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Kerby Rosanes
Fireball the son of a bitch.
Non ce l’ho fatta. Malgrado tutte le cose che devo ancora fare in questi giorni, le scadenze, le consegne... non ho resistito e mi sono messo a scrivere questo post, come risposta alla “giornalista” Giusy Cinquemani e al suo articolo privo di qualunque senso pubblicato sul Fatto Quotidiano (che ormai raccogliere post e blog di gente talmente a caso da avere meno credibilità della mia TL qui su tumblr).
Innanzitutto, leggetevi l’articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/01/pokemon-go-lavoriamo-tutti-per-google-a-nostra-insaputa/2946723/
Interessante eh?
Oh, io capisco che scrivere Pokémon GO in un titolo al giorno d’oggi garantisca più click (e quindi più soldi dalle pubblicità). Ma a me, quando ero piccolo, hanno insegnato che se non hai nulla da dire... il silenzio è d’oro.
Nel suo articolo, Giusy, chiama “stupidi pupazzi dai nomi impronunciabili” i Pokémon. Ora, passi per i nomi (ognuno ha i propri limiti, e anzi, riconoscerli è spesso un bene), ma stupidi? Perché? Lo ha deciso lei? E per estensione, quindi, sta dando degli stupidi a tutti i fan? Su che base? E’ un’esperta, Giusy, di intrattenimento elettronico? Dovrebbe, visto che scrive nella sezione “tecno” del Fatto.
E invece.
Ma andiamo avanti. Nell’articolo Giusy accusa dei fantomatici “programmatori” (ma chi? Quelli di Pokémon GO? Quelli di Google? Io che programmo tutt’altro? CHI SONO QUESTI PROGRAMMATORI?), di schedare tutte le nostre informazioni (mettendo sotto accusa i selfie, come nemico numero 1 della privacy).
Ora: che ciò che viene messo in rete sia, per definizione, condiviso e quindi non privato dovrebbe, nel 2016, essere chiaro un po’ a tutti.
Probabilmente la signora Giusy è ancora convinta che sia una cosa fatta alle spalle di tutti gli utenti di Facebook, Instagram, ecc. Ma basterebbe leggere i contratti di licenza quando si crea un account. Signora Giusy, lo ha mai fatto? Perché se non l’ha mai fatto la colpa è sua, lo sa?
L’articolo continua svelandoci LA colpa di Pokémon GO (cito letteralmente): “costringe a muoversi, ad andare e ad entrare in posti dove non saremmo mai andati e che, in senso stretto, potremmo dire di non avere neanche visto, neanche dopo avere acchiappato Pikachu. Si sa che la memoria è selettiva, ricorda meglio solo quello che interessa, in questo caso il Pokemon, mica tutto il circostante come un computer.”
Alla prima lettura la mia reazione è stata: EH? Ma cosa cazzo ho letto?
Mi ci sono impegnato, eh, e credo che la sua accusa sia: con Pokémon GO va in giro, e Google raccoglie i dati di dove sei e li... rivende? li usa per migliorare google maps? Boh, non ho proprio idea di quale sia l’accusa della signora Giusy (che poi il produttore di Pokémon GO è Niantic, mica Google... ma vabbé, forse lei crede nel Nuovo Ordine Mondiale e pensa che siano tutti una sola grande azienda controllata da Cthulhu...).
Segue poi paragrafo a caso sul pericolo (futuro, eh) dei Google Glass (che ne uccide più un paio di occhiali... si sa...) e sul fatto che visto che Google (cattivo schiavista) ci fa lavorare con la scusa di un gioco, ci dovrebbe pagare.
Questo è un articolo, presentato in Home Page, su uno dei quotidiani più letti in Italia. Che dice di fare informazione, quando tutti gli altri fanno disinformazione.
Apposto.
Ma andiamo a cercare la signora Giusy, per capire quali competenze ha per parlare di videogiochi e tecnologia.
Il suo account twitter ci dice che è: Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista di gruppo, blogger, socia IIPG, Funzione Alfa e CAAC.
Ma i suoi articoli sul Fatto sono su: videogiochi, calcio (è tifosa del Napoli, e quindi si sente in diritto di scrivere su Higuain), politica, ecc.
