La Siria «pilastro di stabilità»: il certificato rilasciato da chi ha appiccato l'incendio
Il 25 luglio 2026, nel palazzo Tishreen di Damasco, accanto al ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha pronunciato la frase che ha fatto il giro delle agenzie: «Syria is today the pillar of stability of the Middle East». Era la prima visita di un Segretario generale in Siria dal 2009, due anni prima dell'inizio della guerra. Tre giorni prima, il 22 luglio, a Vienna, l'arcivescovo siro-cattolico di Homs Jacques Mourad aveva descritto lo stesso Paese come una catastrofe sociale e umanitaria, sconsigliando ai profughi di rientrare.
Seguo la Siria da quindici anni, ho scritto sulla guerra siriana dal 2016 al dicembre 2024 sulle pagine del Sussidiario e ho contribuito a fondare il Coordinamento nazionale per la pace in Siria. Questo per dire che quella frase, per chi ha seguito la vicenda dall'inizio, non è una valutazione ottimistica. È l'ultimo atto di una procedura.
Quello che Guterres ha detto, e in quale contesto
Il testo della conferenza stampa del 25 luglio è pubblico. Il Segretario generale colloca la formula del «pilastro di stabilità» dentro un ragionamento sulla ricostruzione: nessun Paese uscito da oltre un decennio di conflitto si rimette in piedi da solo, quindi la comunità internazionale deve intervenire con capitali, servizi essenziali, infrastrutture, occupazione. Il giorno successivo, chiudendo la visita, ha chiesto la rimozione immediata di tutte le sanzioni residue e ha definito il passaggio in corso «un momento raro nella vita di una nazione».
Nelle risposte ai giornalisti il termine di paragone è stato esplicitato: Gaza ancora sotto bombardamento, operazioni militari in Libano, la guerra USA-Iran che attraversa la regione. In quel confronto la Siria diventa l'eccezione, e sostenerla diventa — questa è la parafrasi della sua posizione — una scommessa che vale la pena fare. Nota di verifica: la formula estesa che circola in traduzione italiana («simbolo di stabilità», «è una scommessa che è molto importante») corrisponde per sostanza a quanto documentato, ma il verbale integrale del Q&A del 26 luglio non è al momento reperibile nella trascrizione ufficiale; la frase verificata parola per parola è quella del 25 luglio riportata sopra.
Registro anche ciò che la stampa italiana ha ripreso meno: che il Golan è territorio siriano e che le violazioni della sovranità siriana devono cessare; che l'assistenza umanitaria dell'ONU copre oggi circa il 20% dei bisogni; che le Nazioni Unite non hanno un'agenda propria per la Siria ma adottano quella del governo siriano. Le cifre ufficiali che accompagnano la visita: 1,7 milioni di rifugiati rientrati dalla caduta di Assad, 5,5 milioni di sfollati interni, 6 milioni ancora all'estero. Damasco, per bocca dell'agenzia di Stato SANA, alza i rientri a 3,5 milioni.
Il referto dell'arcivescovo di Homs
Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs e monaco di Mar Musa, fu rapito dallo Stato Islamico nel 2015 dal suo monastero di Mar Elian, a Qaryatayn, e tenuto prigioniero per mesi; riuscì a fuggire con l'aiuto di un gruppo di musulmani che organizzarono l'evasione di decine di ostaggi e che per questo furono poi uccisi. Vive nel luogo di cui parla e non ha alcun interesse a peggiorare l'immagine del proprio Paese: è il riscontro sul terreno di ciò che a Damasco viene descritto in astratto.
Il suo referto, reso a Kathpress e ripreso in traduzione italiana dal blog Ora pro Siria il 25 luglio 2026, è di questa consistenza. A Homs la festa dell'8 dicembre 2024 è durata poco più di due mesi: poi sono arrivati gli scontri armati e gli attacchi delle milizie islamiste contro gli alawiti. Dei due milioni di cristiani che vivevano in Siria prima della guerra, secondo la sua stima ottimistica ne restano tra i 300.000 e i 350.000. Pochi giorni prima della conferenza stampa, l'ennesimo omicidio di una madre e dei suoi due figli. Il governo, dice, è incapace o non intenzionato a frenare la violenza; gli atti di vendetta colpiscono soprattutto alawiti e drusi.
