Zapatero, Huawei e servizi segreti: quando la giustizia nasconde una guerra geopolitica
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Il 19 maggio 2026 il giudice José Luis Calama, dell'Audiencia Nacional spagnola, ha aperto formalmente un procedimento contro José Luis Rodríguez Zapatero, ex presidente del governo di Spagna fra il 2004 e il 2011. Fin qui, una notizia di cronaca giudiziaria. Quello che la trasforma in un fatto geopolitico è una riga contenuta negli atti: parte del materiale probatorio che ha permesso al giudice di muoversi proviene dall'estrazione del telefono cellulare del businessman venezuelano Rodolfo Reyes Rojas, consegnata alla polizia spagnola dall'ufficio di Madrid dell'Homeland Security Investigations (HSI), l'unità investigativa del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti. Non è un'illazione: lo ha confermato un portavoce del DHS, e lo ha riportato l'agenzia Reuters. Un'agenzia di sicurezza americana ha fornito il primo mattone dell'inchiesta che oggi travolge un ex premier socialista alleato di Washington.
Non se gli Stati Uniti abbiano contribuito a innescare il caso — questo è documentato — ma fino a che punto abbiano condizionato i tempi e la cornice politica dell'operazione. E soprattutto: perché proprio adesso, mentre Madrid è il governo europeo più indisciplinato sui due dossier che a Washington bruciano di più, la Cina e Israele.
Da dove nasce davvero l'inchiesta
L'impianto accusatorio ruota attorno al salvataggio pubblico di Plus Ultra Líneas Aéreas, una piccola compagnia aerea con documentati legami venezuelani, alla quale nel marzo 2021 la holding statale SEPI concesse 53 milioni di euro di fondi pubblici in piena pandemia. Secondo il rapporto dell'UDEF della Policía Nacional — un documento di oltre 150 pagine ricostruito messaggio per messaggio — Zapatero sarebbe stato l'organizzatore di una rete stabile di traffico di influenze, intervenuta per orientare la distribuzione di quei fondi a favore di interessi privati. Le perquisizioni hanno toccato l'ufficio dell'ex premier e una società di marketing, Análisis Relevante, riconducibile alle sue figlie, sospettata di aver emesso fatture per servizi fittizi destinate a legittimare i pagamenti.
Attorno a questo nucleo si sono accumulati altri filoni. La procura del Distretto Sud di New York avrebbe inserito Zapatero in una lista di figure sotto osservazione per presunti legami con il chavismo; il Tesoro statunitense avrebbe tracciato un trasferimento di circa 519.000 dollari verso un conto svizzero collegato a corruzione petrolifera venezuelana legata a PDVSA. Il Senato spagnolo, controllato dall'opposizione popolare, prepara intanto una denuncia per falsa testimonianza.
Va detto con chiarezza, perché qui passa il confine tra ciò che è accertato e ciò che è interpretazione: HSI stava già indagando Reyes come parte di un gruppo transnazionale di riciclaggio e aggiramento delle sanzioni statunitensi, e Plus Ultra figurava in quella rete. Il materiale, dunque, è genuino: non è stato fabbricato per colpire Zapatero. Ciò che resta da spiegare è perché un dossier maturato per anni in ambito di intelligence sia stato trasformato proprio ora in un caso giudiziario ad altissimo profilo, con la deflagrazione mediatica che ne consegue.
Huawei, SITEL e la linea rossa di Washington
Per capirlo bisogna allargare lo sguardo a un altro fronte, apparentemente distinto. Nell'estate del 2025 il Ministero dell'Interno spagnolo ha affidato a Huawei, con contratti per 12,3 milioni di euro, la gestione e l'archiviazione dei dati del SITEL, il Sistema Integrato di Intercettazione Legale delle Telecomunicazioni: il nodo in cui confluiscono le intercettazioni giudiziarie usate da polizia, Guardia Civil e servizi di intelligence per indagini su terrorismo, criminalità organizzata e spionaggio. I server forniti sono gli OceanStor 6800 V5 del colosso cinese.
