Alle belle signore ed agli artisti non si chiede l’età.
Gabriele D'Annunzio

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Alle belle signore ed agli artisti non si chiede l’età.
Gabriele D'Annunzio

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Il poeta è cattivo
Ma Forse ogni riflessione sul viaggio ha alla base quattro considerazioni, la prima delle quali la si trova in Fitzgerald, la seconda in Toynbee, la terza in Beckett e l'ultima in Proust. La prima constata che il viaggio, che sia nelle Isole o nei grandi spazi, non produce una vera "rottura" finché ciascuno continua a portare con sé la propria Bibbia, i propri ricordi di infanzia e il proprio abituale discorso. La seconda è che il viaggio persegue un ideale nomade, ma come desiderio derisorio, perché il nomade è al contrario colui che non si muove, che non vuole partire e si aggrappa alla sua terra diseredata, regione centrale (lei stesso dice, a proposito di un film di Van der Keuken, che andare verso il Sud significa necessariamente imbattersi in coloro che desiderano restare dove sono). Il fatto è che, in base alla terza osservazione, la più acuta, quella di Beckett, noi "non viaggiamo per il piacere di viaggiare, siamo idioti, è certo, ma non fino a questo punto...
Qual è allora la ragione, in ultima istanza, se non quella di verificare, di andare a verificare qualcosa, qualcosa di inesprimibile che proviene dall'anima, da un sogno o da un incubo, anche solo per sapere se i cinesi sono gialli come dicono o se un certo colore improbabile, un raggio verde, una certa atmosfera bluastra e purpurea esiste veramente da qualche parte, laggiù. Il vero sognatore, diceva Proust, è colui che va a verificare qualcosa...
AI LIBERTINI
Voluttuosi di ogni età e di ogni sesso, a voi soltanto offro questa mia opera. Nutritevi dei suoi princìpi, favoriscono le vostre passioni; e queste passioni, di cui certi moralisti freddi e smorti vi incutono il terrore, sono gli unici mezzi di cui la natura si serve per far compiere all’uomo i propri disegni. Date ascolto soltanto a queste passioni deliziose: solo la loro voce deve guidarvi alla felicità.
Donne lubriche, la voluttuosa Saint-Ange vi sia di modello; disprezzate, sul suo esempio, quanto contrasta con le divine leggi del piacere che l’hanno posseduta per tutta la sua vita.
Fanciulle troppo a lungo trattenute dagli assurdi e pericolosi vincoli di una virtù illusoria e di una religione disgustosa, imitate l’ardente Eugénie, distruggete, calpestate con la sua stessa rapidità, tutti i ridicoli precetti inculcati da genitori imbecilli.
E voi, cari dissoluti, voi che fin dalla vostra giovinezza non avete più altri freni se non i vostri desideri e altre leggi se non i vostri capricci, vi sia di esempio il cinico Dolmancé; spingetevi lontano quanto lui se, come lui, volete percorrere tutte le strade in fiore che la lubricità prepara per voi; convincetevi, alla sua scuola, che solo estendendo la sfera dei suoi gusti e delle sue fantasie, solo sacrificando tutto alla voluttà, quell’essere infelice che è conosciuto con il nome di uomo, e gettato suo malgrado in questo triste universo, può riuscire a cospargere di qualche rosa le spine della vita.
De Sade, La filosofia nel boudoir
Per quanto tu ragioni, c'è sempre un topo - un fiore - a scombinare la logica. Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d'accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non mi bruciasse la mente - con dolcezza) quest'odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest'odore di tronchi sbucciati (d'alba e d'alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sempre più sbiadito) blu della notte.
