Una via di uscita
Spesso, nella diffusa consapevolezza che stiamo vivendo la fine di una cultura, si affaccia l’esigenza – o la speranza – di un nuovo inizio, che, cioè, dopo il crollo di una lunga tradizione, una nuova e più viva venga prima o poi in essere. Contro questa ingenua aspettativa, occorre ricordare che non di un nuovo inizio abbiamo bisogno, ma di una via di uscita. Ammesso che un nuovo inizio fosse possibile, tutto allora ricomincerebbe come prima, magari con idee e progetti diversi, ma pur sempre entro il solco di un’epoca storica e di una tradizione in qualche modo omogenee alla precedente. Dopo il collasso della storia dell’Occidente, l’ultima cosa che possiamo volere è una nuova epoca storica, vogliamo piuttosto farla finita con le epoche, uscire una volta per tutte e non semplicemente ricominciare. Uscire verso dove? Non possiamo dirlo, ma questo è bene, il nostro silenzio è più prezioso delle chiacchiere sui caratteri di un improbabile futuro, che tradiscono la loro solidarietà col passato ripetendo formule stantie come «nuovo o post- o transumanesimo». Come dice la scimmia della Relazione accademica, che è diventata qualcosa di radicalmente altro: «Non volevo la libertà, soltanto una via di uscita».
Giorgio Agamben, 6 luglio 2026















