Ho riletto la lettera che ti ho scritto il giorno del tuo compleanno. Ricordo il momento in cui l’hai letta di fronte a me, non ad alta voce, mentre cercavo di non fissarti e mi sistemavo lo zaino prima di prendere il treno. Però alla fine ti guardai lo stesso, stringevi la mandibola, lo fai sempre quando sei nervoso o emozionato. Appena l’hai finita ti sei subito alzato e sei venuto ad abbracciarmi, mi hai detto che sono incredibile e mi hai baciata.
Ho trovato la registrazione che feci partire il giorno in cui ci incontrammo per la prima volta, che non c’era nessuno a farci un video come quelli visti sui social sugli incontri delle coppie a distanza, allora fu l’unico modo che trovai di conservare e preservare quell’attimo. Accesi il registratore, misi il cellulare in tasca e ti venni ad abbracciare. Mi salutasti, ti dissi che stavi tremando, “un po’” fu tutto quello che riuscisti a dire. Subito dopo mi chiedesti il permesso per prendermi la mano, come se potessi mai dirti di no. Sei scemo. Lo sei sempre stato.
Perdonami, ma non voglio ancora credere alla tua assenza, alla giustificazione che mi hai dato: “non mi piaci più”. Non ci credo, non posso. Non così, non dopo tutto questo. Non puoi andartene così, mi dovevi avvisare prima, mi sarei fatta trovare preparata, più forte.
Perdonami, ma ho ancora bisogno di credere che tornerai.
Perché tornerai, vero?
-Indy


















