Crosetto offre un incarico a Fedorov: che cosa dice davvero quella telefonata
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
La telefonata che spiega il progetto industriale dietro le armi a Kiev
«Io l'ho chiamato il giorno dopo la sua destituzione e gli ho detto: quando vuoi venire a Roma a collaborare con me come advisor?». La frase è di Guido Crosetto, intervistato da Francesco Bei per Repubblica e uscita il 25 luglio. Il destinatario è Mykhailo Fedorov, rimosso pochi giorni prima dalla guida del ministero della Difesa ucraino. Alla domanda su come avesse reagito, il ministro italiano risponde che l'interlocutore era «commosso» e aveva letto la proposta come un gesto di stima.
Reuters ha rilanciato la notizia nel giro di poche ore e il dispaccio ha fatto il giro delle redazioni internazionali entro sera. In Italia è passata come notiziola di colore, incastrata tra il Mar Rosso e le forniture di difesa aerea.
Chi è Fedorov conta parecchio, per capire la portata della telefonata. Trentacinque anni, ministro dal gennaio 2026, in carica per sei mesi appena. Prima di lui la Difesa ucraina era una macchina burocratica classica; con lui è diventata un laboratorio di automazione, droni d'attacco a lungo raggio, sistemi robotici, decentramento delle decisioni operative. La sua rimozione, dentro il rimpasto ordinato da Zelensky a metà luglio, ha portato in piazza migliaia di persone a Kiev e in altre città: le seconde proteste dopo quelle contro la legge sulle agenzie anticorruzione.
Un dettaglio, in tutta questa vicenda, merita di essere isolato. Zelensky aveva offerto a Fedorov di restare come consigliere, e Fedorov aveva rifiutato. L'offerta romana, invece, lo ha commosso.
Che cosa dovrebbe consigliare, a Roma, un tecnologo di Kiev
Non c'era nessuno, in Italia, in grado di consigliarlo? È la prima cosa che viene in mente leggendo la notizia, e viene in mente per un motivo elementare. L'Italia ha Leonardo, Fincantieri, Avio, Elettronica, MBDA Italia, una filiera aerospaziale e di difesa tra le prime cinque d'Europa. Ha un Segretariato generale della Difesa con una Direzione nazionale degli armamenti, tre accademie militari, il Centro Alti Studi per la Difesa, un Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica. Un ministro che, davanti a questo apparato, cerca consulenza in un uomo estromesso quattro giorni prima dal governo di un Paese in guerra sta dicendo qualcosa sul valore che attribuisce all'apparato stesso.
La stessa domanda l'ha poi usata Maria Zakharova, su Telegram, aggiungendoci un paragone con Osama bin Laden per trasformarla in insulto diplomatico e come tale va trattato. La domanda no: era già lì prima che Mosca la raccogliesse, perché la pone chiunque legga il dispaccio. E resta in piedi anche quando si smette di cercarne una risposta polemica e si comincia a cercarne una tecnica.
Crosetto una risposta l'ha data, e sta nella stessa intervista: definisce Fedorov «uno di quelli che ha stravolto completamente le regole del gioco» sul campo di battaglia. Giorni prima, il ministero della Difesa italiano aveva diffuso una nota di ringraziamento al collega uscente per il dialogo costante e per il contributo allo sviluppo delle capacità tecnologiche della Difesa ucraina.
Chi si è occupato di industria della difesa sa leggere questo lessico. Un ministro non chiama un ex ministro straniero per una consulenza generica sulla sicurezza nazionale. Lo chiama quando esiste un programma condiviso in cui quella competenza specifica ha un valore operativo immediato.
La ricostruzione di Alessandro Orsini
Il 24 luglio, sul Fatto Quotidiano (ed anche sullìomologo canale youtube), Alessandro Orsini ha pubblicato un intervento che va letto insieme alla notizia della telefonata, perché è la chiave che le restituisce senso. Il sociologo della Luiss articola la sua tesi attorno a una distinzione che considera dirimente, e che nel dibattito italiano non compare quasi mai.
