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A new divide
Returning
A wake-up from
The old spring
And I'm feeling very strange now, strange now
And it’s feeling like a crack in the self, crack in the self
And it’s getting very different now all the time
And we’re gonna shout it out of blue, whole and new
We saw our fates
We’re burning
Through space and time
With knowledge sings
And I'm feeling very strange now, strange now
And it’s feeling like a crack in the self, crack in the self
And it’s getting very different now all the time
And we’re gonna shout it out of blue, whole and new
Back to the old land
Back to the old land
Old land, Old land
Old land
Old land
Old land
Old land
Old land
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Gothic / New Wave / Dark Wave / Post Punk / Gothic Rock / Gothic Metal / Industrial compilation by D.J. SeaWave (Gal Gur-Arie) ~ THE SISTERS OF MERCY ~ THE LAST HOUR ~ KILL SHELTER & ANTIPOLE ~ ECHO AND THE BUNNYMEN ~ JAMES RAY AND THE PERFORMANCE ~ NEILA INVO ~ HARSH SYMMETRY ~ MASSIVE EGO ~ THEN COMES SILENCE ~ TIAMAT ~ MØAA ~ VR SEX ~ JOACHIM WITT ~ WHISPERING SONS ~ RAIN DIRTY VALLEYS ~ DEATHSTARS ~ CRYSTAL CASTLES (FT. ROBERT SMITH) ~ THE GATHERING ~ Cover Model: Lilith
Photo by: Francis Kinsella
RECENSIONE: Shame - Drunk Tank Pink (Dead Oceans, 2021)
Nel secondo disco Drunk Tank Pink la band post-punk inglese Shame sorprende con l’approdo ad una poetica e a delle sonorità nuove, sicuramente più personali rispetto al debutto del 2018 che già prometteva molto, dimostrando una maturazione che raramente sentiamo compiere ad una band innanzitutto così giovane ed in soli tre anni.
Durante il tour nel quale si sono affermati come protagonisti della nuova scena post-punk inglese insieme agli Idles ed i dublinesi Fontaines D.C., gli Shame hanno risentito gli effetti della vita on the road, argomento di cui nel corso dei decenni molti artisti hanno parlato, svelando come le tournée possano rappresentare un aspetto particolarmente critico e delicato della carriera. Le ripercussioni sullo stato fisico e mentale della band sono state non indifferenti e preoccupanti. Se c’è chi ha dovuto affrontare il problema dell’abuso di alcolici consumati dopo i concerti, c’è anche chi dopo esser salito sul palco per due anni di fila ha sentito la crisi manifestarsi su un piano artistico, attraverso il rigetto nel rapporto col proprio strumento.
Dunque la band ha scritto il disco perlopiù a distanza tra le mura rosa delle loro camere, mentre affrontavano le loro situazioni personali prima che potessero degenerare, e poi lo hanno portato nello studio di James Ford - già dietro i successi di Arctic Monkeys, Florence + The Machine, Foals ed una grandissima fetta dell’indie rock degli ultimi anni - che ha sicuramente influito sulla maturazione di una band che già di suo aveva molto da dire, colorando a tutti gli effetti un disco che fondamentalmente è mosso da emozioni e sentimenti molto scuri in tempi neri. Come risultato Drunk Tank Pink si porta dietro il volume e la velocità del disco precedente, ma li incanala con un’energia ed un’elettricità inedita, incorporando nuove influenze con ottimo gusto, senza essere troppo derivativi.
Drunk Tank Pink è pieno di riff accattivanti e taglienti, di strumenti suonati molto dritti e lisci e contemporaneamente belli grezzi per essere complementari alla voce di Charlie Steen. In una scena relativamente satura, sempre ad un passo dall’essere troppo poco scremata, gli Shame si allineano anche ad un panorama più trasversale pur puntando molto al mainstream. Richiamano nomi nuovi come quello dei Black Midi con la loro mischia cervellotica tra il math-rock ed il prog-punk che a primo impatto può sembrare un paragone improbabile, ma che secondo noi potrebbe anche non esserlo così tanto date le strutture ed i ritmi post-punk molto irregolari di alcuni brani. Parliamo della quasi teatrale ed estemporanea Water In The Well, di Born in Luton con le sue chitarre tremolanti che accelerano e rallentano il tiro nei momenti più inaspettati, di Snow Day coi suoi giochi tra chitarra e batteria dove Steen se la gioca quasi con lo spoken-word, poi approfondito nella tesissima conclusiva Station Wagon che finisce in un tornado cacofonico di strumenti oppure ancora di Harsh Degrees. Le stesse tracce non sono una cosa sola e tra le influenze non possiamo non pensare ai Talking Heads e ai Parquet Courts col loro punk-funk ed il cantato sincopato. Uno dei passaggi più funky è proprio March Days dove si incontrano chitarre ritmiche luminose, batteria strettissima e la coralità della parte vocale. Abbiamo i passaggi art-rock e new-wave di Nigel Hitter e Human, for a Minute dove il mix è quasi sognante.
Cambiano i contenuti dei testi - e soprattutto il tono generale - che se prima erano rivoltosi con consapevolezza, ma pur sempre animati da una foga giovanile, arrabbiati nei confronti del sistema politico e sociale della propria nazione, adesso sono assolutamente concentrati su sé stessi e la disillusione di Songs Of Praise si è trasferita su un piano molto più introspettivo, sommandosi ad una maturità alla quale si è arrivati attraverso un dolore del tutto nuovo. Ci soffermiamo su questo punto perché ci rendiamo conto che in questo passaggio si gioca l’approdo ad una produzione di una nuova poetica che è personale e molto più originale.
Ritorna più volte il tema della circolarità, una rotazione dalla quale non si riesce ad uscire, un loop che ammutolisce l’emotività ed il libero arbitrio, rendendo tutto un’operazione meccanica. Presente anche la sensazione di non essere al proprio posto, di stare stretti, di non riuscire a comprendersi e di sentirsi persi. C’è l’irrequietezza e l’immobilità, si parla di un isolamento premonitore di uno stato collettivo che al momento della pubblicazione del disco proviamo tutti e che rende le tematiche di Drunk Tank Pink ancor più rilevanti e risuonanti. Alla fine c’è sempre lei, la morte, nascosta più o meno velatamente all’interno dei brani che sprofondano in un’atmosfera molto opprimente.
“They say don't live in the past / And I don't / I live deep within myself / Just like everyone else”
Dice in Snow Day - soltanto uno degli esempi di come la penna di Steen sia cambiata. C’è un buco tra Songs Of Praise e Drunk Tank Pink, nel senso che sembra di ascoltare quasi due band diverse e questa distanza crea spaesamento ed è uno stato d’animo perfetto per ascoltare il disco, suggestionato quasi ad arte. Ci porta ad accorgerci inevitabilmente di una crepa sul muro, a chiederci cosa sia successo in questo lasso di tempo non raccontato. Alla fine abbiamo capito che basta perdere il contatto con la propria routine, con la realtà per come la conoscevamo, per esporci al rischio di scoprire i nostri punti deboli e di finire schiacciati nel non conoscere una buona maniera per affrontarli.
Tuttavia dagli errori si impara e dal disincanto, dal totale scoraggiamento, nel caso degli Shame sembra essere nata una nuova lente lucida e cinica dove l’uomo è visto come cieco, disabituato alla poesia perché inghiottito da sistemi più grandi. Ma quella stessa lente infondo ammette che quella bellezza, che sia nella semplicità di una vita più lenta o nell’essenzialità dei rapporti umani, continua ad esistere - e lascia uno spiraglio per tornare ad accorgersene di nuovo.
TRACCE MIGLIORI: Nigel Hitter; Born In Luton; Water In The Well, Snow Day