Poi l'affermazione che pesa più di tutte, perché è un consiglio pratico e non un giudizio politico: alle condizioni attuali, l'arcivescovo non consiglierebbe a chi è fuggito di tornare in Siria. È l'esatto contrario del «ritorno sicuro, volontario e dignitoso» indicato da Guterres come obiettivo.
Il terzo testimone: le Nazioni Unite contro sé stesse
La contraddizione non oppone un vescovo al Palazzo di Vetro. Passa dentro il Palazzo di Vetro. Tra il 1° e il 7 luglio 2026 due commissarie della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta sulla Siria, Monia Ammar e Fionnuala Ní Aoláin, hanno visitato il Paese. La loro missione è stata aperta e chiusa da attentati: ordigni esplosivi contro un caffè vicino al Ministero della Giustizia e in un'area prossima al Four Seasons, nel cuore di Damasco, con morti e feriti tra i civili. A Homs — la diocesi di Mourad — hanno raccolto denunce di aggressioni di giustizieri contro persone accusate di aver servito il vecchio governo. Hanno chiesto conto di migliaia di detenuti scomparsi. Hanno segnalato che a Sweida gli studenti non riescono ancora a sostenere gli esami finali. Hanno registrato che l'accesso ad alcune strutture di detenzione a Raqqa e Hassakeh è stato loro negato.
Sono gli stessi mesi in cui la Commissione ha pubblicato il rapporto sui massacri del luglio 2025 a Suwayda: tre ondate di violenza, esecuzioni sommarie, torture, violenza sessuale, case incendiate, fatti che possono configurare crimini di guerra e, se ulteriormente accertati, crimini contro l'umanità. E sono i mesi in cui la violenza costiera del marzo 2025 contro la comunità alawita è stata qualificata come diffusa e sistematica. A Quneitra le stesse commissarie documentano il capitolo israeliano: incursioni, detenzioni, demolizioni di abitazioni, accesso ai terreni agricoli bloccato.
Il Segretario generale e i suoi stessi investigatori stanno descrivendo lo stesso Paese con due vocabolari incompatibili.
Che cosa è stato distrutto
Nel 2010 la Siria era un Paese con due milioni di cristiani, uno Stato laico, sanità e scuola pubbliche funzionanti, autosufficienza alimentare, debito estero contenuto, e non aveva campi profughi sul proprio territorio se non quelli che ospitava per palestinesi e iracheni. Non era una democrazia, e nessuno che abbia letto qualcosa su Hama 1982 sostiene il contrario. Ma nel decennio precedente la crisi quel Paese registrava progressi che l'Europa riconosceva ufficialmente, e l'Italia più di ogni altro. Con decreto dell'11 marzo 2010 il presidente Giorgio Napolitano conferiva a Bashar al-Assad l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, la massima distinzione che lo Stato italiano possa attribuire. Pochi giorni dopo, il 18 marzo, nella prima visita di Stato di un presidente della Repubblica italiana in Siria, Napolitano pronunciava a Damasco il brindisi al pranzo offerto da Assad. Il filmato è ancora consultabile nell'archivio storico della Presidenza della Repubblica: il Capo dello Stato italiano esprime apprezzamento per «l'esempio di laicità e apertura che la Siria offre in Medioriente» e per la tutela della libertà assicurata alle antiche comunità cristiane che vi risiedono, definisce essenziale il ruolo siriano per il processo di pace e per la stabilizzazione dell'intera regione, e chiude formulando auguri personali per il presidente e per la moglie Asma.
