“ Il governo USA non è mai stato un tenace sostenitore della giurisdizione universale, ma da quando singoli e gruppi hanno cominciato a utilizzare il diritto internazionale per contrastare determinate pratiche impiegate nella guerra globale al terrorismo, ha assunto una posizione apertamente avversa. Nel 1998 gli Stati Uniti si opposero all’approvazione dello Statuto di Roma che istituí la Corte Penale Internazionale (nel 2002) come tribunale permanente nei processi contro individui accusati di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nel 2005, un rapporto del Pentagono commissionato da Donald Rumsfeld e intitolato La strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti d’America ammoniva che: “La nostra forza di Stato nazionale continuerà a essere messa in discussione da coloro che useranno la strategia dei deboli ricorrendo a forum internazionali, cause giudiziarie e terrorismo”. L’amministrazione Bush associava le minacce legali contro la violenza di Stato degli USA al terrorismo. Anche il governo israeliano ha cominciato a vedere con crescente preoccupazione l’impiego della guerra giuridica. Già nel 2001 Ariel Sharon, al tempo ministro degli Esteri israeliano, venne incriminato da un tribunale belga in relazione ai noti crimini di guerra commessi nel 1982 a Beirut contro i rifugiati palestinesi dei campi di Sabra e Shatila. Da allora, la stampa ha riferito che numerose cause sono state intentate contro politici israeliani, alti ufficiali dell’esercito e capi dei Servizi Segreti di diversi paesi. Benché nessuno di questi procedimenti si sia concluso con una condanna, il governo israeliano ha affiancato esperti in diritto internazionale ai propri reparti operativi e ha consigliato a ex politici e ufficiali di astenersi dal visitare determinati paesi europei. Inoltre, i funzionari governativi che hanno esaminato, insieme ad accademici ed esperti provenienti da vari think tank e ONG, le cause intentate contro cittadini israeliani, hanno riscontrato ovviamente che i rapporti pubblicati dalle ONG per i diritti umani sono spesso utilizzati come prove incriminanti. Scrivendo per il Begin-Sadat Center for Strategic Studies (BESA Center) dell’Università di Bar-Ilan, un centro che si prefigge di portare avanti un “progetto sionista, conservatore e realistico, per raggiungere la sicurezza e la pace in Israele”, Elizabeth Samson, un avvocato specializzato in diritto internazionale e in diritto costituzionale, sostiene che coloro che ricorrono alla guerra giuridica “non stanno lottando contro un occupante o cercando di opporsi a un’incursione militare – ma stanno lottando contro le forze della libertà, stanno lottando contro la voce della ragione, e stanno attaccando coloro che hanno la libertà di parlare e agire alla luce del sole”. L’arma impiegata dal nemico, prosegue Samson, “l’abbiamo creata con le nostre mani – è lo Stato di diritto, un’arma pensata per sottomettere dittatori e tiranni che viene oggi abusata in loro favore, e viene manipolata per sovvertire la vera giustizia e la verità indiscutibile” [corsivo degli autori]. Il nemico cui fa riferimento questo passaggio sono le ONG progressiste per i diritti umani e la paura della guerra giuridica è la paura del rispecchiamento – tra progressisti e conservatori – e di una possibile inversione di significato assegnato alla storia della violenza. L’indignazione di Samson è ispirata a una precisa visione storica del diritto internazionale, che fin dal XVII e XVIII secolo è stato uno strumento al servizio degli stati sovrani e delle loro imprese imperiali. In una prospettiva storica, perciò, lo sforzo delle ONG per i diritti umani di utilizzare il diritto internazionale come un’arma contro gli stati sovrani, soprattutto se dominanti, è considerata una forma di appropriazione illegittima della legge, un tentativo di alterare un idioma preesistente che privilegia i paesi potenti cui viene riconosciuta l’autorevolezza morale di dichiarare la legittimità o meno del ricorso alla violenza. La legge diviene guerra giuridica, e i diritti umani una minaccia, nel momento in cui vengono rivolti contro gli stati dominanti e i loro esponenti. È in quel preciso istante che la legge diventa un’azione bellica e viene improvvisamente percepita – dagli stati sovrani, dai parlamenti e, in questo caso, anche dai centri studi come BESA e NGO Monitor – come una forza violenta e una minaccia. In quanto manifestazione attuale di ciò che secondo Edward Said è la “guerra semiotica” che avviluppa la questione palestinese, l’attacco alla minaccia della guerra giuridica dei diritti umani deve essere inteso come una lotta semiotica intorno alla legittimità della violenza israeliana di Stato e al significato dei diritti umani. Se [...] dopo la fondazione di Israele i diritti umani sono serviti da quadro interpretativo che ha contribuito a legittimare la dominazione e a proteggere lo Stato da una perpetua minaccia esistenziale, durante lo scorso decennio si è potuto osservare un crescente attacco ai diritti umani da parte dello Stato e dei suoi rappresentanti, perché l’attivismo per i diritti umani ha lottato per superare l’identificazione tra soggetto umano e soggetto nazionale. “
Nicola Perugini, Neve Gordon, Il diritto umano di dominare, traduzione di Andrea Aureli, edizioni nottetempo (collana conache), 2016¹; pp. 98-101.
[Edizione originale: The Human Right to Dominate, Oxford University Press, 2015]
P.S.: Ringrazio @dentroilcerchio per avermi consigliato la lettura di questo saggio che esamina e denuncia l’uso strumentale dei diritti umani da parte dei gruppi dominanti.
P.P.S.: Internet può essere un posto bellissimo e sorprendente.