Giorgio Caproni, Il franco cacciatore

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Pensiero e immaginazione
Ancora sull’intelligenza artificiale
Il problema dell’intelligenza artificiale, sul quale si discute oggi non sempre con naturale intelligenza, ha avuto nella storia della filosofia occidentale – come abbiamo qui già avuto occasione di mostrare – un precursore: l’intelletto unico e separato dell’averroismo latino. L’analogia è così stringente – un intelletto unico e separato che pensa al di fuori dei singoli individui – che essa può perfino coincidere nella sigla che le esprime: Intelligenza Artificiale - Intelletto Agente (come gli averroisti chiamavano l’intelletto separato). Per i filosofi medievali, in questo più accorti dei nostri contemporanei, Il problema cruciale era quello del modo in cui l’intelletto unico e separato si unisce (copulatur) ai singoli uomini, affinché il pensiero sia acquisito (adeptus) dall’individuo e si possa dire hic homo intelligit, quest’uomo pensa. Il medio che permette quest’unione era per Averroé l’immaginazione, di cui i nostri contemporanei sembrano invece assolutamente privi. Nell’intelligenza artificiale, infatti, hic homo non intellegit, il singolo uomo rinuncia a pensare e delega la più preziosa delle sue facoltà a un macchina, che dovrebbe pensare in suo luogo e meglio di lui. Per seguire le istruzioni di questo inesorabile maestro, l’immaginazione non è di alcuna utilità (anche se persino per applicare una norma una qualche forma di immaginazione potrebbe essere necessaria). Forse il vero problema dell’intelligenza artificiale è che essa è stata resa possibile da una perdita generale della facoltà dell’immaginazione, quasi che il suo avvento fosse stato preceduto dall’istaurazione di un’onnipervasiva immaginazione artificiale. Una umanità, che aveva perduto l’immaginazione, era pronta a privarsi anche del pensiero (che del resto, come già insegnava Aristotele, senza l’immaginazione non è semplicemente possibile).
La prima cosa da fare per contrastare il dominio dell’IA è pertanto una paziente, puntigliosa e metodica ricerca dell’immaginazione perduta. E poiché il pensiero non è che la forma compiuta dell’immaginazione, dell’intelligenza artificiale non ci sarà allora più alcun bisogno.
Giorgio Agamben, 3 agosto 2026
All’improvviso una di queste zingare, in un tremolio opalescente, afferra un cocktail nell’aria, lo butta giù per farsi coraggio e, muovendo le mani come Frisco, si mette a danzare da sola sulla pista da ballo. Un attimo di silenzio; il direttore d’orchestra varia premurosamente il ritmo per lei e il chiacchiericcio si fa più intenso mentre si diffonde la notizia falsa che è la sostituta di Gilda Gray al Ziegfeld Follies. La festa è cominciata.
La prima sera che sono andato a casa di Gatsby ero uno dei pochi ospiti effettivamente invitati, credo. La gente non veniva invitata – ci andava. Saliva a bordo di macchine che la portavano a Long Island e in un modo o nell’altro finiva davanti alla porta di Gatsby. Una volta lì veniva presentata da qualcuno che conosceva Gatsby, poi seguiva le regole di comportamento che si tende ad associare con un parco dei divertimenti. A volte la gente andava e veniva senza avere nemmeno visto Gatsby; arrivava alla festa con una semplicità del cuore che ne era il biglietto d’ingresso.
Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby
Stato e anomia II
Se ci riferiamo alla dottrina contenuta nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, possiamo allora dire, come abbiamo già fatto in questa rubrica, che il catechon, il potere che trattiene e ritarda la fine, che i padri identificavano con le istituzioni (l’Impero romano e la stessa chiesa), è oggi dovunque in crisi e assistiamo pertanto all’avvento dell’anomos, di un potere senza più legge, che produce rovina e proclama di essere Dio (per questo i padri lo identificavano con l’Anticristo).
Ciò è evidente negli Stati Uniti, in cui le istituzioni non sembrano più funzionare e tutto il potere è nelle mani di un uomo che parla e agisce senza più alcuna legge (lo stesso si può dire per Israele) e si traveste da Dio. È bene riflettere su questa situazione epocale, che coinvolge tutto l’Occidente. Dal momento che le istituzioni (lo Stato e le sue articolazioni storiche) hanno perso ogni credibilità, è vano fondare su di esse il potere che trattiene l’evento escatologico. E questo è tanto più vero, in quanto l’anomos, il senza legge, non è un principio esterno, ma la figura che la stessa istituzione assume nel suo disfacimento. Trump e Netanyahu non vengono da fuori: è lo Stato stesso, il potere che dovrebbe trattenere e ritardare la fine, che diventa l’agente che l’affretta e precipita nelle sue forme più rovinose.
Giorgio Agamben, 27 luglio 2026
Adesso interrompe la conversazione e dice: in effetti questa gente non si chiede nulla quando fa un figlio, anche se sa che fare un figlio, e in particolare fare un figlio proprio, significa fare un'infelicità e quindi fare un figlio, e quindi fare un figlio proprio, non è altro che un'infamia. E una volta fatto il figlio, dice Oehler, quelli che l'hanno fatto si fanno pagare dallo Stato per il figlio che hanno fatto loro stessi di testa pro-pria. Lo Stato deve accollarsi questi milioni e milioni di figli fatti di testa propria, figli, come sappiamo, completamente superflui, che non hanno portato altro se non una nuova infelicità, per milioni e milioni di volte. Ma l'isteria della storia, dice Oehler, tralascia la circostanza che fare un figlio significa sempre fare qualcosa di infelice e qualcosa di superfluo. A quelli che fanno figli non si può risparmiare il rimprovero di aver fatto i loro figli del tutto sconsideratamente e nel più comune e volgare dei modi, sebbene costoro, come sappiamo, non siano sconsiderati. Nessuna peggiore catastrofe, dice Oehler, di tutti questi figli fatti sconsideratamente, per i quali a dover pagare è lo Stato, preso in giro con questi figli. Chi fa un figlio, dice Oehler, dev'essere punito con il massimo della pena, e non ricevere sovven-zioni. Null'altro se non questo entusiasmo della sovvenzione da parte dello Stato, entusiasmo cosiddetto sociale, completamente falso, che, come sappiamo, non è affatto sociale e di cui si deve dire che è soltanto l'anacronismo più disgustoso al mondo, è colpevole del fatto che il crimine di fare un figlio e di mettere al mondo un figlio - cosa che definisco il crimine più grave in assoluto - dice Oehler, che questo crimine, dice Oehler, non sia punito, ma riceva sovvenzioni.
Lo Stato avrebbe la responsabilità di punire la gente che fa figli, dice Oehler adesso, ma no, sovvenziona questo crimine. E che tutti i figli che si fanno siano fatti in modo sconsiderato, dice Oehler, è una realtà. Con la testa non si fanno figli, dice Oehler, e quello che si fa senza la testa, e in particolare quello che si fa in modo sconsidera-to, va punito. Compito del parlamento e dei parlamenti sarebbe quello di emanare e imporre leggi per coloro che fanno figli in maniera sconsiderata e di comminare il massimo della pena per coloro che fanno figli in maniera sconsiderata, e ognuno, dice Oehler, dovrebbe introdurre e applicare il massimo della pena per se stesso.
Thomas Bernhard, Camminare
“ritagliare nel colore” Matisse (Jazz)

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Beatus di San Severo (La Chiesa di Efeso) (Tavola 4): esso riposa sulla tensione simmetrica orizzontale delle due teste in nero e bianco, che è l’unica opposizione di nero e bianco della composizione. Il quadro d’oro al centro, bordato di nero, mette in movimento, per contrasto, le due mani bianche, che puntano verso la destra dove due diagonali convergono in spirale nel ritmo delle ali, le quali circondano l’aureola in un movimento di rotazione delle lancette di un orologio; la rotazione, che si ripercuote nella fascia superiore gialla, diviene angolare; il contrasto cromatico è amplificato dunque dall’antinomia di nero e bianco e delle fasce colorate dritte e orizzontali. È la loro sovrapposizione a creare il movimento verticale e l’aderenza magnetica tra il quadrato centrale e la simmetria di nero e di bianco. I campi e le linee di colore si completano per il fatto che ogni colore è intensamente separato dall’altro sia per mezzo di un contorno inclusivo che attraverso una linea di colore supplementare. La linea di colore supplementare utilizzata simultaneamente per sottolineare e per armonizzare l’insieme della pagina è sia retta che ondulata. Essa sembra seguire allo stesso modo una regola ferrea: linea rossa tra arancio e blu, tra blu freddo e giallo, tra giallo e giallo; linea rossa come dominante per dare unità alla pagina. Una linea blu appare sempre tra giallo e rosso; essa interviene ugualmente all’interno delle campiture rosso-arancio. La linea nera appare nei bianchi, nei rossi e nelle campiture bruno caldo, ma mai come elemento unificante. Nessun altro colore è impiegato nelle linee.
Avigdor Arikha, La pittura e lo sguardo
Elogio di Michele Mari
Già a partire da Eraclito e Democrito, la tradizione vuole che i filosofi diffidino dei loro contemporanei, soprattutto se concittadini. È forse per questo che, forse a torto e forse non senza buone ragioni, capita anche a me di astenermi dal leggere libri scritti oggi dai miei concittadini. Tanto più lieto e sorprendente è che un libro smentisca il mio pregiudizio, com'è avvenuto proprio in questi giorni con Le maestose rovine di Sferopoli di Michele Mari. La mente di Mari è dotata di una prodigiosa immaginazione, che si unisce, come in Manganelli, con un’intelligenza e una cultura certamente fuori dal comune. Finché quest’autore scriverà, la letteratura italiana sarà viva fra le rovine e il filosofo dovrà ammettere che la sua intransigenza per un volta era fuori luogo.
