Così in un giorno di primavera ti ritrovi a dover chiedere un permesso a lavoro perché non riesci più ad andare avanti, perché senti che le cose, così come sono, non vanno più bene.
Così ti ritrovi spaventata e scoraggiata davanti ad uno psicologo, a raccontare quanto ti succede, quanto strani siano stati quest'ultimi giorni, questi giorni che non pensavi mai di vivere, che non pensavi potessero avere a che fare coi tuoi quarant’anni, con le scelte che hai fatto, con i valori che hai abbracciato, con tutti quei pensieri che poi t’hanno permesso di prometterti sposa dell'unico uomo che hai amato, a cui hai scelto di donare tua giovinezza, l'età della spensieratezza, della bellezza.
Ma ora ti ritrovi qui, davanti ad uno psicologo, davanti a me, alla mia persona e sei spaventata, più che spaventata, perché senti che dentro di te s'aggira qualcosa che non conosci, qualcosa che pensavi fosse solo degli eroi letterari tipo quelli pirandelliani, tanto goffi quanto melanconici o quelli kafkiani che da un giorno all'altro scoprono ombre misteriose agitarsi, muoversi, invadere, riempire e conquistare spazi che non spettano loro, spazi che sentivi di conoscere, di tua pertinenza ma che adesso non puoi fare a meno di sentire minacciosi, pericolosi...spazi in cui l'ospite di troppo è solo uno: tu. Il tuo io.
Ma tu rimani difronte a me e non puoi andare via perché senti che altrimenti ti perderai, che così non farai ad arrivare a casa senza essere diventata una estranea a te stessa.
Allora ti chiedo di tornare la prossima volta seppure il timore che sento nei tuoi occhi e la paura che esce delle tue parole, sembrano doverti disarmare e sconvolgere molto prima della prossima settimana. Adesso però siamo in due e la paura dobbiamo portarla entrambi, fino alla prossima settimana.