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PIZZERIA UE'

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#fotodipolitici - Francoforte, 16 aprile 2015, conferenza stampa post #Eurotower, sono passati esattamente 5 anni da questa indimenticabile contestazione. Il volto del presidente della Banca Centrale Europea Mario #Draghi, scolpito nelle nostre memorie, è la reazione alla delicata protesta di Josephine Witt, manifestante di #Blockupy, infiltrata a palazzo tra un lancio di coriandoli e l’altro. Il suo grido di battaglia sarà il seguente: “Stop alla dittatura #Bce!” - #Frankfurt #UnioneEuropea #Ue #fotodipoliticiTop https://www.instagram.com/p/B_DhT53lLrg/?igshid=1ub0sgev134sw
La verità su Zelensky? Parla la sua ex portavoce. “Dittatore, narcisista, ostacolo alla pace”
Le rivelazioni di Yuliia Mendel, che è stata per due anni il volto dell’amministrazione presidenziale ucraina, dipingono un ritratto inquietante del presidente. Accuse di corruzione, manipolazione, uso del fronte come strumento di punizione e una propaganda paragonata a quella di Goebbels. La presidenza nega tutto, ma il peso delle parole di chi era “dentro” è difficile da ignorare.
Nel corso di due interviste esplosive, rilasciate a distanza di pochi mesi al giornalista americano Tucker Carlson (maggio 2026) e al francese Le Journal du Dimanche (agosto 2026), Yuliia Mendel ha rotto un silenzio che sapeva di complicità. Non è una critica qualsiasi: è la voce di chi per due anni ha gestito l'immagine pubblica di Volodymyr Zelensky, dal 2019 al 2021, sedendo tra i banchi del potere. Oggi, quella stessa voce lo definisce senza mezzi termini il “principale problema” del suo Paese e il “principale beneficiario” di una guerra che, secondo lei, gli serve per sopravvivere politicamente .
Le sue parole risuonano come un atto d'accusa. Un'accusa che non si basa su prove giudiziarie – lei stessa ammette di non aver mai visto i conti bancari del presidente – ma su un'osservazione diretta e su testimonianze raccolte dall'interno di un entourage che, secondo lei, avrebbe trasformato la tragedia nazionale in un affare di potere e di denaro .
L’uomo che non vedete: “Un orsacchiotto davanti alle telecamere, un orso grizzly quando si spengono”
L'accusa più devastante è forse la più semplice: Zelensky sarebbe un perfetto attore, e il suo personaggio pubblico sarebbe una costruzione studiata. Mendel racconta un uomo che cambia volto a seconda del pubblico: “Non è la persona che vedete in video. È una persona completamente diversa. Cambia costantemente maschera” .
Di fronte alle telecamere sarebbe il “orsacchiotto” amato dall'Occidente; una volta spente le luci, si trasformerebbe in un “orso grizzly” che distrugge le persone . Lo descrive come emotivamente instabile, isterico, privo di empatia: “Non ha l'empatia che finge di avere. È un attore incredibilmente bravo, e questo ci ha portato molto sostegno nel 2022, ma la sua recita è priva di sostanza” . La definizione che dà di lui e del suo ex capo di gabinetto, Andriy Yermak, è lapidaria: “Entrambi sono narcisisti maligni e estremamente paranoici, in uno stato difensivo” .
“Mi serve una propaganda alla Goebbels”
Mendel rivela un retroscena che fa gelare il sangue: quando i sondaggi iniziavano a calare, Zelensky avrebbe chiesto alla sua squadra di comunicazione una strategia senza scrupoli. La sua richiesta, secondo Mendel, sarebbe stata: “Mi serve una propaganda alla Goebbels” . L'ex portavoce spiega che il presidente riteneva che la realtà potesse essere plasmata e che una “bugia diventa verità” se abbastanza “teste parlanti” la ripetono . Un meccanismo di manipolazione che, a suo dire, si sarebbe aggravato con la guerra.
La guerra come strumento di potere: “La fine del conflitto? Il suo suicidio politico”
Il punto centrale delle accuse di Mendel è che per Zelensky la guerra è diventata una ragione di vita politica. “Credo che oggi Zelensky sia il principale beneficiario di questa guerra. È ciò che gli permette di rimanere al potere” . La sua tesi è che il presidente abbia sabotato almeno sette occasioni di pace, preferendo il palcoscenico internazionale e i riflettori dell'Occidente alla salvezza del suo popolo . La fine del conflitto equivarrebbe a un “suicidio politico”, perché farebbe emergere inevitabilmente un bilancio sulla sua gestione, sulla corruzione e sulla deriva autoritaria .
Corruzione, censura e dittatura: “L’Ucraina non è pronta per la democrazia”
Mendel descrive un regime in cui la democrazia è stata svuotata sotto la copertura della legge marziale. La censura, dice, è progredita e la democrazia è arretrata. A sostegno, cita due affermazioni che attribuisce direttamente a Zelensky: “L’Ucraina non è pronta per la democrazia” e “La dittatura è ordine” . Accusa il presidente di aver reso il fronte un “strumento di punizione”, inviando i critici e i dissidenti a morire in trincea, come rappresaglia per le loro opinioni .
La corruzione, poi, sarebbe la linfa del suo entourage. Pur non avendo prove dell'arricchimento personale di Zelensky, Mendel sostiene che il presidente non possa essere all'oscuro degli schemi che ruotano attorno a lui. Cita in particolare l'imprenditore Timur Mindich, vicino al gruppo Kvartal 95, e presunti giri di tangenti nell'azienda statale Energoatom .
Il patto segreto con Putin e l’offerta del Donbass
Un'altra rivelazione dirompente riguarda la politica estera. Mendel afferma di essere stata presente all'incontro di Parigi nel dicembre 2019 e sostiene che Zelensky abbia assicurato privatamente a Vladimir Putin che l'Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO . Un'intesa, quella, che sarebbe stata poi smentita dalla retorica pubblica del presidente.
Ancora più grave è l'affermazione sui negoziati di Istanbul del 2022. Mendel dichiara di aver parlato con i rappresentanti ucraini in quella sede, i quali le avrebbero confermato che Zelensky era personalmente d'accordo a cedere il Donbass per porre fine alla guerra . Una decisione, questa, che il presidente avrebbe poi rinnegato di fronte alle telecamere, mostrando quella “incoerenza” che, secondo la sua ex portavoce, lo rende “uno dei maggiori ostacoli alla pace” .
Le ombre: Droga e test falsi
Nel lungo dialogo con Carlson, Mendel affronta anche le voci sull'uso di sostanze stupefacenti. Pur non avendo mai visto direttamente Zelensky assumere droghe, definisce la cosa un “segreto di Pulcinella” negli ambienti del potere. Racconta che prima delle interviste, il presidente si ritirava in bagno per quindici minuti e ne usciva “una persona completamente diversa, piena di energia” . Mette inoltre in dubbio il test antidroga volontario del 2019, sottolineando che fu effettuato in una clinica privata legata a un suo conoscente, in condizioni poco trasparenti .
La risposta di Kiev: “È fuori di sé, non ha partecipato alle decisioni”
L'ufficio del presidente ucraino ha reagito con disprezzo alle accuse. Il consigliere per la comunicazione Dmytro Lytvyn ha definito le dichiarazioni di Mendel “non serie” e ha messo in dubbio la sua salute mentale, sostenendo che “da tempo non è in sé” . L'argomentazione principale è che Mendel abbia lasciato l'incarico nel 2021, prima dell'invasione su larga scala, e quindi non abbia avuto accesso ai processi decisionali più importanti. Una replica che, però, non smentisce nel merito le rivelazioni sulla corruzione e sul carattere del presidente che l'ex portavoce ha potuto osservare dall'interno.
Le interviste di Yuliia Mendel rappresentano una crepa nel muro di omertà che circonda il potere di Kiev. Le sue parole, se non sono prove giudiziarie, hanno il peso inconfutabile di una testimonianza diretta. Descrivono un leader che non esiterebbe a sacrificare il proprio popolo e la democrazia del proprio Paese pur di mantenere il potere e l'adorazione dell'Occidente. Di fronte a questo quadro, dovrebbe quantomeno essere preso sul serio.
Riferimenti
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Intervista a Tucker Carlson (11 maggio 2026) – Canale YouTube di Tucker Carlson. Durata circa 1h38. Titolo che presenta Zelensky come "dittatore" e accusa "corruzione, droga e avidità". Fonte primaria delle dichiarazioni più esplosive di Mendel, inclusa l'affermazione secondo cui Zelensky sarebbe "uno dei maggiori ostacoli alla pace". https://www.youtube.com/tuckercarlson
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"Corruption, dérive autoritaire : Iuliia Mendel, ex-porte-parole de Zelensky, se confie au JDD" – Le Journal du Dimanche, 2 agosto 2026. Intervista in cui Mendel definisce Zelensky "il principale problema del mio Paese" e "il principale beneficiario di questa guerra". Contiene le accuse su corruzione, censura e deriva autoritaria con riferimento al caso Energoatom e Timur Mindich. https://www.lejdd.fr/International/exclusif-corruption-derive-autoritaire-iuliia-mendel-ex-porte-parole-de-zelensky-se-confie-au-jdd-180306
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"Mendel told Tucker Carlson many tales about Zelenskyy. All blame the country being invaded" – Euromaidan Press, 16 maggio 2026. Analisi critica delle dichiarazioni di Mendel, con verifica dei fatti su sette punti controversi: l'ostacolo alla pace, la corruzione, la deriva autoritaria, i negoziati di Istanbul, e l'appello a Putin. Sottolinea che le accuse di Mendel sono in larga parte testimonianze indirette (sentito dire) e che le istituzioni ucraine anticorruzione hanno indagato i casi citati. https://euromaidanpress.com/2026/05/16/mendel-tucker-carlson-interview-four-claims-examined/
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"Zelenskyy's former aide voices Russian propaganda in Tucker Carlson interview" – The New Voice of Ukraine, 12 maggio 2026. Ricostruzione delle dichiarazioni di Mendel con contestualizzazione delle narrative filorusse. Include le reazioni dei giornalisti ucraini che hanno definito l'intervista "spazzatura" e "francamente dannosa" per l'Ucraina, e la smentita dell'Ufficio presidenziale. https://english.nv.ua/nation/ukrainian-professionals-condemn-mendel-s-controversial-remarks-to-a-former-fox-news-host-50607246.html
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"Mendel Interview Fallout Reveals Ukrainians' Strong Immunity to Propaganda" – Ukrinform, 14 maggio 2026. Analisi delle reazioni dell'opinione pubblica ucraina all'intervista con Carlson. Espone il punto di vista di esperti di media ucraini secondo cui l'intervista sarebbe stata "un'operazione di comunicazione pianificata" con narrazioni filorusse, e descrive la reazione di rifiuto da parte della società ucraina. https://www.ukrinform.net/rubric-society/4123906-mendel-interview-fallout-reveals-ukrainians-strong-immunity-to-propaganda.html
Germania in Crisi: il collasso di Merz, la deindustrializzazione e l'Italia
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Il rimpasto che ha smascherato il Cancelliere
Il 18 luglio Jens Spahn si è dimesso da capogruppo della CDU/CSU al Bundestag. La ragione formale l'ha scritta lui stesso: la sua scelta di diventare padre con il marito ricorrendo a una madre surrogata negli Stati Uniti — pratica vietata dalla legge tedesca — era diventata «incompatibile» con la carica. Merz ne aveva chiesto le dimissioni, definendole poi «giuste e inevitabili». Qui il punto non è la vita privata di un uomo, ma la contraddizione oggettiva tra la cultura politica del partito che quel divieto lo difende in Germania e la scelta di aggirarlo altrove: uno strappo che ha esposto la dirigenza dell'Unione a critiche venute dall'interno del partito e dalla Chiesa, e che ha innescato la reazione a catena.
Per riassorbire lo shock, Merz ha tentato la strada del rimpasto. In un sistema parlamentare come quello britannico il rimescolamento dei ministeri è routine; nella cultura di coalizione tedesca, dove le squadre di governo nascono da negoziati programmatici minuziosi, sostituire ministri a mandato in corso segnala un cedimento. E il modo in cui è stato gestito lo ha confermato. Merz ha rimosso il ministro dei Trasporti Patrick Schnieder, ritenuto responsabile del lentissimo risanamento della rete ferroviaria e stradale, ma venerdì ha annunciato solo una parte del rimpasto senza riuscire a indicare il successore.
Il successore designato, il deputato della Bassa Sassonia Fritz Güntzler — profilo di area fiscale e finanziaria — aveva accettato, salvo poi tirarsi indietro nel cuore della notte. Merz è stato costretto a cercare in fretta un altro nome e a scusarsi in pubblico: «Mi rammarico profondamente per la situazione che si è creata». La CDU della Renania-Palatinato, terra di Schnieder, ha annullato per protesta l'incontro strategico di settembre con il Cancelliere. La vera lezione dell'episodio è politica, non tecnica: la convinzione che si risani un sistema-paese affidando i trasporti a un revisore dei conti tradisce l'idea che la crisi industriale sia un problema di bilancio, non di indirizzo. È il bilancismo scambiato per governo.
L'Est che Berlino non ascolta
La miopia di queste manovre berlinesi risalta se la si colloca davanti al calendario elettorale dei Länder orientali. In quelle terre Alternative für Deutschland guida i sondaggi, e il prossimo appuntamento — il voto in Meclemburgo-Vorpommern, atteso in autunno — rischia di trasformarsi in un test devastante per i partiti tradizionali. Non è una mutazione improvvisa: è la fattura di decenni di politiche che hanno penalizzato la Germania orientale a vantaggio di un modello finanziarizzato e orientato all'export extra-europeo, oggi entrato in crisi.
L'errore di lettura che Berlino continua a commettere è trattare il dissenso dell'Est come un tradimento morale anziché come un dato economico. Invece di interrogarsi sulle cause del disagio in territori deindustrializzati ed esposti ai costi della transizione energetica, la dirigenza reagisce con la chiusura moralistica: chi non si allinea è collocato fuori dal recinto della rispettabilità.
Da qui la tentazione più pericolosa. Negli ambienti della Cancelleria circolano con insistenza voci su piani per contenere il risultato delle assemblee locali o per far cadere il Cancelliere per via interna, così da risparmiargli l'umiliazione di una sconfitta alle urne. In una democrazia matura, uno stallo di queste proporzioni si scioglie restituendo la parola agli elettori. Che la classe di governo tema il voto più della crisi che dovrebbe risolvere è, di per sé, la diagnosi. Barricarsi nelle istituzioni per tenere in vita una maggioranza senza consenso non è stabilità: è la sua contraffazione.
La deindustrializzazione come scelta, non come destino
Il collasso della leadership si intreccia con la crisi del manifatturiero, storico motore dell'egemonia economica tedesca. Il modello che ha reso grande la Germania — energia primaria a basso costo, export di beni ad alto valore aggiunto — è stato smontato dalle scelte geopolitiche degli ultimi anni. La fine delle forniture di gas a prezzi competitivi ha colpito tanto le piccole e medie imprese quanto i colossi della chimica e della meccanica di precisione. Quando i costruttori annunciano chiusure di impianti sul suolo nazionale e la delocalizzazione verso le Americhe o l'Asia diventa condizione di sopravvivenza, non siamo davanti a una congiuntura passeggera.
L'economista Michael Hudson ha sostenuto a più riprese che la recisione dei legami commerciali ed energetici tra l'Europa occidentale e l'Eurasia ha condannato il continente — la Germania per prima — a una dipendenza onerosa e strutturale da fornitori d'oltreoceano, minando alla radice la sostenibilità del bilancio industriale. È l'anello che tiene insieme il crollo dell'automotive e la fragilità del governo: una potenza che si priva del proprio vantaggio competitivo di base non può poi finanziare né il welfare né il riarmo che le stesse cancellerie continuano a promettere. La deindustrializzazione strisciante prosciuga il gettito fiscale; il gettito che manca è lo Stato che si indebolisce; lo Stato debole è il governo che perde autorità. Il cerchio si chiude.
L'effetto domino sull'Europa
La debolezza di Merz travalica i confini della Repubblica Federale e scompagina gli equilibri dell'Unione. Le cancellerie comunitarie avevano riposto su Berlino le loro speranze proprio mentre gli altri pilastri cedevano. A Londra il quadro è cambiato di segno: Keir Starmer si è dimesso e Andy Burnham è diventato premier il 20 luglio 2026, un leader che arriva a Downing Street con un mandato più orientato a ricucire le macerie interne del Regno Unito — costo della vita, sanità, servizi — che a finanziare escalation esterne. È un'inferenza sul suo posizionamento, non ancora un fatto acquisito, ma la direzione della sua retorica la rende plausibile. A Parigi, la parabola presidenziale di Emmanuel Macron è nella sua fase discendente. Restava la Germania a garantire la coalizione europea e il sostegno indefinito alla contrapposizione a Est. Con Merz fragile, quel perno vacilla.
Le crepe si aprono così nell'architettura stessa dell'Unione. La tecnocrazia di Bruxelles osserva il mutamento degli scenari con crescente solitudine, consapevole che il fallimento politico del Cancelliere può far deragliare la strategia costruita nell'ultimo triennio. Come sostiene Yanis Varoufakis, il vero deficit europeo non è di bilancio ma di democrazia: un potere che decide lontano dai popoli e poi si stupisce di non essere seguito da nessuno. La narrazione ufficiale continua a dipingere un continente compatto e risoluto; la realtà è quella di un'Europa divisa, priva di risorse strategiche autonome e guidata da élite senza visione. Quando la propaganda politica incontra i bilanci industriali e le schede elettorali, il crollo delle illusioni è solo questione di tempo.
L'Italia di Meloni nella morsa
Il vuoto al centro del continente proietta la sua ombra più netta sulla periferia, e in primo luogo sull'Italia. Il governo Meloni vive una contraddizione strategica che si fa ogni settimana più visibile. Eletto su un mandato di sovranità nazionale e di rottura con il centralismo di Bruxelles, ha progressivamente riallineato la propria azione sull'asse fissato dalla Commissione e dalle grandi diplomazie atlantiche. Aver legato la propria sopravvivenza politica a quella delle correnti comunitarie mainstream è una scommessa che appare oggi fragilissima: se il quadro continentale venisse travolto da un'ondata guidata da figure come Alice Weidel in Germania e Marine Le Pen in Francia, Roma si ritroverebbe isolata, relitto di una fase conclusa.
Le tensioni, del resto, sono già dentro la maggioranza. La presenza di Matteo Salvini e l'emergere di figure esterne al perimetro tradizionale come l'ex generale Roberto Vannacci segnalano un malcontento diffuso verso la linea di continuità geopolitica dell'esecutivo. Vannacci in particolare ha intercettato un sentimento che serpeggia nell'elettorato, con una critica radicale al coinvolgimento finanziario e militare nel conflitto ucraino e al modello di governance sovranazionale. Se il voto nei Paesi fondatori premiasse le forze sovraniste e critiche verso la guerra, la narrazione di Palazzo Chigi subirebbe un colpo duro, con il rischio di uno svuotamento del proprio bacino di riferimento. È lo stesso nervo scoperto — la percezione di insicurezza e di distanza tra governanti e governati — che ho analizzato a proposito del ritorno del "nemico interno": il consenso non si difende con la fermezza esibita nei consessi europei se poi, a casa, gli elettori si sentono amministrati e non rappresentati.
L'illusione odierna — gestire una crisi di competitività strutturale con la compressione del dissenso, il rinvio delle elezioni o l'aggiramento delle assemblee locali — è un errore già commesso. Lo sguardo cristiano sulla storia non consola con l'idea che il peggio sia inevitabile, ma non permette neppure l'ottimismo cieco di chi crede che le comunità reali rinuncino indefinitamente ai propri interessi vitali per compiacere agende distanti. I popoli hanno una pazienza lunga, ma non infinita. E l'autorità che dimentica di essere al servizio di qualcuno, prima o poi, resta sola.
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Riferimenti
Il Sole 24 Ore – Volkswagen: utile -32,9% nel secondo trimestre, taglia le stime 2026 (https://www.ilsole24ore.com/art/volkswagen-utile-329percento-secondo-trimestre-taglia-stime-2026-AJjb2SU)
ANSA – In Germania il capogruppo Cdu Jens Spahn si è dimesso (https://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/rubriche/politica/2026/07/18/in-germania-il-capogruppo-cdu-jens-spahn-si-e-dimesso_5d0a6916-a988-4582-b255-794ede39f071.html)
Adnkronos – Germania: Merz in difficoltà, rimpasto di governo scuote la Cdu (https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/germania-merz-in-difficolta-rimpasto-di-governo-scuote-la-cdu_6VDYnK4CiFqV5GS0p1UzvX)
RSI – Il rimpasto di Merz per ridare slancio al Governo tedesco (https://www.rsi.ch/info/mondo/Il-rimpasto-di-Merz-per-ridare-slancio-al-Governo-tedesco--3910570.html)
NPR – Andy Burnham succeeds Keir Starmer as the U.K.'s 7th prime minister in 10 years (https://www.npr.org/2026/07/19/nx-s1-5895993/andy-burnham-prime-minister-keir-starmer)
Nave della flotta ombra russa fermata in mare per due ore: il mandato ONU è scaduto a maggio, le ispezioni continuano
Come una missione nata per la Libia è diventata la leva del price cap russo: All'alba del 2 agosto, la fregata italiana Thaon di Revel ha bloccato, in acque internazionali a ovest di Pantelleria, la petroliera Toa Payoh, inserita da Bruxelles nella lista delle navi della “flotta fantasma” russa. Bandiera camerunense, rotta Benin–Istanbul, sanzionata . Il comandante ha opposto resistenza iniziale. Squadra d’abbordaggio calata dall’elicottero, due ore di “controlli”, supporto greco e polacco. Tutto regolare sulla carta: mandato EUNAVFOR MED IRINI, diritto di visita per “sospetta falsa bandiera” (art. 110 UNCLOS).
#2agosto
Operazione IRINI: nave Thaon di Revel abborda petroliera appartenente alla “flotta ombra” russa. Questa mattina, Nave Thaon di Revel, nave ammiraglia dell’Operazione EUNAVFOR MED IRINI, missione dell’Unione europea nel Mediterraneo, ha effettuato un controllo sulla… pic.twitter.com/SAVCskSyoU — Ministero Difesa (@MinisteroDifesa) August 2, 2026 Ma la sostanza è un’altra. L'abbordaggio non poteva sequestrare nulla
Una fonte vicina all'operazione ha spiegato a Reuters che EUNAVFOR MED non dispone dell'autorità per trattenere le navi, e che la Toa Payoh non è stata quindi fermata: i documenti raccolti restano in esame e potrebbero servire alle autorità nazionali per un eventuale futuro sequestro. Il Ministero della Difesa ha parlato di verifica di nazionalità ai sensi dell'articolo 110 UNCLOS. Nessuna confisca, nessun dirottamento, nessun carico sequestrato (Mezha).