Il sostegno militare d'emergenza è una cosa: aiuti dati a un Paese che fronteggia un'invasione improvvisa e deve sopravvivere. Il progetto geopolitico è un'altra: «I contratti che i Paesi dell'Unione europea stanno firmando per costruire armi con Zelensky nei prossimi decenni non hanno niente a che vedere con il sostegno militare d'emergenza».
Sulla natura di quel progetto Orsini è esplicito: «Sotto la guida di Ursula von der Leyen, Meloni e Crosetto stanno lavorando per integrare l'industria bellica dell'Italia e dell'Ucraina». L'obiettivo dichiarato dai due, sostenere la resistenza attuale e impedire la caduta di Kiev, viene giudicato falso: «Questi contratti daranno i loro frutti nel lungo periodo, perché la strategia di Crosetto-Meloni è trasformare l'Ucraina in un esercito temibilissimo».
Da qui discende il giudizio più duro. Trasformare l'Ucraina in una superpotenza militare, secondo Orsini, «significa rendere impossibile la pace, perché questa è una situazione geopolitica che la Russia non accetterà mai per nessun motivo al mondo». Il governo italiano si troverebbe così a dire una cosa e a farne un'altra: «Perseguono un progetto geopolitico che rende impossibile la pace e dall'altra dicono agli italiani che vogliono la pace».
Il secondo pilastro dell'analisi riguarda il metodo comunicativo. Orsini lo chiama strategia del silenzio. «Dopo anni di verbosità incontrollata, Giorgia Meloni e Guido Crosetto hanno smesso di parlare della guerra in Ucraina», e questo silenzio «è fondamentale per comprendere la manipolazione dell'opinione pubblica».
La datazione che propone è precisa: la svolta matura verso la fine del dicembre 2023, si consolida nel gennaio 2024 e viene rafforzata dall'ascesa di Trump. Il fattore scatenante è il fallimento della controffensiva ucraina. «Meloni, che aveva sfoggiato la certezza assoluta che l'Ucraina avrebbe sconfitto la Russia, prese atto del fallimento del progetto della Casa Bianca».
Nel video pubblicato a corredo dell'articolo, Orsini elenca ciò di cui la presidente del Consiglio ha dovuto prendere atto: l'Ucraina aveva perso i territori più ricchi e strategici e quasi interamente lo sbocco al mare; era in bancarotta e retta dagli aiuti esterni; la Russia non era isolata e godeva del sostegno cinese; le imprese italiane pagavano un costo enorme per le sanzioni; Mosca lanciava missili Oreshnik per segnalare disponibilità all'escalation nucleare. E l'Italia, per armare Kiev, si era «semidemilitarizzata» — riferimento alle ammissioni dello stesso Crosetto, nel settembre 2025, sull'incapacità italiana di reggere un attacco.
A quel punto, sostiene Orsini, si è aperto un problema politico personale: «Meloni aveva sbagliato i suoi calcoli e aveva il problema di nasconderlo con la disinformazione». La riscrittura retroattiva è quella secondo cui l'Italia non avrebbe mai scommesso sulla vittoria ucraina, limitandosi a impedire a Putin di arrivare a Kiev. Orsini la smonta con una frase sola: «La controffensiva armata da Crosetto era per sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, non per difendere Kiev da un assedio».
Il terzo passaggio è quello che più interessa, perché tocca la responsabilità politica. Crosetto, argomenta Orsini, «deve fingere di non prendere decisioni per apparire politicamente irresponsabile»: dice di armare l'Ucraina perché non ha alternativa. Ma l'alternativa esiste, e ha un nome tecnico preciso. «Crosetto può scegliere se trasformare l'Ucraina in uno stato cuscinetto demilitarizzato nell'interesse dell'Italia», che secondo il sociologo è la soluzione che allontana di più il rischio di internazionalizzazione del conflitto.
La conclusione è un'assunzione di responsabilità anticipata, formulata a freddo: se mai l'Italia dovesse trovarsi in guerra con la Russia, o se l'Ucraina dovesse subire un attacco nucleare, «io lo dirò che tu sei corresponsabile». Orsini precisa di dirlo adesso proprio per non sfruttare, in futuro, l'onda emotiva di una tragedia.
Le parole di von der Leyen, non le illazioni
La ricostruzione di Orsini poggia su un'attribuzione forte: che l'integrazione industriale sia una decisione della Commissione europea, e che Roma vi si sia allineata. Quella parte non ha bisogno di deduzioni, perché è documentata dalle dichiarazioni della diretta interessata.
A Kiev, il 24 febbraio 2026, von der Leyen ha presentato il prestito che la Commissione ha battezzato con il nome della strategia del porcospino d'acciaio, destinato ad approvvigionamento, produzione e sviluppo di equipaggiamenti avanzati, dai droni ai missili alle munizioni. Nello stesso intervento ha aggiunto: «Stiamo lavorando intensamente all'integrazione delle nostre industrie della difesa». E poco oltre, senza perifrasi: «L'obiettivo è una maggiore integrazione».
Un anno prima, presentando il Libro bianco sulla difesa, la stessa presidente aveva indicato la direzione: «Dobbiamo accelerare l'integrazione dell'Ucraina nel mercato europeo». Il motivo dichiarato è industriale prima ancora che militare — l'industria ucraina, spiegava, sa innovare in tempo reale e produrre in modo più rapido ed economico.
Sul versante italiano il tassello è noto ai lettori di questo blog: il «Drone Deal» aperto tra Roma e Kiev, la produzione congiunta di sistemi senza pilota, i sei miliardi della EU-Ukraine Drone Alliance. Ho già descritto altrove come questo insieme funzioni ormai da ecosistema industriale con incentivi propri alla continuazione del conflitto.
Messi in fila, questi elementi rendono la telefonata a Fedorov perfettamente leggibile. Un ministro che sta costruendo una filiera italiana di droni e sistemi autonomi cerca l'uomo che quella filiera l'ha creata sotto bombardamento. È coerente. La coerenza, però, appartiene al progetto industriale, non alla versione pubblica in cui l'Italia si limita a soccorrere un Paese aggredito.
Le lavatrici di Tallinn
Orsini insiste su un episodio del 2022, e ha ragione a insistere. Il 10 ottobre di quell'anno, al Tallinn Digital Summit, von der Leyen dichiarò che l'esercito russo cannibalizzava lavatrici e frigoriferi per ricavarne semiconduttori destinati all'hardware militare. Il testo è ancora sul sito della Commissione, discorso 22/6063, e una formulazione analoga era già comparsa nel discorso sullo stato dell'Unione del settembre precedente.
Quella frase non fu una battuta infelice. Fu la premessa operativa su cui l'Europa costruì l'aspettativa della controffensiva del 2023: un avversario allo stremo, privo di componentistica, prossimo al collasso industriale. Sulla base di quella premessa vennero decise consegne, tempi, obiettivi militari. Quattro anni dopo, la Russia produce missili ipersonici in quantità e l'Europa discute di come ricostituire le proprie scorte.
Orsini colloca il caso dentro la tesi del suo ultimo libro, Disinformazione: la manipolazione che colpisce gli italiani non arriva dal Cremlino, che non ha capacità di penetrazione nel sistema informativo nazionale, ma dai vertici europei e italiani. Chiunque abbia seguito il dibattito pubblico di quei mesi ricorda quanto poco spazio ebbe la verifica di quell'affermazione.
Il conto che tocca agli italiani
Nella stessa intervista a Repubblica, Crosetto fornisce le cifre. Risorse aggiuntive per la Difesa pari allo 0,30% del Pil nel 2027, circa sei miliardi, e una cifra analoga nel 2028. Sul nuovo pacchetto per Kiev ammette che ora servono sistemi rari e sofisticati, soprattutto difesa aerea, e che «la domanda è cento volte superiore all'offerta». Chiude con una formula che vale la pena rileggere: «Questo ci obbliga ad aiutare ancora di più l'Ucraina».
L'obbligo, in politica estera, è quasi sempre una scelta che ha rinunciato a presentarsi come tale. Il meccanismo lo ha descritto più volte Thomas Fazi analizzando il rapporto tra vincoli europei e sovranità di bilancio: quando la decisione viene collocata a un livello dove nessun elettorato può raggiungerla, il governo nazionale può eseguirla presentandosi come esecutore di una necessità.
Nino Galloni insiste da anni su un aspetto correlato e più concreto: una spesa militare finanziata a debito in un Paese sotto vincolo di bilancio non si aggiunge alle altre voci, le sostituisce. Sei miliardi l'anno hanno un costo-opportunità che si misura in sanità, scuola, manutenzione del territorio.
Sul piano strategico, la lettura di Jeffrey Sachs è nota e conserva la sua forza: l'espansione dell'architettura di sicurezza occidentale verso est è la causa strutturale del conflitto, non il rimedio. Glenn Diesen ha aggiunto l'osservazione che rende il quadro più scomodo per Bruxelles: un'Europa che si costituisce come attore geopolitico attraverso il riarmo finisce per avere bisogno della minaccia che dichiara di voler neutralizzare.
Rimane il paradosso più semplice, e nessuno lo affronta. Un Paese che ammette di non potersi difendere da un attacco di poche ore sta spendendo per rendere un altro Paese militarmente formidabile. La difesa nazionale e il progetto geopolitico procedono in direzioni opposte, e solo il secondo riceve finanziamento certo.
Ciò che il silenzio sottrae
La strategia descritta da Orsini ha una conseguenza che va oltre la responsabilità di due ministri. Quando un progetto pluridecennale viene attuato senza mai essere nominato, gli italiani non vengono soltanto ingannati: vengono espropriati della possibilità di giudicare. Non si può essere d'accordo o in disaccordo con qualcosa che non è stato messo in discussione.
Ho scritto altre volte che l'economia di guerra europea si costruisce a bassa dichiarazione formale: deroghe d'urgenza, crediti dedicati, catene di fornitura protette, nessun voto che chieda esplicitamente al Paese se voglia diventare retrovia produttiva di un conflitto. La telefonata a Fedorov appartiene a questa grammatica. Non è un atto clandestino — è stata raccontata dal ministro stesso a un grande quotidiano — ma il suo significato resta illeggibile finché la cornice rimane taciuta.
C'è poi la questione che sta sotto tutte le altre, e che la contabilità dei pacchetti d'aiuto non registra mai. Ogni sistema d'arma consegnato ha un punto di arrivo che è un corpo umano. Ogni contratto ventennale firmato oggi presuppone che tra dieci anni ci sia ancora qualcuno da colpire e qualcuno da mandare al fronte. Un'industria che pianifica su quell'orizzonte ha bisogno, per esistere, che la guerra duri.
La domanda su chi debba consigliare il ministro della Difesa italiano, allora, non riguarda l'orgoglio nazionale. Riguarda che cosa quel ministro stia costruendo, e per conto di chi. Su questo l'Italia non ha ancora avuto un dibattito. Ha avuto un silenzio, interrotto ogni tanto da una notizia che sfugge di mano — come una telefonata raccontata con troppa naturalezza.
Riferimenti
Reuters / Internazionale – Italy defence minister offers ousted Ukraine counterpart Fedorov adviser role (https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/07/25/italy-defence-minister-offers-ousted-ukraine-counterpart-fedorov-adviser-role) LaPresse – Crosetto su Iran e Ucraina: "Le navi italiane restano nel Mar Rosso. Presto nuove armi a Kiev" (https://www.lapresse.it/politica/2026/07/25/crosetto-su-iran-e-ucraina-le-navi-italiane-restano-nel-mar-rosso-preso-nuove-armi-a-kiev/) Antimafia Duemila / Il Fatto Quotidiano – Orsini: "Meloni e Crosetto hanno scelto la strategia del silenzio sulla guerra in Ucraina" (https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/topnews/orsini-meloni-e-crosetto-hanno-scelto-la-strategia-del-silenzio-sulla-guerra-in-ucraina) Commissione europea – Keynote address by President von der Leyen at the Tallinn Digital Summit, 10 ottobre 2022 (https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/da/speech_22_6063) ANSA – Von der Leyen, 'la parola si mantiene, il prestito a Kiev ci sarà' (https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/02/24/von-der-leyen-la-parola-si-mantiene-il-prestito-a-kiev-ci-sara-2_283536a3-14e1-4ba4-8728-9175d75d910e.html)
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