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@paoloxl

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Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai di Reggio Emilia, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell’ordine.
I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei Per i morti di Reggio Emilia: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli.
I morti di Reggio Emilia sono l’apice – non la conclusione – di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza”: alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l’avvento della generazione dei “ragazzi con le magliette a righe”.
Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle “tre M” (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima – dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio – sono testimonianza la poesia di Pasolini La croce uncinata (aprile 1960) e l’articolo Le radici del luglio (Vie nuove, 29 ottobre 1960).
Il contesto storico-politico
Andreotti e TambroniIl 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l’incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di “legge ed ordine”. La sua designazione segna un punto di svolta all’interno di un’acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall’astro nascente della DC Aldo Moro, che nell’ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere “popolare e antifascista” della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze.
Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l’operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l’invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un “governo del Presidente” che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un “gollismo italiano” caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del “partito-Gladio”: Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all’immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).
Da Genova a Reggio Emilia
Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l’ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti “camalli”) risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età, in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell’ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista.
In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni,ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall’olimpionico Raimondo d’Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.
Il 7 luglio
La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l’unico spazio consentito – la Sala Verdi, 600 posti – è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: “Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti”, ricorda un testimone, l’allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, “dove c’era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…”
“Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza”. Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: “Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo”.
In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L’agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s’inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”. Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia “Bobi”), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell’Anpi.
Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano “Modugno” grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell’eccidio: “Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue”.
Intanto l’operaio Marino Serri 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l’angolo della strada gridando “Assassini!”: cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.
In piazza Cavour c’è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all’addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: “Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due”. Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.
Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani – tra i quali è Rovacchi – a resistere: “La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l’altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo”.
Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell’Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d’ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell’ospedale, testimonia di “feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull’altro”. Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: “In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’apprensione e il dolore dei parenti”.
La caduta del governo Tambroni
Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che “è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali”. Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per “non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti”: la polizia continua a sparare ad altezza d’uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all’impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.
A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: “mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione”. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di “accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti”. Altri 7 manifestanti rimangono feriti.
Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che “questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino”. Ma il governo è ormai nell’angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l’accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l’incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.
Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell’agente Celani. Il 14 luglio la Corte d’Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l’agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove. ( da terrediconfine)
Roma 6 luglio 1960: i ragazzi di Porta San Paolo
Sono passati pochi giorni dai fatti di Genova e solo il giorno prima la polizia ha sparato di nuovo, uccidendo un manifestante a Licata. A Roma, per la sera del 6 luglio, è stato indetto un comizio antifascista contro il governo Tambroni e contro l’msi. Il ritrovo è alle 19 a Porta San Paolo, dove una lapide ricorda i difensori di Roma caduti il 10 settembre del ’43. La sera del 5 di luglio il prefetto fa sapere che la manifestazione sarà vietata: la Dc al governo cerca una rivincita dopo esser stata sconfitta dalla piazza genovese.
Ma il presidio si vuole fare ugualmente, e all’arrivo del piccolo corteo antifascista, Porta San Paolo si presenta accerchiata da calerini e carabinieri e presidiata da migliaia di giovani di Testaccio. Non appena i deputati pciisti si avvicinano alla lapide per deporvi due corone di fiori, lo schieramento di polizia si apre per fare spazio alla carica di uno squadrone di carabinieri a cavallo.
I CC colpiscono con sciabole e moschetti e lanciano bombe lacrimogene. Presto vengono aiutati da squadre di missini con spranghe e bastoni. Non appena il gas si dirada, dalle case scendono i manifestanti che avevano cercato rifugio. Sono aumentati di numero e affrontano le cariche con la tenacia di chi ha imparato a conoscere il suo nemico. Si improvvisano barricate. Le guardie del Primo reparto Celere romano si ritrovano presto tra due fuochi: da un lato le barricate difese da una pioggia di sassi, mentre dalle case volano vasi da fiori, bottiglie e oggetti di ogni tipo. Uno sbirro, Antonio Sarappa, resta indietro e su di lui si scaglia la rabbia della gente appena caricata a freddo. Morirà due mesi dopo per le ferite riportate.
Verso le 19 e 30 sembra tornare momentaneamente la calma. Ma gli scontri ridivampano poco dopo. Non si combatte più tutti insieme, ma in piccoli gruppi si assaltano le jeep della polizia, per poi rifugiarsi nei portoni e uscire nuovamente ad attaccare. Dopo due ore gli scontri cessano, e le forze dell’ordine iniziano i rastrellamenti nelle case. Chiunque venga trovato sui portoni o nei cortili, viene pestato e condotto in arresto. Alle 22 gli sbirri fanno ritorno in caserma a testa china, sotto gli insulti e i fischi della gente sui marciapiedi.