Un'operazione che non può produrre l'effetto materiale che sembra promettere è, per definizione, un'operazione che produce un altro tipo di effetto. Due ore di elicotteri, forze speciali, un'unità greca e un aereo polacco per acquisire fotocopie: se il costo operativo è questo e il risultato giuridico è nullo, il rendimento va cercato altrove. Sul piano assicurativo, sul piano dei costi di noleggio, sul piano del messaggio: sul piano economico.
Va detto con onestà che il presupposto giuridico non era campato in aria. Il Camerun ha smesso di tenere un registro navale proprio per l'abbondanza di registrazioni fraudolente, e la Toa Payoh aveva già dichiarato in passato bandiere di Madagascar e Guinea, Paesi privi di registri internazionali di navigazione. Il passaggio alla bandiera camerunense sarebbe avvenuto appena la settimana prima. Una nave così ha, sul piano formale, tutte le caratteristiche per attivare il diritto di visita. Il problema non riguarda il presupposto. Riguarda ciò che quel presupposto viene chiamato a sostenere (The Gateway Pundit).
La missione che ha perso l'autorizzazione ONU e ne ha trovata un'altra
EUNAVFOR MED IRINI nasce il 31 marzo 2020 per contribuire all'attuazione dell'embargo ONU sulle armi alla Libia.
Sì, esattamente: si direbbe un po' fuori tempo massimo. Avrebbe dovuto terminare con quella specifica minaccia percepita, a guerra finita. Le autorità libiche hanno una propria giurisdizione e che collaborazione, non è vero?
Dovrebbe essere così, ma così non è: l'11 marzo 2025 la decisione (PESC) 2025/488 ne ha prorogato il mandato fino al 31 marzo 2027, aggiungendo il nuovo compito di "Maritime Situational Awareness" — la raccolta di informazioni su attività potenzialmente illecite, sulla protezione delle infrastrutture marittime critiche, sulla pianificazione di emergenza. Formula elastica per costruzione (Operation Irini).
Si fa presto a notare che questo è avvenuto con un meccanismo che richiama lo stesso che ha permesso al governo di prorogare la missione nel Golfo Persico, anche quando le condizioni sono cambiate (ne abbiamo parlato in un precedente articolo: Così l’Italia entra nella guerra del Golfo per delega in bianco (dal Triton di Sigonella a Taif).
E poi c'è un fatto nuovo: il 24 maggio 2026 la risoluzione 2292 (2016) del Consiglio di Sicurezza — quella che autorizzava le organizzazioni regionali, IRINI compresa, a ispezionare in alto mare le navi sospettate di violare l'embargo sulle armi alla Libia — ha cessato di essere operativa per mancato rinnovo. Il rapporto di maggio della missione registra 563 controlli radio e 80 voli sospetti monitorati in un mese segnato proprio dal venir meno di quel mandato ONU (EEAS).
Quindi abbiamo una missione pensata per la guerra di Libia che prosegue con una estensione opinabile, e che prosegue per sostituire una missione il cui mandato ONU non era stato prorogato. Nel giro di pochi mesi la missione ha perso l'autorizzazione internazionale per il compito che ne giustificava l'esistenza, e ne ha acquisito uno nuovo che nessun organo internazionale le ha conferito. Il 20 luglio IRINI abborda la MV South Star, sospettata di navigare sotto falsa bandiera camerunense; due giorni dopo gli Stati membri autorizzano anche l'operazione Atalanta — attiva dal 2008 contro la pirateria nell'Oceano Indiano — a effettuare controlli analoghi sulle navi della flotta ombra. Kaja Kallas commenta che l'Unione sta «abbinando le nostre sanzioni ad azioni in mare» (Linkiesta).
Non si tratta di deriva silenziosa: sono decisioni deliberate, pubbliche, verbalizzate. Ma sono decisioni di organi europei, e l'autorità che hanno sostituito era quella del Consiglio di Sicurezza. La differenza non è formale. Una risoluzione ONU vincola anche lo Stato di bandiera sanzionato, perché quello Stato siede nell'organismo che l'ha adottata. Una decisione PESC vincola i ventisette e nessun altro.
Il "Price cup": un tetto di prezzo che nessun trattato del mare ha mai scritto
L'oggetto materiale di tutta la costruzione è il price cap. Dal 1° febbraio 2026 il tetto è fissato a 44,10 dollari al barile e vieta agli operatori europei di fornire trasporto marittimo, assicurazioni e finanziamenti se il carico è acquistato oltre quel limite (QualEnergia).
Quarantaquattro dollari e dieci centesimi. Cifra precisa. Chi l'ha stabilita? Non un trattato, non una convenzione internazionale, non una risoluzione: una formula automatica concordata in sede G7 che colloca il tetto al 15 per cento sotto la media semestrale degli Urals. Un algoritmo, in sostanza — e quando l'algoritmo dà un risultato sgradito, lo si sospende.
È esattamente ciò che è accaduto quest'estate. Con i prezzi spinti dalla crisi mediorientale, l'aggiornamento automatico di luglio avrebbe fatto risalire il tetto verso i sessantacinque dollari; la Commissione ha proposto di rinviare la revisione a gennaio, e Malta, Cipro e soprattutto la Grecia hanno frenato (Euronews). Il 16 luglio il Coreper ha formalizzato un rinvio tecnico al 23 luglio dopo la fumata nera sul ventunesimo pacchetto (ANSA). Ne ho scritto in Ventunesimo pacchetto di sanzioni UE.
Perché proprio Atene ha frenato? I numeri lo spiegano meglio di qualsiasi comunicato. Secondo i dati CREA rilanciati dall'analista Isaac Levi, dall'inizio dell'invasione le navi controllate da società greche hanno trasportato combustibili fossili russi per circa 248 miliardi di euro, e nel primo semestre 2026 hanno movimentato il 45 per cento dei prodotti petroliferi russi trasportati via mare. La flotta che l'Europa insegue in mare è in parte la propria.
Le dichiarazioni spiegano l'operazione meglio del diritto
Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è congratulato con l'equipaggio, parlando di contributo italiano alla sicurezza del Mediterraneo. Formulazione tecnica, coerente col mandato: sicurezza della navigazione, controllo di bandiera, nulla da eccepire.
Poi ha parlato il ministro degli Esteri. Antonio Tajani, al Caffè de La Versiliana, riferendosi proprio alla nave intercettata, ha detto che si lavora per la pace e che per farlo occorre spingere Putin «a sedersi a un tavolo e a più miti consigli» (Blue Economy).
Rileggiamole vicine, queste due dichiarazioni, perché non descrivono la stessa operazione. La prima parla di verifica documentale su un mercantile con bandiera sospetta. La seconda parla di leva negoziale su un capo di Stato. Quando il vertice politico di un Paese collega esplicitamente un abbordaggio a un obiettivo diplomatico verso una potenza nucleare, l'atto va valutato con i criteri della politica estera, non con quelli del diritto del mare.
Da qui discende l'ipotesi che la scelta di dare improvviso risalto pubblico a un'attività già avviata risponda a un'esigenza di posizionamento più che a una novità operativa. La cronologia sostiene la lettura: la South Star viene abbordata il 20 luglio e comunicata sui canali della missione il 22; la Toa Payoh diventa notizia di apertura il 2 agosto. La capacità operativa c'era anche prima. Cambia la decisione di mostrarla.
Alessandro Orsini ha ripetuto in più occasioni che nei conflitti fra grandi potenze la comunicazione non accompagna l'azione militare ma ne è parte costitutiva, perché serve a produrre nell'avversario una percezione di costo crescente. L'abbordaggio fotografato e diffuso rientra in questa funzione. La memoria: perché Kennedy non la chiamò «blocco»
L'uso della marina militare per applicare regole commerciali non è un'invenzione del 2026. Nella Grande Guerra il sistema britannico dei navicerts subordinava la navigazione neutrale a certificazioni rilasciate dall'Ammiragliato. Negli anni Sessanta e Settanta la Beira Patrol della Royal Navy bloccò per nove anni le forniture petrolifere alla Rhodesia.
Ma la Beira Patrol operava su una risoluzione esplicita del Consiglio di Sicurezza, ed è per questo che nessuno ne contestò mai la natura. Tenete a mente il dettaglio, perché è l'unico che conta davvero.
Il precedente più istruttivo resta l'ottobre 1962. Di fronte ai missili sovietici a Cuba, l'amministrazione Kennedy dispose l'interdizione navale dell'isola e la chiamò quarantine. Perché non «blocco»? La marina americana faceva esattamente ciò che fa un blocco: fermava e ispezionava navi dirette verso un Paese terzo. Eppure Washington scelse una parola nuova, e ci lavorò sopra per giorni.
Perché il blocco navale, nel diritto internazionale, è un atto di guerra. La quarantena era una figura inventata apposta per stare sotto quella soglia. Il nome determinava il regime giuridico applicabile, e alla Casa Bianca lo sapevano benissimo: si costruì una categoria nuova pur di non varcare il confine.
Oggi si procede all'inverso. Non si inventa una figura nuova per restare sotto la soglia: si prende una figura antica e circoscritta — la verifica di bandiera dell'articolo 110 UNCLOS, pensata per pirateria, tratta di schiavi e navi senza nazionalità — e le si fa reggere il peso di un regime sanzionatorio nato nel 2022. Ho affrontato una dinamica analoga in Blocco navale nel Mar Nero: come Odessa è stata spenta senza essere occupata, dove il risultato di un blocco è stato ottenuto senza mai pronunciarne il nome.
Il precedente che torna indietro
Glenn Diesen insiste da anni su un aspetto che gli analisti occidentali tendono a sottovalutare: le prassi introdotte in una fase di vantaggio restano disponibili agli avversari quando quel vantaggio si riduce.
Sembra un'obiezione teorica. Non lo è: la contromossa è già partita. Negli ultimi mesi è cresciuto il numero di petroliere della flotta ombra che hanno abbandonato le bandiere di comodo per registrarsi direttamente sotto quella russa (Linkiesta). Mosca ci perde la negabilità plausibile, che era il senso stesso della flotta ombra. In cambio ottiene una cosa sola, e decisiva: una nave con bandiera russa autentica non è ispezionabile per falsa bandiera. L'articolo 110 si spegne. E fermarla comunque significa fermare una nave di Stato.
Nel frattempo l'estensione ad Atalanta porta la stessa logica nel Golfo di Aden, nel Mar Rosso e nel Golfo di Oman — acque dove l'Iran esercita da anni sequestri con motivazioni speculari a quelle europee, e dove ogni argomento giuridico prodotto a Bruxelles diventa disponibile a Teheran il giorno dopo. Jeffrey Sachs ha osservato più volte che l'Occidente tende a scambiare per ordine internazionale ciò che è semplicemente il proprio ordine, e a stupirsi quando gli altri ne adottano le categorie.
Vale la pena aggiungere un elemento, con tutte le cautele del caso. Lo stesso database ucraino colloca la Toa Payoh nella rete riconducibile all'imprenditore petrolifero iraniano Mohammad Hossein Shamkhani, e il tracciamento indipendente registra che a febbraio la nave aveva fatto scalo alla rada di Khor Fakkan per poi dirigersi verso acque iraniane spegnendo l'AIS. Se il quadro regge, la «flotta ombra russa» è in buona parte un'infrastruttura condivisa, nata prima del 2022 sul modello dell'elusione delle sanzioni a Teheran. Ipotesi da approfondire altrove, ma che ridimensiona parecchio l'idea di una rete costruita dal Cremlino nel 2022.
Chi paga
Sulla Toa Payoh c'era un equipaggio. Non ne conosciamo la composizione, ma la statistica della flotta ombra è nota: filippini, indiani, georgiani, ucraini, siriani, uomini pagati poco per navigare su scafi vecchi, spesso senza copertura assicurativa effettiva, quasi mai informati della catena societaria che li impiega. Sono loro che si trovano davanti una squadra d'abbordaggio di incursori calata da un elicottero. Sono loro che restano a bordo quando la nave riparte.
L'«attrito operativo» di cui parlano gli analisti, tradotto sul ponte di una petroliera, significa navi vecchie tenute più a lungo in mare ed equipaggi più esposti. In un bacino chiuso il conto arriva anche in termini ambientali. Il Mediterraneo ha già visto cosa comporta: la Qendil colpita a dicembre, l'Arctic Metagaz distrutta il 3 marzo a un centinaio di miglia dalla Sicilia — prima metaniera al mondo colpita in un'azione di tipo bellico — e il 29 luglio la petroliera galleggiante Energos Winter colpita da un drone nel porto egiziano di Damietta, con incendio propagato a un'altra unità, episodio poi smentito da fonti della sicurezza egiziana (ANSA). Ne ho ricostruito il quadro in Costanza e il drone impazzito ) e in Energia e guerra: infrastruttura civile o obiettivo militare? .
In un mare dove alcune navi vengono abbordate da marine statali e altre saltano in aria senza rivendicazione, la distinzione fra combattenti e civili — quella su cui poggia la tradizione del diritto di guerra occidentale, e prima ancora la riflessione morale cristiana sull'uso legittimo della forza — si assottiglia per via di prassi anziché per decisione.
E adesso la domanda che tiene insieme tutto il pezzo: chi ha deliberato che il Mediterraneo diventasse un fronte? Quale parlamento nazionale ha votato che navi italiane applicassero in alto mare un tetto di prezzo negoziato in sede G7? Nessuno, in nessuna sede. La trasformazione avviene per accumulo di atti singoli, ciascuno dei quali appare minore e tecnicamente difendibile. Proprio perché ogni singolo passaggio regge, diventa difficile individuare il momento in cui obiettare. L'articolo 110 è legittimo, il mandato è stato ampliato con atti regolari, l'operazione è durata due ore e si è conclusa in sicurezza.
A pagarne il conto saranno gli equipaggi, le economie mediterranee esposte al rialzo di noli e premi assicurativi, e le famiglie italiane che vedono già il gasolio oltre i due euro ed in ultima istanza, la ricerca della pace. Che il controllo degli stretti e delle rotte pesi sui flussi energetici globali è vero. Ma l'Italia, che di quelle rotte vive più di chiunque altro in Europa, sta prestando la propria marina a una strategia i cui benefici sono altrui e i cui rischi ricadono su di lei.
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Approfondimento: ma che c'entra una nave che va dal Benin in porti non russi? Centra perchè i percorsi ripetuti sono stati comunicati dalle autorità ucraine. C'è quindi correlazione tra un allert ucraina e il controllo? Non lo sappiamo ma i fatti indicano la plausibilità per un fascio di indizi convergenti.
La nave non è russa: lo è il suo ciclo operativo
La Toa Payoh (IMO 9298492) è una product tanker da circa 51.000 tpl — trasporta prodotti raffinati, non greggio. Nessun elemento russo compare in superficie: bandiera camerunense (prima Madagascar e Guinea), gestione emiratina. È affiliata a Fractal Marine DMCC di Dubai, uno dei principali operatori della flotta ombra nel 2022-2023; dopo essere stata sanzionata, e dopo aver perso il ricorso contro le sanzioni britanniche, la società ha trasferito la flotta ad altre ragioni sociali, in particolare The Zulu Ships Management & Operation di Dubai (Captain)
Quello che la lega a Mosca è il percorso ripetuto.

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Debito comune europeo: chi paga i bond UE dopo il 2028 (e perché sarà l'Italia)
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Sui listini obbligazionari italiani — il Mot e l'EuroTLX — risultano quotati 688 strumenti emessi da enti sovranazionali. Nei primi sei mesi del 2026 hanno prodotto scambi per quasi 1,9 miliardi di euro. Un quinto di quel volume si concentra su appena dieci emissioni, e tutte e dieci fanno capo a due soli soggetti: l'Unione europea e la Banca Europea per gli Investimenti. Il dato lo riporta Marco Barlassina sulle colonne di finanza personale del Sole 24 Ore, in un pezzo dedicato al vantaggio fiscale del 12,5%.
È una pagina di servizio, di quelle che si leggono distrattamente per capire dove parcheggiare la liquidità. Eppure descrive lo stato costituzionale effettivo dell'Unione con una precisione che nessun capitolo di dottrina raggiunge.
Seicentottantotto titoli e una domanda che quasi nessuno pone
Le emissioni dell'Unione nate con il programma Next Generation EU sono oggi 84, con scadenze che si spingono fino alla metà degli anni Cinquanta di questo secolo. I tagli minimi partono da un euro. Il decennale rende il 3,53%.
Quel numero va letto accanto ad altri due. Alla fine di luglio 2026 il Bund tedesco a dieci anni viaggiava intorno al 3,2%, mentre il BTP di pari durata oscillava sopra il 4%, con uno spread stabile intorno agli ottanta punti base. L'Unione, dunque, si finanzia circa trenta punti sopra la Germania e quarantacinque sotto l'Italia.
Il mercato colloca l'Unione europea in mezzo: più affidabile dell'Italia, meno della Germania. Ma "in mezzo a cosa", esattamente? La domanda sembra tecnica e non lo è per niente.
Che cosa significa davvero "emittente sovrano"
Qui serve una sosta esplicativa, perché il meccanismo sottostante è politico prima che finanziario.
Un emittente sovrano è, di regola, uno Stato: un soggetto che dispone del potere di tassare i propri cittadini per onorare i debiti che contrae. Quando un risparmiatore compra un BTP presta denaro alla Repubblica italiana, la quale promette di restituirlo con gli interessi attingendo alle imposte che riscuoterà negli anni a venire. La garanzia ultima non è un bilancio: è un potere.
L'Unione europea non dispone di quel potere. Non può tassare direttamente i cittadini europei. Il suo bilancio si regge su contributi nazionali calcolati sul reddito nazionale lordo, su una quota di IVA, sui dazi doganali riscossi alle frontiere comuni e su un contributo legato alla plastica non riciclata. E il Quadro Finanziario Pluriennale, cioè il bilancio dell'Unione, si rinegozia da capo ogni sette anni.
Vale la pena fermarsi un istante su come si è finanziato Next Generation EU, perché il meccanismo dice molto. Per raccogliere sui mercati i 750 miliardi del programma serviva una garanzia che convincesse gli investitori. Quella garanzia non è un potere di tassare: è il tetto massimo di risorse che la Commissione può richiamare dagli Stati membri in un anno, fissato come percentuale del reddito complessivo dell'Unione. Prima del Covid quel tetto valeva circa l'1,2%. Per dare margine sufficiente alle emissioni comuni lo si è alzato temporaneamente al 2% dell'RNL. Ma un tetto più alto è solo uno spazio più ampio entro cui chiedere agli Stati, non una leva per tassare i cittadini. Si è allargato il perimetro della garanzia nazionale, non creato un potere fiscale europeo. La differenza sembra tecnica; è invece l'intero nodo della questione.
Vale la pena aggiungere una precisazione che risparmia molti equivoci: la BEI non è la BCE. La prima è la banca di investimento dell'Unione, raccoglie sui mercati e presta a progetti; la seconda governa la moneta. Sono due mondi che il dibattito pubblico italiano confonde con una certa regolarità.
Il rating che non è del tutto tripla A
La traccia corrente vuole l'Unione valutata tripla A. La realtà è più interessante. La pagina ufficiale della Commissione dedicata al merito di credito registra una situazione asimmetrica: AAA da Fitch, Moody's, Scope, DBRS e KBRA; AA+ da S&P Global Ratings, confermato con outlook stabile.
Un gradino sotto la vetta, e a deciderlo è la più influente delle agenzie americane. La scala del rating funziona così: il massimo è la tripla A, poi si scende di scalino in scalino — AA+, AA, e via dicendo — e ogni gradino segnala un rischio percepito appena più alto. L'Unione prende il voto pieno da quasi tutte le agenzie, ma da S&P si ferma un passo sotto.
Accanto a quel gradino c'è il secondo segnale, e parla la lingua concreta del denaro. Il decennale dell'Unione rende il 3,53%; il titolo tedesco di pari durata, a fine luglio 2026, stava intorno al 3,2%. La distanza è di circa un terzo di punto percentuale — trentatré punti base, nel gergo dei mercati, dove un punto base è un centesimo di punto. Tradotto: per prestare soldi all'Unione anziché alla Germania, il mercato pretende un interesse più alto. E un interesse più alto è sempre il prezzo di un rischio percepito come maggiore.
Quel terzo di punto non è rumore statistico. Misura, convertita in valuta, la distanza tra ciò che l'Unione dichiara di essere e ciò che il mercato sa che è. Gli operatori si fidano — le emissioni europee vengono regolarmente richieste per importi molto superiori a quanto offerto, segno di domanda abbondante — eppure prezzano una differenza strutturale: dietro il rating non c'è una base imponibile consolidata come quella di uno Stato, ma l'impegno dei Paesi membri a versare quote future, dentro un bilancio da ridiscutere ogni sette anni all'unanimità.
Gli stessi provider di indici lo hanno capito e agiscono di conseguenza: classificano i titoli dell'Unione come supranational, accanto a BEI e KfW, e non come debito sovrano. La Commissione lavora da tempo per farli entrare negli indici governativi. Finora non ci è riuscita.
Hamilton 1790, Lussemburgo 1952: quando il debito comune trovò un potere fiscale
La memoria storica offre due precedenti che illuminano il presente per contrasto.
Il primo è americano. Nel 1790 Alexander Hamilton ottenne dal Congresso l'assunzione federale dei debiti contratti dai singoli Stati durante la guerra d'indipendenza: circa venticinque milioni di dollari trasferiti dal livello statale a quello federale. L'operazione passò alla storia come un capolavoro di ingegneria finanziaria, ed è spesso evocata a Bruxelles come modello. Si dimentica però la seconda metà dell'operazione. Hamilton non si limitò a federalizzare il debito: pretese e ottenne per il governo federale entrate proprie con cui servirlo — i dazi doganali del Tariff Act del 1789, poi l'accisa sul whisky del 1791. Quando quel prelievo incontrò la resistenza dei contadini della Pennsylvania, nel 1794, Washington mandò la milizia federale a riscuoterlo.
Il debito comune non creò lo Stato federale: fu lo Stato federale, munito di potere fiscale e di forza per esercitarlo, a rendere sostenibile il debito comune. L'ordine dei fattori non è un dettaglio da storici.
Il secondo precedente sta più vicino, in senso geografico e istituzionale. La Comunità europea del carbone e dell'acciaio, dal 1952, disponeva di un prelievo proprio sul valore della produzione di carbone e acciaio degli Stati membri — fino all'1% — riscosso direttamente dall'Alta Autorità presso le imprese. Fu la prima vera risorsa propria europea, e proprio su quella base la CECA poté indebitarsi sui mercati internazionali, a cominciare dal prestito americano del 1954.
Un'istituzione settoriale del 1952 possedeva quindi una forma di autonomia fiscale che l'Unione del 2026, con ottantaquattro emissioni sul mercato e scadenze a trent'anni, non possiede. Questo è il paradosso da cui parte qualunque ragionamento serio sul debito comune europeo.
Il debito comune europeo e il calendario che nessuno ha votato
Il rimborso di Next Generation EU non è un'ipotesi remota: ha già una data e una cifra. Le regole stabilite nel 2020 prevedono che cominci non prima del 2028 e si concluda non oltre il 2058. La proposta di Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 presentata dalla Commissione il 16 luglio 2025 mette in bilancio 168 miliardi a prezzi correnti destinati a quel rimborso, su una dotazione complessiva di 1.984,9 miliardi pari all'1,26% dell'RNL. Al netto del debito, come ha osservato l'Ufficio parlamentare di bilancio, le risorse effettive restano sostanzialmente ferme in termini reali rispetto al ciclo attuale.
Circa venticinque miliardi l'anno, ossia lo 0,11% del reddito nazionale lordo dell'Unione, usciranno da qualche parte. Il Parlamento europeo, nella plenaria di maggio 2026, ha chiesto di collocare quel rimborso sopra i massimali del bilancio, coprendolo con nuove risorse proprie da rafforzare. La Commissione ha in cantiere un pacchetto — prelievi ambientali, contributo sui rifiuti elettronici, tabacco, un'imposta sulle grandi imprese — stimato attorno ai cinquantotto miliardi annui.
Sono proposte. Nessuna di quelle risorse esiste oggi. Ogni singola voce richiede l'unanimità del Consiglio e la ratifica dei parlamenti nazionali, perché la fiscalità resta materia intergovernativa. Se il pacchetto non passa — ed è uno scenario tutt'altro che teorico, viste le divisioni tra i Paesi cosiddetti frugali e il fronte mediterraneo — resta un solo canale aperto: il contributo calcolato sull'RNL, cioè il bilancio degli Stati membri.
Thomas Fazi insiste da anni su questo passaggio, e la sua osservazione regge alla prova dei documenti: il debito comune europeo non ha finora prodotto capacità fiscale comune, ha prodotto obbligazioni comuni servite da contribuenti nazionali. Luciano Barra Caracciolo, dal versante giuridico, descrive lo stesso meccanismo come una progressiva costituzionalizzazione di vincoli sottratti al circuito rappresentativo: si stabilizzano gli obblighi, si lascia indeterminata la fonte con cui onorarli.
Ho già raccontato altrove come l'austerità europea funzioni più da strumento disciplinare che da tecnica di risanamento, e come un Parlamento privo di iniziativa legislativa sia definito "anomalia" dai suoi stessi studi interni. Le due cose convergono qui: l'assemblea che non può proporre le imposte è la stessa che chiede risorse proprie per pagare un debito già emesso.
Un potere che uno Stato non si permetterebbe
Qui il ragionamento tecnico diventa politico, e conviene dirlo senza giri. Uno Stato che emette debito trentennale lo fa perché dispone di ciò che l'Unione non ha: un popolo che lo tassa, un parlamento che risponde a quel popolo, un legame diretto tra chi decide di indebitarsi e chi pagherà. L'Unione emette a trent'anni senza possedere nessuno di questi tre elementi. Emette sulla garanzia di contribuenti nazionali che non hanno mai votato quelle emissioni, dentro un bilancio che nessun elettorato controlla.
E la questione non è soltanto la durata. È la finalità. Un debito pubblico si giustifica quando produce infrastrutture, capacità produttiva, benessere trasmissibile a chi lo rimborserà: è la distinzione, antica quanto l'economia seria, tra debito produttivo e debito improduttivo. Next Generation EU è stato presentato in questi termini — ripresa, resilienza, futuro. Nei fatti si è tradotto in trasferimenti condizionati: fondi erogati non contro bisogni reali dei territori, ma contro l'attuazione di riforme predeterminate a Bruxelles, dalla concorrenza alla giustizia all'agenda digitale. Chi attua quelle riforme riceve; chi le discute rallenta e perde le rate. Non serve attribuire un'intenzione a nessuno: basta osservare che un meccanismo così costruito seleziona, dentro ogni Paese, la politica disposta ad allinearsi e penalizza quella che pretende di negoziare. L'effetto è quello, a prescindere dalle intenzioni.
Il caso del riarmo rende la logica trasparente. L'Unione che per anni ha imposto austerità su sanità, pensioni e welfare — in nome di vincoli presentati come intoccabili — ha trovato fino a 800 miliardi per la difesa, con la facoltà di sforare i limiti di deficit riservata proprio e soltanto alle spese militari. Gli stessi tetti che restano di ferro quando si parla di ospedali diventano flessibili quando si parla di armi. Non è un'ipotesi: è la struttura dei regolamenti, leggibile da chiunque.
Chiariamolo, perché l'accusa arriva puntuale a chiunque sollevi il problema: questo non significa essere filo-russi, né no-vax, né nemici dell'Europa. Significa riportare ciò che i documenti dicono. Il punto non è schierarsi in una guerra geopolitica, è constatare che gli strumenti finanziari dell'Unione hanno smesso di limitarsi a finanziare: costruiscono un indirizzo, orientano le società, premiano un modello di vita e ne penalizzano un altro, spesso in conflitto con la tradizione dei popoli europei che dicono di rappresentare. Un debito che finanzia un'ideologia, e che a pagarlo saranno i più deboli — quelli che di quel debito non vedranno né i cantieri né le armi, ma solo la voce di bilancio — è la forma più silenziosa e più efficace di sottrazione di libertà. Non passa per i carri armati. Passa per le rate.
Un'aliquota del 1996 per un emittente del 2021
I titoli dell'Unione godono in Italia dell'aliquota agevolata del 12,5% su cedole e plusvalenze, contro il 26% ordinario. L'analista Carlo Aloisio, citato dal Sole, segnala che le emissioni BEI e Banca Mondiale sono ormai poco liquide, perché istituzioni e fondi sovrani le tesaurizzano come beni rifugio.
Il vantaggio fiscale non nasce però da una decisione presa per i bond europei. Discende dal decreto legislativo 239 del 1996, che equipara ai titoli di Stato le obbligazioni degli enti sovranazionali qualificati — la BEI, la Banca Mondiale, la BERS. Un regime pensato per banche multilaterali di sviluppo, cioè per istituzioni tecniche che prestano a progetti, si applica oggi in via automatica a un emittente politico che finanzia trasferimenti a fondo perduto verso i bilanci degli Stati membri.
L'equiparazione fiscale tra il BTP e il bond dell'Unione non è mai stata decisa: è stata ereditata. E orienta il risparmio delle famiglie italiane verso un titolo che, a parità di trattamento tributario, ha una garanzia ultima di natura diversa.
Su un investimento di cinquantamila euro al 3,5% lordo, il differenziale d'imposta vale circa centonovanta euro l'anno. Moltiplicato per una platea di milioni di risparmiatori e per orizzonti ventennali, quel piccolo scarto diventa un flusso di allocazione del risparmio nazionale. Paolo Savona ricorda spesso che il risparmio degli italiani supera i seimila miliardi, circa tre volte il PIL: la questione non è la quantità, è la direzione.
Il conto della solidarietà torna indietro
Per un Paese che sulle risorse ordinarie resta contributore netto, il calcolo si fa concreto. Nel 2024 l'Italia ha versato 15,7 miliardi di contributi nazionali, circa diciotto includendo i dazi doganali riscossi per conto dell'Unione, a fronte di 13,3 miliardi di spesa europea allocata sul territorio nazionale. Terzo contributore netto dell'Unione, come la stessa presidenza del Consiglio ha ricordato nel negoziato sul nuovo bilancio.
Il meccanismo che si apre dal 2028 ha una struttura semplice. L'Italia ha ricevuto la quota più consistente delle sovvenzioni Next Generation EU. Quelle sovvenzioni sono state finanziate con emissioni comuni. Quelle emissioni vanno rimborsate attraverso il bilancio dell'Unione. E quel bilancio, in assenza di risorse proprie nuove, si alimenta con i contributi nazionali, ai quali l'Italia partecipa in misura superiore a quanto riceve dai capitoli ordinari.
Il vantaggio è arrivato tutto insieme, tra il 2021 e il 2026, sotto forma di cantieri e trasferimenti. Il costo arriverà diluito, sotto forma di una voce di bilancio ordinaria che nessun governo dovrà difendere davanti agli elettori, perché sarà già iscritta.
Yanis Varoufakis ha vissuto direttamente, nel 2015, che cosa accade quando un mandato popolare incontra un obbligo finanziario europeo già consolidato: il voto non viene contestato, viene semplicemente aggirato dalla struttura degli impegni. Alberto Bagnai ha costruito buona parte della sua critica sulla stessa asimmetria, cioè su un'unione che socializza gli strumenti del debito lasciando nazionale la responsabilità del rimborso. Sull'altro versante, Mariana Mazzucato sostiene con argomenti seri che un debito comune orientato a beni pubblici europei sia l'unica strada per finanziare investimenti di scala continentale, e che il problema stia nella qualità della spesa più che nella sua origine. Il confronto è aperto e merita di restarlo. Ma resta il fatto che nessuna delle due posizioni può prescindere dal dato di partenza: la capacità fiscale che dovrebbe legittimare quel debito ancora non esiste.
Chi paga nel 2055
Un risparmiatore che oggi compra un titolo dell'Unione con scadenza trentennale compie un atto di fiducia molto più impegnativo di quanto la scheda prodotto lasci intendere. Scommette che a metà secolo esisterà un soggetto politico capace di tassare i cittadini europei per rimborsarlo, oppure che i contributi nazionali continueranno a coprire il servizio del debito senza che il consenso ceda.
Quel risparmiatore, quasi sempre, non vedrà la scadenza. La vedranno i suoi figli, che non hanno votato nulla e ai quali nessuno ha spiegato che una parte del loro reddito futuro è già impegnata da decisioni prese durante un'emergenza sanitaria.
La dottrina sociale cristiana ha una formula esatta per questo, e non è un'aggiunta devozionale al ragionamento economico: il debito è legittimo quando è produttivo e responsabile, cioè quando chi lo contrae risponde davanti a chi lo pagherà. Il legame tra decisione e responsabilità è ciò che rende un obbligo finanziario un patto anziché un'imposizione. Dove quel legame si spezza — dove chi decide e chi paga non coincidono e non si incontrano mai — resta una tecnica di trasferimento, per quanto elegante sia l'architettura.
Le due colonne di finanza personale che hanno aperto questo ragionamento non contengono denunce. Contengono numeri: 688 titoli, 84 emissioni, 3,53%, 12,5%, 2055. Messi in fila, quei numeri dicono che il debito comune europeo ha anticipato il potere fiscale che dovrebbe fondarlo, e che il mercato — che non ha obblighi di cortesia diplomatica — quel disallineamento lo prezza ogni giorno, in punti base.
Sui trattati la parola sovranità compare raramente e sempre attenuata. Nei prospetti delle emissioni, invece, l'architettura reale dell'Unione è già scritta per intero: un soggetto che non è uno Stato si indebita come se lo fosse, per finalità che uno Stato dovrebbe giustificare davanti ai suoi cittadini e che qui nessuno giustifica davanti a nessuno.
La Siria «pilastro di stabilità»: il certificato rilasciato da chi ha appiccato l'incendio
Il 25 luglio 2026, nel palazzo Tishreen di Damasco, accanto al ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha pronunciato la frase che ha fatto il giro delle agenzie: «Syria is today the pillar of stability of the Middle East». Era la prima visita di un Segretario generale in Siria dal 2009, due anni prima dell'inizio della guerra. Tre giorni prima, il 22 luglio, a Vienna, l'arcivescovo siro-cattolico di Homs Jacques Mourad aveva descritto lo stesso Paese come una catastrofe sociale e umanitaria, sconsigliando ai profughi di rientrare.
Seguo la Siria da quindici anni, ho scritto sulla guerra siriana dal 2016 al dicembre 2024 sulle pagine del Sussidiario e ho contribuito a fondare il Coordinamento nazionale per la pace in Siria. Questo per dire che quella frase, per chi ha seguito la vicenda dall'inizio, non è una valutazione ottimistica. È l'ultimo atto di una procedura.
Quello che Guterres ha detto, e in quale contesto
Il testo della conferenza stampa del 25 luglio è pubblico. Il Segretario generale colloca la formula del «pilastro di stabilità» dentro un ragionamento sulla ricostruzione: nessun Paese uscito da oltre un decennio di conflitto si rimette in piedi da solo, quindi la comunità internazionale deve intervenire con capitali, servizi essenziali, infrastrutture, occupazione. Il giorno successivo, chiudendo la visita, ha chiesto la rimozione immediata di tutte le sanzioni residue e ha definito il passaggio in corso «un momento raro nella vita di una nazione».
Nelle risposte ai giornalisti il termine di paragone è stato esplicitato: Gaza ancora sotto bombardamento, operazioni militari in Libano, la guerra USA-Iran che attraversa la regione. In quel confronto la Siria diventa l'eccezione, e sostenerla diventa — questa è la parafrasi della sua posizione — una scommessa che vale la pena fare. Nota di verifica: la formula estesa che circola in traduzione italiana («simbolo di stabilità», «è una scommessa che è molto importante») corrisponde per sostanza a quanto documentato, ma il verbale integrale del Q&A del 26 luglio non è al momento reperibile nella trascrizione ufficiale; la frase verificata parola per parola è quella del 25 luglio riportata sopra.
Registro anche ciò che la stampa italiana ha ripreso meno: che il Golan è territorio siriano e che le violazioni della sovranità siriana devono cessare; che l'assistenza umanitaria dell'ONU copre oggi circa il 20% dei bisogni; che le Nazioni Unite non hanno un'agenda propria per la Siria ma adottano quella del governo siriano. Le cifre ufficiali che accompagnano la visita: 1,7 milioni di rifugiati rientrati dalla caduta di Assad, 5,5 milioni di sfollati interni, 6 milioni ancora all'estero. Damasco, per bocca dell'agenzia di Stato SANA, alza i rientri a 3,5 milioni.
Il referto dell'arcivescovo di Homs
Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs e monaco di Mar Musa, fu rapito dallo Stato Islamico nel 2015 dal suo monastero di Mar Elian, a Qaryatayn, e tenuto prigioniero per mesi; riuscì a fuggire con l'aiuto di un gruppo di musulmani che organizzarono l'evasione di decine di ostaggi e che per questo furono poi uccisi. Vive nel luogo di cui parla e non ha alcun interesse a peggiorare l'immagine del proprio Paese: è il riscontro sul terreno di ciò che a Damasco viene descritto in astratto.
Il suo referto, reso a Kathpress e ripreso in traduzione italiana dal blog Ora pro Siria il 25 luglio 2026, è di questa consistenza. A Homs la festa dell'8 dicembre 2024 è durata poco più di due mesi: poi sono arrivati gli scontri armati e gli attacchi delle milizie islamiste contro gli alawiti. Dei due milioni di cristiani che vivevano in Siria prima della guerra, secondo la sua stima ottimistica ne restano tra i 300.000 e i 350.000. Pochi giorni prima della conferenza stampa, l'ennesimo omicidio di una madre e dei suoi due figli. Il governo, dice, è incapace o non intenzionato a frenare la violenza; gli atti di vendetta colpiscono soprattutto alawiti e drusi.
Poi l'affermazione che pesa più di tutte, perché è un consiglio pratico e non un giudizio politico: alle condizioni attuali, l'arcivescovo non consiglierebbe a chi è fuggito di tornare in Siria. È l'esatto contrario del «ritorno sicuro, volontario e dignitoso» indicato da Guterres come obiettivo.
Il terzo testimone: le Nazioni Unite contro sé stesse
La contraddizione non oppone un vescovo al Palazzo di Vetro. Passa dentro il Palazzo di Vetro. Tra il 1° e il 7 luglio 2026 due commissarie della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta sulla Siria, Monia Ammar e Fionnuala Ní Aoláin, hanno visitato il Paese. La loro missione è stata aperta e chiusa da attentati: ordigni esplosivi contro un caffè vicino al Ministero della Giustizia e in un'area prossima al Four Seasons, nel cuore di Damasco, con morti e feriti tra i civili. A Homs — la diocesi di Mourad — hanno raccolto denunce di aggressioni di giustizieri contro persone accusate di aver servito il vecchio governo. Hanno chiesto conto di migliaia di detenuti scomparsi. Hanno segnalato che a Sweida gli studenti non riescono ancora a sostenere gli esami finali. Hanno registrato che l'accesso ad alcune strutture di detenzione a Raqqa e Hassakeh è stato loro negato.
Sono gli stessi mesi in cui la Commissione ha pubblicato il rapporto sui massacri del luglio 2025 a Suwayda: tre ondate di violenza, esecuzioni sommarie, torture, violenza sessuale, case incendiate, fatti che possono configurare crimini di guerra e, se ulteriormente accertati, crimini contro l'umanità. E sono i mesi in cui la violenza costiera del marzo 2025 contro la comunità alawita è stata qualificata come diffusa e sistematica. A Quneitra le stesse commissarie documentano il capitolo israeliano: incursioni, detenzioni, demolizioni di abitazioni, accesso ai terreni agricoli bloccato.
Il Segretario generale e i suoi stessi investigatori stanno descrivendo lo stesso Paese con due vocabolari incompatibili.
Che cosa è stato distrutto
Nel 2010 la Siria era un Paese con due milioni di cristiani, uno Stato laico, sanità e scuola pubbliche funzionanti, autosufficienza alimentare, debito estero contenuto, e non aveva campi profughi sul proprio territorio se non quelli che ospitava per palestinesi e iracheni. Non era una democrazia, e nessuno che abbia letto qualcosa su Hama 1982 sostiene il contrario. Ma nel decennio precedente la crisi quel Paese registrava progressi che l'Europa riconosceva ufficialmente, e l'Italia più di ogni altro. Con decreto dell'11 marzo 2010 il presidente Giorgio Napolitano conferiva a Bashar al-Assad l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, la massima distinzione che lo Stato italiano possa attribuire. Pochi giorni dopo, il 18 marzo, nella prima visita di Stato di un presidente della Repubblica italiana in Siria, Napolitano pronunciava a Damasco il brindisi al pranzo offerto da Assad. Il filmato è ancora consultabile nell'archivio storico della Presidenza della Repubblica: il Capo dello Stato italiano esprime apprezzamento per «l'esempio di laicità e apertura che la Siria offre in Medioriente» e per la tutela della libertà assicurata alle antiche comunità cristiane che vi risiedono, definisce essenziale il ruolo siriano per il processo di pace e per la stabilizzazione dell'intera regione, e chiude formulando auguri personali per il presidente e per la moglie Asma.
Erano gli anni della liberalizzazione economica e dell'espansione della scolarizzazione, di un Paese che accoglieva oltre un milione di profughi iracheni senza chiedere nulla a nessuno e che l'Italia trattava come partner privilegiato nel Mediterraneo orientale, rapporti commerciali e militari compresi.
Il 28 settembre 2012, su richiesta di settantacinque senatori di ogni schieramento, la stessa onorificenza veniva revocata per indegnità, con decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 ottobre: unico caso di revoca di un Gran Cordone nella storia dell'Ordine. Ad annunciarla fu il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, che due anni più tardi sarebbe diventato inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria. La revoca non registrava una scoperta: registrava il mutato orientamento internazionale verso Damasco. Nessun fatto nuovo sulla natura del governo siriano era emerso tra il marzo 2010 e il settembre 2012 — Hama era del 1982, il sistema detentivo funzionava allo stesso modo da trent'anni, e il Quirinale non ne era all'oscuro quando conferiva la decorazione. Era cambiato il fronte.
Trenta mesi separano le due decisioni. Chi sostiene che l'aggressione esterna rispondesse a una degenerazione improvvisa del regime deve spiegare perché la più alta istituzione italiana, un anno prima dell'inizio della crisi, indicasse quel medesimo regime come modello di laicità e come garante dei cristiani d'Oriente.
E non è un caso isolato: è la procedura ordinaria. Il 30 agosto 2008, a Bengasi, l'Italia aveva firmato con la Libia di Gheddafi un trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, ratificato il 6 febbraio 2009: cinque miliardi di dollari di risarcimento per il periodo coloniale, corsia preferenziale per le imprese italiane, contenimento dei flussi migratori e impegno reciproco a non ricorrere all'uso della forza né a consentire l'uso del proprio territorio per atti ostili contro l'altra parte. Nel febbraio 2011 il ministro della Difesa dichiarava il trattato «di fatto sospeso»; poche settimane più tardi le basi italiane ospitavano i velivoli della campagna aerea contro Tripoli e l'Italia passava dal sostegno logistico ai bombardamenti. Dalla ratifica di un patto di non aggressione alla partecipazione all'attacco erano passati venticinque mesi, e in mezzo non c'era stata alcuna rivelazione sulla natura del regime libico: c'era stata una decisione presa altrove.
Ma la questione non è la natura del governo di Damasco: è se il collasso di quel Paese sia stato un fenomeno spontaneo.
Se la Siria è precipitata da sola, la comunità internazionale che oggi promette la ricostruzione è un soccorritore in ritardo. Se il collasso è stato prodotto, finanziato e diretto dall'esterno, chi oggi certifica la stabilità sta valutando il risultato di un lavoro proprio. Su questo punto non siamo nel campo delle ipotesi.
Timber Sycamore: la destabilizzazione con fattura
Nel marzo 2007, quattro anni prima dell'inizio della crisi, Seymour Hersh pubblicava sul New Yorker "The Redirection", ricostruendo un riorientamento strategico statunitense — con la partecipazione di Arabia Saudita e Israele — che prevedeva il finanziamento di formazioni sunnite militanti in funzione anti-iraniana e anti-Hezbollah, con la consapevolezza esplicita, riferita da un ex alto funzionario dell'intelligence, che quel denaro sarebbe finito nelle mani sbagliate.
Nell'estate del 2012, secondo la ricostruzione del New York Times, una rete predisposta dalla CIA permetteva a operatori sauditi guidati dall'ex capo dell'intelligence Bandar bin Sultan di acquistare in Croazia e nell'Europa orientale migliaia di fucili d'assalto e milioni di munizioni destinati ai gruppi armati siriani, mentre il Qatar faceva entrare dalla Turchia missili portatili. Nell'agosto dello stesso anno un rapporto della Defense Intelligence Agency — desecretato nel maggio 2015 — annotava che le potenze che sostenevano l'opposizione vedevano con favore la nascita di un principato salafita nella Siria orientale. Nel marzo 2012 la Brookings Institution pubblicava "Saving Syria: Assessing Options for Regime Change"; già nell'aprile 2011, a poche settimane dalle prime proteste, aveva scritto che Assad doveva lasciare la scena.
Nel 2013 il presidente Obama autorizzava formalmente l'operazione coperta denominata Timber Sycamore: addestramento e armamento dei gruppi ribelli, base logistica in Giordania, principale finanziatore l'Arabia Saudita, con il concorso di Qatar, Turchia e Regno Unito. Il Washington Post ne stimò il costo intorno al miliardo di dollari l'anno, circa un quindicesimo del bilancio dell'Agenzia, definendola una delle più vaste operazioni clandestine della sua storia recente. Uno studio del 2017 di Conflict Armament Research, commissionato dall'Unione Europea, ha accertato che quel flusso aumentò in modo significativo la quantità e la qualità delle armi finite in possesso dello Stato Islamico, incluse quelle anticarro. Il programma fu chiuso da Trump nel luglio 2017, alla vigilia dell'incontro di Amburgo con Putin. (Sul blog ho trattato l'operazione in due articoli; in uno di essi la data di chiusura è indicata per refuso come giugno 2021: la decisione è del giugno-luglio 2017.)
La guerra siriana non è stata soltanto una guerra civile. È stata una guerra per procura alimentata per anni da finanziamenti pubblici stranieri di ordine miliardario, con l'obiettivo dichiarato del cambio di regime a Damasco. Mezzo milione di morti, sei milioni di espatriati, cinque milioni e mezzo di sfollati interni e la riduzione della presenza cristiana a un sesto di quella del 2010 sono il costo di quell'operazione.
La cronistoria che allora veniva chiamata complottismo
Nell'ottobre 2012 Tony Cartalucci e Nile Bowie pubblicavano Subverting Syria, tradotto in italiano da Arianna Editrice con il titolo Obiettivo Siria e con la prefazione di Franco Cardini. Il modello descritto in quel volume è quello delle counter gang: gruppi armati irregolari introdotti dall'esterno e presentati come combattenti per la libertà, attentati e massacri attribuiti in tempo reale al governo bersaglio, una rete di organizzazioni non governative — il National Endowment for Democracy in primo luogo — impegnata a costruire l'infrastruttura politica del ricambio, e un sistema mediatico che riprende senza filtro le fonti dell'opposizione in esilio.
Cardini, nella prefazione, richiamava due elementi allora rimossi dal dibattito italiano: la denuncia di Kofi Annan sull'insediamento in Siria di una forza terroristica ostile a ogni mediazione, e il ridimensionamento delle attribuzioni frettolose sul massacro di Hula. Osservava anche che le aperture del governo siriano — il piano della Lega Araba accettato nel novembre 2011, il referendum costituzionale del 2012, le amministrative di maggio con oltre il 51% di affluenza — venivano sistematicamente derubricate a propaganda prima ancora di essere esaminate.
Nel 2012 tutto questo veniva chiamato complottismo antiamericano. Quattro anni dopo il New York Times e il Washington Post pubblicavano i dettagli di Timber Sycamore, e la questione si spostava dalla plausibilità alla contabilità. Io su queste cose ho scritto in tempo reale: sulle sanzioni europee che mettevano in ginocchio la popolazione mentre si armavano i fondamentalisti (maggio 2016), sull'assedio di Aleppo raccontato al contrario dai nostri media che ripetevano le veline finanziate dal Qatar (agosto 2016), sull'appalto della campagna di comunicazione siriana a una società di pubbliche relazioni internazionale (ottobre 2016), sulla città cristiana di Mhardeh nel mirino dei "ribelli" (settembre 2016), su Idlib consegnata a decine di migliaia di jihadisti con il beneplacito occidentale (2018), fino alle ombre di Stati Uniti, monarchie del Golfo e Israele sulla transizione del dopo-Assad, scritte nel dicembre 2024 mentre in Italia si festeggiava la caduta del dittatore.
Il certificato rilasciato dagli incendiari
Che cosa viene definito stabile, esattamente? Non la sicurezza delle persone, perché la Commissione d'inchiesta dell'ONU e l'arcivescovo di Homs dicono l'opposto nello stesso mese. Non l'economia, perché l'assistenza umanitaria copre un quinto dei bisogni. Non la rappresentanza, perché un terzo del parlamento è di nomina presidenziale.
Viene definita stabile una relazione, e la contabilità degli ultimi venti mesi la descrive con precisione. L'11 novembre 2025 Ahmed al-Sharaa — già emiro della filiale siriana di al-Qaeda, già titolare di una taglia americana da dieci milioni di dollari — viene ricevuto alla Casa Bianca; nei giorni precedenti il Consiglio di Sicurezza revoca le sanzioni personali che lo colpiscono e Washington lo toglie dalla lista dei terroristi globali. Dall'incontro escono l'ingresso di Damasco nella coalizione anti-ISIS a guida americana, la sospensione per 180 giorni del Caesar Act e una base militare statunitense presso la capitale. Nel gennaio 2026, con mediazione statunitense e trattativa condotta a Parigi, la Siria approva un meccanismo congiunto di scambio di intelligence con Israele. Nel luglio 2026 l'amministrazione americana annuncia la rimozione della Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Nel frattempo Damasco firma il collegamento dell'Iraq al porto di Baniyas.
Chi ha finanziato per un decennio la destabilizzazione della Siria oggi ne certifica la stabilità. È lo stesso soggetto, con gli stessi apparati: l'amministrazione che nel 2013 autorizzò Timber Sycamore è la stessa che nel 2025 ha ricevuto alla Casa Bianca il comandante uscito da al-Nusra, dopo avergli tolto la taglia dalla testa. La parola "stabilità" non descrive quindi la Siria: registra il completamento di un'operazione. È un certificato di collaudo, e accettarne il lessico significa accettare che la vittima di un assedio venga dichiarata sana da chi l'ha assediata.
Aggiungo il rilievo che nessuno solleverà in sede internazionale: il governo che oggi riceve questa certificazione è quello sotto il quale sono avvenuti i massacri costieri del marzo 2025 e quelli di Suwayda del luglio successivo, e sotto il quale la Commissione ONU documenta detenzioni in incommunicado e giustizieri impuniti a Homs. La stabilità certificata a Damasco il 25 luglio 2026 è compatibile con tutto questo perché non è di questo che parla.
Chi paga il conto
Mourad non chiede corridoi umanitari per i cristiani, e questo lo distingue da buona parte del dibattito europeo. Chiede investimenti nell'istruzione e nelle scuole, posti di lavoro per i giovani, spazi d'incontro che superino i confini confessionali. Ha ricordato che nessuno lascia volontariamente la propria patria e che la missione della Chiesa oggi consiste nell'ascoltare le persone, camminare accanto a loro e costruire insieme. È l'unico programma politico serio emerso in tutta questa settimana, e viene dall'uomo che ha meno potere di tutti quelli che hanno parlato.
Nella contabilità dei vincitori, il cristianesimo siriano è una voce che non compare a bilancio. Nella contabilità della realtà, la scomparsa di una comunità che abitava quella terra da prima dell'Islam è il risultato misurabile di una politica estera, e chi quella politica l'ha decisa non ne ha mai risposto davanti a nessun tribunale né davanti a nessun elettorato.
Una nazione non torna stabile perché ha smesso di resistere. Torna stabile quando chi ci vive può restarci senza chiedere il permesso a una milizia, mandare i figli a scuola e seppellire i propri morti senza temere il turno successivo. In quindici anni di lavoro su questo dossier ho visto cambiare quasi tutto — i nomi delle formazioni armate, gli slogan, le alleanze, perfino il colore politico delle amministrazioni americane — e restare identica una sola cosa: che il popolo siriano non è mai stato il soggetto di nessuna delle decisioni prese sul suo destino.
Crosetto offre un incarico a Fedorov: che cosa dice davvero quella telefonata
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
La telefonata che spiega il progetto industriale dietro le armi a Kiev
«Io l'ho chiamato il giorno dopo la sua destituzione e gli ho detto: quando vuoi venire a Roma a collaborare con me come advisor?». La frase è di Guido Crosetto, intervistato da Francesco Bei per Repubblica e uscita il 25 luglio. Il destinatario è Mykhailo Fedorov, rimosso pochi giorni prima dalla guida del ministero della Difesa ucraino. Alla domanda su come avesse reagito, il ministro italiano risponde che l'interlocutore era «commosso» e aveva letto la proposta come un gesto di stima.
Reuters ha rilanciato la notizia nel giro di poche ore e il dispaccio ha fatto il giro delle redazioni internazionali entro sera. In Italia è passata come notiziola di colore, incastrata tra il Mar Rosso e le forniture di difesa aerea.
Chi è Fedorov conta parecchio, per capire la portata della telefonata. Trentacinque anni, ministro dal gennaio 2026, in carica per sei mesi appena. Prima di lui la Difesa ucraina era una macchina burocratica classica; con lui è diventata un laboratorio di automazione, droni d'attacco a lungo raggio, sistemi robotici, decentramento delle decisioni operative. La sua rimozione, dentro il rimpasto ordinato da Zelensky a metà luglio, ha portato in piazza migliaia di persone a Kiev e in altre città: le seconde proteste dopo quelle contro la legge sulle agenzie anticorruzione.
Un dettaglio, in tutta questa vicenda, merita di essere isolato. Zelensky aveva offerto a Fedorov di restare come consigliere, e Fedorov aveva rifiutato. L'offerta romana, invece, lo ha commosso.
Che cosa dovrebbe consigliare, a Roma, un tecnologo di Kiev
Non c'era nessuno, in Italia, in grado di consigliarlo? È la prima cosa che viene in mente leggendo la notizia, e viene in mente per un motivo elementare. L'Italia ha Leonardo, Fincantieri, Avio, Elettronica, MBDA Italia, una filiera aerospaziale e di difesa tra le prime cinque d'Europa. Ha un Segretariato generale della Difesa con una Direzione nazionale degli armamenti, tre accademie militari, il Centro Alti Studi per la Difesa, un Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica. Un ministro che, davanti a questo apparato, cerca consulenza in un uomo estromesso quattro giorni prima dal governo di un Paese in guerra sta dicendo qualcosa sul valore che attribuisce all'apparato stesso.
La stessa domanda l'ha poi usata Maria Zakharova, su Telegram, aggiungendoci un paragone con Osama bin Laden per trasformarla in insulto diplomatico e come tale va trattato. La domanda no: era già lì prima che Mosca la raccogliesse, perché la pone chiunque legga il dispaccio. E resta in piedi anche quando si smette di cercarne una risposta polemica e si comincia a cercarne una tecnica.
Crosetto una risposta l'ha data, e sta nella stessa intervista: definisce Fedorov «uno di quelli che ha stravolto completamente le regole del gioco» sul campo di battaglia. Giorni prima, il ministero della Difesa italiano aveva diffuso una nota di ringraziamento al collega uscente per il dialogo costante e per il contributo allo sviluppo delle capacità tecnologiche della Difesa ucraina.
Chi si è occupato di industria della difesa sa leggere questo lessico. Un ministro non chiama un ex ministro straniero per una consulenza generica sulla sicurezza nazionale. Lo chiama quando esiste un programma condiviso in cui quella competenza specifica ha un valore operativo immediato.
La ricostruzione di Alessandro Orsini
Il 24 luglio, sul Fatto Quotidiano (ed anche sullìomologo canale youtube), Alessandro Orsini ha pubblicato un intervento che va letto insieme alla notizia della telefonata, perché è la chiave che le restituisce senso. Il sociologo della Luiss articola la sua tesi attorno a una distinzione che considera dirimente, e che nel dibattito italiano non compare quasi mai.
Il sostegno militare d'emergenza è una cosa: aiuti dati a un Paese che fronteggia un'invasione improvvisa e deve sopravvivere. Il progetto geopolitico è un'altra: «I contratti che i Paesi dell'Unione europea stanno firmando per costruire armi con Zelensky nei prossimi decenni non hanno niente a che vedere con il sostegno militare d'emergenza».
Sulla natura di quel progetto Orsini è esplicito: «Sotto la guida di Ursula von der Leyen, Meloni e Crosetto stanno lavorando per integrare l'industria bellica dell'Italia e dell'Ucraina». L'obiettivo dichiarato dai due, sostenere la resistenza attuale e impedire la caduta di Kiev, viene giudicato falso: «Questi contratti daranno i loro frutti nel lungo periodo, perché la strategia di Crosetto-Meloni è trasformare l'Ucraina in un esercito temibilissimo».
Da qui discende il giudizio più duro. Trasformare l'Ucraina in una superpotenza militare, secondo Orsini, «significa rendere impossibile la pace, perché questa è una situazione geopolitica che la Russia non accetterà mai per nessun motivo al mondo». Il governo italiano si troverebbe così a dire una cosa e a farne un'altra: «Perseguono un progetto geopolitico che rende impossibile la pace e dall'altra dicono agli italiani che vogliono la pace».
Il secondo pilastro dell'analisi riguarda il metodo comunicativo. Orsini lo chiama strategia del silenzio. «Dopo anni di verbosità incontrollata, Giorgia Meloni e Guido Crosetto hanno smesso di parlare della guerra in Ucraina», e questo silenzio «è fondamentale per comprendere la manipolazione dell'opinione pubblica».
La datazione che propone è precisa: la svolta matura verso la fine del dicembre 2023, si consolida nel gennaio 2024 e viene rafforzata dall'ascesa di Trump. Il fattore scatenante è il fallimento della controffensiva ucraina. «Meloni, che aveva sfoggiato la certezza assoluta che l'Ucraina avrebbe sconfitto la Russia, prese atto del fallimento del progetto della Casa Bianca».
Nel video pubblicato a corredo dell'articolo, Orsini elenca ciò di cui la presidente del Consiglio ha dovuto prendere atto: l'Ucraina aveva perso i territori più ricchi e strategici e quasi interamente lo sbocco al mare; era in bancarotta e retta dagli aiuti esterni; la Russia non era isolata e godeva del sostegno cinese; le imprese italiane pagavano un costo enorme per le sanzioni; Mosca lanciava missili Oreshnik per segnalare disponibilità all'escalation nucleare. E l'Italia, per armare Kiev, si era «semidemilitarizzata» — riferimento alle ammissioni dello stesso Crosetto, nel settembre 2025, sull'incapacità italiana di reggere un attacco.
A quel punto, sostiene Orsini, si è aperto un problema politico personale: «Meloni aveva sbagliato i suoi calcoli e aveva il problema di nasconderlo con la disinformazione». La riscrittura retroattiva è quella secondo cui l'Italia non avrebbe mai scommesso sulla vittoria ucraina, limitandosi a impedire a Putin di arrivare a Kiev. Orsini la smonta con una frase sola: «La controffensiva armata da Crosetto era per sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, non per difendere Kiev da un assedio».
Il terzo passaggio è quello che più interessa, perché tocca la responsabilità politica. Crosetto, argomenta Orsini, «deve fingere di non prendere decisioni per apparire politicamente irresponsabile»: dice di armare l'Ucraina perché non ha alternativa. Ma l'alternativa esiste, e ha un nome tecnico preciso. «Crosetto può scegliere se trasformare l'Ucraina in uno stato cuscinetto demilitarizzato nell'interesse dell'Italia», che secondo il sociologo è la soluzione che allontana di più il rischio di internazionalizzazione del conflitto.
La conclusione è un'assunzione di responsabilità anticipata, formulata a freddo: se mai l'Italia dovesse trovarsi in guerra con la Russia, o se l'Ucraina dovesse subire un attacco nucleare, «io lo dirò che tu sei corresponsabile». Orsini precisa di dirlo adesso proprio per non sfruttare, in futuro, l'onda emotiva di una tragedia.
Le parole di von der Leyen, non le illazioni
La ricostruzione di Orsini poggia su un'attribuzione forte: che l'integrazione industriale sia una decisione della Commissione europea, e che Roma vi si sia allineata. Quella parte non ha bisogno di deduzioni, perché è documentata dalle dichiarazioni della diretta interessata.
A Kiev, il 24 febbraio 2026, von der Leyen ha presentato il prestito che la Commissione ha battezzato con il nome della strategia del porcospino d'acciaio, destinato ad approvvigionamento, produzione e sviluppo di equipaggiamenti avanzati, dai droni ai missili alle munizioni. Nello stesso intervento ha aggiunto: «Stiamo lavorando intensamente all'integrazione delle nostre industrie della difesa». E poco oltre, senza perifrasi: «L'obiettivo è una maggiore integrazione».
Un anno prima, presentando il Libro bianco sulla difesa, la stessa presidente aveva indicato la direzione: «Dobbiamo accelerare l'integrazione dell'Ucraina nel mercato europeo». Il motivo dichiarato è industriale prima ancora che militare — l'industria ucraina, spiegava, sa innovare in tempo reale e produrre in modo più rapido ed economico.
Sul versante italiano il tassello è noto ai lettori di questo blog: il «Drone Deal» aperto tra Roma e Kiev, la produzione congiunta di sistemi senza pilota, i sei miliardi della EU-Ukraine Drone Alliance. Ho già descritto altrove come questo insieme funzioni ormai da ecosistema industriale con incentivi propri alla continuazione del conflitto.
Messi in fila, questi elementi rendono la telefonata a Fedorov perfettamente leggibile. Un ministro che sta costruendo una filiera italiana di droni e sistemi autonomi cerca l'uomo che quella filiera l'ha creata sotto bombardamento. È coerente. La coerenza, però, appartiene al progetto industriale, non alla versione pubblica in cui l'Italia si limita a soccorrere un Paese aggredito.
Le lavatrici di Tallinn
Orsini insiste su un episodio del 2022, e ha ragione a insistere. Il 10 ottobre di quell'anno, al Tallinn Digital Summit, von der Leyen dichiarò che l'esercito russo cannibalizzava lavatrici e frigoriferi per ricavarne semiconduttori destinati all'hardware militare. Il testo è ancora sul sito della Commissione, discorso 22/6063, e una formulazione analoga era già comparsa nel discorso sullo stato dell'Unione del settembre precedente.
Quella frase non fu una battuta infelice. Fu la premessa operativa su cui l'Europa costruì l'aspettativa della controffensiva del 2023: un avversario allo stremo, privo di componentistica, prossimo al collasso industriale. Sulla base di quella premessa vennero decise consegne, tempi, obiettivi militari. Quattro anni dopo, la Russia produce missili ipersonici in quantità e l'Europa discute di come ricostituire le proprie scorte.
Orsini colloca il caso dentro la tesi del suo ultimo libro, Disinformazione: la manipolazione che colpisce gli italiani non arriva dal Cremlino, che non ha capacità di penetrazione nel sistema informativo nazionale, ma dai vertici europei e italiani. Chiunque abbia seguito il dibattito pubblico di quei mesi ricorda quanto poco spazio ebbe la verifica di quell'affermazione.
Il conto che tocca agli italiani
Nella stessa intervista a Repubblica, Crosetto fornisce le cifre. Risorse aggiuntive per la Difesa pari allo 0,30% del Pil nel 2027, circa sei miliardi, e una cifra analoga nel 2028. Sul nuovo pacchetto per Kiev ammette che ora servono sistemi rari e sofisticati, soprattutto difesa aerea, e che «la domanda è cento volte superiore all'offerta». Chiude con una formula che vale la pena rileggere: «Questo ci obbliga ad aiutare ancora di più l'Ucraina».
L'obbligo, in politica estera, è quasi sempre una scelta che ha rinunciato a presentarsi come tale. Il meccanismo lo ha descritto più volte Thomas Fazi analizzando il rapporto tra vincoli europei e sovranità di bilancio: quando la decisione viene collocata a un livello dove nessun elettorato può raggiungerla, il governo nazionale può eseguirla presentandosi come esecutore di una necessità.
Nino Galloni insiste da anni su un aspetto correlato e più concreto: una spesa militare finanziata a debito in un Paese sotto vincolo di bilancio non si aggiunge alle altre voci, le sostituisce. Sei miliardi l'anno hanno un costo-opportunità che si misura in sanità, scuola, manutenzione del territorio.
Sul piano strategico, la lettura di Jeffrey Sachs è nota e conserva la sua forza: l'espansione dell'architettura di sicurezza occidentale verso est è la causa strutturale del conflitto, non il rimedio. Glenn Diesen ha aggiunto l'osservazione che rende il quadro più scomodo per Bruxelles: un'Europa che si costituisce come attore geopolitico attraverso il riarmo finisce per avere bisogno della minaccia che dichiara di voler neutralizzare.
Rimane il paradosso più semplice, e nessuno lo affronta. Un Paese che ammette di non potersi difendere da un attacco di poche ore sta spendendo per rendere un altro Paese militarmente formidabile. La difesa nazionale e il progetto geopolitico procedono in direzioni opposte, e solo il secondo riceve finanziamento certo.
Ciò che il silenzio sottrae
La strategia descritta da Orsini ha una conseguenza che va oltre la responsabilità di due ministri. Quando un progetto pluridecennale viene attuato senza mai essere nominato, gli italiani non vengono soltanto ingannati: vengono espropriati della possibilità di giudicare. Non si può essere d'accordo o in disaccordo con qualcosa che non è stato messo in discussione.
Ho scritto altre volte che l'economia di guerra europea si costruisce a bassa dichiarazione formale: deroghe d'urgenza, crediti dedicati, catene di fornitura protette, nessun voto che chieda esplicitamente al Paese se voglia diventare retrovia produttiva di un conflitto. La telefonata a Fedorov appartiene a questa grammatica. Non è un atto clandestino — è stata raccontata dal ministro stesso a un grande quotidiano — ma il suo significato resta illeggibile finché la cornice rimane taciuta.
C'è poi la questione che sta sotto tutte le altre, e che la contabilità dei pacchetti d'aiuto non registra mai. Ogni sistema d'arma consegnato ha un punto di arrivo che è un corpo umano. Ogni contratto ventennale firmato oggi presuppone che tra dieci anni ci sia ancora qualcuno da colpire e qualcuno da mandare al fronte. Un'industria che pianifica su quell'orizzonte ha bisogno, per esistere, che la guerra duri.
La domanda su chi debba consigliare il ministro della Difesa italiano, allora, non riguarda l'orgoglio nazionale. Riguarda che cosa quel ministro stia costruendo, e per conto di chi. Su questo l'Italia non ha ancora avuto un dibattito. Ha avuto un silenzio, interrotto ogni tanto da una notizia che sfugge di mano — come una telefonata raccontata con troppa naturalezza.
Riferimenti
Reuters / Internazionale – Italy defence minister offers ousted Ukraine counterpart Fedorov adviser role (https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/07/25/italy-defence-minister-offers-ousted-ukraine-counterpart-fedorov-adviser-role) LaPresse – Crosetto su Iran e Ucraina: "Le navi italiane restano nel Mar Rosso. Presto nuove armi a Kiev" (https://www.lapresse.it/politica/2026/07/25/crosetto-su-iran-e-ucraina-le-navi-italiane-restano-nel-mar-rosso-preso-nuove-armi-a-kiev/) Antimafia Duemila / Il Fatto Quotidiano – Orsini: "Meloni e Crosetto hanno scelto la strategia del silenzio sulla guerra in Ucraina" (https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/topnews/orsini-meloni-e-crosetto-hanno-scelto-la-strategia-del-silenzio-sulla-guerra-in-ucraina) Commissione europea – Keynote address by President von der Leyen at the Tallinn Digital Summit, 10 ottobre 2022 (https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/da/speech_22_6063) ANSA – Von der Leyen, 'la parola si mantiene, il prestito a Kiev ci sarà' (https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/02/24/von-der-leyen-la-parola-si-mantiene-il-prestito-a-kiev-ci-sara-2_283536a3-14e1-4ba4-8728-9175d75d910e.html)
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