia
scrive bartezzaghi (non quello del cruciverba, suo fratello):
Il dio parla alla Sibilla un linguaggio di cui non sappiamo nulla. La sua parola è un soffio. E’ una profezia aerea, orale, allo stato gassoso: il dio invade il corpo della Pizia seduta sul tripode che esprime il responso che verrà interpretato dall’interessato o da un indovino. [...] All’uomo, la Sibilla o l’indovino si rivolgono con un linguaggio che è invece allo stato solido, è scritto [...]. La Sibilla scrive le parole o addirittura le sillabe sulle foglie che possono essere disordinate, in modo da rendere illeggibile il responso. (da S. Bartezzaghi, Incontri con a Sfinge. Nuove lezioni di enigmistica)
Sillabe di Sibilla Scrive il sommo poeta in Paradiso: “Così la neve al sol si disigilla; così al vento ne le foglie levi si perdea la sentenza di Sibilla.” Sopra le levi foglie ponea i divini oracoli Sibilla: sillabe da ricombinare al vento. Pronostici talotta, se veridici, denominati sillabi ma quando le sentenze son fasulle già sillabe, diventano siballe.
Grammatica Italiana e Inglese
Dittonghi, consonanti e gruppi consonantici: la divisione sillabica in inglese è una sfida! 🇬🇧 Affronta le regole specifiche e padroneggia la pronuncia!
Un respiro di due sillabe - #poesia
Un respiro di due sillabe – #poesia
pic by: Shuki Laufer l’autunnoimprovvisamente si spoglia,la sua voce raucasi muove veloce tra la follacon le bugie.Arriva così tanto tempo,tempo senza tempoche andrà avanti per sempre,tuttavia un visorimane dentro i miei occhidove si evolvein vita, implacabile e avida che imparerà a sopravvivere. Sotto le lenzuola stropicciatesento la mancanza di momentiche ho già dimenticato.Avrei dovuto…
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compra #sillabe o #tempolibero
Ella non proferiva parola, e io... neppure con uno sforzo sovrumano sarei riuscito a pronunciare una sola sillaba.
Edgar Allan Poe, Tre donne (Berenice)
Sillabe e divisione delle parole in fin di riga: 1) le parole si spezzano in fin di riga secondo le sillabe. La consonante semplice fa sillaba con la vocale che segue (es. «re|gi|na»); 2) si eviti il troncamento dopo la prima sillaba e prima dell’ultima quando siano costituite da una sola vocale (es. «ani|ma» non «a|ni|ma», «ad|dio» non «addi|o»). 3) Conviene non dividere mai in fin di riga i gruppi di due o più vocali, per non correre il rischio di confondere il «dittongo» (che si pronuncia con una sola emissione di voce, e non si può dividere) con «lo iato» (che si pronuncia con un distacco di voce, e si potrebbe dividere). Per esempio, «real|tà» non «re|altà», «pau|ra» non «pa|ura», «mae|stro» non «ma|estro», «idea|le» non «ide|ale». Si ricordi che «miei» e «buoi» non si dividono perché sono monosillabi. 4) La consonante doppia o «rafforzata» («cq») si divide fra l’una e l’altra sillaba (es. «ros|so», «ac|qua», «ac|quistare»). 5) I gruppi di due o più consonanti formano sillaba con la vocale che segue, tranne quando la prima del gruppo sia «l», «m», «n», «r» (es. «pa|trono», «la|drone», e «cal|daia», «cam|po», «can|dore», «par|tito»). Raccomandiamo il rispetto di questa norma anche per la «s», che non deve mai essere staccata dalla consonante che la segue (es. «di|stacco» non «dis|tacco», «co|stipare» non «cos|tipare». 