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@paoloxl

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3 agosto 1970 Mestre
La polizia carica gli operai del Petrolchimico e delle imprese che occupano il cavalcavia, bloccando il traffico, e ferisce un operaio in modo grave; rimane ferito anche il deputato comunista Chinello.
Il 3 agosto 1946, a Favara, in provincia di Agrigento, una manifestazione operaia viene repressa con le armi dalle forze di polizia. Gli agenti aprono il fuoco contro i dimostranti provocando il ferimento di numerose persone. L’episodio si inserisce nella lunga stagione di conflitti sociali che attraversa la Sicilia nel primo dopoguerra, quando le rivendicazioni di operai, contadini e disoccupati vengono spesso affrontate con l’intervento armato dello Stato.
Per comprendere quanto accade a Favara bisogna guardare al contesto dell’epoca. Il 1946 è un anno segnato dalla fame, dalla disoccupazione e dalla lotta per la terra. Nelle campagne siciliane il movimento contadino reclama l’applicazione dei decreti Gullo, che prevedono l’assegnazione delle terre incolte alle cooperative agricole, mentre nelle città operai e disoccupati scendono in piazza per chiedere lavoro, salari e migliori condizioni di vita. La risposta delle autorità è spesso improntata alla repressione: solo pochi mesi prima, a Palermo e Messina, altre manifestazioni erano state disperse con le armi da fuoco, provocando morti e decine di feriti.
Favara è uno dei centri più attivi del movimento popolare agrigentino. Qui il sindaco socialista Gaetano Guarino, sostenitore delle cooperative agricole e delle lotte contadine, era già diventato bersaglio delle forze più conservatrici e, il 16 maggio 1946, era stato gravemente ferito in un attentato attribuito agli interessi del blocco agrario e mafioso. La tensione sociale nel paese era quindi già altissima quando, all’inizio di agosto, esplose la nuova protesta operaia. Durante la manifestazione del 3 agosto, l’intervento della polizia degenera rapidamente. Le forze dell’ordine ricorrono alle armi da fuoco contro i dimostranti, lasciando sul terreno numerosi feriti. L’episodio anticipa di appena due giorni una delle pagine più tragiche del dopoguerra siciliano: l’eccidio di Caccamo del 5 agosto 1946, dove lo scontro tra contadini e carabinieri provocherà ventiquattro morti tra manifestanti e militari e oltre ottanta feriti.
The Shining 1980, dir. Stanley Kubrick
THE SHINING
1980, dir. Stanley Kubrick

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The Shining 1980, dir. Stanley Kubrick
"Captain Nemo" by Clara Scintilla
Il 2 Agosto del 1980 alla stazione del capoluogo emiliano l’esplosione di una bomba fece 85 vittime e 200 feriti. Tre terroristi neofascisti, Mambro, Fioravanti e Ciavardini, sono stati condannati come esecutori materiali. Ma non si conosce ancora chi c’è dietro l’eccidio.
Una strage senza mandanti. E con due degli esecutori materiali della strage condannati in via definitiva, i terroristi neofascisti (appartenenti ai Nar) Valerio Fioravanti e Francesca Mambro
Era il 2 agosto 1980, quando, alle 10.35, esplose alla stazione di Bologna una valigia carica di tritolo. Ottantacinque furono i morti, 200 i feriti, per una delle pagine più buie della storia della Repubblica. E ancora mai del tutto chiarita. Uno schiaffo ai parenti delle vittime dell’attentato, il peggiore per numero di vittime nel nostro Paese.
Lo scoppio, violento, causò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. E l’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario. Un eccidio senza precedenti, con i corpi delle vittime portati in ospedale con gli autobus della linea 37.
All’attentato la città di Bologna rispose trasformandosi in una grande macchina di soccorso e assistenza per le vittime, sopravvissuti e parenti.
Tra le vittime, 77 erano italiane, tre erano di origine tedesca, più due inglesi, uno spagnolo, un francese e un giapponese. Persero la vita anche diversi bambini: la vittima più piccola aveva soltanto tre anni.
Oggi piccole carote per grandi bestemmie.

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Riccardo Mannelli
"La destra sociale" è una delle espressioni più efficaci mai inventate per ottenere consenso tra i lavoratori senza mettere realmente in discussione i rapporti di potere esistenti. Storicamente, nelle culture dI estrema destra non troviamo una politica di emancipazione del lavoro, ma al massimo forme di paternalismo: piccole concessioni dall'alto, welfare selettivo, protezione subordinata alla fedeltà politica. Tutto inserito dentro uno schema corporativo.
