Il debito che non si nomina: quando l'austerità serve a disciplinare, non a risanare
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha adottato il pacchetto di primavera del Semestre europeo e ha consegnato all'Italia sei raccomandazioni — conti pubblici, fiscalità, lavoro, giustizia, energia, coesione territoriale. Nel documento ufficiale, il COM(2026) 212, due disposizioni stanno fianco a fianco e si contraddicono. Da un lato la procedura per disavanzo eccessivo aperta nel 2025 resta in vigore, e Bruxelles continua a chiedere disciplina sulla crescita della spesa netta. Dall'altro, nello stesso testo, la Commissione concede all'Italia una flessibilità di bilancio precisa: fino allo 0,3% del PIL all'anno tra il 2026 e il 2028 — con un tetto cumulato dello 0,6% — per la resilienza del sistema energetico, oltre alla clausola nazionale di salvaguardia che apre spazio fiscale per la spesa militare.
Le accosto di proposito, perché il loro contrasto dice più di qualunque editoriale. Lo stesso vincolo che impone disciplina sui conti viene sospeso quando si tratta di armi ed energia di sicurezza. L'austerità, in altre parole, non è un muro: è una porta che si apre o si chiude a seconda di chi bussa e di cosa chiede. E questo, prima ancora di qualsiasi giudizio politico, è un fatto contabile osservabile. Da qui voglio partire, perché racconta la natura reale di una regola che da quindici anni viene presentata come necessità tecnica, mentre è — molto più semplicemente — uno strumento di disciplina.
Un decimale elevato a dogma, una regola senza fondamento scientifico
I numeri del pacchetto di primavera fotografano un Paese sotto tutela. Il deficit italiano è sceso dal 3,4% del PIL del 2024 al 3,1% del 2025, e le previsioni della Commissione lo collocano al 2,9% per il 2026 e il 2027. Il debito pubblico, invece, è salito al 137,1% del PIL a fine 2025, contro il 134,7% di dodici mesi prima, ed è atteso al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. La crescita del PIL reale, nel frattempo, è ferma allo 0,5% nel 2026 e allo 0,6% nel 2027: secondo l'OCSE, nel 2026 l'Italia sarà l'economia che cresce meno tra quelle del G20.
Ho già raccontato, in «Lo 0,07% che spaventa Bruxelles», quanto sia sproporzionata la reazione europea a uno sforamento da manuale di ragioneria. Vale la pena ripeterlo, perché è il cuore della questione: il parametro del 3% di deficit non nasce da alcun modello economico rigoroso. Come ha documentato l'economista Gianfranco Viesti, dell'Università di Bari, i criteri di Maastricht — fissati nel 1992 — discendono da convinzioni politico-ideologiche più che da una teoria, e furono tarati su ipotesi di crescita reale superiore al 3% annuo, condizioni che l'Europa non ha più conosciuto stabilmente dopo il 2008. La gabbia è stata disegnata per un animale che non esiste più, e nessuno, da allora, si è preso la briga di ridisegnarla.
La conseguenza è quella che vediamo: un sistema che giudica la salute di un'economia guardando un rapporto — debito su PIL — e che agisce quasi sempre sul numeratore, mai sul denominatore. Si chiede di tagliare il debito, raramente di far crescere il prodotto. Eppure la matematica è semplice e impietosa: se il PIL cresce più rapidamente del costo medio del debito, il rapporto scende da solo. È la crescita, non la forbice, a rendere sostenibile un debito. Continuare a ignorarlo non è rigore. È un errore concettuale che si ripete da quindici anni.
Il debito che costruisce e il debito che consuma
Una distinzione elementare separa due forme di debito, e la governance economica europea continua a ignorarla: indebitarsi per comprare una casa non equivale a indebitarsi per coprire le bollette arretrate. Ne ho scritto diffusamente in «Debito produttivo e improduttivo», e la richiamo qui perché è il filtro con cui andrebbe letto l'intero pacchetto di primavera.
Quando uno Stato si indebita per costruire una rete ferroviaria, un impianto di energia rinnovabile, un'infrastruttura digitale o un sistema d'istruzione tecnica, sta investendo: crea capacità produttiva che ripaga, almeno in parte, attraverso la crescita che genera. Quando invece si indebita per coprire spesa corrente improduttiva o per pagare gli interessi sul debito già accumulato, non crea valore: sposta il problema nel tempo. Il Patto di Stabilità, i parametri di Maastricht, i criteri del Semestre europeo trattano i due euro allo stesso modo. Un euro speso per un rigassificatore pesa quanto un euro che evapora, ai fini del rapporto deficit/PIL.
Il risultato pratico è perverso. Costretti a contenere il deficit complessivo, i governi tagliano ciò che è politicamente più facile tagliare nel breve termine: gli investimenti. La spesa corrente — pensioni, stipendi, trasferimenti — è quasi impossibile da ridurre senza pagare un prezzo elettorale immediato. Così l'austerità europea, applicata indiscriminatamente, finisce per colpire proprio la spesa che costruisce futuro, lasciando intatta quella che lo consuma. Joseph Stiglitz lo ripete da anni con i dati alla mano: l'esperimento dell'austerità in Europa è fallito nei suoi stessi termini, perché ha distrutto la base produttiva che avrebbe dovuto risanare i conti. Sulla stessa linea Paolo Savona, che da decenni denuncia l'asimmetria di un sistema in cui la moneta serve i creditori e non l'economia reale.
A monte c'è un vizio d'origine che ho già messo a fuoco: il mandato della Banca Centrale Europea. La BCE nasce nel 1998 con un compito solo — la stabilità dei prezzi, l'inflazione vicino al 2%. Non ha il mandato esplicito di sostenere la crescita o l'occupazione, a differenza della Federal Reserve americana, che ne ha due. Un'architettura monetaria costruita per combattere un nemico — l'inflazione — anche quando il nemico reale era la stagnazione.
La prova storica: quando la cura peggiora la malattia
La memoria storica, qui, è più eloquente di qualunque teoria. Tre casi bastano a chiarire il punto.
Caso
Debito/PIL prima
Debito/PIL dopo
Effetto sul PIL
Grecia (2010-2015)
~146%
oltre 178%
crollo di circa il 25%
Italia (2011-2013)
~120%
~132%
recessione, due anni di contrazione
Germania di Brüning (1930-1932)
crescente
esplosivo
disoccupazione oltre 6 milioni
La Grecia resta il precedente più crudo. Tra il 2010 e il 2015 Atene applicò uno dei programmi di austerità più severi della storia contemporanea. Il risultato fu un crollo del PIL di circa un quarto, una distruzione di capacità produttiva senza precedenti in tempo di pace, e un rapporto debito/PIL che salì — non scese — da circa il 146% a oltre il 178%. La cura non guarì la malattia: la aggravò. James K. Galbraith, che seguì da vicino quella vicenda, ha descritto il programma greco come una punizione travestita da risanamento, dove l'obiettivo dichiarato (la sostenibilità del debito) e quello reale (la disciplina di un Paese) non coincidevano.
L'Italia del 2011-2013 racconta una versione meno estrema ma identica nella logica. In piena crisi del debito sovrano furono introdotte manovre restrittive per decine di miliardi tra tagli e aumento della pressione fiscale, mentre la BCE manteneva una postura ancora ancorata al timore dell'inflazione. Il prodotto interno si contrasse per due anni di seguito e il debito, alla fine del periodo, non era diminuito ma aumentato, dal 120% a circa il 132% del PIL. L'austerità in fase recessiva non solo deprime la crescita: erode la base fiscale necessaria a sostenere il debito stesso.
Il terzo precedente è quello che inquieta di più, perché tocca le fondamenta politiche e non soltanto i conti. Nella Germania del 1930-1932 il cancelliere Heinrich Brüning rispose alla Grande Depressione con una deflazione di bilancio applicata per decreto: tagli alla spesa, salari compressi, equilibrio contabile imposto a ogni costo. La disoccupazione superò i sei milioni. Quella politica non salvò né i conti né l'ordine costituzionale: lo precedette di pochi mesi nel suo collasso. La storia non si ripete mai uguale, ma insegna che una società a cui si chiede solo sacrificio, senza prospettiva, smette prima o poi di credere alle istituzioni che glielo chiedono.
Esiste anche il contro-esempio, ed è altrettanto istruttivo. Dopo il 1945 gli Stati Uniti uscirono dalla guerra con un debito superiore al 100% del PIL. Lo ridussero in trent'anni non con i tagli, ma con la crescita e un'inflazione moderata: l'economia divenne così grande che il debito, in proporzione, si rimpicciolì. È la dimostrazione empirica del principio che l'Europa continua a rifiutare: si esce dal debito producendo, non comprimendo.
Il paradosso Draghi: la Commissione contro sé stessa
Bruxelles dovrebbe imbarazzarsi di una contraddizione che invece nessuno nomina. La stessa Commissione che mantiene l'Italia sotto procedura ha commissionato, nel 2024, un rapporto sulla competitività europea all'uomo che più di chiunque altro incarna la credibilità monetaria del continente: Mario Draghi.
Quel rapporto, presentato il 9 settembre 2024, parte da una cifra che ogni discussione sui conti pubblici dovrebbe avere davanti. Per non scivolare nell'irrilevanza economica rispetto a Stati Uniti e Cina, l'Europa dovrebbe investire tra i 750 e gli 800 miliardi di euro all'anno — circa il 5% del PIL dell'Unione, una quota superiore, in proporzione, a quella del Piano Marshall del dopoguerra. Innovazione tecnologica, energia, sicurezza: tre fronti che richiedono spesa pubblica massiccia e continuativa.
Il paradosso è netto. La Commissione chiede agli Stati di investire come mai prima, e contemporaneamente li lega con regole pensate per impedirglielo. Lo stesso documento di primavera ripete il mantra che «competitività e sostenibilità di bilancio vanno di pari passo», ma il punto di equilibrio resta strettissimo proprio per i Paesi a debito elevato. Si chiede all'Italia di canalizzare verso investimenti produttivi il suo elevato risparmio privato, e nello stesso tempo le si nega lo spazio fiscale per guidare quegli investimenti con la mano pubblica.
Mariana Mazzucato ha demolito da tempo il pregiudizio che sta dietro questa contraddizione: l'idea che lo Stato sia un peso e che l'innovazione venga solo dal privato. Le grandi rivoluzioni tecnologiche del nostro tempo — da internet alle rinnovabili — sono nate da investimenti pubblici pazienti e ad alto rischio, che nessun mercato avrebbe sostenuto da solo. Uno Stato che si vieta di investire non è uno Stato virtuoso: è uno Stato che si amputa.
La vera funzione dell'austerità: disciplinare
A questo punto la domanda non è più se l'austerità funzioni — sappiamo che, come ricetta di risanamento, non funziona. La domanda è a cosa serva davvero. E la risposta, osservando i comportamenti più che le dichiarazioni, è che serva a disciplinare.
Disciplinare i bilanci nazionali significa sottrarli al controllo democratico e affidarli a un automatismo contabile che decide al posto degli elettori. Disciplinare il lavoro significa tenere alta la disoccupazione abbastanza da comprimere i salari e mantenere la «competitività» fondata sull'export e sul contenimento dei costi. Alberto Bagnai e Claudio Borghi, dalle istituzioni, lo dicono ormai senza giri di parole: il Patto di Stabilità, applicato in un contesto geopolitico radicalmente mutato, non funziona, e continuare a invocarlo equivale a curare una polmonite con le sanguisughe. Nino Galloni e Antonio Maria Rinaldi insistono da anni sullo stesso nodo: un'economia che subordina ogni scelta al vincolo esterno rinuncia alla propria sovranità, cioè alla capacità di decidere quali bisogni dei propri cittadini soddisfare e in che ordine.
Qui entra in gioco un meccanismo che il dibattito mainstream nomina di rado: la costruzione del consenso. Le opinioni favorevoli all'austerità che dominano i grandi media europei provengono in larga parte da ambienti legati al settore bancario e industriale, che hanno un interesse diretto a un contesto di salari contenuti e bilanci pubblici compressi. Economisti indipendenti e rappresentanze del lavoro ricevono uno spazio enormemente inferiore. Ne deriva una narrazione squilibrata, che presenta l'austerità come fatalità tecnica anziché come ciò che è: una scelta politica tra alternative possibili, che redistribuisce potere e ricchezza in una direzione precisa. Hyman Minsky, lo ricordo, ammoniva che «la stabilità è destabilizzante»: un sistema costruito per apparire equilibrato genera fragilità interne se non è sostenuto da crescita reale.
L'eccezione che svela la regola: spazio fiscale per le armi
Riprendo l'osservazione iniziale, perché è qui che trova conferma. Il pacchetto di primavera 2026 dimostra che lo spazio fiscale esiste — quando si vuole trovarlo. La clausola nazionale di salvaguardia per la difesa e la flessibilità energetica fino allo 0,6% del PIL cumulato non sono concessioni a una necessità contabile: sono il riconoscimento esplicito che le regole possono piegarsi davanti a una priorità politica. La priorità, oggi, è il riarmo.
Non è un caso isolato. È la stessa logica del piano ReArm Europe da 800 miliardi che ho analizzato a parte, ed è la stessa logica che attraversa la serie «Il calcolo della morte»: un Occidente che sa benissimo come reperire risorse quando si tratta di spesa militare, e che improvvisamente riscopre il vincolo di bilancio quando si parla di sanità, scuola, lavoro, casa. La cifra è impressionante per simmetria: gli 800 miliardi annui che Draghi indica come necessari per la competitività coincidono, quasi al miliardo, con i 750-800 miliardi che il continente si appresta a mobilitare per le armi entro il 2030. Lo stesso ordine di grandezza, due destinazioni opposte. La scelta tra le due non è economica: è morale e politica. E rivela la vera gerarchia di valori di un sistema che si dichiara incapace di investire nel futuro dei propri giovani mentre trova istantaneamente i fondi per il riarmo.
Le conseguenze morali e sociali
Dietro le variabili macroeconomiche ci sono persone reali, ed è qui che l'analisi tecnica deve cedere il passo a uno sguardo più ampio. La Commissione stessa, nel suo rapporto-paese, descrive un'Italia dalla produttività debole, dall'energia cara, dalla demografia sempre più sfavorevole. Sono le cicatrici di quindici anni di crescita compressa. Secondo le rilevazioni di Eurofound, oltre un terzo degli europei fatica ad arrivare a fine mese, e una quota larga dei giovani tra i diciotto e i trentaquattro anni continua a vivere con i genitori per ragioni economiche, soprattutto nel Sud del continente. Non è una fluttuazione ciclica: è una compressione strutturale delle opportunità, scaricata sulle generazioni che non hanno colpa del debito che si chiede loro di onorare.
Lo scrivo senza alcun moralismo. Ma una civiltà che ha posto al centro la dignità della persona — come ho cercato di mostrare in «La dignità dell'uomo» — non può ridurre la politica economica a un esercizio di ragioneria. La dottrina sociale cristiana insegna che l'economia è per l'uomo e non l'uomo per l'economia; che il bene comune non è la somma dei conti in pareggio, ma le condizioni che permettono alle persone e alle comunità di fiorire. Quando un sistema chiede sacrifici crescenti senza prospettiva di miglioramento, la fiducia si erode in modo lento e difficilmente reversibile. E la storia — la Germania di Brüning lo ricorda — insegna che da quell'erosione non nasce mai nulla di buono. L'ascesa di movimenti radicali e antisistema, in tutta Europa, non è un'anomalia: è la conseguenza prevedibile di stagnazione economica e perdita di fiducia nelle istituzioni.
Una questione di equilibrio, non di ideologia
Non si tratta di sostituire un dogma con un altro. Non difendo la spesa pubblica illimitata, né ignoro i rischi dell'inflazione o di un debito improduttivo lasciato crescere senza criterio. Wilhelm Röpke, economista cristiano e tutt'altro che spendaccione, ricordava che un'economia sana non si costruisce su basi puramente contabili, ma richiede un ordine sociale e produttivo vitale. È esattamente questo che manca all'impianto europeo: la capacità di distinguere il debito che costruisce da quello che consuma, l'investimento dal mero trasferimento, la priorità che dà futuro da quella che lo divora.
La vera questione, allora, non è se l'Europa possa permettersi di investire. È se possa permettersi di non farlo — mentre trova senza esitazione le risorse per riarmarsi. Il debito che non si nomina non è quello scritto nei bilanci: è quello morale che si accumula verso una generazione a cui si chiede disciplina e a cui si nega prospettiva. Ed è un debito che, a differenza dell'altro, nessuna manovra potrà mai ristrutturare.
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Commissione europea – COM(2026) 212 final, Raccomandazione del Consiglio sulla politica economica dell'Italia (https://reforms-investments.ec.europa.eu/document/download/66face8a-f8ac-4bd0-b5e2-e114201e219f_it)
Adnkronos / Eurofocus – Semestre europeo, le quattro priorità del Pacchetto di primavera 2026 (https://eurofocus.adnkronos.com/politics/semestre-europeo-priorita-pacchetto-primavera-2026/)
QuiFinanza – Raccomandazioni UE all'Italia 2026: sei richieste su debito, fisco e lavoro (https://quifinanza.it/economia/raccomandazioni-ue-italia-2026/996573/)
Parlamento europeo – Draghi to MEPs: Europe faces a choice between exit, paralysis, or integration (https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20240913IPR23903/draghi-to-meps-europe-faces-a-choice-between-exit-paralysis-or-integration)
LaPresse – UE, per l'Italia resta la procedura per deficit eccessivo ma ok a flessibilità per l'energia (https://www.lapresse.it/economia/2026/06/03/ue-litalia-resta-in-procedura-per-deficit-eccessivo/)