I ragazzi per strada si salutano al grido di “Viva la Resistenza!”. Sono operai, manovali e studenti di vent’anni o poco più, la Resistenza del ’43 non l’hanno fatta. E infatti sono lì a salutare la loro Resistenza, quella nuova, quella contro i padroni fascisti e la loro polizia. I vecchi popolani di Trastevere, gente dura dal cuore tenero, abituati a risse nei bar e contro la polizia, li guardano con le lacrime agli occhi. Sorridono. I ragazzi di Porta San Paolo sono più bravi di loro, hanno imparato in fretta a fare la guerra di strada. Sono i nuovi partigiani. (da InfoAut)
5 luglio 1977 il quotidiano Lotta Continua pubblica un “Appello contro la repressione”
“Lotta Continua” pubblica un “Appello contro la repressione” in Italia firmato da alcuni intellettuali francesi (capo fila Sartre e Foucault) e altri e che darà il via all’organizzazione del convegno bolognese del settembre 1977:
” Nel momento in cui, per la seconda volta, si tiene a Belgrado la conferenza Est-Ovest, noi vogliamo attirare l’attenzione sui gravi avvenimenti che si svolgono attualmente in Italia e più particolarmente sulla repressione che si sta abbattendo sui militanti operai e sui dissidenti intellettuali in lotta contro il compromesso storico. In queste condizioni che vuol dire oggi, in Italia “compromesso storico”? Il “socialismo dal volto umano” ha, negli ultimi mesi, svelato il suo vero aspetto: da un lato sviluppo di un sistema di controllo repressivo su una classe operaia e un proletariato giovanile che rifiutano di pagare il prezzo della crisi, dall’altro, progetto di spartizione dello Stato con la DC (banche ed esercito alla DC; polizia, controllo sociale e territoriale al PCI) per mezzo di un reale partito “unico”. E’ contro questo stato di fatto che si sono ribellati in questi ultimi mesi i giovani proletari e i dissidenti intellettuali. Come si è arrivati a questa situazione? Cosa è successo esattamente? Dal mese di febbraio l’Italia è scossa dalla rivolta di giovani proletari, dei disoccupati e degli studenti, dei dimenticati dal compromesso storico e dal gioco istituzionale. Alla politica dell’austerità e dei scarifici essi hanno risposto con l’occupazione delle Università, le manifestazioni di massa, la lotta contro il lavoro nero, gli scioperi selvaggi, il sabotaggio e l’assenteismo nelle fabbriche, usando tutta la feroce ironia e la creatività di quelli che, esclusi dal potere, non hanno più niente da perdere: “Sacrifici! Sacrifici!”, “Lama, frustaci!”, “I ladri democristiani sono innocenti, siamo noi i veri delinquenti!”, “Più chiese, meno case!”. La risposta della polizia della DC e del PCI è stata senza ombra di ambiguità: divieto di ogni manifestazione a Roma, stato di assedio permanente a Bologna con autoblindo per le strade, colpi d’arma da fuoco sulla folla. E’ contro questa provocazione permanente che il movimento ha dovuto difendersi. A coloro che li accusano di essere finanziati dalla CIA e dal KGB gli esclusi dal compromesso storico rispondono: “il nostro complotto è la nostra intelligenza, il vostro è quello che serve ad utilizzare il nostro movimento di rivolta per avviare l’escalation del terrore”. Bisogna ricordare che:
– trecento militanti, tra i quali numerosi operai, sono attualmente in carcere in Italia;
– i loro difensori sono sistematicamente perseguitati: arresto degli avvocati Cappelli, Senese, Spazzali e di altri nove militanti del Soccorso Rosso, forme di repressione queste che si ispirano ai metodi utilizzati in Germania;
– criminalizzazione dei professori e degli studenti dell’Istituto di Scienze Politiche di Padova di cui dodici sono stati accusati di “associazione sovversiva”: Guido Bianchini, Luciano Ferrari Bravo, Antonio Negri, ecc.;
– perquisizioni nelle case editrici: Area, Erba Voglio, Bertani, con l’arresto di quest’ ultimo editore. Fatto senza precedenti: la raccolta delle prove viene tratta da un libro sul movimento di Bologna. Perquisizione delle abitazioni degli scrittori Nanni Balestrini ed Elvio Facchinelli. Arresto di Angelo Pasquini redattore della rivista letteraria ZUT;
– chiusura dell’emittente Radio Alice di Bologna e sequestro del materiale, arresto di dodici redattori di Radio Alice;
– campagna di stampa tendente a identificare la lotta del movimento e le sue espressioni culturali come un complotto; incitare lo Stato ad organizzare una vera e propria “caccia alle streghe”.
I sottoscritti esigono la liberazione immediata di tutti i militanti arrestati, la fine della persecuzione e della campagna di diffamazione contro il movimento e la sua attività culturale, proclamando la loro solidarietà con tutti i dissidenti attualmente sotto inchiesta.”
J.P. Sartre, M Foucault, F. Guattari, G. Deleuze, R. Barthes, F. Vahl, P. Sollers, D. Roche, P. Gavi, M.A. Macciocchi, C. Guillerme e altri.
Licata 5 luglio 1960 – Sciopero generale contro la miseria. La polizia spara: 1 morto e 25 feriti
Il primo morto delle giornate di luglio ’60 è a Licata. Nella cittadina siciliana è stato proclamato lo sciopero generale: l’acqua che manca da un mese è soltanto una delle ragioni dello sciopero organizzato dal sindacato, con la giunta municipale in prima fila, i negozi e gli uffici pubblici tutti chiusi. Le altre erano la Centrale termoelettrica, promessa ma data a Porto Empedocle dai politici agrigentini; la crisi della miniera di Passarello (che sarà chiusa l’anno dopo) e la chiusura del Deposito Locomotive della stazione ferroviaria.
Gli scontri alla stazione
Ed è proprio alla stazione che la protesta di un’intera città degenera e assume le forme della rivolta e poi quelle della guerriglia urbana. Una rabbiosa sassaiola investe le forze dell’ordine; e nella piazzetta della stazione viene incendiata una Lancia Ardea. Un popolo contro lo Stato e contro chi in quel momento lo rappresenta. Uno Stato ritenuto responsabile della miseria e dei torti patiti lungo gli anni. L’acqua e il lavoro che mancavano, l’emigrazione forzata, il fatto che per molti “nun cc’era pani ni li furna”, erano parte di questi torti. C’erano poi le malattie sociali – la tisi, il tracoma – ancora non del tutto debellate. C’era la miseria. C’erano molte strade e interi quartieri senz’asfalto. Molte case prive di servizi igienici e pavimenti. Che resero necessaria la Legge Speciale del 1963 per Licata e Palma di Montechiaro.
La polizia risponde con estrema durezza.. Rimane ucciso Vincenzo Napoli, 24 anni, un giovane piccolo esercente, mentre cercava di difendere un bambino tenuto fermo ad un muro e picchiato dai celerini. Ventiquattro manifestanti, di cui cinque in gravi condizioni, sono rimasti feriti: Certo, il clima politico generale è quello che è, con la mobilitazione antifascista che ha imposto che non si svolgesse il congresso del Msi in programma a Genova e il governo Tambroni sull’orlo della crisi. Ma a Licata succede quello che è successo in decine di città e di paesi italiani nel dopoguerra, incendiati dalla miscela esplosiva tra rabbia popolare e brutalità poliziesca.
(da Ugo Maria Tassinari)

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Alessandro Bergonzoni
Orpheus (1863) — François-Louis Français

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Il 3 luglio 1969 è l’atto della riscossa operaia, la resistenza di una periferia nata e cresciuta in nome e per conto della Fiat, la comparsa dell’operaio massa, la sconfitta del sindacato e la nascita delle organizzazioni extraparlamentari degli anni 70.
Corso Traiano apre un ciclo di lotte che si svilupperanno negli anni 70, agli stessi cancelli di Mirafiori, vedendo crescere la classe operaia fino al suo punto di forza più elevato. Mirafiori è il teatro sociale e politico di una nuova figura operaia, quella dell’operaio massa, generalmente immigrato dal sud, non qualificato che rompe la tradizione torinese dell’operaio specializzato, di cultura PCI, fortemente inquadrato nel sindacato, con una tradizione lavorista che lo ha sempre portato a rivendicare diritti in base alle proprie capacità produttive. L’operaio massa spazza via questa figura, relegandola ad una nicchia in fabbrica, e proprio nella Torino modellata per nome e per conto della Fiat, quella che “non affitta case a meridionali”, questa nuova figura pone sul piatto del conflitto tutto, mettendo in crisi, quel sistema di contrattazione e di gestione che il sindacato era diventato per i movimenti operai. Basta mere rivendicazioni professionali, le lotte dell’operaio massa nascono libere, slegate da qualsiasi imbrigliamento del connubio capitale-sindacato, e danno vita a nuove pratiche del conflitto, che si adattano al presente, che sono realmente incisive contro il nuovo assetto del capitale, mettendolo decisamente in crisi.
Il “Vogliamo Tutto” del romanzo di Nanni Ballestrini è la piattaforma di uomini e donne che iniziano, insieme alle prime forme dell’Autonomia, a parlare di rifuto del lavoro, fabbrica sociale, di qualità della vita di bisogni sociali. La lotta alla Fiat diviene la scuola per tutti i compagni e le compagne che mirano ad una trasformazione radicale dell’esistente. La rivolta di corso Traiano esemplifica tutto ciò, nel giorno di una manifestazione slegata ed in conflitto con il sindacato, militarizzata dalla Questura di Torino, che vuole portare nel cuore della metropoli le lotte della fabbrica, si sviluppa uno dei momenti più alti nel conflitto cittadino, dopo quelle di piazza Statuto del 1963, vedendo mirafiori e la prima periferia torinese, ingaggiare la battaglia con le autoblindo fino a tarda notte. Una rivolta dispiegata: dalle strade ai balconi dei palazzi, da corso Traiano a Nichelino, gli scontri si moltiplicano e le forze dell’ordine sono costrette a riparare in difesa, rispetto a quella che sarà la forza del conflitto operaio e sociale.
1969, Corso Traiano e lotta di “massa”
Uno a uno gli strumenti con cui i padroni ci controllano vanno a farsi fottere. In fabbrica è finito il tempo di ricatti di guardioni e capi, e degli imbrogli dei sindacati. Fuori è finito il tempo della paura della polizia, o delle menzogne dei giornali e della radio…La nostra lotta si rafforza, si organizza, si estende, a Torino come in tutta Italia. E’ questo che mette in crisi il governo dei padroni, e li costringe a fare i duri. Ma dietro quel ghigno duro c’è una smorfia di paura, come sulle facce dei poliziotti di ieri. Noi ieri abbiamo imparato una cosa importante: che la forza è dalla nostra parte e che possiamo vincere. Non da un giorno all’altro certo, ma con una lotta lunga e continua. La giornata di ieri ha segnato in questa lotta una tappa fondamentale.
Già ad inizio gennaio (del 1969) Potere Operaio aveva aperto con il titolo “ricacceranno indietro la lotta operaia, è nel disegno dei padroni, a far passare un nuovo governo e in prospettiva l’accordo di potere con il Partito Comunista”. Ci si riferisce, ovviamente, alla politica di Moro, alla strategia dell’attenzione, ai colloqui che cercano sponde a sinistra per la ristrutturazione di mercato, per traghettare il capitalismo – e quindi l’intero sistema lavoro-produzione-consumo o sviluppo/sottosviluppo – dal modello industriale a quello di massa, al fordismo e al taylorismo. Il peso della crescita è interamente sulle spalle degli operai. Le vittorie sindacali – sempre grazie alla lotta dei lavoratori – sono molte; nascono le scuole materne di stato, vengono abolite le gabbie salariali, si crea la scala mobile, si uniforma la paga tra nord e sud del paese, aumentano le pensioni. Già un anno prima, alla fine dello sciopero, nel novembre del 1968, il Comitato di Lotta della Lancia di Torino chiarisce che «non serve a nulla limitarsi all’incazzatura contro i sindacati e brontolare contro il “tradimento “. Gli operai della Lancia devono trarre da questo sciopero tutte le lezioni e gli insegnamenti che possono servire nelle lotte future, ad evitare compromessi vergognosi che indeboliscono e dividono gli operai di fronte al padrone. Lo sciopero della Lancia non va visto come un fatto isolato. Esso è stato solo un momento, un episodio, di una lotta più generale che la classe operaia italiana sta combattendo contro tutto il piano di riorganizzazione capitalistica, a livello nazionale e internazionale, con vittorie e sconfitte. Le grandi aziende capitalistiche, come la Fiat, la Montedison, si stanno concentrando in complessi sempre più vasti e costringono le aziende minori a riorganizzarsi e ad integrarsi con loro. Questo piano comporta in certe aziende licenziamenti, riduzioni d’orario, riorganizzazione interna, aumento dello sfruttamento. E dappertutto chi paga i costi delle operazioni capitalistiche è sempre la classe operaia. Le organizzazioni sindacali e i partiti riformisti che stanno dietro di loro, invece di opporsi radicalmente a questo piano accettano che le concentrazioni capitalistiche avvengano a spese degli operai. In questi giorni esse hanno concluso, con il governo e con gli imprenditori, un accordo che si limita a concedere un po’ di soldi in più agli operai colpiti dai licenziamenti o dalle sospensioni, mentre dà mano libera ai padroni all’interno di ogni fabbrica».
