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Mal’amor

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La verità e l’opinione
L’antico problema del rapporto fra verità e opinione, già enunciato alle origini della filosofia occidentale nel poema di Parmenide, assume oggi una nuova attualità. È infatti evidente che la chiara distinzione fra le due forme di conoscenza, per gli antichi scontata, è oggi completamente cancellata. Ci sono soltanto opinioni, che pretendono di essere vere. Tanto più urgente è ricordare che la verità e le opinioni si pongono su due piani diversi. La verità – che i greci chiamavano aletheia, che significa non-nascondimento, apertura – concerne l’essere, cioè l’esperienza che qualcosa sia, che ci si qualcosa piuttosto che nulla. L’opinione (che i greci chiamavano – e ancora noi oggi chiamiamo – doxa) concerne gli enti, la conoscenza che le cose stiano in un certo modo piuttosto che in un altro. La prima, dice Parmenide, è immobile (atremes, che non trema, in-trepida), circolare e fuori dal tempo, la seconda può essere corretta o erronea ed è, pertanto, mutevole e incerta.
Decisivo è però comprendere il rapporto fra queste due forme della conoscenza umana. La prima non garantisce in alcun modo la correttezza delle opinioni, ma ci fornisce un luogo da cui considerarle, nel quale possiamo chiederci se esse sono giuste o sbagliate. Chi si tiene solo nell’opinione tenderà invece fatalmente a ritenerla corretta. Mentre la verità dischiude la possibilità tanto dell’opinione vera che di quella errata, l’opinione può solo affermare la propria verità. Di qui l’apparente paradosso, secondo cui la verità si definisce attraverso la possibilità dell’errore, che l’opinione deve a ogni costo escludere.
Non sorprende che una cultura che ha smarrito la differenza fra verità e opinione abbia prodotto l’intelligenza artificiale, cioè una doxa che afferma la propria verità senza poterne fare esperienza. Dove questa doxa, che si è chiusa alla possibilità dell’errore, condurrà gli uomini che credono di farne uso, è una domanda che non dovremmo cessare di porci.
Giorgio Agamben, 13 luglio 2026
Per quell’essere carnale, quel personaggio ripugnante che è l’uomo medio, il dramma comincia quando entra in gioco il Verbo, quando si incarna… È quando il Verbo s’incarna che le cose cominciano ad andare terribilmente male. Egli non è più felice, non assomiglia più a un cagnolino che scodinzola e nemmeno a uno scimmione che si masturba. Non assomiglia più a niente. È devastato dal Verbo.
Jacques Lacan
E sai che faccio, quando, a mattina, al cesso, mi concedo pensare? Penso che “artista” e “donna” sarebbe “bello” (ché l’arte è femminile o neutra in tutt’altre lingue che la nostra) – “Vergine madre figlia del tuo figlio” –, se in questo santo cesso quotidiano depensassimo tutto, ma proprio tutto. Penso ad un lassativo universale. Penso il pensiero che se ne va. Penso a sbrigarmi, a liberare il “bagno” dal lezzo del “creato”. Il segreto – per conservarsi in forma di tramonto – è far presto, ché, ahimè, non so, credo che basti un attimo di troppo a far di quel bisogno un godimento al rovescio e addio per sempre, ché ti senti mamma. Maleodorante creatura creativa. Senti l’arte, in tal senso, che urge, si configura – stitichezza o diarrea –, s’accerta.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
Ho detto altrove – chissà dove ho detto – che l’abbraccio – viso a viso in due altrove degli occhi – è il più sentito misconoscimento delle rispettive immagini; che l’amore svilito dal rapporto, come in chi muore, inorridito guarda lontanare da sé quanto più stringe al petto (e perciò stringe) in alto mare, pago non mai fin che sente affogare questa urgenza in quel nulla.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna

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Era allora con me certo Alberto Greco, gran pittore argentino che predicando l’“Arte-Vivo” sottoponeva le sue migliori tempere al bel-casuale-oltraggio dei copertoni zigrinati che solcano l’asfalto.