6) Per i nessi consonantici di derivazione latina («bd», «bn», «bs», «pt», «pz») e di derivazione greca («cm», «cn», «ct», «cz», «fn», «ft», «gm», «mn», «pn», «sm», «tm», «tn») non c’è accordo fra i grammatici. Respinta la proposta dei puristi che avrebbero voluto renderli più cònsoni alla pronuncia italiana (es. «tennico», «domma», «arimmetica», «metensicosi» etc.) ciascuno risolve a proprio modo la difficoltà della divisione. Chi li sepàra come se fossero consonanti doppie (Gabrielli) e unisce la prima consonante alla sillaba precedente, la seconda alla seguente (es. «ab|dicare», «mag|ma», «rit|mo»; chi li tratta come fossero «gruppi» normali e unisce entrambe le consonanti alla vocale che segue (es. «coo|ptare», «e|czema». Altri infine (Pestelli), con maggior rispetto alla loro origine, consiglia di mantenere uniti i nessi greci («cm», «cn», «ct», «cz», «fn», «ft», «gm», «mn», «pn», «sm», «tm», «tn») secondo la regola greca, che è uguale alla regola italiana senza le eccezioni (vedi paragr. precedente); e di dividere i nessi latini (pochi e facili da ricordare: «bd», «bn», «bs», «pt», «pz») secondo la regola latina. Sono di deriv. latina: «ab|dicare», «ab|negazione», «ab|norme», «ab|side», «cap|tare», «cap|zioso», «op|tare», «op|zione; di derivazione greca: «ac|me», «ac|ne», «a|fta», «a|mnesia», «a|mnistia», «ana|mnesi», «a|pnea», «apo|fte|gma», «ari|tmetica», «a|tmosfera», «auoto|ctono», «auto|psia», «co|smetico», «da|fne», «di|fterite», «do|gma», «dra|cma», «e|ctoplasma», «e|czema», «e|tnico», «i|pnosi», «logari|tmo», «ma|gma», «metem|psicosi», «na|fta», «o|ftalmico», «pi|gmento», «ri|tmo», «se|gmento», «se|psi», «si|gma», «spa|smo», «sti|gmate», sti|psi», «te|cnico», «zeu|gma». 7) Le regole sulla divisione delle parole secondo le sillabe sono valide anche per i nomi composti. Seguire il criterio etimologico anziché il sillabico può favorire l’errore, specialmente nelle parole di etimologia difficile o incerta (es. «ada|gio» non «ad|agio», «di|soccupato» non «dis|occupato», «adi|re» non «ad|ire», «di|spari» non «dis|pari», «tra|sportare» non tras|portare», «tra|sferire» non «tras|ferire», «di|slocare» non «dis|locare», «tran|salpino» non «trans|alpino»). 8) Bodoni, principe degli stampatori, non stimava sconveniente terminare la riga con «l’», «dell’», «all’» etc. Oggi invece l’apostrofo in fin di riga, tanto utile e comodo, è giudicato vilipendio dell’ortografia e si preferisce «lo | amore» e «lo | autista» a «l’|amore» e «l’|autista». I linotipisti di buon orecchio e di buon gusto se ne crucciano e cercano di evitare la bruttura di un «dallo | esito» o di un «dallo | autore». Altri invece non esita a copiare letteralmente e a portare nel bel mezzo della riga le forme piene dell’articolo e della preposizione usate nel dattiloscritto per esigenza di giustezza. Ma chi lo può rimproverare? Il rifiuto dell’apostrofo in fin di riga e la composizione a macchina hanno malamente abituato occhio e orecchio di tutti ai cacofonici scontri di vocali, tanto che ormai si è diffusa fra gli scrittori e i giornalisti stessi la tendenza ad abolire l’apostrofo anche senza necessità: sono frequenti nei giornali titoli come «La esportazione è aumentata», «Una avventura finita male». Ne soffrono l’eufonia e il ritmo della lingua: provvedano perciò i tipografi e i correttori a distribuire con proprietà e diligenza tutti gli apostrofi necessari dove siano stati omessi o per fretta o per incuria. 9) Non si dividano mai in fin di riga i numeri in cifre e le lettere delle sigle.