RECENSIONE: Billie Eilish - Happier Than Ever (Darkroom/Interscope, 2021)
Per un artista il secondo disco è il primo vero momento in cui si gioca la maturità artistica e con il suo la pop star numero uno del momento Billie Eilish è promossa, seppur non con voti perfetti, ad una prima maturità che dimostra consapevolezza e decisione nell'incamminarsi verso una direzione che ha buone probabilità di definire le nuove rotte del pop dei prossimi anni. Non una responsabilità qualunque per la diciannovenne statunitense che riesce a mostrare altre parti di sé senza cedere a pressioni ed aspettative enormi riguardo i canoni del pop e la propria immagine, sviluppando il pregio di condensare argomenti non proprio esauribili in poche parole in testi facilmente comprensibili.
Anche questa volta si tratta di un disco in cui convivono sonorità ed atmosfere pop molto differenti che vogliono mettere in luce la versatilità e le varie sfaccettature di Eilish, ma anche allungare il brodo forse più del dovuto, fino ad arrivare ad una selezione di sedici brani di cui un paio si poteva fare a meno, sebbene ci siano meno filler-tracks rispetto al debutto. Happier Than Ever afferma ancora una volta Eilish come la pop star più importante degli ultimi anni e lo fa senza ripetere i trucchi di un primo disco che ha avuto talmente successo da stravolgerle la vita. Stavolta l'attitudine eccentrica, le angosce adolescenziali ed una stridente dicotomia di stili vengono vendute in cambio di una raccolta di canzoni più adulte e coinvolgenti. Tuttavia a ripetersi è la sensazione di fondo che quell'incredibile riconoscibilità del suo suono, di una voce inconfondibile, siano dovuti al fatto che si leghino ad un'immagine artistica precisa reiterata e anche iconizzata ossessivamente da tantissimi media collaterali, dunque è la narrazione del personaggio a rendere Eilish unica piuttosto che un'identità musicale davvero inattaccabile.
Non è un difetto gravissimo ed in fondo arrivare a formulare un'identità che sia unica e fluida allo stesso tempo data la giovane età e solo due anni di distanza dal disco di debutto sembra quasi chiedere troppo, ma sicuramente un'attività musicale così prolifica che non si prende mai tempi di gestazione pena la caduta dall'Olimpo si rivela controproducente alla luce della riuscita di un disco coeso ed illuminato. Tra le righe Happier Than Ever si legge come un disco pop promettente e sopra la media che tuttavia soffre della decisione di camuffare la recente nascita del progetto discografico ed il naturale tempo necessario al suo sviluppo per dare priorità al successo dei singoli. Il fatto è che il successo di Billie Eilish è esploso gigantesco — e pure per buone ragioni perché è bene ricordare che Billie potrà anche essere giovane, ma di certo non è mai stata nè inesperta nè sprovveduta — e questo secondo disco è un lodevole tentativo di maturazione artistica e di trovare la propria strada; le sue tematiche arrivano più urgenti ed emotivamente intense, ma il suo valore artistico si dibatte intrinsecamente anche con la questione del fenomeno Billie Eilish.
Per questo la Billie ed il Finneas — fratello, produttore e braccio destro dell'artista — dell'esplorazione sonora elettronica, delle atmosfere eleganti e calde che schiacciano l'occhio a contesti più adulti, delle ballate al pianoforte e dell'uscita dai codici del pop rifiutando soluzioni fin troppo facili si scontrano con l'inserimento di brani come la hit Therefore I Am, la quale priorità non era di certo stare dentro la visione di questo disco. Tuttavia c'è da riconoscerlo: i progressi sono evidenti. Ci troviamo difronte ad un prodotto in cui ogni brano è estremamente curato e la produzione, specie sulle tonalità basse — ormai punto di forza conclamato — è impeccabile e potentissimo.
A tratti sembra voler snocciolare il più possibile come se il tentativo fosse scoprire a tutto tondo l'artista, quando forse la chiave di volta potrebbe essere iniziare a codificare il proprio linguaggio decidendo quando e come rendersi accessibili. E' un pò un ossimoro dato che ad unire i testi dei brani c'è proprio Eilish che si pronuncia sulle conseguenze di una fama che l'ha travolta precocemente, di proteggersi dalle invasioni di privacy, dagli occhi indiscreti e dai giochi di potere di una società di adulti in cui è stata catapultata da celebrità e da giovane donna. Se i sentimenti in gioco all'interno di Happier Than Ever sono questi ed il percorso di Eilish sta nel trovare il proprio equilibrio interiore per ritagliarsi dello spazio proprio e scoprirsi crescere all'insegna del self-love il rischio è quello di risultare auto-riferita piuttosto che autobiografica. C'è tanta drammaticità nell'essere davvero giovani e non riuscire ad immaginare il proprio futuro con serenità, anzi non riuscire ad immaginarlo proprio, sentirsi scoraggiati e persi sulla propria identità ed è quando affronta questi temi — che poi basta guardarsi attorno per capire quanto siano condivisi indipendentemente da status ed altri fattori sociali — che Eilish centra il punto, come nell'apertura Getting Older, my future e Your Power, meno con Not My Responsibility che suona come un trailer (perchè effettivamente lo è stato), ma d'altra parte è un manifesto estremamente importante sulla sessualizzazione delle giovani donne nel mondo dello spettacolo.
Segno di maturità è il fatto che si leggano dei tentativi, in alcuni punti laddove ci si avvicina ai singoli di punta che tra loro sono talvolta molto differenti, di far dialogare le atmosfere con dei passaggi sonori affini tra un brano, attuando un pensiero in cui si prende in considerazione il fatto che l'ascolto di un disco integrale è un'esperienza e valida in quanto tale, vedi il passaggio tra NDA e Therefore I Am che evidentemente hanno riconosciuto avesse bisogno di una spinta in più per essere tirata dentro il flow del disco.
TRACCE MIGLIORI: Your Power; my future; NDA; Lost Cause; Didn't Change My Number
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RECENSIONE: Shame - Drunk Tank Pink (Dead Oceans, 2021)
Nel secondo disco Drunk Tank Pink la band post-punk inglese Shame sorprende con l’approdo ad una poetica e a delle sonorità nuove, sicuramente più personali rispetto al debutto del 2018 che già prometteva molto, dimostrando una maturazione che raramente sentiamo compiere ad una band innanzitutto così giovane ed in soli tre anni.
Durante il tour nel quale si sono affermati come protagonisti della nuova scena post-punk inglese insieme agli Idles ed i dublinesi Fontaines D.C., gli Shame hanno risentito gli effetti della vita on the road, argomento di cui nel corso dei decenni molti artisti hanno parlato, svelando come le tournée possano rappresentare un aspetto particolarmente critico e delicato della carriera. Le ripercussioni sullo stato fisico e mentale della band sono state non indifferenti e preoccupanti. Se c’è chi ha dovuto affrontare il problema dell’abuso di alcolici consumati dopo i concerti, c’è anche chi dopo esser salito sul palco per due anni di fila ha sentito la crisi manifestarsi su un piano artistico, attraverso il rigetto nel rapporto col proprio strumento.
Dunque la band ha scritto il disco perlopiù a distanza tra le mura rosa delle loro camere, mentre affrontavano le loro situazioni personali prima che potessero degenerare, e poi lo hanno portato nello studio di James Ford - già dietro i successi di Arctic Monkeys, Florence + The Machine, Foals ed una grandissima fetta dell’indie rock degli ultimi anni - che ha sicuramente influito sulla maturazione di una band che già di suo aveva molto da dire, colorando a tutti gli effetti un disco che fondamentalmente è mosso da emozioni e sentimenti molto scuri in tempi neri. Come risultato Drunk Tank Pink si porta dietro il volume e la velocità del disco precedente, ma li incanala con un’energia ed un’elettricità inedita, incorporando nuove influenze con ottimo gusto, senza essere troppo derivativi.
Drunk Tank Pink è pieno di riff accattivanti e taglienti, di strumenti suonati molto dritti e lisci e contemporaneamente belli grezzi per essere complementari alla voce di Charlie Steen. In una scena relativamente satura, sempre ad un passo dall’essere troppo poco scremata, gli Shame si allineano anche ad un panorama più trasversale pur puntando molto al mainstream. Richiamano nomi nuovi come quello dei Black Midi con la loro mischia cervellotica tra il math-rock ed il prog-punk che a primo impatto può sembrare un paragone improbabile, ma che secondo noi potrebbe anche non esserlo così tanto date le strutture ed i ritmi post-punk molto irregolari di alcuni brani. Parliamo della quasi teatrale ed estemporanea Water In The Well, di Born in Luton con le sue chitarre tremolanti che accelerano e rallentano il tiro nei momenti più inaspettati, di Snow Day coi suoi giochi tra chitarra e batteria dove Steen se la gioca quasi con lo spoken-word, poi approfondito nella tesissima conclusiva Station Wagon che finisce in un tornado cacofonico di strumenti oppure ancora di Harsh Degrees. Le stesse tracce non sono una cosa sola e tra le influenze non possiamo non pensare ai Talking Heads e ai Parquet Courts col loro punk-funk ed il cantato sincopato. Uno dei passaggi più funky è proprio March Days dove si incontrano chitarre ritmiche luminose, batteria strettissima e la coralità della parte vocale. Abbiamo i passaggi art-rock e new-wave di Nigel Hitter e Human, for a Minute dove il mix è quasi sognante.