Io, davvero, non vedo il nesso. E vorrei che, per una volta, il cazzo di ordine dei giornalisti si imponesse e obbligasse a silurare tutti questi pseudo giornalisti che scrivono di cose che non conosco e che, soprattutto, non capiscono. Ma almeno si informassero... almeno provassero a essere obiettivi e informativi.
E invece no! Quindi, per par condicio, il mio prossimo articolo dovrebbe essere sulla psicologia (materia di cui non capisco nulla). Sarebbe divertente, signora Giusy, leggere una accozzaglia di parole buttate lì (che so Freud, subconscio, analisi, ecc) in un articolo, pubblicato su una “prestigiosa” rivista? Immagino di no.
Quindi, la prego, smetta di parlare di tecnologia. O prima se la studi.
Grazie.

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Current mood.
Perché non crede in Dio?
Perché se esistesse non se lo meriterebbe.
Un isterico egoista demente appena cacciato da una scuola materna con complesso da prima donna e becero paternalismo fasullo degno di una commedia di Plauto tutt’al più si potrebbe accontentare di un’annusata al culo.Il mio.
Per quanto a volte abbia l’impressione che ce la stiano mettendo tutta per farmene faticare la fiducia, io credo nelle persone.
Giethoorn è un villaggio dei Paesi Bassi di circa 2.600 abitanti, ed è piuttosto noto a livello turistico per i suoi canali e ponti (se ne contano più di 176) immersi nel verde che ne hanno conferito il soprannome di “Venezia dei Paesi Bassi”. Si trova nel mezzo di un parco naturale, costellato di torbiere acquitrinose. Il nome originario, geitenhoorn (“corno di capra”) si riferiva alle numerose corna di capra selvaggia rinvenute nelle torbiere della zona, le quali sono anche rappresentate nello stemma del villaggio. Qui non troverete ne auto, ne moto, ne autobus, ma solo canali immersi nel verde, in un’atmosfera di relax e silenzio, dove la vita scorre senza fretta. Qui le imbarcazioni hanno solo motori elettrici, i diesel non sono ammessi. Provate ad immaginarvi di arrivare a casa la sera in barca e di godervi la vista dal vostro salotto… (incredibilia)
#need.

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Va bene. Forse sono io. Anzi, sicuramente sono io che non sono abbastanza hipster, forse troppo vecchia e troppo reazionaria, probabilmente ho un problema con il lasciare andare i vecchi amori, ma questo Color Fest, quello di febbraio, quattro euro e cinquanta spesi per la fiducia, cioè, non so come dirlo, mi fa venire voglia di andare in Bonelli a menare le mani. Magari lo faccio davvero. #dylandog
Eh...
Ieri ho imparato due cose
Ieri ho imparato due cose, una speculare all’altra.
La prima, è che in Italia siamo sempre tutti #jesuischarlie quando si tratta dei problemi degli altri, e che alla fine noi ci dobbiamo fare solo una vignetta o un pezzaccio online e quindi tutti per la libertà di stampa e di espressione e il diritto di critica e di satira.
Poi, però, quando la faccenda ti viene a toccare nel vivo, quando la critica (accesa e provocatoria) si rivolge a te o al tuo operato, allora siamo più #jesuistocazzo perché guai a provare a esercitare quella tanto decantata libertà di opinione se a rimetterci siamo noi.
Nella fattispecie: avevo scritto un articolo per LegaNerd, sul declino incessante di Dylan Dog. Ora. Ho espresso la mia opinione? Certo. Ho provato a suffragarla con dei dati? Sì, con tutti quelli, ufficiali e non, che si riescono a trovare online. Ho insultato qualcuno? No. Ho scritto semplicemente che l’attuale responsabile della testata, Roberto Recchioni, sta facendo un lavoro mediocre a mio avviso. Che però non è colpa sua, se Dylan Dog va male, che era già una testata in declino. Semplicemente, lui secondo me non è all’altezza dell’arduo compito di risollevare le sorti di quel fumetto perché non lo ha mai capito.
Ah, sì, e ho usato un’espressione colorita tipo “Recchioni non sta facendo altro che scoparsi un cadavere, nella speranza di riportarlo in vita”.
