Foucault (altro “intruso” simoniaco, penetrato d’abuso nei misteri dell’Opéra-Comique, a indignazione del sacerdozio “esperto”) comprende – è un altro ch’è compreso – senza forzar meningi, l’accecante derisoria parodia servo-padrone da C.B. inscenata ai danni sacrosanti dell’“Hommelette”marxiana, salutata da un’ovazione assordante alla sua “prima” recitata in francese da Marsiglia. Ma siddetta da noi scomposta lingua fu scelta di linguaggio, non d’”intesa”. Si possono esibire in palcoscenico ben venticinque lingue e non per questo esprimere e minare un linguaggio. E mi smuove immediata diffidenza – sempre purtroppo comprovata poi – quell’attore che, invece di smarrire semmai la propria lingua scontata è tentato ingannare altrui e se stesso showmanizzando il niente da tacere (o da dire, che è lo stesso).
Grazie al cielo, l’undecima replica fu “movimentata” da femmine in loggione, a corto d’islam, che, massaie impazzite, strapazzarono uova e gesso in proscenio, insolentite dagli astanti al completo. Giù il sipario. Delirio. Ma, attenzione, diverte la “rivolta” donnaloggia, ahi, ahi, Simone (Beauvoir, s’intende, gran pasticciona da Camus a Sartre). Diverte, ché, comunque la si imposti, è rimozione dell’assiduo in cucina. Che si scaraventava dal loggione (il basso tuba ne ingoiò due tuorli)? Uova e farina, ingredienti, alimenti e via scuocendo. La cucina
le noia, queste femmine. Cucinare è divago d’artista. È ragione di dosi, è risaputo depensamento femminile, precluso a chi è donna e (non) basta.
Queste dame si specchiano alle pentole, meditando riscatti inconsapevoli; e, se la cena va a male, che volete?
Che non darei pur di starmene in casa, fuor del chiasso in calzoni insulso e bigio. E quante volte ho cucinato in scena. Tribunali, castelli, Americhe “stressanti e desolate, Kafka le ha rivissute nel domestico: osceno, e non vulgato tollerante la riscossa del servaggio in cucina, propinato alle orecchie delle donne da politica maschia intolleranza alla vigilia d’ogni plebiscito... Parodia e statura greca, e non le voci maschie gracidanti impostate con che le nostre attrici, disattente cuoche, straziano i timpani della bella estate.
La donna (femminile rifiuto al regredire) è l’infinita disattenzione culinaria dell’universo.
La donna cerca il maschio del se stessa, il cuoco ad hoc, via col vento che emancipa, che emancipa.
Donnesca è la cucina disattesa che, ahimè, così fan tutte, ti scodellano fuor di cottura e fredda dentro il letto scontato del proverbio.
Michel Foucault m’invita dunque a cena, chez lui, lui stesso cuoco. E cuoco fieramente. E che gran cuoco!
Dopo cena, distesi sui divani, che si fa, che si fa? Si pondera loquela pensierosa? Rivangare la straordinaria “storia universale della follia”? Nient’affatto. È discorso da donne ogni discorso. Noi si sorseggia spensierati e basta. Foucault che complimenta le mie splendide calze muliebri a rete a rose rosse in alto delle giarrettiere, intimità di scena sotto il verde marcito dell’austero costume poliziotto maculato d’orgasmo padronale in vasellina. Ci si muove un tantino, quanto basta a fugare la visione dei libri mica tanti; a versarci da bere, naturale riprova che, movimenti simulati a parte, “stabilità – si sa – il tuo nome è donna!”
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna