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Among the Ruins (details), c. 1902, Sir Lawrence Alma-Tadema
Yamal, Siberia
Mi stanno venendo le rughe e ancora piango
Lì contava uno strano miscuglio di desideri adulti e fatuità infantili, una voglia di sembrare giovani ma anche più grandi e più cattivi. E anch' io sentivo un bruciore di ribellione insieme a un prurito di conformismo.
Saltatempo, Stefano Benni

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L'omosessualità è un cecchino silenzioso che mette una pallottola nel cuore dei bambini durante la ricreazione, li prende di mira senza cercare di sapere se sono bambini di bobo (borghesi-bohémiens, Ndt), di agnostici o cattolici integralisti. La sua mano non trema, né nei collegi del VI arrondissement, né nelle zone di educazione prioritaria. Tira con la stessa precisione sulle strade di Chicago, i paesi d'Italia o le periferie di Johannesburg. L'omosessualità è un cecchino cieco come l'amore, splendente come una risata e anche tenera come un cane. E quando si stanca di prendere di mira i bambini, tira una raffica di pallottole vaganti che finiscono nel cuore di una contadina, di un taxista, di un cantante hip-hop, di una postina che fa il suo giro… l'ultima pallottola ha colpito una donna di ottant'anni, nel sonno. La transessualità è un cecchino silenzioso che mette una pallottola nel petto di bambini piantati davanti a uno specchio o che contano i propri passi sulla strada per la scuola. Non si preoccupa di sapere se sono nati da inseminazione artificiale o da coito cattolico. Non si domanda se sono nati da famiglia monoparentale o se papà portava l'azzurro e mamma si vestiva di rosa. Non trema né al freddo di Sochi né al caldo di Cartagena. Apre il fuoco sia contro Israele che contro la Palestina. La transessualità è un cecchino cieco come una risata, splendente come l'amore, tenera e tollerante come sono i cani. Ogni tanto tira, su un professore di provincia o un padre di famiglia, e bum. Per quelli che hanno il coraggio di guardare in faccia la ferita, la pallottola diventa la chiave di un mondo del quale mai avevano visto niente prima. Le tende si aprono, la matrice si scompone. Ma fra quelli che hanno la pallottola nel petto, qualcuno decide di vivere come se non sentisse niente. Altri compensano il peso della pallottola facendo grandi gesti da Don Giovanni o da principessa. Medici e chiesa promettono di estirpare la pallottola. Dicono che all’ Equatore una nuova clinica evangelista apra ogni giorno, per rieducare gli omosessuali e i transessuali. I fulmini della fede diventano scariche elettriche. Ma nessuno ha mai saputo come estirpare la pallottola. Né i mormoni, né i castristi. Può conficcarsi più profondamente nel petto, ma mai essere estirpata. La tua pallottola è un angelo guardiano, sarà sempre al tuo fianco. Avevo tre anni quando per la prima volta ho sentito il peso della pallottola. Ho saputo di averla quando ho sentito mio padre trattare come “sporche, schifose lesbiche” due ragazze straniere che camminavano dandosi la mano per la strada. Il mio petto si è messo a bruciare. Quella notte, senza sapere perché, mi sono immaginata per la prima volta di scappare dalla mia città e di andarmene in un altro paese. I giorni seguenti sono stati i giorni della paura e della vergogna. Non è difficile immaginare che fra gli adulti che partecipano alle manifestazioni della collera certi portino, incistata nel plesso solare, una pallottola ardente. Per semplice deduzione statistica, e conoscendo l'abilità dei cecchini, so che alcuni dei loro figli portano già la pallottola nel cuore. Non so quanti siano, quale sia la loro età, ma so che alcuni di essi hanno il petto in fiamme. Portano bandierine che qualcuno ha messo loro in mano, che dicono “non toccate i nostri stereotipi”. Ma sanno che non potranno esserne all'altezza. I loro genitori urlano che i gruppi lgbt non devono mai entrare nelle scuole, ma questi bambini sanno di essere loro i portatori della pallottola lgbt. La notte, come quando io ero bambina, vanno a letto con la vergogna di essere i soli a sapere di essere sconvenienti per i loro genitori, vanno a dormire con la paura che i genitori li abbandonino se lo scoprono, o ancora che preferiscano che muoiano. E sognano forse, come ho fatto io prima di loro, di scappare in un paese straniero, nel quale i bambini che portano la pallottola siano i benvenuti. E vorrei dire a questi bambini: la vita è meravigliosa, vi aspettiamo, siamo tanti, siamo caduti sotto la raffica, siamo gli amanti dal petto aperto. Non siete soli.
Paul B. Preciado su Libération del 14 febbraio http://www.liberation.fr/debats/2014/02/14/nous-sommes-partout_980296 (via blucomelamarea)
Questa sveglia che suona ad ogni ora la odio. Io che qui in Cina mi sono abituata a dormire sul legno e all'odore di tutto il mondo che marcisce davanti alla mia porta. Ma questa sveglia, questo ricordarmi di come le ore corrano dandosi il cambio senza tornare mai puzza ancora di più
Certe volte penso che mi taglierei le mani pur di non scriverti Poi penso quant' è 2016 questa frase, quanto potrebbe essere anche troppi anni fa Ho voglia di scriverti quando il cuore ha bisogno di una svolta, questo cuore senza casa che hai lasciato in bilico Che lasciamo in bilico ogni estate Per rendere la vita più interessante E i tuoi occhi ogni volta insopportabili da guardare Tu che dici che vuoi me Io che me lo sentirei dire ad ogni ora come una sveglia che mi da tutta la forza del mondo Io che però con te non ci starei mai Che a guardare i tuoi occhi grandi devo voltarmi ogni volta Ma che ci tieni dentro agli occhi? Tutti questi anni Tutte queste estate fatte di piccoli pezzi che ci rendono sempre più inconciliabili Che ci attraggono sempre di più Io ti dico basta, ti prego smettiamola qui Ti prego non smettere mai Che ogni volta che il cuore è in bilico sento un battito che profuma E vedo quegli occhi Chiudili Guardami per sempre
50's teen spirit
Marcello Mastroianni, “Una giornata particolare” (Ettore Scola, 1977).

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Federico, Marcello, Sofia. Mamma mía, what a picture!!
L'Italia quella bella
È a questo che serve l'eternità, a sguazzare nel pantano delle minuzie di una vita?
Philip Roth, Indignazione
Quel paesino sulla montagna
Mi manca casa mia. Mi chiama da ogni angolo strillando, invocandomi. Ma io che troppo lontana da quella che è casa mia sono sempre meno io, la sento e non posso fare nulla. Sono ferma ad aspettare ed ogni suo strillo mi strazia il cuore. Ed è vero che c'é un filo che collega ogni cosa. E in me c'è quel profumo, quegli alberi fitti, le more. Il filo si tende e mi uccide. Ti raggiungerò presto, ti prego smettila di urlare. Ti sento e ti sento in ogni cosa, perchè tu sei me e io sono te.
Ho vinto una borsa di studio di sei mesi per la Cina. Sì, studio cinese e la cosa che fa ridere é che a volte mi dimentico il perchè, oppure semplicemente non l'ho mai saputo. Forse mi affascinava soltanto un mondo così lontano, dal profumo di evasione. È un'evasione allora quella che sta per avvenire? Da questa casa stretta, queste distanze enormi, da questi inverni troppo lunghi? E ma da te io non vorrei evadere mai, mentre dico alle mie amiche di seguire la propria strada perchè abbiamo vent'anni e quando ci ricapita di averla così incerta e ramificata come una foresta, così incerta da avere in mano la possibilitá di finire ovunque, di essere terra, mare e stelle, così incerta d'avere il diritto e allora il dovere di percorrerla pensando solo a noi e nient'altro, perchè tutto il resto cambia e menomale. E ma io a te non ti cambierei mai. E allora che succede? Succede che comunque intanto a Luglio mi devo laureare e in questo caldo Giugno,l'attesa sa ancora un po’ di lungo inverno. Ramifichiamoci, andiamo, percorriamo. Vedo uno studio che non riesco più a sostenere, l'ansia di un giorno caldo e tutti lì a guardarmi, una settimana a mare con te e ridere per ogni cosa e poi in fondo vedo Guilin, Guilin signori. Un paradiso tutto roccia e laghi, lo sfondo verde dei mie pensieri. Ma tu? Carne rossa del mio cuore.
Dove sarò da qui a tre mesi non lo so. A volte mi vedo girare in bici per le montagne cinesi, in un giorno in cui c'é tanta luce e rido. Vedo un letto scomodo ma che amo, la libertá di scoprire che significa farsi male. Poi penso a te, con il letto comodo che non vai in bici e mi chiedo cosa cambierà, se sei davvero il fiore del mio cuore, se mi aspetterai. Questo inverno è stato così lungo. E vivo tutto questo come se non lo vivessi io, come a guardare da lontano, come Pirandello. Aspetto che si sciolgano i nodi più pressanti e soltanto che arrivi l'estate.

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Io ho le scarpe rotte e l’amica con la quale vivo in questo momento ha le scarpe rotte anche lei. Stando insieme parliamo spesso di scarpe. Se le parlo del tempo in cui sarò una vecchia scrittrice famosa, lei subito mi chiede: «Che scarpe avrai?» Allora le dico che avrò delle scarpe di camoscio verde, con una gran fibbia d’oro da un lato. Io appartengo a una famiglia dove tutti hanno scarpe solide e sane. Mia madre anzi ha dovuto far fare un armadietto apposta per tenerci le scarpe, tante paia ne aveva. Quando torno fra loro, levano alte grida di sdegno e di dolore alla vista delle mie scarpe. Ma io so che anche con le scarpe rotte si può vivere. Nel periodo tedesco ero sola qui a Roma, e non avevo che un solo paio di scarpe. Se le avessi date al calzolaio avrei dovuto stare due o tre giorni a letto, e questo non mi era possibile. Così continuai a portarle, e per giunta pioveva, le sentivo sfasciarsi lentamente, farsi molli ed informi, e sentivo il freddo del selciato sotto le piante dei piedi. È per questo che anche ora ho sempre le scarpe rotte, perché mi ricordo di quelle e non mi sembrano poi tanto rotte al confronto, e se ho del denaro preferisco spenderlo altrimenti, perché le scarpe non mi appaiono più come qualcosa di molto essenziale. Ero stata viziata dalla vita prima, sempre circondata da un affetto tenero e vigile, ma quell’anno qui a Roma fui sola per la prima volta, e per questo Roma mi è cara, sebbene carica di storia per me, carica di ricordi angosciosi, poche ore dolci. Anche la mia amica ha le scarpe rotte, e per questo stiamo bene insieme. La mia amica non ha nessuno che la rimproveri per le scarpe che porta, ha soltanto un fratello che vive in campagna e gira con degli stivali da cacciatore. Lei e io sappiamo quello che succede quando piove, e le gambe sono nude e bagnate e nelle scarpe entra l’acqua, e allora c’è quel piccolo rumore a ogni passo, quella specie di sciacquettìo. La mia amica ha un viso pallido e maschio, e fuma in un bocchino nero. Quando la vidi per la prima volta, seduta a un tavolo, con gli occhiali cerchiati di tartaruga e il suo viso misterioso e sdegnoso, col bocchino nero fra i denti, pensai che pareva un generale cinese. Allora non lo sapevo che aveva le scarpe rotte. Lo seppi più tardi. Noi ci conosciamo soltanto da pochi mesi, ma è come se fossero tanti anni. La mia amica non ha figli, io invece ho dei figli e per lei questo è strano. Non li ha mai veduti se non in fotografia, perché stanno in provincia con mia madre, e anche questo fra noi è stranissimo, che lei non abbia mai veduto i miei figli. In un certo senso lei non ha problemi, può cedere alla tentazione di buttar la vita ai cani, io invece non posso. I miei figli dunque vivono con mia madre, e non hanno le scarpe rotte finora. Ma come saranno da uomini? Voglio dire: che scarpe avranno da uomini? Quale via sceglieranno per i loro passi? Decideranno di escludere dai loro desideri tutto quel che è piacevole ma non necessario, o affermeranno che ogni cosa è necessaria e che l’uomo ha il diritto di avere ai piedi delle scarpe solide e sane? Con la mia amica discorriamo a lungo di questo, e di come sarà il mondo allora, quando io sarò una vecchia scrittrice famosa, e lei girerà per il mondo con uno zaino in spalla, come un vecchio generale cinese, e i miei figli andranno per la loro strada, con le scarpe sane e solide ai piedi e il passo fermo di chi non rinunzia, o con le scarpe rotte e il passo largo e indolente di chi sa quello che non è necessario. Qualche volta noi combiniamo dei matrimoni fra i miei figli e i figli di suo fratello, quello che gira per la campagna con gli stivali da cacciatore. Discorriamo così fino a notte alta, e beviamo del tè nero e amaro. Abbiamo un materasso e un letto, e ogni sera facciamo a pari e dispari chi di noi due deve dormire nel letto. Al mattino quando ci alziamo, le nostre scarpe rotte ci aspettano sul tappeto. La mia amica qualche volta dice che è stufa di lavorare, e vorrebbe buttar la vita ai cani. Vorrebbe chiudersi in una bettola a bere tutti i suoi risparmi, oppure mettersi a letto e non pensare più a niente, e lasciare che vengano a levarle il gas e la luce, lasciare che tutto vada alla deriva pian piano. Dice che lo farà quando io sarò partita. Perché la nostra vita comune durerà poco, presto io partirò e tornerò da mia madre e dai miei figli, in una casa dove non mi sarà permesso di portare le scarpe rotte. Mia madre si prenderà cura di me, m’impedirà di usare degli spilli invece che dei bottoni, e di scrivere fino a notte alta. E io a mia volta mi prenderò cura dei miei figli, vincendo la tentazione di buttar la vita ai cani. Tornerò ad essere grave e materna, come sempre mi avviene quando sono con loro, una persona diversa da ora, una persona che la mia amica non conosce affatto. Guarderò l’orologio e terrò conto del tempo, vigile ed attenta ad ogni cosa, e baderò che i miei figli abbiano i piedi sempre asciutti e caldi, perché so che così dev’essere se appena è possibile, almeno nell’infanzia. Forse anzi per imparare poi a camminare con le scarpe rotte, è bene avere i piedi asciutti e caldi quando si è bambini.
- Natalia Ginzburg, Le scarpe rotte