Erano gli anni della liberalizzazione economica e dell'espansione della scolarizzazione, di un Paese che accoglieva oltre un milione di profughi iracheni senza chiedere nulla a nessuno e che l'Italia trattava come partner privilegiato nel Mediterraneo orientale, rapporti commerciali e militari compresi.
Il 28 settembre 2012, su richiesta di settantacinque senatori di ogni schieramento, la stessa onorificenza veniva revocata per indegnità, con decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 ottobre: unico caso di revoca di un Gran Cordone nella storia dell'Ordine. Ad annunciarla fu il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, che due anni più tardi sarebbe diventato inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria. La revoca non registrava una scoperta: registrava il mutato orientamento internazionale verso Damasco. Nessun fatto nuovo sulla natura del governo siriano era emerso tra il marzo 2010 e il settembre 2012 — Hama era del 1982, il sistema detentivo funzionava allo stesso modo da trent'anni, e il Quirinale non ne era all'oscuro quando conferiva la decorazione. Era cambiato il fronte.
Trenta mesi separano le due decisioni. Chi sostiene che l'aggressione esterna rispondesse a una degenerazione improvvisa del regime deve spiegare perché la più alta istituzione italiana, un anno prima dell'inizio della crisi, indicasse quel medesimo regime come modello di laicità e come garante dei cristiani d'Oriente.
E non è un caso isolato: è la procedura ordinaria. Il 30 agosto 2008, a Bengasi, l'Italia aveva firmato con la Libia di Gheddafi un trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, ratificato il 6 febbraio 2009: cinque miliardi di dollari di risarcimento per il periodo coloniale, corsia preferenziale per le imprese italiane, contenimento dei flussi migratori e impegno reciproco a non ricorrere all'uso della forza né a consentire l'uso del proprio territorio per atti ostili contro l'altra parte. Nel febbraio 2011 il ministro della Difesa dichiarava il trattato «di fatto sospeso»; poche settimane più tardi le basi italiane ospitavano i velivoli della campagna aerea contro Tripoli e l'Italia passava dal sostegno logistico ai bombardamenti. Dalla ratifica di un patto di non aggressione alla partecipazione all'attacco erano passati venticinque mesi, e in mezzo non c'era stata alcuna rivelazione sulla natura del regime libico: c'era stata una decisione presa altrove.
Ma la questione non è la natura del governo di Damasco: è se il collasso di quel Paese sia stato un fenomeno spontaneo.
Se la Siria è precipitata da sola, la comunità internazionale che oggi promette la ricostruzione è un soccorritore in ritardo. Se il collasso è stato prodotto, finanziato e diretto dall'esterno, chi oggi certifica la stabilità sta valutando il risultato di un lavoro proprio. Su questo punto non siamo nel campo delle ipotesi.
Timber Sycamore: la destabilizzazione con fattura
Nel marzo 2007, quattro anni prima dell'inizio della crisi, Seymour Hersh pubblicava sul New Yorker "The Redirection", ricostruendo un riorientamento strategico statunitense — con la partecipazione di Arabia Saudita e Israele — che prevedeva il finanziamento di formazioni sunnite militanti in funzione anti-iraniana e anti-Hezbollah, con la consapevolezza esplicita, riferita da un ex alto funzionario dell'intelligence, che quel denaro sarebbe finito nelle mani sbagliate.
Nell'estate del 2012, secondo la ricostruzione del New York Times, una rete predisposta dalla CIA permetteva a operatori sauditi guidati dall'ex capo dell'intelligence Bandar bin Sultan di acquistare in Croazia e nell'Europa orientale migliaia di fucili d'assalto e milioni di munizioni destinati ai gruppi armati siriani, mentre il Qatar faceva entrare dalla Turchia missili portatili. Nell'agosto dello stesso anno un rapporto della Defense Intelligence Agency — desecretato nel maggio 2015 — annotava che le potenze che sostenevano l'opposizione vedevano con favore la nascita di un principato salafita nella Siria orientale. Nel marzo 2012 la Brookings Institution pubblicava "Saving Syria: Assessing Options for Regime Change"; già nell'aprile 2011, a poche settimane dalle prime proteste, aveva scritto che Assad doveva lasciare la scena.
