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@robertapilarjarussi
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FREDDO
Una volta mi sono spaventata. Stavo a casa di mia madre, al freddo, a fare sciocchezze, giusto per calpestare quel marmo e mettere le mani in quei cassetti, e nel frattempo che consumavo gesti inutili attorno a me, ho aperto il balcone e ho messo la gabbietta con dentro l'uccellino, in direzione del sole. Lui già cantava. Appena io entro in quella stanza, lui canta.
Fa troppo freddo, qua dentro! avevo pensato. Avevo cambiato semi, acqua, spicchio di mela, sabbiolina e poi me ne ero andata in giardino dal cane. Ed ero andata a controllare, dietro, anche madre gatta e figli gatti. Avevo dato cibo a l'uno e agli altri. E mi ero sporcata le mani, e me le ero lavate sotto un getto d'acqua che neanche un ruscello d'alta montagna può essere così, tanto era ghiacciata. E avevo fatto anche una pipì, forse per via di quel freddo che mi strizzava i reni, non solo i pori, i muscoli, il cuoio capelluto. E allora all'uccellino non ci ho pensato più.
Dopo un certo tempo che non saprei se misurare in minuti o in mezzorette, sono tornata in quell'unico spicchio di stanza assolata e l'ho trovato gonfio, come una palla di piumette, senza corpo, senza forma, solo una gonfia morbida palla con un accenno di becco.
Ho cominciato a temere, e a sudare. Tutta la stanza accaldata buttava calore e si gonfiava, e quella luce bianca che rimbalzava tra le pareti e terminava il suo giro dritto nei miei occhi, mi pareva francamente una esagerazione per una casa disabitata.
Allora ho telefonato a mio fratello, che fa il dottore, con un certo allarme, che io ho sempre, quando lo chiamo, a prescindere della gravità della domanda, come se l'emergenza, non so, fosse una specie di imprinting nella comunicazione con lui.
E allora lui, rassicurante, come sempre, e con anche una leggera sfumatura di amorevole accondiscendenza, sì, insomma, la stessa che si adopera coi pazzi a cui sei affezionato, mi ha detto con parole semplici e buona dizione, che no, non mi dovevo impressionare. Che gli uccellini così fanno. Si gonfiano per far entrare calore, se fa troppo freddo. Oppure si gonfiano per disperderlo, se ne hanno incamerato troppo. Loro si regolano. E che di certo doveva essersi verificata una delle due condizioni.
Va bene, ciao. Avevo detto. Ciao. Mi aveva risposto lui. Con quel po' di fretta che ha lui sempre quando conclude una conversazione con me, come se gli stessi rubando via gli ultimi istanti di vita, e avesse cose molto più urgenti da fare. Ho riposto l'uccellino al suo posto, le sedie intorno al tavolo, le carte sporche nel secchio, le forbici e due matite sul mobile lungo, la pezza bagnata in cucina, l'uccellino è tornato in pochi istanti a forma di uccellino, la stanza a forma di stanza, le mie mani ferme, e l'aria di ghiaccio.
Devo imparare da lui. Ho pensato. A regolarmi, intendo.
scritture e dintorni di roberta pilar jarussi
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Eppure
Eppure siamo stati felici. Non dico io. Tutti quanti. Senza neanche accorgercene. C’è un'ingratitudine assoluta nei riguardi della felicità. Lei non spinge, non sgomita, è invisibile, quando c’è neanche lo sai.
Eppure le cose sono state semplici, una volta.I figli erano figli, il padre un padre, la nonna era una nonna. Le porte erano sempre aperte, la casa intera. La terra sotto i piedi e il cielo in testa.Io avevo un nome. Non c’era bisogno di ripassarlo in mente per esser certa che non me lo portassero via. Era un nome corto, ed era il mio.
Eppure sono stata libera qualche volta, di fare un gesto, bello o brutto. O non farlo.Senza temere il rimprovero di qualcuno. Qualcuno che non coincide con me.
Eppure siamo stati forti.Quando prendevamo un traghetto la notte e attraversavamo il mare, predavamo un aereo e guardavamo giù, salivamo su un treno e spaccavamo l’Italia, pigliavamo la Volvo e facevamo due ore di curve, e sentivamo la musica, io fischiavo ad esempio, senz'aria condizionata, senza corsia d'emergenza, senza telefonino, senza ruota di scorta, con il sole che entra dritto negli occhi, senza mai una domanda, senza neanche un capriccio. Ogni tanto un bambino vomitava in un sacchetto o nella mia mano a coppetta. Ma nessuno si spaventava di niente. Eravamo tre, pesavamo per uno, per viaggiare ci servivano due biglietti, e una pizza margherita avanzava anche un po'.
Eppure siamo stati capaci. Capaci, sì. Quella ebbrezza semplice che si prova nel sentirsi all’altezza di fare, o non fare. É lo stesso.
Eppure abbiamo campato senza colpa, per qualche settimana, non tanto di più, certo. Ma se ci penso adesso mi pare un tempo lunghissimo. Il migliore. Senza giudici, senza sentenze, senza matita blu.
#Grecia #1984 #femmine #bambina