Di discorsi spiacevoli se ne sentono perecchi, è vero. Nonostante questo, però, non ci si abitua mai. Qualche giorno fa, ad esempio, ho avuto una discussione sui pompelmi. Erano pompelmi rosa, molto grandi, succosi, di quelli buoni per le spremute. E mentre me li ficcavo nel carrello della spesa, pregustando il bel bicchierone di succo che mi sarei bevuto a casa, mi sono sentito dire che no, non li devo comprare, perché vedi, caro, quelli non sono pompelmi normali, ma pompelmi ebrei. I pompelmi ebrei non sono pericolosi per la mia salute, ma pare che a volte ammazzino i bambini palestinesi. Come del resto tutti gli altri prodotti ebrei. Eggià, penso: dovremmo fare in modo che tutti i prodotti ebrei siano ben visibili nei nostri supermercati, perché uno si deve tutelare, perché questi ebrei producono e mica si preoccupano di marchiare la loro roba in maniera che la gente se ne accorga che è roba loro e allora forse dovremmo provvedere noi – chessò – ci mettiamo sopra una bella stella gialla? E rispondo al mio interlocutore: mio caro, ma non ti sembra di essere un pochettino razzista (e un pochettino coglione – seppur in possesso di numerosissimi titoloni di studio)? E scopro che no, il razzismo non c’entra, perché vedi, caro, forse mi sono espresso male, io non sono mica contro gli ebrei, ma soltanto contro Israele. E allora capisco la battaglia è persa in partenza. E che i pompelmi ebrei – alle volte - sono molto più amari degli altri.