Ora. L’articolo è stato censurato e rimosso da LegaNerd dopo che Roberto ha inserito questo commento:
Eppure c’è qualcosa che mi sfugge; cioè, per un’immagine di fantasia (Dylan Dog è un personaggio di fantasia e quindi nessuno se lo può scopare letteralmente), si lanciano minacce di denuncia e si chiede la censura.
Mi ricorda, con le giuste differenze, quest’altra immagine di fantasia:
Cioè, uno si limona un personaggio di fantasia (Maometto) e (giustamente) nessuno può dire nulla. Uno ha questa immagine un po’ erotica di un autore di fumetti che si scopa un fumetto mezzo morto e...
Ah, ma la coerenza, si sa, non fa parte di questo mondo. Visto che poi, lo stesso Recchioni all’epoca si era prodigato in vignette per stigmatizzare l’attentato del 7 gennaio 2015 (giustamente, aggiungo - il problema, come al solito, è l’incoerenza) -> QUI
Ad ogni modo, sto cercando qualcuno interessato a ripubblicare l’articolo, sul quale ho speso ore della mia vita; in caso contrario lo metto di sicuro qui sul blog.
La seconda cosa che ho imparato ieri è che quando hai a che fare con qualche esserino che dipende da te per la sua felicità e la sua salute, di tutte queste cose non te ne frega un cazzo.
Perché ieri, dopo le migliaia di messaggi, commenti, insulti, minacce (fortuna che io non ho la querela facile), attestati di stima, mi sono ritrovato a guardare i miei due gattini che hanno l’influenza, mentre dormivano (correggo: mentre mi dormivano in faccia). E, all’improvviso, di Recchioni, di Dylan Dog, delle minacce, di tutto quel piccolo mondo che è l’editoria del fumetto italiano dove tutti si stringono le mani e si fanno i sorrisini cercando di rimanere in equilibrio per non fare affondare la baracca che già sta su a fatica, beh di tutto questo davvero non me ne può fregare di meno.
Cosa penso dei “libri tagliati”
Volevo semplicemente postare una clip di Fantozzi che grida “È una cagata pazzesca” ma poi mi son detto: dai, tra il caffè e il lavoro, proviamo a dare una risposta sensata a questa idea di prendere i libri, tagliare il 65% dei contenuti (numeri alla mano) e pubblicarli come “libri con la stessa trama ma ridotti”.
E niente, non mi viene un pensiero più sensato di:
p.s. io non credo che alla fine pubblicherò mai un libro con qualche editore “vero”, ma giuro sulla tomba di Asimov che neppure per 2 milioni di euro accetterò mai una cosa del genere su un mio manoscritto. Piuttosto lo regalo agli angoli della strada.
Dici poco
Se il 2014 alla fine è stato un anno silenzioso, pieno di cadute e scivoloni e momenti grigi, alternati a qualche risata e al viaggio più bella della mia vita (in Irlanda), questo 2015 è stato davvero una rivoluzione a trecentosessanta gradi. Mi ero posto degli obiettivi e li ho raggiunti quasi tutti.
Ho:
trovato una compagna capace di farmi venire voglia di mettere su famiglia
iniziato a convivere
portato avanti il mio lavoro (e con questo sono 11 anni che faccio il Game Designer in Italia, alla faccia degli iettatori)
iniziato un progetto per i fatti miei (sarei voluto essere più avanti, ma nel primo quarto del 2016 dovrei finirlo)
finito un libro che mi trascinato da sei anni (e con questo sono tre libri scritti - che considerando il poco tempo libero mi pare un successo incredibile) -> sì, giuro, l’ho finito. Devo solo revisionarlo ma tra Gennaio e Febbraio lo pubblico. Giuro.
cambiato città
cambiato casa
Insomma, mi pare di aver fatto un sacco di cose, e di essere arrivato così stanco (ma felice) alla fine dell’anno che oggi mi sono alzato alle 15 (e ieri a mezzanotte dormivo già, perché sono pure vecchio).
Cosa non ho fatto:
volevo fare un altro videogioco nel tempo libero, ma proprio non avrei saputo come o quando mettermici dietro
ho un prototipo di un board game fermo da 8 anni che vorrei finire di playtestare e pubblicare ma, anche qui, il tempo mi è scivolato tra le dita.
Li riciclerò assieme agli obiettivi del 2016. Ma, come prima cosa, devo andare al gattile ad adottare due amici pelosi in difficoltà. Perché la casa nuova è troppo grande per solo due persone e perché due amici pelosi mancano proprio.
Poi uno alla volta gli altri obiettivi, passando di nuovo per l’Irlanda se tutto va bene. Tra cui scrivere anche di più. Il nuovo libro, sul blog, messaggi agli amici e una lettera ai miei genitori.
Insomma, il 2016 rischia di essere un anno così pieno che mi pare già troppo ciccione. Che poi male non è: almeno forse non sarò il solo ad avere preso tutti questi kg negli ultimi 12 mesi. E, alla fine, se è ciccione vuol dire che rotolerà via facile. Sperando che sia bello almeno la metà del mio 2015, un anno che ha rivoluzionato tutto quanto, senza cambiarmi.
Dici poco.

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fog
© 2015 - Gianpietro Schirato
Best. Mood. Ever.
La dura vita dello scrittore wannabe 1 - le recensioni
Versione breve: perché diamine le persone non lasciano recensioni sui libri che leggono?
Versione lunga: in assoluto credo che fare lo scrittore - intendo: riuscire a fare arrivare un tuo scritto al pubblico, non per forza diventare uno scrittore di bestseller - sia difficile un po’ ovunque al giorno d’oggi. Di sicuro in Italia, dove la gente mediamente legge poco e le case editrici si dividono in gigantesche (Mondadori che si è pure mangiata Rizzoli, per dirne una), che puntano difficilmente sugli esordienti, se non spinti da agenti letterari, e piccole, che per definizione possono rischiare poco con gli esordienti.
Poco male: ho sempre pensato che il self-publishing sia una via interessante. Alla fine non sono così interessato a vendere i miei libri, ma a farli arrivare a un pubblico (e quindi, quando metto l’ebook gratis e vengono scaricate 500 copie in una settimana, va bene lo stesso per quanto mi riguarda).
Certo, l’ambizione c’è. Ma anche sticazzi: io di lavoro faccio altro (e fortunatamente, malgrado le tasse, in qualche modo campo), quindi per me scrivere è una passione e un hobby.
Quello che però mi fa girare le scatole è la mancanza di feedback: perché diamine la gente che lo scarica e lo legge NON mette una recensione? Oh, ma pure negativa eh! Non è che voglio solo sviolinate. Pure chi lo legge gratis con il programma di “prestiti” di Amazon (tramite cui posso vedere la quantità di pagine lette al giorno - non del singolo ma in totale, non temete per la privacy), voglio dire cosa vi costa scrivere “ascolta, ho letto 3 pagine, mi ha fatto schifo e l’ho mollato”?
Vado in un ristorante -> lascio la recensione su Tripadvisor
Vado in vacanza -> lascio la recensione su Venere
Compro un oggetto -> lascio la recensione su Amazon
Ora: perché la gente non lascia recensioni sui libri? E non parlo solo dei miei, eh. Anzi, il primo ha “ben” 23 recensioni che se vai a vedere sono un sacco paragonate ad altri libri in circolazione.
Esempio 1: Fabio Volo ha 4 recensioni (http://www.amazon.it/È-tutta-vita-Fabio-Volo/dp/8804658223/ref=zg_bs_books_2)
Esempio 2: Guccini ha 3 recensioni (http://www.amazon.it/matrimonio-funerale-non-parlar-gatto/dp/8804658061/ref=zg_bs_books_7)
Forse si vergognano? Giuro che non lo capirò mai. Soprattutto per uno scrittore esordiente / uno scrittore wannabe, una recensione negativa aiuta a migliorare, e una positiva aiuta a scrivere ancora, malgrado la fatica che si fa in certi momenti (la notte, dopo otto ore di lavoro, e tutte le cose che si fanno normalmente nella giornata).
Vabbè: mi rassegno a non avere una risposta. Lo metterò nei grandi quesiti dell’umanità.
(Nota: ho deciso che d’ora in poi i post non narrativi avranno due versioni: breve e lunga. Così non vi frantumate le palle a leggerli tutti se la versione short vi fa capire che l’argomento non vi interessa).