In latino, per esempio, la pupilla, da cui deriviamo il nostro termine per quella parte dell’occhio, indicava la piccola immagine di me che trovo riflessa nel tuo occhio quando ti guardo, e questo modo di intendere lo sguardo era anche un modo di farne esperienza.
Quando oggi pensiamo a uno specchio, lo concepiamo come un congegno che riflette raggi da una fonte di luce. Ma più o meno fino all’anno 1000 lo specchio era considerato un congegno molto misterioso e pericoloso, che spezzava il raggio oculare di chi lo guardava. Questo raggio oculare era considerato essere la proiezione attiva di colui che guardava, il modo in cui la sua vista afferrava le cose del mondo. Quando i grandi ottici dell’antichità osservavano il modo in cui un bastone infilato nell’acqua appariva rotto dalla superficie del liquido, capivano che il raggio visivo emanante dagli occhi era stato spezzato dalla superficie dell’acqua, non che era stata spezzata la luce che arrivava ai miei occhi. Parlando del tipo di linea che io vedo quando un uccello, volando, mi passa accanto - diciamo una rondine che passi molto vicina - intendevano alludere alla distrazione del mio raggio visuale.
L’opsis (dal greco vista) concerneva ciò che facciamo con i nostri raggi visivi.
(...) la vista fra i Greci non era affatto concepita secondo i criteri moderni ma era invece esplicitamente descritta come un’erezione della pupilla, amorosa come lo sono altre erezioni.
Quando ti guardo, io ti accarezzo con gli occhi. Se guardo il tuo viso, diciamo, il mio raggio procede verso la sua superficie dove il sole fa emergere il tuo colore. Il mio raggio e il tuo colore sono quindi mescolati e restituiti a me dal mio ritrarre il raggio entro la parte interna, liquida, vitrea, dell’occhio, dove l’immagine viene compresa.
Ivan Illich, Il Vangelo e lo sguardo