“ L'ora di ricevimento cominciava alle sei. Alle sei in punto la porta si apri ed entrò Gorkij, che mi colpì subito per la sua statura, la magrezza, la forza e le immense dimensioni della sua ossatura, per il colore azzurro dei suoi occhi piccoli e fermi, per l'abito di foggia straniera a forma di sacco, ma un tantino ricercato. Ho detto che la porta si aprì alle sei in punto; per tutta la vita infatti egli rimase fedele all'abitudine della puntualità, virtú dei re e dei vecchi, esperti lavoratori, che hanno fiducia in se stessi.
I visitatori che si trovavano in redazione si divisero in due parti: quelli che portavano un manoscritto da lasciare in lettura e quelli che aspettavano che si decidesse la loro sorte.
Gorkij si avvicinò al secondo gruppo; il suo passo era leggiero e silenzioso, elegante direi. Aveva in mano dei quaderni su alcuni dei quali aveva scritto di sua mano piú di quanto vi avesse scritto l'autore medesimo. Con ciascuno Gorkij parlava a lungo e con grande concentrazione, e ascoltava l'interlocutore con un'attenzione avida ed esclusiva. Esprimeva la sua opinione in maniera diretta e asciutta, scegliendo parole della cui forza noi ci si rendeva conto molto piú tardi, anni o decenni piú tardi, quando quelle stesse parole, dopo aver compiuto nel nostro spirito il loro lungo e irreversibile viaggio, diventano regola e direzione di vita.
Una volta ch'ebbe finito di parlare con gli autori che già conosceva, Gorkij si avvicinò al nostro gruppo e cominciò a raccogliere i manoscritti. Mi gettò un'occhiata di sfuggita. A quel tempo io avevo l'aspetto di un roseo, paffuto, immaturo miscuglio di un grassone e di un social-democratico; non portavo cappotto, ma in compenso ero munito di un paio di occhiali tenuti insieme dal nastro isolante.
Eravamo di martedì. Gorkij prese il manoscritto e mi disse:
— Per la risposta tornare venerdì. Quelle parole, in quel momento, ebbero al mio orecchio un suono inverosimile... Generalmente i manoscritti restavano ad ammuffire nelle redazioni delle riviste per mesi interi, e nella maggior parte dei casi per sempre.
Tornai il venerdì successivo e trovai gente nuova; tuttavia, come la volta precedente, in mezzo a loro c'erano principesse e scismatici, operai e monaci, ufficiali di marina e ginnasiali. Entrando nella stanza, anche questa volta Gorkij mi gettò di sfuggita una di quelle sue rapidissime occhiate, ma mi lasciò per ultimo. Tutti se ne andarono e restammo noi due soli: Maksim Gorkij e io, che ero come precipitato da un altro pianeta, dalla nostra Marsiglia russa (non so se occorre che io chiarisca che sto parlando di Odessa). Gorkij mi fece entrare nel suo studio. Le parole che allora mi disse decisero il mio destino.
— Di chiodi ce n'è di piccoli, — mi disse Gorkij, — ma ce n'è anche di grandi, come il mio dito. — E così dicendo mi mise sotto gli occhi il suo lungo dito, dalla forma morbida e forte allo stesso tempo. — La via della creazione letteraria, rispettabile amico, è seminata di chiodi per lo piú di notevole formato. Bisogna camminarci sopra a piedi nudi; il sangue scorre in abbondanza e scorrerà sempre piú abbondantemente di anno in anno. Voi siete un uomo debole, vi compreranno, vi venderanno, cercheranno di ostacolarvi e di addormentarvi, e voi avvizzirete, pur conservando l'aspetto di un albero in pieno fiore... Per un uomo d'onore, per uno scrittore onesto e per un rivoluzionario passare per questa strada costituisce un grande onore, e io vi do la mia benedizione, amico mio, per il compito non agevole che vi addossate...
Bisogna supporre che in tutta la mia vita non vi furono ore piú importanti di quelle che trascorsi nella redazione di « Letopis » [Annali; NdT]. Uscendo di lí io avevo completamente perduto la sensazione fisica del mio corpo. Con un gelo azzurro e bruciante di trenta gradi sotto zero, io correvo come un pazzo per gl'immensi e fastosi corridoi della capitale, coperti da un cielo tenebroso e lontano, e tornai in me solo quando mi fui lasciato dietro Ciornaja Recka e Novaja Derevnja... “
Isaak Babel’, L’armata a cavallo. Racconti di Odessa. Racconti vari editi e inediti, (traduzione di Gianlorenzo Pacini), Istituto Geografico De Agostini (collana Capolavori della narrativa), 1982; pp. 329-31.