Passa un anno, denso di avvenimenti, e la situazione non cambia, peggiora. A Battipaglia – il 9 aprile – la polizia si toglie la maschera democratica e scopre il suo vero volto, sparando sulla folla in sciopero contro la chiusura di due grandi industrie. Due morti e 200 feriti. E’ il 1969. Passaggio obbligato per la mutazione del soggetto politico, dagli anni delle barricate degli operai-immigrati di Piazza Statuto, gli episodi di Corso Traiano lasciano sul selciato della battaglia importanti indicazioni. E il lessico ne riflette il significato; la lotta dei lavoratori della Fiat non è rivolta, ma «il punto più alto dell’autonomia politica». Infatti gli operai, dopo cinquanta giorni di mobilitazione che hanno coinvolto un numero enorme di lavoratori e studenti, con il blocco della produzione, i sabotaggi e una propaganda politica che riceve la solidarietà di mezz’Italia, decidono di rompere gli indugi. La condizione dei sindacati è ormai distante dalla classe operaia, ricoprendo un ruolo di rappresentanza delle categorie nella conduzione delle trattative, con pochissimi radicamenti nelle fabbriche. Proprio in questo contesto, dove è nuovamente il bisogno proletario, non solo del lavoratore Fiat ma anche della sua famiglia, ad occupare le assemblee ed a diventare rivendicazione, viene proclamato uno sciopero di 24 ore. L’intento, ovviamente, è quello di uscire dalla condizione di isolamento e di alienazione della fabbrica, di iniziare un percorso politico autonomo – non più succube della contrattazione, ma fiero della propria appartenenza, anche ideologica, alla storia della classe operaia – di allargare il più possibile il campo delle rivendicazioni (per esempio contro il caro-vita, caro-affitti).
La Fiat non è solo Torino, ma tutt’Italia. Ciò che succede a Torino fa da modello, e trova sbocchi nelle fabbriche di tutto il paese. Non per un’estetica dello scontro, del fatto eclatante, ma per il suo significato. Perché le condizioni di sfruttamento e la “fine del mese” sono condivise da tutti i lavoratori in tutta la penisola. Questo è il punto fondamentale, il vero colpo di genio che trasporta una lotta dura in una guerra a campo aperto. Non quello della fabbrica, dove i comportamenti sociali vengono regolati con meccanismi di punizione, ma della piazza, dello scontro, del conflitto anche militare. E, ancora una volta, le parole si fanno simbolo. Sono gli anni delle vittorie del Viet Nam del Nord, sotto Ho Chi Minh e Vo Nguyen Giap, del dopo offensiva del Tet. Nixon è costretto ad aprire a Parigi, nel gennaio del 1969, le trattative di pace. Anche se poi la guerra finirà parecchi anni dopo, rimarrà nella memoria dei comunisti l’insegnamento del Viet Nam che vince contro il più grande esercito del mondo. Quindi non c’è da stupirsi se, proprio gli operai torinesi, in corteo ripetono lo slogan «Agnelli l’Indocina ce l’ha in officina». Come detto il campo dello scontro è cambiato. Ha preso le strade torinesi. Lo sciopero generale, nelle mani degli operai, viene organizzato per unire, allargare ed espandere la protesta. Anche sul terreno spaziale – quello dell’organizzazione della città – il percorso deciso sintetizza gli intenti; unire Mirafiori con i quartieri popolari, ripercorrendo al contrario il tragitto del dopo lavoro, verso i quartieri-dormitorio che dall’inizio degli anni sessanta sorgono nelle periferie della città per spostare dal centro i lavoratori. La città ricostruisce uno schema societario piramidale, dove più si allontana dal centro e minore è il potere; l’importanza che diventa decisionalità si basa sulla rappresentanza, sulla delega come modello per affermare il proprio dominio. Una delle critiche del nuovo soggetto politico sarà proprio su questo passaggio, quello della delega. Nella scuola come nella fabbrica; non si tratta più di una critica ribellistica, ma del punto di contatto dal quale partire per svolgere le contraddizioni del presente.