La reazione americana è stata immediata e durissima. I presidenti delle Commissioni Intelligence di Camera e Senato, Rick Crawford e Tom Cotton, hanno scritto alla direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard chiedendo una revisione di tutti gli accordi di condivisione di intelligence con la Spagna. Il timore esplicito era che, in virtù della legge cinese sull'intelligence del 2017 che obbliga Huawei a collaborare con i servizi di Pechino, il Partito comunista cinese potesse ottenere un accesso "dalla porta sul retro" al sistema di intercettazioni di un alleato NATO — e dunque monitorare le stesse indagini spagnole su agenti cinesi. La Commissione europea aveva già qualificato Huawei come "fornitore ad alto rischio". Crawford ha definito la scelta di Madrid "quasi inimmaginabile".
Se metto in fila i due fronti — la pressione su Huawei e l'inchiesta su Zapatero — il quadro acquista coerenza. L'opposizione conservatrice spagnola ha da tempo costruito una narrativa che lega Huawei, Zapatero e Sánchez in un unico triangolo: i primi contratti pubblici con il colosso cinese risalgono al governo Zapatero, e attorno all'ex premier sono fioriti rapporti personali e professionali con la multinazionale di Shenzhen. Quando la "deviazione geopolitica" — i rapporti con Pechino, l'autonomia su Gaza — coincide con una vulnerabilità giudiziaria, la macchina si mette in moto con una determinazione diversa.
È il meccanismo che Philip Giraldi, ex ufficiale operativo della CIA, descrive da anni quando analizza il modo in cui le agenzie di sicurezza operano ben oltre il proprio mandato dichiarato, trasformandosi in strumenti di indirizzo politico: l'intelligence non si limita a raccogliere, seleziona quando e contro chi rendere operativo ciò che ha raccolto. Il materiale su Plus Ultra esisteva; la decisione di accenderlo sotto i riflettori ha una sua tempistica, e la tempistica è politica.
Perché proprio adesso: il fattore tempo e il fattore esempio
La domanda «perché adesso?» è il cuore di ogni deduzione investigativa seria. L'inchiesta su Zapatero esplode in un momento preciso: la Spagna è il governo europeo che più apertamente si discosta dalla linea atlantica, sia sul versante cinese sia su quello mediorientale. Mettere in vetrina giudiziaria una figura che per molti anni è stata il regista ombra degli equilibri socialisti — un uomo ascoltato, ben oltre la sua carica formale — significa inviare un segnale a tutta la corrente che ha spinto per aperture a Pechino e per posizioni autonome su Gaza.
Qui si colloca quella che chiamo, senza alcun complottismo, la logica del «punirne uno per educarne cento». L'obiettivo non è soltanto accertare eventuali reati — cosa sacrosanta, che nessuno può contestare — ma tracciare una linea rossa per tutti gli altri: chi si allontana troppo dall'ortodossia non rischia soltanto una contestazione politica, ma un processo mediatico-giudiziario capace di consumarlo per anni. Il ragionamento richiama da vicino quanto Jeffrey Sachs sostiene da tempo a proposito della politica estera statunitense: una continuità strutturale che attraversa le amministrazioni, fondata sull'uso sistematico della leva finanziaria, giudiziaria e informativa per disciplinare alleati e avversari. Non a caso il lavoro di HSI, come ha ricostruito la stampa catalana, era cominciato già sotto l'amministrazione Biden: la pressione su Madrid non è un capriccio di un singolo inquilino della Casa Bianca, ma una costante.
Glenn Diesen, da parte sua, ha più volte mostrato come il cosiddetto "ordine basato sulle regole" funzioni in modo selettivo: le regole valgono per chi devia, mentre l'amico fedele gode di un margine di tolleranza incomparabilmente più ampio. È esattamente l'asimmetria che osservo nel caso spagnolo. Alcuni leader vengono sottoposti a un'esposizione massacrante prima di qualsiasi sentenza; altri, coinvolti in giri di interessi non meno problematici, vengono trattati con prudenza. La differenza non sta nella gravità dei fatti, ma nella loro utilità geopolitica.
La lunga ombra catalana
C'è un secondo filone che la stampa mainstream tende a rimuovere, ma che illumina di luce obliqua l'intera vicenda: il modo in cui apparati stranieri sono penetrati, negli anni, nel tessuto della sicurezza spagnola e catalana. E qui devo procedere con il bisturi, distinguendo ciò che è accertato da ciò che resta ipotesi di lavoro.
Sul terreno dei fatti documentati siamo solidi. Il caso noto come CatalanGate, ricostruito dal Citizen Lab dell'Università di Toronto, ha accertato che almeno 61 persone legate al movimento indipendentista catalano — fra cui il presidente del Parlament Roger Torrent e l'ex ministro Ernest Maragall — sono state spiate con Pegasus, lo spyware della società israeliana NSO Group, software che NSO vende esclusivamente a governi. Le indagini hanno indicato il CNI, il servizio spagnolo, come cliente di NSO; Torrent e Maragall hanno presentato denuncia contro l'ex capo del CNI Félix Sanz Roldán e contro la stessa NSO. Uno Stato europeo ha dunque usato tecnologia di sorveglianza israeliana per spiare i propri oppositori politici interni: questo non è un sospetto, è un fatto giudiziariamente documentato.
Su questo terreno solido si innesta una zona grigia, che tratto come tale. Diversi corpi di polizia spagnoli hanno partecipato negli anni a corsi di formazione in Israele, in materia di intelligence, intervento urbano e controllo di aree ad alto rischio: il know-how maturato sui teatri di repressione viene trasferito in Europa come tecnologia di polizia. E nel 2018 l'eurodeputato tedesco Arne Gericke depositò al Parlamento europeo un'interrogazione scritta (E-001406/2018) in cui, riferendo notizie di stampa e presunte informazioni del CNI, chiedeva alla Commissione cosa sapesse di un possibile ruolo del Mossad nel movimento catalano: vi si parlava di attivisti del gruppo giovanile ARRAN che avrebbero ricevuto in Israele addestramento all'uso di armi ed esplosivi, e si affermava che persino il servizio regionale catalano CESICAT sarebbe stato sviluppato con assistenza israeliana.
Mi fermo qui e segno il confine. L'interrogazione di Gericke è un documento reale, agli atti di un'istituzione europea, ma è essa stessa formulata in termini di "presunto" e "secondo notizie di stampa": è una domanda rivolta alla Commissione, non un accertamento. Non esiste alcuna prova giudiziaria di un addestramento paramilitare del Mossad in Catalogna. Trattarla come fatto sarebbe disonesto. Trattarla come segnale debole, da custodire in attesa di riscontri, è invece legittimo — anzi doveroso, per chi vuole una lettura integrale della realtà e non si accontenta della versione ufficiale.
La fuga di Puigdemont: fatti e ipotesi
Lo stesso rigore va applicato alla fuga di Carles Puigdemont. Ad agosto 2024 l'ex presidente catalano riapparve a Barcellona, tenne un discorso pubblico all'Arc de Triomf e poi svanì, dileguandosi prima che i Mossos d'Esquadra potessero arrestarlo. Scattò la cosiddetta "operación jaula" per chiudere la città; non servì. Il capo dei Mossos dell'epoca, Eduard Sallent, ammise davanti alla giudice che il dispositivo non aveva previsto la fuga e che la polizia non si era coordinata con la Policía Nacional per il controllo delle frontiere. Tre agenti dei Mossos sono finiti indagati con l'accusa di aver agevolato la fuga; il giudice Llarena escluse responsabilità penali ai vertici politici e l'inchiesta proseguì contro i tre agenti.
Questi sono i fatti. Su di essi si innesta l'ipotesi — affascinante e, ad oggi, indimostrata — che servizi stranieri abbiano contribuito logisticamente o informativamente all'uscita di Puigdemont verso il Belgio. Da un punto di vista puramente operativo non sarebbe impossibile: un apparato che forma polizie europee, vende spyware ai servizi spagnoli e intrattiene relazioni informali con ambienti indipendentisti avrebbe sia i canali sia le competenze per organizzare un'"uscita pulita". Ma allo stato non esiste un solo documento, una testimonianza, una traccia che colleghi un'intelligence straniera alla specifica operazione di fuga. È più solido parlare di "struttura di possibilità" che di "operazione provata". La fuga resta, nei termini probatori, un dossier interno spagnolo con complicità locali. L'intuizione può guidare ulteriori ricerche; non può sostituirle.
Il nervo scoperto fra Madrid e Tel Aviv
Dove invece la frizione israelo-spagnola diventa tangibile, e fortissima, è sul dossier di Gaza. Nel maggio 2024 la Spagna ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina. Nel giugno 2025 il governo Sánchez ha sospeso e poi revocato un contratto da 285 milioni di euro per i missili anticarro Spike LR2, prodotti su licenza dalla Pap Tecnos, controllata spagnola della israeliana Rafael, presentando la decisione come parte di una "disconnessione totale" dalla tecnologia militare israeliana. Nel settembre 2025 Sánchez ha annunciato nove misure contro Israele "per fermare il genocidio a Gaza": un embargo totale sulle armi consolidato per legge, il divieto di attracco nei porti spagnoli per le navi che trasportano carburante destinato alle forze israeliane, il divieto di accesso allo spazio aereo per gli aerei che trasportano materiale militare verso Israele, il divieto di ingresso per chi è direttamente coinvolto nei crimini a Gaza. Il decreto è stato poi ratificato dal Parlamento con 178 voti contro 169.
Lo scontro ha portato le relazioni diplomatiche vicino alla rottura: il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha definito Sánchez "antisemita e bugiardo", Israele aveva già richiamato la propria ambasciatrice dopo il riconoscimento della Palestina, Madrid ha convocato l'incaricata d'affari israeliana. Mai, nella storia recente, un governo dell'Europa occidentale era arrivato così vicino a una frattura totale con Tel Aviv.
Quando metto insieme questi tasselli — l'uso di spyware israeliano contro i catalani, i segnali ostili di esponenti israeliani verso Madrid già nel 2017, e infine la quasi-rottura sul dossier Gaza — comprendo perché l'attuale linea durissima di Sánchez venga letta da alcuni analisti non solo come reazione morale alle atrocità di Gaza, ma anche come la risposta a anni di ingerenze percepite. Non c'è bisogno di postulare complotti: basta riconoscere che, per una parte dell'establishment socialista spagnolo, Israele è diventato il simbolo di un modello di sicurezza invasiva e di un alleato pronto a usare i dossier interni come leva. Alessandro Orsini ha insistito a lungo, contro corrente, sulla necessità di pesare con eguale misura tutte le vite civili e di smascherare la logica di potenza che si nasconde dietro il linguaggio dei diritti: è una bussola che qui torna utile, perché impedisce di scambiare la reazione di Madrid per puro calcolo cinico o per puro slancio morale. La verità, come quasi sempre, sta nell'intreccio dei due piani.
Il «mostro in prima pagina» come tecnologia di potere
Tutto questo mi riporta al meccanismo di fondo, quello che attraversa l'intera vicenda spagnola e non solo: la tenaglia giudiziario-mediatica. La sequenza è quasi sempre la stessa. Prima fase: un lavoro di intelligence — qui anche internazionale — che accumula per anni materiale compromettente o ambiguo. Seconda fase: un'iniziativa giudiziaria che seleziona una parte di quel materiale, lo organizza in ipotesi accusatoria e lo formalizza in un atto; e già la sola comunicazione dell'apertura di un'indagine contro un ex premier è, in sé, un terremoto politico. Terza fase: il sistema mediatico riceve, in parte per canali ufficiali e in parte per fughe pilotate, documenti e dettagli, e costruisce il mostro in prima pagina, con titoli, editoriali, talk show. La condanna sociale arriva anni prima — e spesso al posto — di quella giudiziaria.