Sull’idea, cioè, che bisogna cancellare il conflitto tra capitale e lavoro in nome dell'armonia nazionale. Ma quando si dichiara che non esistono più interessi contrapposti, chi parte avvantaggiato continua a esserlo. Se i grandi capitali e i lavoratori siedono allo stesso tavolo senza dare la possibilità a questi ultimi di organizzarsi e di rivendicare i propri diritti, il risultato non è l'equilibrio: è la prevalenza di chi possiede già ricchezza, influenza e mezzi di pressione.
Per questo le società corporative si sono spesso presentate come una "terza via" tra capitalismo e socialismo, ma nella pratica hanno limitato l'autonomia del movimento operaio e represso il conflitto sociale. Prova ne è il fascismo stesso, che in varie fasi della sua storia (sansepolcrismo, manifesto di Verona, RSI) ha promesso ai lavoratori salari equi, casa, diritti e persino partecipazione agli utili delle imprese. In realtà, però, queste asserzioni in tutto il ventennio restarono carta straccia. Le uniche politiche sociali messe in campo dal fascismo erano quelle necessarie alla costruzione del consenso e alla creazione di reti clientelari utili al regime. Mentre nel resto d’europa si sviluppava il welfare state, in italia la maggior parte dei lavoratori aveva scarse tutele sociali, zero diritti e nessuna possibilità di organizzarsi per rivendicarli.
La cosiddetta "destra sociale", quindi, è una narrazione vuota: parla il linguaggio delle masse senza mettere in discussione le gerarchie economiche che producono disuguaglianza. È una formula politica utile a costruire consenso popolare, impedendo un trasferimento di potere reale a chi vive del proprio lavoro.
" Era il 1975 quando Michel Foucault dava alle stampe Sorvegliare e punire* con la sua analisi del sistema per incasellare, controllare, addestrare gli individui, creare la società docile, disciplinata, obbediente. L’attualità di quelle parole, la loro lucidità quasi premonitrice, lascia sconcertati. La mentalità singolarista si presta alla sottomissione dei preziosi corpi delle persone singole, uniche, straordinarie, al potere statale. E questo è ancora piú evidente se si osserva non la vita degli individui ma la loro morte. La morte ha cessato da tempo di essere il passaggio a un’altra fase dell'esistenza e si è ridotta a una semplice uscita dalla vita. Dove l’antico filosofo Seneca poteva chiedersi: Mors, quid est? aut finis aut transitus? (Epistole VII, 65), «che cos’è la morte? fine o passaggio?», noi moderni secolarizzati rispondiamo finis, finis: fine, cessazione, conclusione di quella cosa che chiamiamo vita.
Le preoccupazioni per i pericoli che minacciano la vita rimuovono e fanno perdere di vista la preoccupazione per la morte come conclusione ineludibile dell'esistenza. E dunque, dal momento che di fronte alla morte non si può fare nulla, né alcuna costituzione garantisce l’immortalità, gestiamo il problema della morte scomponendolo in una serie di problemi affrontabili da ognuno singolarmente, a partire dalle applicazioni sul proprio corpo individuale (esercizio fisico, vita sana, cibo biologico, niente fumo, niente alcol, poco sesso) fino alle prescrizioni politiche sul corpo collettivo (interventi di prevenzione sanitaria o regole di gestione). L’importante è fermare la morte e il suo pungiglione (Tod, wo ist dein Stachel? si canta nel meraviglioso Requiem tedesco di Brahms). "
*Michel FOUCAULT, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976 (ed. or. Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975)
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Francesca Rigotti, L’era del singolo, Einaudi (collana Vele), 2021¹.

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Ma ci rendiamo conto com’è cambiata la percezione delle proteste in questo Paese?
Con i vari decreti sicurezza l'attuale governo ha introdotto o irrigidito sanzioni per comportamenti che fino a pochi decenni fa sarebbero stati considerati non soltanto legittimi, ma moderati: sedersi a terra durante un sit-in, bloccare temporaneamente una strada, rendere visibile il proprio dissenso attraverso forme di disobbedienza civile.
Provate a immaginare un operaio dell'autunno caldo, un bracciante delle grandi lotte contadine o uno studente del Sessantotto davanti a un gruppo di attivisti seduti sull'asfalto con le mani alzate. In molti casi avrebbero sorriso. In un Paese attraversato da scioperi spontanei, occupazioni di fabbriche, campi e università, picchetti, blocchi ferroviari e manifestazioni oceaniche, un sit-in seduti a terra con quattro cartelli e le mani alzate a moltissime persone non sarebbe sembrata nemmeno una protesta.
Ovviamente anche allora non tutto era permesso, e molte lotte subirono una repressione durissima. Il punto è un altro: si è progressivamente abbassata la soglia di ciò che viene considerato intollerabile.
