Dove finisce il deserto (pt. 2)
I dipendenti della Prix sono pietrificati, ammutoliti. I loro occhi paiono dei crateri. La donna incappucciata continua la sua ronda al fianco del cameraman, anche lui di pelle scura. Il reparto frigo è sterminato. Sono passati solo cinque minuti, ma dentro al locale si è già creata una folla enorme. Io continuo a osservare tutto dall’alto del mio balcone. Gli occhi mi cadono nuovamente sulla zona bar e noto con dispiacere che i miei colleghi sono spariti. Non penso li rivedrò più. La donna a una certa cambia argomento. Si mette a parlare di un caso avvenuto di recente proprio in quella città. La notizia riguarda un giovane giornalista di origini cinesi, scomparso dopo aver appoggiato la Prix in un’indagine preliminare. Il ragazzo era stato corrotto e la stessa compagnia, per evitare che trapelassero informazioni scomode, lo aveva fatto sparire. Fuga o suicidio, dicono. In ogni caso, di questo ragazzo non si sa più nulla. Lei è convinta che sia stato preso di forza e che tuttora venga tenuto in ostaggio da qualche parte. Io ascolto in silenzio, e con gli occhi perlustro la zona. La Prix appare come un grande cubo di vetro, trasparente. Ricordo che fuori è ancora giorno, eppure dentro non c'è un minimo di luce. È tutto buio. Secondo la militante, dunque, la Prix non solo vende prodotti scadenti ma è anche responsabile di sequestro di persona. In preda allo sgomento, la massa di persone che si era accumulata intorno a lei inizia a scomporsi. È il caos. Poi però un tonfo, forse un’esplosione lontana, e tutti si ricompongono all’istante. Stanno arrivando i militari. Sé ne accorgono anche gli animalisti venuti qui a manifestare, e insieme ad altri strappano giù le carcasse degli animali morti in segno di protesta. Tutti devono vedere le condizioni in cui versa questo supermercato. Io intanto penso alla mia troupe. Penso ai corpi di plastica. Penso a quello stupido giornalista cinese che si era immischiato in qualcosa di più grande di lui. Mi giro per scendere le scale, ma con la coda dell’occhio noto un bidone più grande degli altri. Dunque mi avvicino. Di sotto sono tornati a sbraitare. Sembra proprio il verso di mille topi che squittiscono. Arrivato a questo cassonetto dall’aria sospetta, accendo la torcia che ho sul casco. È stata un’azione automatica, evidentemente sono anch’io un reporter. Appoggio le mani sul bidone e mi sporgo. Da giù qualcuno urla di interrompere la missione. I militari sono alle porte dell’edificio. Tentenno, ma me ne frego. Impiego tutta la forza rimasta in corpo per sollevare il coperchio del bidone. Si alza un fetore tremendo, pari solo a quello dello smembramento dei bovini. Vi guardo dentro e non credo ai miei occhi. Ho davanti a me il cadavere del giornalista cinese, in un avanzato stato di decomposizione. Nello stesso istante una mosca mi si appoggia sulla visiera, e da lì in poi non capisco più niente. Sento cedermi le gambe e cado all’indietro. Cerco di strapparmi questo dannato caschetto di dosso, ma è impossibile. Sotto i militari hanno già preso controllo della situazione e hanno mietuto, per l’appunto, qualche vittima. Mi trascino per terra, schiena alla parete. A una certa partono dei passi. Più si fanno distinti e più mi viene da vomitare. 1, 2, 3… La porta si apre. Sussulto. Sento una voce ovattata che mi chiama. Aspetta, quello è il mio nome? Aspetta, qual è il mio nome?



