Non è una peculiarità spagnola; la ritroviamo in molte democrazie occidentali. Ciò che colpisce, nel caso specifico, è di nuovo l'asimmetria: la macchina si accende con energie diverse a seconda dell'utilità geopolitica del bersaglio. E qui voglio precisare: dire questo non significa affermare che le accuse a Zapatero siano false, né che i leader colpiti siano innocenti. Significa una cosa diversa e più sottile — che la selezione di chi finisce in vetrina, e soprattutto di quando, obbedisce anche a logiche di potere che nulla hanno a che vedere con la giustizia. Il diritto diventa un'arma a intermittenza, accesa e spenta da chi tiene in mano il timer.
Su questo punto il giudizio cristiano della storia ha qualcosa di preciso da diree non è marginale. La presunzione di innocenza, la proporzionalità della pena, il rifiuto di sacrificare un uomo per "mandare un segnale" agli altri non sono cavilli garantisti: sono il cuore di una concezione della persona che precede lo Stato e lo limita. Quando la giustizia smette di servire la verità e comincia a servire la convenienza geopolitica, ciò che si corrompe non è soltanto un processo, ma il fondamento stesso dell'ordine sociale. Luciano Barra Caracciolo ha mostrato, sul piano costituzionale, come la sovranità nazionale venga svuotata non attraverso atti clamorosi ma attraverso una lenta cessione di poteri a istanze esterne e non responsabili: il dossier spagnolo ne è un'illustrazione perfetta sul terreno della sicurezza e dell'intelligence. Un alleato che si arroga il diritto di "gestire" la politica interna europea come un file della propria agenda globale non è un partner: è un tutore.
Per chi ha a cuore la libertà di giudizio, la lezione non è diffidare di ogni inchiesta — sarebbe l'altra faccia, speculare e altrettanto cieca, del pensiero unico. La lezione è rifiutarsi di confondere il racconto mediatico con la realtà intera. Significa domandarsi sempre chi beneficia del tempismo, quali reti internazionali sono coinvolte, perché alcuni dossier si accendono sotto i riflettori mentre altri restano al buio. In questo spazio critico — lontano tanto dal complottismo quanto dalla fede cieca nelle versioni ufficiali — si gioca, oggi, la possibilità stessa di una lettura integrale della realtà. È lo spazio che mi ostino a difendere, articolo dopo articolo.
Riferimenti
NBC News / Reuters – U.S. Homeland Security says it assisted Spain in probe of leftist former PM (https://www.nbcnews.com/world/spain/us-homeland-security-says-assisted-spain-probe-leftist-former-pm-rcna346047)
Brussels Signal – Zapatero's legal jeopardy: the fronts facing the country's first former PM indicted for corruption (https://brusselssignal.eu/2026/05/zapateros-legal-jeopardy-the-fronts-facing-the-countrys-first-former-pm-indicted-for-corruption/)
U.S. House Permanent Select Committee on Intelligence – Crawford and Cotton letter to DNI Gabbard on Spain–Huawei (https://intelligence.house.gov/?p=731)
The Citizen Lab – CatalanGate: Extensive Mercenary Spyware Operation against Catalans Using Pegasus and Candiru (https://citizenlab.ca/2022/04/catalangate-extensive-mercenary-spyware-operation-against-catalans-using-pegasus-candiru/)
European Parliament – Parliamentary question E-001406/2018, Foreign support for the establishment of a Catalonian terrorist front (https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/E-8-2018-001406_EN.html)