Assuefatto pericolosamente a non bere, mi capitò in scena briaco – giusto la sera del debutto del Cristo ’63 nel ruolo dell’apostolo Giovanni, in un teatrino stipato all’inverosimile di centoventi cristiani, pigiati, stropicciati in una clamorosa promiscuità “Forse spinto – che so io... in quel caso povero Cristo – dall’urgenza di travasare il “colmo”, caro il mio Alberto si concesse d’irrorare a scrosci d’urina le sagome a bella vista in prima fila dell’ambasciatore argentino, della sua signora non casualmente disgraziata al fianco, e dello a seguito addetto culturale.
Così cangiato in quell’altro Giovanni (Battista), trasse nuovi diffamanti spunti dalle torte di scena dell’“Ultima Cena”, allestita in quel caso con un che di esagerato lusso per un’occasione certo più “santa”.
Esaurita la pioggia dorata, il briaco rovesciò in creativo slancio a ripetizione manciate di panna, grumi di liquorosa pasta sopra i tre compatrioti inchiodati al loro seggio in una stuporosa, incredula, dignitosa fissità, ben torniti dalla vischiosa melma e impasto che si addensavano a mo’ di mastice su quel vilipeso onore.
Ormai tradotto quel degenere alla sua abitudine di pittore-imbianchino, meglio dispose la mano in cazzuola a spalmare, rifinire le superfici umane “tutto per bene” (vestiti, chiome, visoni ecc.). E dalla panna al resto: “Spagheti, passame!”
Complici di scena, gli altri guitti tratti a quell’orgia schizoide di materia in libera pulsione porgevano eccitati in quell’ormai demenza collettiva grumi ripugnanti di “bigoli filamentosi che il pazzo spalmava sulle nuche arrese che presero a colare ragù misto a terrore. L’ambasciatore specialmente sembrava la Statua del Commendatore, impietrato a quel torrentizio flusso.
Fu una serata davvero indimenticabile.
Il brivido destruens com’è natura dilagò rapido ovunque tra i centoventi, e lo spettacolo fu grande. L’ambasciata argentina fu convertita in blocco-pattumiera.
L’ambasciatore in-persona si divertì non poco, se così caldamente sollecitò il giorno dopo la chiusura del teatro, perché quello spettacolo avesse a restare irripetibile.
E irripetibile restò. Folgorante anticipo degli happenings che ebbero a seguire negli anni.
Il Cristo che fui non poté altro miracolo che “togliere la luce” a quello sciagurato quadro. Inutilmente. Ci fu chi rapinò l’evento saettando tempestivi flash su quel disdoro.
Benedette foto! Causa della mia assoluzione “per non aver commesso il fatto”.
Già, perché tanti imbecilli si piacquero di fantasticare a voce alta che fui quell’io che orinava in bella copia su tanta terra latina. Diffamazione che mi crocifisse fino a pochi anni or sono.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
Ma torniamo un attimo alla donna. Fu proprio a Genova che iniziò il mio calvario di Don Giovanni. Da allora in poi l’assenza della Madonna che era in me, e in che ormai consistevo, meritò tutta la prassi fin troppo ossessiva della presenza della donna nella mia vita e sulla scena.
Essere Don Giovanni per mortificare la frequenza del presente di un corpo di donna, di più corpi di donna.
Non ne ho mai, se non rarissimamente, per distrazione, ammesso una sola. Sempre in tante eravamo. Perché forse ci si illude perennemente che mettendone più insieme si possa prendere l’occhio destro da una, il sinistro da un’altra, un orecchio, i capelli: è un mixage che si fa tra due o tre corpi per ottenere quel cenere disiato. Così le gambe, il seno ecc.”