Nel 2013 il presidente Obama autorizzava formalmente l'operazione coperta denominata Timber Sycamore: addestramento e armamento dei gruppi ribelli, base logistica in Giordania, principale finanziatore l'Arabia Saudita, con il concorso di Qatar, Turchia e Regno Unito. Il Washington Post ne stimò il costo intorno al miliardo di dollari l'anno, circa un quindicesimo del bilancio dell'Agenzia, definendola una delle più vaste operazioni clandestine della sua storia recente. Uno studio del 2017 di Conflict Armament Research, commissionato dall'Unione Europea, ha accertato che quel flusso aumentò in modo significativo la quantità e la qualità delle armi finite in possesso dello Stato Islamico, incluse quelle anticarro. Il programma fu chiuso da Trump nel luglio 2017, alla vigilia dell'incontro di Amburgo con Putin. (Sul blog ho trattato l'operazione in due articoli; in uno di essi la data di chiusura è indicata per refuso come giugno 2021: la decisione è del giugno-luglio 2017.)
La guerra siriana non è stata soltanto una guerra civile. È stata una guerra per procura alimentata per anni da finanziamenti pubblici stranieri di ordine miliardario, con l'obiettivo dichiarato del cambio di regime a Damasco. Mezzo milione di morti, sei milioni di espatriati, cinque milioni e mezzo di sfollati interni e la riduzione della presenza cristiana a un sesto di quella del 2010 sono il costo di quell'operazione.
La cronistoria che allora veniva chiamata complottismo
Nell'ottobre 2012 Tony Cartalucci e Nile Bowie pubblicavano Subverting Syria, tradotto in italiano da Arianna Editrice con il titolo Obiettivo Siria e con la prefazione di Franco Cardini. Il modello descritto in quel volume è quello delle counter gang: gruppi armati irregolari introdotti dall'esterno e presentati come combattenti per la libertà, attentati e massacri attribuiti in tempo reale al governo bersaglio, una rete di organizzazioni non governative — il National Endowment for Democracy in primo luogo — impegnata a costruire l'infrastruttura politica del ricambio, e un sistema mediatico che riprende senza filtro le fonti dell'opposizione in esilio.
Cardini, nella prefazione, richiamava due elementi allora rimossi dal dibattito italiano: la denuncia di Kofi Annan sull'insediamento in Siria di una forza terroristica ostile a ogni mediazione, e il ridimensionamento delle attribuzioni frettolose sul massacro di Hula. Osservava anche che le aperture del governo siriano — il piano della Lega Araba accettato nel novembre 2011, il referendum costituzionale del 2012, le amministrative di maggio con oltre il 51% di affluenza — venivano sistematicamente derubricate a propaganda prima ancora di essere esaminate.
Nel 2012 tutto questo veniva chiamato complottismo antiamericano. Quattro anni dopo il New York Times e il Washington Post pubblicavano i dettagli di Timber Sycamore, e la questione si spostava dalla plausibilità alla contabilità. Io su queste cose ho scritto in tempo reale: sulle sanzioni europee che mettevano in ginocchio la popolazione mentre si armavano i fondamentalisti (maggio 2016), sull'assedio di Aleppo raccontato al contrario dai nostri media che ripetevano le veline finanziate dal Qatar (agosto 2016), sull'appalto della campagna di comunicazione siriana a una società di pubbliche relazioni internazionale (ottobre 2016), sulla città cristiana di Mhardeh nel mirino dei "ribelli" (settembre 2016), su Idlib consegnata a decine di migliaia di jihadisti con il beneplacito occidentale (2018), fino alle ombre di Stati Uniti, monarchie del Golfo e Israele sulla transizione del dopo-Assad, scritte nel dicembre 2024 mentre in Italia si festeggiava la caduta del dittatore.
Il certificato rilasciato dagli incendiari
Che cosa viene definito stabile, esattamente? Non la sicurezza delle persone, perché la Commissione d'inchiesta dell'ONU e l'arcivescovo di Homs dicono l'opposto nello stesso mese. Non l'economia, perché l'assistenza umanitaria copre un quinto dei bisogni. Non la rappresentanza, perché un terzo del parlamento è di nomina presidenziale.
Viene definita stabile una relazione, e la contabilità degli ultimi venti mesi la descrive con precisione. L'11 novembre 2025 Ahmed al-Sharaa — già emiro della filiale siriana di al-Qaeda, già titolare di una taglia americana da dieci milioni di dollari — viene ricevuto alla Casa Bianca; nei giorni precedenti il Consiglio di Sicurezza revoca le sanzioni personali che lo colpiscono e Washington lo toglie dalla lista dei terroristi globali. Dall'incontro escono l'ingresso di Damasco nella coalizione anti-ISIS a guida americana, la sospensione per 180 giorni del Caesar Act e una base militare statunitense presso la capitale. Nel gennaio 2026, con mediazione statunitense e trattativa condotta a Parigi, la Siria approva un meccanismo congiunto di scambio di intelligence con Israele. Nel luglio 2026 l'amministrazione americana annuncia la rimozione della Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Nel frattempo Damasco firma il collegamento dell'Iraq al porto di Baniyas.
Chi ha finanziato per un decennio la destabilizzazione della Siria oggi ne certifica la stabilità. È lo stesso soggetto, con gli stessi apparati: l'amministrazione che nel 2013 autorizzò Timber Sycamore è la stessa che nel 2025 ha ricevuto alla Casa Bianca il comandante uscito da al-Nusra, dopo avergli tolto la taglia dalla testa. La parola "stabilità" non descrive quindi la Siria: registra il completamento di un'operazione. È un certificato di collaudo, e accettarne il lessico significa accettare che la vittima di un assedio venga dichiarata sana da chi l'ha assediata.
Aggiungo il rilievo che nessuno solleverà in sede internazionale: il governo che oggi riceve questa certificazione è quello sotto il quale sono avvenuti i massacri costieri del marzo 2025 e quelli di Suwayda del luglio successivo, e sotto il quale la Commissione ONU documenta detenzioni in incommunicado e giustizieri impuniti a Homs. La stabilità certificata a Damasco il 25 luglio 2026 è compatibile con tutto questo perché non è di questo che parla.
Chi paga il conto
Mourad non chiede corridoi umanitari per i cristiani, e questo lo distingue da buona parte del dibattito europeo. Chiede investimenti nell'istruzione e nelle scuole, posti di lavoro per i giovani, spazi d'incontro che superino i confini confessionali. Ha ricordato che nessuno lascia volontariamente la propria patria e che la missione della Chiesa oggi consiste nell'ascoltare le persone, camminare accanto a loro e costruire insieme. È l'unico programma politico serio emerso in tutta questa settimana, e viene dall'uomo che ha meno potere di tutti quelli che hanno parlato.
Nella contabilità dei vincitori, il cristianesimo siriano è una voce che non compare a bilancio. Nella contabilità della realtà, la scomparsa di una comunità che abitava quella terra da prima dell'Islam è il risultato misurabile di una politica estera, e chi quella politica l'ha decisa non ne ha mai risposto davanti a nessun tribunale né davanti a nessun elettorato.
Una nazione non torna stabile perché ha smesso di resistere. Torna stabile quando chi ci vive può restarci senza chiedere il permesso a una milizia, mandare i figli a scuola e seppellire i propri morti senza temere il turno successivo. In quindici anni di lavoro su questo dossier ho visto cambiare quasi tutto — i nomi delle formazioni armate, gli slogan, le alleanze, perfino il colore politico delle amministrazioni americane — e restare identica una sola cosa: che il popolo siriano non è mai stato il soggetto di nessuna delle decisioni prese sul suo destino.