L’iniziativa operaia si fonde con quella studentesca. Questo dato riporta al realismo la corrente storica che vorrebbe porre su piani differenti il 1968 studentesco e le lotte operaie. Se un paragone è permesso potrebbe essere quello dei binari paralleli, distinti ma capaci di diventare insieme la via d’accesso e di sviluppo del conflitto. Si tratta di ambiti differenti, ciascuno con proprie pratiche e parole d’ordine. La prova di forza, che prende il via davanti i cancelli di Mirafiori giovedì 3 luglio 1969, non è solo contro la fabbrica. Ma anche contro i partiti, i sindacati. A migliaia, con la loro partecipazione, sfidano tutto il modello di produzione; è nato un nuovo soggetto politico che è capace di determinare il proprio futuro senza bisogno dei capetti (dentro e fuori dalle fabbriche). Ed è proprio per questo che il corteo, prima ancora di mettersi in cammino, viene caricato a freddo. La polizia protegge un ordine sociale che va ben oltre la legge, è ordine di classe. Uscire dalle maglie della rappresentanza, anche sindacale, significa portare lo scontro su di un altro terreno. Più alto e potenzialmente pericoloso per lo stesso ordine sociale. Se la guerra non è nient’alto che la continuazione della politica con altri mezzi – come diceva il generale prussiano Von Clausewitz – cosa sta per succedere a Torino è una ovvia, ma brutale, conseguenza. «La polizia carica di nuovo, furiosamente. Ma poliziotti, padroni e governo hanno fatto male i loro conti. In poco tempo, non sono solo le avanguardie operaie e studentesche a sostenere gli scontri, ma tutta la popolazione proletaria del quartiere. Si formano le barricate, si risponde con le cariche alle cariche della polizia. Per ore e ore la battaglia continua e la polizia è costretta a ritirarsi. Il corteo non serve più, è la lotta di massa che conta. Non è una lotta di difesa: mentre gli scontri si fanno più duri nella zona di Corso Traiano, la lotta contagia altre zone della città, dal comune di Nichelino a Borgo San Pietro, a Moncalieri. Dappertutto le barricate, le pietre, il fuoco vengono opposti agli attacchi della polizia.
I giornali parleranno di estremisti: sono gli operai di Torino, i ragazzi, le donne. Decine di migliaia di “estremisti”, coscienti che l’unica arma degli sfruttati è la lotta, e che vincere è possibile. Poliziotti e carabinieri, abituati a picchiare vigliaccamente, hanno paura, si disperdono. Mandati a bastonare un corteo, si trovano di fronte alla forza impressionante della classe operaia». La stampa si chiede anche un’altra cosa, importante. Cosa vogliono questi “delinquenti”? Le risposte sarebbero tante ed importanti; conquistare un ruolo da protagonisti in fabbrica, eliminare le briglia del sindacato da una parte e del padrone dall’altro, vogliono un aumento salariale (100 lire per tutti) e di categoria (la seconda), la riduzione dei tempi di lavoro. Ma non solo, vogliono molto di più. Un cartello innalzato sulle barricate recita”Cosa vogliamo: tutto!”. Così spiega il documento dell’assemblea operaia dei 5 luglio: «Oggi in Italia è in moto un processo rivoluzionario aperto che va al di là dello stesso grande significato del maggio francese. Non è un movimento improvviso, ma una lunga lotta che stringe saldamente operai, studenti, braccianti e tecnici, una lotta in cui i progetti capitalistici vengono continuamente sconvolti. Il governo Rumor cade ridicolmente a un giorno di distanza dalla lotta generale di Torino. La violenza repressiva, ben lungi dal distruggere le avanguardie militanti, si scontra con la lotta di massa e la radicalizza. Il grande programma di inserimento del PCI al governo viene svuotato dalla distruzione progressiva dell’influenza del PCI sui movimenti della classe operaia». Non si tratta solo di una questione di salario, l’obbiettivo è ben più alto, è “la presa del potere”. Alcuni storici vedono, in questo passaggio, il punto di partenza per l’assalto al cielo e della capacità di ipotizzare la costruzione di un percorso rivoluzionario. Certamente la guerra di Corso Traiano passerà alla storia per la dimensione dell’operaio-massa e per aver ridato alla classe operaia l’attenzione sul tragitto politico da intraprendere, slegandolo da partiti e sindacati, facendo dell’autonomia un’area extraparlamentare affollata di soggetti e di percorsi. (da InfoAut)
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