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
Mal’amor
Improvviso. Mi scopro padre di un bambino. Fu un vero collasso l’averlo appreso, mentre ero in scena. “Ma è impossibile.” “Ma su, vieni a vedere il bambino... perché non vieni nemmeno a vedere il bambino?” “Ma il bambino è qui!” “Come, ce n’è un altro?... ma come!, tuo figlio!...” “Ma mio figlio sono ancora io.”
Non potevo ancora permettermi il lusso di una paternità che solo il fasto dotto e il potere della Chiesa possono vantare. Non ero in grado. Dovevo badare a me stesso. “Sono qui che sono orfano, altro che figlio!”
Andai a vederlo solo molti giorni dopo. “Ma non ti piace?” “No!” Infatti mi guardavo allo specchio e non mi piacevo.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
Una via di uscita
Spesso, nella diffusa consapevolezza che stiamo vivendo la fine di una cultura, si affaccia l’esigenza – o la speranza – di un nuovo inizio, che, cioè, dopo il crollo di una lunga tradizione, una nuova e più viva venga prima o poi in essere. Contro questa ingenua aspettativa, occorre ricordare che non di un nuovo inizio abbiamo bisogno, ma di una via di uscita. Ammesso che un nuovo inizio fosse possibile, tutto allora ricomincerebbe come prima, magari con idee e progetti diversi, ma pur sempre entro il solco di un’epoca storica e di una tradizione in qualche modo omogenee alla precedente. Dopo il collasso della storia dell’Occidente, l’ultima cosa che possiamo volere è una nuova epoca storica, vogliamo piuttosto farla finita con le epoche, uscire una volta per tutte e non semplicemente ricominciare. Uscire verso dove? Non possiamo dirlo, ma questo è bene, il nostro silenzio è più prezioso delle chiacchiere sui caratteri di un improbabile futuro, che tradiscono la loro solidarietà col passato ripetendo formule stantie come «nuovo o post- o transumanesimo». Come dice la scimmia della Relazione accademica, che è diventata qualcosa di radicalmente altro: «Non volevo la libertà, soltanto una via di uscita».
Giorgio Agamben, 6 luglio 2026

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Il governo della demenza
Come spiegare – o semplicemente cercare di comprendere – ciò che sta succedendo negli Stati Uniti? Come dar ragione del fatto – in apparenza davvero inspiegabile – che la nazione che fino a ieri dominava il mondo nell’ultimo decennio sia stata e sia tuttora retta da un presidente tecnicamente demente? Forse la sola possibile risposta è che gli Stati Uniti si trovano in una situazione storica alla quale solo la demenza è adeguata. Quando un paese raggiunge lo stadio ultimo dello sfacelo spirituale, nessuna decisione razionale che cerchi di farvi fronte è più accessibile. Si può soltanto precipitare con ogni mezzo il collasso ormai inevitabile e la demenza ¬–reale o simulata – è lo strumento di governo certamente più adatto allo scopo.
In quanto suddita fedele degli Stati Uniti, anche l’Europa si sta autodistruggendo e, come questi, sembra precipitare nella demenza. Se alcuni stati europei riusciranno a fermarsi sull’orlo del baratro o se rovineranno in esso insieme allo sciagurato e illegittimo organismo che si chiama Comunità europea è quanto i prossimi anni permetteranno di vedere.
Giorgio Agamben, 15 giugno 2026
Mal’amor
Nel 1921, quando Klee entrò a Bauhaus, s’installò in uno studio vicino al mio. Un giorno sentii uno strano rumore come se qualcuno battesse il piede in modo cadenzato. Incontrando Klee in corridoio gli chiesi se avesse notato qualcosa. “Ah! Avete sentito? Scusatemi, mi disse. Dipingevo, dipingevo, quando a un tratto, è stato più forte di me, mi sono messo a danzare. Mi avete sentito. Sono davvero desolato. Di solito, al contrario, io non danzo mai!”
George Muche
---Non so ancora spiegarmi, da otto anni, perché la mia amante, una volta, dopo aver bevuto la birra, chiudesse con il ventaglio aperto, entro il suo bicchiere, una vespa che v'era entrata. Prima era entrata nel mio; ed ella l'aveva guardata sorridendo, divertendocisi quasi.
---lo cercai di farle muovere il braccio, ma ella, con tutta la sua forza, non mi dette retta. Mi disse: «Parliamo d'altro».
Federigo Tozzi
- Ebbe’? fece Buck Mulligan. Io cos’ho detto? Non mi ricordo.
– Hai detto, rispose Stephen, Niente, è Dedalus, quello della madre morta come un cane.
Un rossore invase le guance di Buck Mulligan, facendolo apparir piú giovane e attraente.
– Ho detto cosí? chiese. Be’? Cosa c’è di male?
Si scrollò di dosso l’impaccio con mosse nervose.
– E cos’è la morte, disse, di tua madre, tua o mia? Tu hai visto morire solo tua mamma. Io li vedo tirar gli ultimi tutti i giorni al Mater o al Richmond Hospital, e fatti a pezzi con le trippe al vento nella sala anatomica. Come bestie, pari pari. E tutto questo non ha nessuna importanza. Tu non hai voluto inginocchiarti e pregare quando tua madre te l’ha chiesto in punto di morte. Perché? Perché hai il maledetto bacillo del gesuita, solo che te l’hanno inoculato al contrario. Per me è tutta una farsa e una cosa da bestie. I lobi cerebrali della signora non funzionano? Lei chiama il dottore cavalier Peter Teazle, e raccoglie ranuncoli sulla coperta del letto? Bene, bisogna tirarla su d’umore finché non è finita! Tu hai contrariato tua madre nell’ultima sua volontà e ora mi fai il muso perché non sono contrito come un becchino delle pompe funebri Lalouette. Assurdo! Sí, magari l’ho detto. Ma non per offendere la memoria di tua madre.
Parlando Buck s’era imbaldanzito. Come facendosi scudo contro le piaghe al vivo che quelle parole avevano aperto nel suo cuore, Stephen disse molto freddamente:
– Non sto parlando di un’offesa a mia madre.
– E di cosa, allora? chiese Buck Mulligan.
– Sto parlando di un’offesa a me, rispose Stephen.
Buck Mulligan girò sui tacchi.
– Ah, che tipo impossibile! esclamò.
James Joyce, Ulisse

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Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina. Tenendo alta la tazza, intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò giú nel buio della scala a chiocciola con un richiamo sguaiato.
– Vieni su, Kinch, disgustoso d’un gesuita.
Avanzò solenne e salí sulla rotonda piattaforma del bastione. Qui fece un giro d’occhi e con gesti compassati benedisse tre volte la torre e la contrada circostante e le montagne al risveglio. Indi, adocchiato Stephen Dedalus, si chinò verso di lui abbozzando alcuni svelti segni della croce nell’aria, borbogliando e scuotendo il capo. Stephen Dedalus, sonnacchioso e tediato, appoggiò le braccia in cima alla scala e squadrò gelidamente la faccia che lo benediceva bofonchiando e ballonzolandogli davanti, faccia lunga da cavallo, con l’intonsa zazzera bionda, tinteggiata d’un pallido color quercia.
Buck Mulligan sbirciò per un attimo sotto lo specchio e coprí la tazza con gesto svelto:
– Presto, tutti in caserma! gridò, severo.
E aggiunse con voce da predica:
– Poiché questa, o miei dilettissimi, è genuina e cristina sostanza, corpo e anima, sangue e liquame e via discorrendo. Musica lenta, prego. Chiudete gli occhi, signore e signori. Un momentino. Un po’ di fastidio con quei corpuscoli bianchi? Fate tutti silenzio.
James Joyce, Ulisse
Montaggio, mio dolce affanno