Giorgio Agamben, 21 luglio 2026
Ho provato a parlare.
Forse, ignoro la lingua.
Tutte frasi sbagliate.
Le risposte: sassate.
Giorgio Caproni
Montaggio, mio dolce affanno
(…) Ho incontrato Borges a gennaio, per essere precisi tre settimane fa, al Collège de France, dove doveva tenere una conferenza. Abbiamo parlato di Schopenhauer, di Heine e di Sissi, l’imperatrice d’Austria.
E. M. Cioran

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Chi ha incontrato la malinconia le resterà fedele sino alla fine dei suoi giorni.
E. M. Cioran
Foucault (altro “intruso” simoniaco, penetrato d’abuso nei misteri dell’Opéra-Comique, a indignazione del sacerdozio “esperto”) comprende – è un altro ch’è compreso – senza forzar meningi, l’accecante derisoria parodia servo-padrone da C.B. inscenata ai danni sacrosanti dell’“Hommelette”marxiana, salutata da un’ovazione assordante alla sua “prima” recitata in francese da Marsiglia. Ma siddetta da noi scomposta lingua fu scelta di linguaggio, non d’”intesa”. Si possono esibire in palcoscenico ben venticinque lingue e non per questo esprimere e minare un linguaggio. E mi smuove immediata diffidenza – sempre purtroppo comprovata poi – quell’attore che, invece di smarrire semmai la propria lingua scontata è tentato ingannare altrui e se stesso showmanizzando il niente da tacere (o da dire, che è lo stesso).
Grazie al cielo, l’undecima replica fu “movimentata” da femmine in loggione, a corto d’islam, che, massaie impazzite, strapazzarono uova e gesso in proscenio, insolentite dagli astanti al completo. Giù il sipario. Delirio. Ma, attenzione, diverte la “rivolta” donnaloggia, ahi, ahi, Simone (Beauvoir, s’intende, gran pasticciona da Camus a Sartre). Diverte, ché, comunque la si imposti, è rimozione dell’assiduo in cucina. Che si scaraventava dal loggione (il basso tuba ne ingoiò due tuorli)? Uova e farina, ingredienti, alimenti e via scuocendo. La cucina
le noia, queste femmine. Cucinare è divago d’artista. È ragione di dosi, è risaputo depensamento femminile, precluso a chi è donna e (non) basta.
Queste dame si specchiano alle pentole, meditando riscatti inconsapevoli; e, se la cena va a male, che volete?
Che non darei pur di starmene in casa, fuor del chiasso in calzoni insulso e bigio. E quante volte ho cucinato in scena. Tribunali, castelli, Americhe “stressanti e desolate, Kafka le ha rivissute nel domestico: osceno, e non vulgato tollerante la riscossa del servaggio in cucina, propinato alle orecchie delle donne da politica maschia intolleranza alla vigilia d’ogni plebiscito... Parodia e statura greca, e non le voci maschie gracidanti impostate con che le nostre attrici, disattente cuoche, straziano i timpani della bella estate.
La donna (femminile rifiuto al regredire) è l’infinita disattenzione culinaria dell’universo.
La donna cerca il maschio del se stessa, il cuoco ad hoc, via col vento che emancipa, che emancipa.
Donnesca è la cucina disattesa che, ahimè, così fan tutte, ti scodellano fuor di cottura e fredda dentro il letto scontato del proverbio.
Michel Foucault m’invita dunque a cena, chez lui, lui stesso cuoco. E cuoco fieramente. E che gran cuoco!
Dopo cena, distesi sui divani, che si fa, che si fa? Si pondera loquela pensierosa? Rivangare la straordinaria “storia universale della follia”? Nient’affatto. È discorso da donne ogni discorso. Noi si sorseggia spensierati e basta. Foucault che complimenta le mie splendide calze muliebri a rete a rose rosse in alto delle giarrettiere, intimità di scena sotto il verde marcito dell’austero costume poliziotto maculato d’orgasmo padronale in vasellina. Ci si muove un tantino, quanto basta a fugare la visione dei libri mica tanti; a versarci da bere, naturale riprova che, movimenti simulati a parte, “stabilità – si sa – il tuo nome è donna!”
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna