Era allora con me certo Alberto Greco, gran pittore argentino che predicando l’“Arte-Vivo” sottoponeva le sue migliori tempere al bel-casuale-oltraggio dei copertoni zigrinati che solcano l’asfalto.
Assuefatto pericolosamente a non bere, mi capitò in scena briaco – giusto la sera del debutto del Cristo ’63 nel ruolo dell’apostolo Giovanni, in un teatrino stipato all’inverosimile di centoventi cristiani, pigiati, stropicciati in una clamorosa promiscuità “Forse spinto – che so io... in quel caso povero Cristo – dall’urgenza di travasare il “colmo”, caro il mio Alberto si concesse d’irrorare a scrosci d’urina le sagome a bella vista in prima fila dell’ambasciatore argentino, della sua signora non casualmente disgraziata al fianco, e dello a seguito addetto culturale.
Così cangiato in quell’altro Giovanni (Battista), trasse nuovi diffamanti spunti dalle torte di scena dell’“Ultima Cena”, allestita in quel caso con un che di esagerato lusso per un’occasione certo più “santa”.
Esaurita la pioggia dorata, il briaco rovesciò in creativo slancio a ripetizione manciate di panna, grumi di liquorosa pasta sopra i tre compatrioti inchiodati al loro seggio in una stuporosa, incredula, dignitosa fissità, ben torniti dalla vischiosa melma e impasto che si addensavano a mo’ di mastice su quel vilipeso onore.
Ormai tradotto quel degenere alla sua abitudine di pittore-imbianchino, meglio dispose la mano in cazzuola a spalmare, rifinire le superfici umane “tutto per bene” (vestiti, chiome, visoni ecc.). E dalla panna al resto: “Spagheti, passame!”
Complici di scena, gli altri guitti tratti a quell’orgia schizoide di materia in libera pulsione porgevano eccitati in quell’ormai demenza collettiva grumi ripugnanti di “bigoli filamentosi che il pazzo spalmava sulle nuche arrese che presero a colare ragù misto a terrore. L’ambasciatore specialmente sembrava la Statua del Commendatore, impietrato a quel torrentizio flusso.
Fu una serata davvero indimenticabile.
Il brivido destruens com’è natura dilagò rapido ovunque tra i centoventi, e lo spettacolo fu grande. L’ambasciata argentina fu convertita in blocco-pattumiera.
L’ambasciatore in-persona si divertì non poco, se così caldamente sollecitò il giorno dopo la chiusura del teatro, perché quello spettacolo avesse a restare irripetibile.
E irripetibile restò. Folgorante anticipo degli happenings che ebbero a seguire negli anni.
Il Cristo che fui non poté altro miracolo che “togliere la luce” a quello sciagurato quadro. Inutilmente. Ci fu chi rapinò l’evento saettando tempestivi flash su quel disdoro.
Benedette foto! Causa della mia assoluzione “per non aver commesso il fatto”.
Già, perché tanti imbecilli si piacquero di fantasticare a voce alta che fui quell’io che orinava in bella copia su tanta terra latina. Diffamazione che mi crocifisse fino a pochi anni or sono.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna












