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La Partita Lenta
La sala era quasi vuota. Solo il battito sommesso delle biglie e la luce verde sospesa sul tavolo.
Lui era già lì, stecca in mano, un bicchiere di qualcosa di ambrato accanto. Quando lei entrò, il rumore dei tacchi sul pavimento lucidato sembrò interrompere il tempo.
«Sei in anticipo», disse lui, senza sollevare lo sguardo.
«O forse tu sei in ritardo.»
Il sorriso che accompagnò la frase era una promessa di battaglia.
Lei prese la stecca, controllò il peso, la bilanciò nel palmo della mano. Poi, con lentezza studiata, iniziò a gessarla.
Ogni movimento era misurato, preciso. Non cercava di attirare attenzione , ma la otteneva comunque.
«A te il primo colpo», disse lui, cedendole il posto.
Lei si chinò sul tavolo, la linea del corpo tesa e concentrata. L’aria cambiò appena.
La biglia partì, colpì, rimbalzò, e due sfere colorate scivolarono dentro la buca come se non avessero avuto scelta.
Un colpo perfetto.
«Hai migliorato la mira.»
«Forse ho solo trovato la giusta motivazione.»
Lui fece il giro del tavolo, lento, calcolando gli angoli e… forse, anche lei.
Quando si piegò per colpire, il silenzio tra loro divenne quasi tattile.
Lei lo guardava, non per controllare il tiro, ma per osservare la concentrazione, il respiro, quel modo di dominare il gesto.
Il colpo fallì di un soffio.
«Distratto?» chiese lei.
«Forse.»
«Succede, quando si gioca sotto pressione.»
Lui sorrise, avvicinandosi abbastanza da farsi sentire solo da lei.
«O quando si gioca contro qualcuno che non sa perdere.»
«O contro qualcuno che sa esattamente cosa vuole ottenere.»
Per un attimo rimasero fermi così, vicini, la stecca come unica linea di distanza.
Lei indicò la biglia bianca.
«Mi aiuti a regolare l’angolo?», chiese, con voce calma ma piena di sottintesi.
Lui la guidò da dietro, la mano sfiorò appena la sua. Il movimento era lento, preciso, ma l’aria intorno sembrava vibrare.
«Così», mormorò. «Ora prova.»
Il colpo fu quasi perfetto. Quasi.
Lei rise piano. «Sei un pessimo maestro.»
«O forse non volevo che finisse troppo presto.»
Continuarono a giocare, un tiro dopo l’altro, parlando poco.
Ogni battuta era una schermaglia, ogni sguardo un invito, ogni respiro un modo per misurare la distanza.
Alla fine, le biglie si fermarono.
Lui poggiò la stecca, chinò appena la testa.
«Pareggio?»
Lei si avvicinò, sfiorando appena il bordo del tavolo con le dita.
«No. Direi che abbiamo solo… rimandato la vittoria.»
E mentre si allontanava, lui la seguì con lo sguardo.
La partita era finita, ma la sfida, quella vera, stava appena cominciando.















