Eri sovrana, intraducibilmente witty, bella come un sogno. Quando i nostri sguardi si sono incrociati, ho pensato: «Con lei non ho nessuna possibilità»...
Ti ho incrociata un mese dopo, per strada, affascinato dalla tua andatura di danzatrice. Poi una sera, per caso, ti ho vista da lontano che uscivi dal lavoro e ti incamminavi per strada. Ti ho rincorsa per raggiungerti.
Camminavi veloce. Era nevicato. L’acquerugiola faceva arricciare i tuoi capelli. Senza crederci troppo, ti ho proposto di andare a ballare. Hai detto sì, «why not», semplicemente. Era il 23 ottobre 1947...
Tu distinguevi a prima vista l’essenziale dall’accessorio. Di fronte a un problema complesso, la decisione da prendere ti sembrava sempre evidente. Avevi una fiducia incrollabile nella giustezza dei tuoi
giudizi. Da dove prendevi la tua sicurezza? Eppure anche tu avevi avuto dei genitori disuniti: li avevi lasciati presto, uno dopo l’altro; avevi vissuto gli ultimi anni della guerra da sola con il tuo gatto Toby con il quale dividevi le razioni. Infine, sei evasa dal tuo paese per esplorare altri mondi. In cosa poteva interessarti un Austrian Jew squattrinato?
Non lo capivo. Non sapevo quali legami invisibili si tessevano tra noi. A te non piaceva parlare del tuo passato. Avrei capito a poco a poco quale esperienza fondatrice ci rendeva di primo acchito l’uno vicino all’altra.
Ci siamo rivisti. Siamo andati di nuovo a ballare. Abbiamo visto insieme Il diavolo in corpo con Gérard Philipe. C’è una sequenza dove la protagonista domanda al sommelier di cambiare una bottiglia di vino già cominciata,perché, sostiene, sa di tappo. Abbiamo ripetuto questa mossa in un dancing,e il sommelier, dopo verifica, ha contestato la nostra diagnosi. Di fronte alla nostra insistenza, ha eseguito, avvisandoci: «Non rimettete mai più piede
qui dentro!». Ho ammirato il tuo sangue freddo e la tua sfacciataggine.
Mi sono detto: «Siamo fatti per intenderci»
Alla fine della nostra terza o quarta uscita, infine ti ho baciata.
Non avevamo fretta. Ho denudato il tuo corpo con precauzione. Ho
scoperto, coincidenza miracolosa del reale con l’immaginario, la Venere di Milo incarnata. La freschezza madreperlacea del tuo seno illuminava il tuo viso. Ho contemplato a lungo, muto, questo miracolo di vigore e di dolcezza.
Con te ho capito che il piacere non è qualcosa che si prende o che si dà.
Nelle settimane seguenti, ci siamo ritrovati quasi tutte le sere. Hai diviso con me il vecchio divano sfondato che mi serviva da letto. Non era largo che sessanta centimetri e dormivamo stretti l’uno all’altra. A parte il divano, la mia stanza non conteneva che una libreria fatta di assi e di mattoni, un immenso tavolo ingombro di carte, una sedia e una stufa elettrica. Tu non ti stupivi del mio cenobitismo. Io non mi stupivo che tu l’accettassi.
Prima di conoscerti, non avevo mai trascorso più di due ore con una
ragazza senza annoiarmi e farglielo sentire. Quello che mi appassionava con te, era che tu mi facevi accedere a un altro mondo. I valori che avevano dominato la mia infanzia non vi avevano corso. Quel mondo mi incantava.
Potevo evadere entrandoci, senza obblighi né appartenenza. Con te ero altrove, in un luogo estraneo, estraneo a me stesso. Mi offrivi l’accesso a una dimensione d’alterità supplementare – a me che ho sempre rifiutato qualsiasi identità e aggiunto, le une alle altre, identità di cui nessuna era la mia.