Questo spostamento è il risultato di quarant'anni di resa ideologica, durante i quali il conflitto sociale è stato raccontato da (quasi) tutti come un crimine e non come un elemento fisiologico in una società con profonde disparità. Eppure la storia insegna che tutte le grandi conquiste sociali – dallo Statuto dei lavoratori ai diritti civili, dal suffragio universale alla tutela dell'ambiente – sono passate attraverso mobilitazioni che hanno inevitabilmente creato disagio, conflitto e messo in discussione l'ordine esistente.
Chi oggi si scandalizza per ogni protesta dovrebbe ricordarsi una cosa: il confine non si ferma mai. Oggi tocca a chi si siede sull'asfalto. Domani toccherà a chi organizza un corteo. Dopodomani persino una manifestazione silenziosa, di domenica pomeriggio, in periferia e priva di ogni obiettivo, potrà essere descritta come un disagio intollerabile.
E poi capirete che quelli che oggi criticate e volete sbattere in carcere avevano ragione.
Il 21 luglio 1900 il re d’Italia Umberto I raggiunge, come quasi tutte le estati, la sua residenza di Monza, città nella quale vive e si incontra con la sua amante, Eugenia.
Il 29 luglio è una calda domenica in Brianza e il re, dopo aver cenato, esce dalla propria dimora per presenziare ad un evento mondano, la premiazione degli atleti della società di ginnastica Forti e Liberi.
Dopo la premiazione Umberto I monta in carrozza per tornare alla residenza ma, riconoscendo tra la folla che fa ala un ufficiale, si alza in piedi per salutarlo: è in questo momento che viene colpito da tre proiettili di revolver.
Il re era già stato oggetto di due tentativi di attentati negli anni precedenti: il primo a Napoli nel 1878 quando era stato colpito da un colpo di pugnale inferto da Giovanni Passannante, disoccupato, ed il secondo nel 1897, quando Pietro Acciarito da Artena, anch’egli disoccupato, aveva cercato di accoltellarlo.
Mentre il re ha già perso conoscenza e la carrozza si avvia velocemente verso a villa reale, un uomo viene immediatamente arrestato in mezzo alla folla, senza opporre alcuna resistenza, e senza fare dichiarazioni: è Gaetano Bresci, anarchico.
Gaetano Bresci ha 31 anni, è un tessitore di seta nato nel pratese, attivo nel tentativo di rovesciare le miserrime condizioni in cui versano lui e la propria famiglia, nonché tutto il proletariato contadino ed urbano, sin dagli anni dell’adolescenza. Già arrestato e confinato per un anno a Lampedusa in seguito alla partecipazione ad uno sciopero, nel 1897 aveva deciso di abbandonare l’Italia, per trasferirsi in America, dapprima a New York e in seguito a Paterson.
Durante il suo soggiorno in America Gaetano continua però a seguire le vicende politiche della sua terra natale, e in particolare rimane molto colpito dalla durissima repressione messa in atto dal regio esercito contro il popolo che, ormai stremato,aveva assaltato i forni nella Milano del 1898. A seguito di questa insurrezione (la “protesta dello stomaco”), infatti, vi furono più di cento persone uccise e centinaia di feriti, mentre il generale Fiorenzo Bava-Beccaris, al comando dell’operazione, venne insignito della Croce dell’ordine militare dei Savoia.
A tutt’oggi non si sa come e quando sia maturata in Bresci l’idea del regicidio, ma con buona probabilità sono da escludersi le teorie che lo vorrebbero sorteggiato in un gruppo di anarchici americani, così come quelle complottiste sostenute da Giolitti.
Bresci, difeso dall’avvocato Francesco Saverio Merlino, verrà processato per regicidio e condannato all’ergastolo. Il 23 gennaio 1901 verrà trasferito nel carcere di Santo Stefano presso Ventotene, dove gli verrà dato il numero di matricola 515.
Egli indosserà la divisa degli ergastolani, con le mostrine nere che indicano i colpevoli dei delitti più gravi, i piedi saranno legati da spesse catene.
Il 22 maggio 1901 un dottore verrà chiamato nella sua cella per constatarne la morte: la versione ufficiale sarà suicidio, ma le circostanze della sua morte desteranno non poche perplessità. Le voci interne al penitenziario sosterranno che tre guardie avrebbero fatto irruzione nella cella, lo avrebbero immobilizzato con una coperta, e lo avrebbero massacrato di botte (nel gergo carcerario questo si chiama “fare il santantonio”).
Un delitto di Stato sarebbe quindi la pena per un delitto contro lo Stato, nonostante la pena di morte fosse stata abolita dal Codice Zanardelli nel 1889. (da InfoAut)