Anche qui, tutta una parodia assai gustosa ma anche vistosa, plateale dell’immagine. Un film volutamente malgirato. Molti imbecilli, tanta critica, alla “Quinzaine des réalisateurs” di Cannes, dove il film fu presentato, pur dedicando pagine intere, e complimentando il film come la mia cosa migliore (avevano già naturalmente dimenticato Nostra Signora dei Turchi), s’ingegnarono a imbrogliare il mio candido film e a deturparlo con le loro “chiavi di lettura”. Preso atto che il protagonista si suicidava tramite automobile (arma del suicidio), riferirono le automobili alla Civiltà dei consumi e quindi al Week-end godardiano ecc.
Niente affatto. Era quello un modo di suicidarsi come un altro. Scelsi le automobili piuttosto dei coltelli solo perché più vistose, la lamiera piuttosto della lametta, come ingrandimento, esagerazione del temperino, del rasoio.
Furono capaci i critici di questa sciocchezza e non vollero notare la cosa più importante, l’unica veramente destinata a restare nel bricolage del film: questo insieme di Susanne discinte e vecchioni che nelle pause del set in casa di Tonino Caputo, dormivano sulle pellicce acquistate in via Sannio, piene di pulci, ammucchiati e seminudi, gli uni e le altre. Fanciulle in gran salute e vecchi decrepiti infartuati al vedere tanta carne e rosea tentazione. Quasi tutti infatti estinti di lì a poco.
Si voleva con quella parata di cadente vecchiume rappreso in attori e crocifissi abbrutire ogni tentazione dell’Arte. Non fu capito, Capricci. Deviata la cosiddetta attenzione critica da questo sfacelo di automobili.
Incompresa fu la parodia della “creazione” per immagini, nella distruzione di tutto quanto il pittore andava creando. Il pittore di Arden of Feversham è colui che avvelena con i dipinti, che intossica con le immagini. Il ribrezzo per l’immagine si andava sempre più definendo in linguaggio, parodiato vignettisticamente e dissipato sulla via della phoné.
Tutto nella vita avviene tra vecchi. L’antichità è invecchiata. Tutte le passioni passioni invecchiate. Quanta vecchiaia in quel film!
Convocati al doppiaggio dal direttore di produzione (doppiaggio sommamente arbitrario perché fatto senza visivo e solo in seguito restituito al “sincrono” dall’“ergastolano” Contini, che in sede di montaggio metteva loro in bocca quanto non avevano mai detto o comunque detto in altri “tempi”), chiedevano per telefono i vegliardi in che abiti dovessero presentarsi. Altri che non s’erano curati neppure di chiederlo, si presentavano vestiti come da set, con palandrane, cappelli, ombrellacci.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna
