Cambiano i contenuti dei testi - e soprattutto il tono generale - che se prima erano rivoltosi con consapevolezza, ma pur sempre animati da una foga giovanile, arrabbiati nei confronti del sistema politico e sociale della propria nazione, adesso sono assolutamente concentrati su sé stessi e la disillusione di Songs Of Praise si è trasferita su un piano molto più introspettivo, sommandosi ad una maturità alla quale si è arrivati attraverso un dolore del tutto nuovo. Ci soffermiamo su questo punto perché ci rendiamo conto che in questo passaggio si gioca l’approdo ad una produzione di una nuova poetica che è personale e molto più originale.
Ritorna più volte il tema della circolarità, una rotazione dalla quale non si riesce ad uscire, un loop che ammutolisce l’emotività ed il libero arbitrio, rendendo tutto un’operazione meccanica. Presente anche la sensazione di non essere al proprio posto, di stare stretti, di non riuscire a comprendersi e di sentirsi persi. C’è l’irrequietezza e l’immobilità, si parla di un isolamento premonitore di uno stato collettivo che al momento della pubblicazione del disco proviamo tutti e che rende le tematiche di Drunk Tank Pink ancor più rilevanti e risuonanti. Alla fine c’è sempre lei, la morte, nascosta più o meno velatamente all’interno dei brani che sprofondano in un’atmosfera molto opprimente.
“They say don't live in the past / And I don't / I live deep within myself / Just like everyone else”
Dice in Snow Day - soltanto uno degli esempi di come la penna di Steen sia cambiata. C’è un buco tra Songs Of Praise e Drunk Tank Pink, nel senso che sembra di ascoltare quasi due band diverse e questa distanza crea spaesamento ed è uno stato d’animo perfetto per ascoltare il disco, suggestionato quasi ad arte. Ci porta ad accorgerci inevitabilmente di una crepa sul muro, a chiederci cosa sia successo in questo lasso di tempo non raccontato. Alla fine abbiamo capito che basta perdere il contatto con la propria routine, con la realtà per come la conoscevamo, per esporci al rischio di scoprire i nostri punti deboli e di finire schiacciati nel non conoscere una buona maniera per affrontarli.
Tuttavia dagli errori si impara e dal disincanto, dal totale scoraggiamento, nel caso degli Shame sembra essere nata una nuova lente lucida e cinica dove l’uomo è visto come cieco, disabituato alla poesia perché inghiottito da sistemi più grandi. Ma quella stessa lente infondo ammette che quella bellezza, che sia nella semplicità di una vita più lenta o nell’essenzialità dei rapporti umani, continua ad esistere - e lascia uno spiraglio per tornare ad accorgersene di nuovo.
TRACCE MIGLIORI: Nigel Hitter; Born In Luton; Water In The Well, Snow Day
RECENSIONE: Viagra Boys - Welfare Jazz (YEAR0001, 2021)
Il secondo disco degli svedesi Viagra Boys s’intitola Welfare Jazz ed è una bomba post-punk che esplora ulteriormente il gusto musicale onnivoro della band, con influenze che vanno dal funky al blues, dal jazz al country. Un disco dalla facciata aggressiva ed i modi ignoranti che ci racconta episodi carichi di brillante umorismo e sarcasmo sotto i quali si nasconde una profonda intelligenza emotiva.
Essendo una delle poche principali uscite sul programma di gennaio, tradizionale periodo di inattività nel mondo delle uscite discografiche, Welfare Jazz è nella posizione unica di poter stabilire un primo tono per il 2021. Ed è sicuramente un ottimo tono, il piede giusto per iniziare un anno dove ci piacerebbe da morire continuare a sentire questa benedizione che è il revival della scena post-punk ormai chiaramente in atto negli ultimi anni dalle grazie di Idles, Fontaines D.C, Protomartyr e Shame - solo per citarne alcuni.
Ma qui ci sembra doveroso non accomodare troppo i Viagra Boys col genere post-punk, nonostante siano apprezzati da chi gravita nella scena. Bisogna dire che c’è sicuramente quel tipo di attitudine à la Joe Talbot (Idles) che si mette a torso nudo sul palco e con la pancia ballonzolante esposta prende a pesci in faccia la mascolinità tossica, ma a livello di sound la band capitanata da Sebastian Murphy incorpora tantissime altre influenze. Il titolo del disco, infatti, non è del tutto una presa in giro sbruffona e non soltanto perché il sassofonista Oskar Carls fa la sua figura nella formazione, ma perché effettivamente si vanno a toccare corde blues, jazz e funk ormai con naturalezza rispetto al debutto Street Worms del 2018, dove già si leggeva chiaramente il manifesto della band. Sono degli elementi che li avvicinano di più agli affini all’art-rock come Preoccupations, Ought ed Iceage oppure ancora a quelle band ibride tipo HMLTD e Tropical Funk Storm nate proprio dalla fertilità della scena, ma che effettivamente hanno interpretato e riportato in vita l’attitudine del pensiero punk per riscriverne le sonorità e non viceversa.
A scontornare ancora di più il profilo ci sono i synth che portano il disco anche su versanti dance, acidi, su cui il mono tono cavernoso e grezzo di Murphy - che o si odia o si ama, e qui lo adoriamo - è un sodalizio riuscitissimo, in quanto aggiungono pennellate al personaggio-macchietta di Murphy che si auto-interpreta come il macho ignorante e gradasso che però con qualche birra e sostanza di troppo in corpo inizia a perdere di credibilità ballando come una scimmia sul palco e sparando qualche frase - apparentemente - senza senso che ne svela, appunto, l’ironia ed il surrealismo. Vedi Girls & Boys che sembra un aggiornamento di LCD Soundsystem, sviluppato attorno a tre note lanciate dall’energetica e serratissima sezione ritmica spesso arricchita dalle sferzate in improvvisazione di un sax dalle sensazioni punk-funk. Sempre sull’improvvisazione si mantiene la strumentale 6 Shooter sulla quale volevo fare un cenno di approvazione. Un brano che spezza a metà il disco coi suoi cinque minuti, e nonostante immaginiamo possa prendere davvero vita in live, rimane avvincente e riesce ad isolare l’ascoltatore da tutto il resto catapultandolo nella frenesia musicale. Creatures invece è un ottimo tentativo di scrivere una canzone pop sfruttando la sempre attuale lezione dei Talking Heads.
L’apertura Ain’t Nice è un manifesto che dice “non sono una buona persona” e dipinge un personaggio senza scrupoli nell’ammettere di cercare una controparte di cui approfittarsi per non rimanere in mezzo alla strada e continuare a fare quello che gli pare, con la quale non è disposto o forse non è nemmeno in grado di ricambiare emotivamente la relazione. “I’ll start screaming if you look at me funny” anzi, avvisa per sottolineare il fatto di essere una persona assolutamente intrattabile. Non c’è però una totale strafottenza ed assenza di pentimento. Quella di Murphy è interpretabile come un’ammissione di colpe da cui partire e sicuramente ha capito dove ha sbagliato, semplicemente invece di chiedere perdono e fare un “mea culpa” col capo chino decide di dire: “mi sono comportato da totale stronzo ed è imperdonabile, quindi questo è tutto lo schifo che ho fatto senza mezzi termini”. In Toad che si avventura su una galoppata scatenata quasi country-western dice nella maniera più rozza possibile che non ha intenzione di intraprendere nulla di serio con la sua donna che farebbe meglio piuttosto a smettere di fantasticare sul sistemarsi insieme in un posto carino, non perdendo l’occasione per mortificarla.
Nelle ultime tracce vediamo proprio un approdo ad un cambio di atteggiamento, un tono diverso che corrisponde a sonorità ancora diverse, a conferma della sua presa di coscienza. In To The Country la vediamo quando la sua affermazione diventa “I wouldn't scream and yell and ramble 'bout my problems” mentre chiede alla controparte di prendere una casette insieme perché forse è ciò che vuole davvero e prosegue sulla cover di John Prine di In Spite Of Ourselves che chiude il disco.
Più volte si è tentato di leggere i testi dei Viagra Boys sotto una lente politica, complice sicuramente il paragone con tutte le band inglesi di prima, ma un’altra cosa che li differenzia da loro è che non fanno del commento socio-politico il loro primario interesse. Murphy stesso ha affermato che per lui l’atto in sé di fare musica è un atto politico e che non necessariamente, o almeno non volontariamente, dentro i suoi testi ci sono dei significati politici. Per noi Welfare Jazz ha inevitabilmente - anche - una lettura politica perché non potrebbe essere altrimenti quando si fa del sarcasmo sulla mascolinità tossica, la misoginia, lo squallore adottando un metodo che alla fine somiglia tanto a quello del dadaismo. E non solo, si capisce chiaramente il pensiero dei musicisti dietro un lavoro musicale del genere, rendendolo esplicito quando nelle interviste dicono “right-wings don’t like music”.
Welfare Jazz è un disco puramente libero sotto il punto di vista musicale che ti fa godere delle chitarre, dei bassi spessi come mattoni, del sax impazzito ma sempre misurato e funzionale, dell’idiozia iconica del suo frontman. Che dire, ci piacciono pure gli intermezzi.
TRACCE MIGLIORI: Ain’t Nice; Toad, Creatures; Girls & Boys
Per iniziare al meglio l’anno facciamo un piccolo recap di tutte le uscite discografiche che siamo certi o speriamo ci attendano nel 2021. Dopo un anno in cui le uscite di molti dischi sono state rimandate, insieme a concerti ed esibizioni televisive, nei prossimi mesi ci aspettano tante cose interessanti ad iniziare da Shame, Julien Baker, slowthai e Lana Del Rey.
shame - Drunk Tank Pink (Dead Oceans, 2021)
Il secondo disco degli inglesi Shame s’intitola Drunk Tank Pink ed è in uscita il 15 gennaio per Dead Oceans. Arriva a due anni di distanza dall’esplosivo debutto Songs Of Praise e ad anticiparlo ci sono tre singoli - Alphabet, Snow Day e Water In The Well. Contiene undici tracce e nessuna collaborazione e si prospetta un disco asciutto e diretto, come piace a noi.
Il secondo disco del rapper slowthai s’intotola TYRON ed è in uscita il 5 febbraio per Method / AWGE / Interscope. All’interno numerose collaborazioni di spicco tra cui già l’edita feel away con James Blake e Mount Kimbie più altre con A$AP Rocky, Skepta e Denzel Curry. Il secondo singolo si chiama nhs e si era già posizionato tra le nostre 50 migliori canzoni del 2020, quindi non ci resta che aspettare incuriositi il successore di Nothing Great About Britain - che ci aveva colpito molto.
Julien Baker - Little Oblivions (Matador, 2021)
Il terzo disco di Julien Baker, Little Oblivions, uscirà il 26 febbraio per Matador. Arriverà a quattro anni di distanza dal disco solista Turn Out the Lights e a tre dalla parentesi del 2018 con le boygenius. Ad anticiparlo il singolo Faith Healer.
Lana Del Rey - Chemtrails Over The Country Club
Il titolo, più o meno sicuro, del prossimo album di Lana Del Rey sarà Chemtrails Over The Country Club. Un disco su cui la cantante chiacchiera già da dopo l’uscita di Norman F*cking Rockwell - che ci è piaciuto abbastanza - nel 2019. Chemtrails... che ormai è pronto doveva uscire nel 2020, ma a quanto pare, dato i ritardi nella produzione del vinile è stato spostato alla primavera del 2021.
Rosalía
Dopo El Mal Querer la cantante catalana Rosalía si è goduta il successo in tutto il mondo pubblicando numerosi singoli, remix e collaborazioni di spicco tra cui James Blake, Travis Scott, The Weeknd e Arca. Insomma, è dal 2019 che ha avuto tempo per pensare alla sua prossima mossa sul lungo formato senza preoccuparsi di assentarsi dalla scena musicale e mancare l’occasione di cavalcare l’onda. La cantante ha dichiarato a dicembre di essere vicina alla fine delle registrazioni di nuova musica. Speriamo che il 2021 sia l’anno buono.
Darkside - Spiral
Il side-project di Nicolas Jaar con Dave Harrington era stato dichiarato dai due momentaneamente sciolto dopo un debutto ipnotico e mozzafiato nel 2013. A sorpresa a dicembre del 2020 Darkside, questo il nome del duo electro-rock, annuncia il ritorno con il singolo Liberty Bell, contestualmente pubblicato insieme all’annuncio del nuovo disco, Spiral, in arrivo nella primavera 2021.
Iosonouncane - IRA (Trovarobato / Numero 1, 2021)
Dopo cinque anni di faticosissima attesa finalmente era tutto pronto. Jacopo Incani, in arte Iosonouncane, era sul punto di pubblicare IRA, successore dell’acclamatissimo DIE, ormai diventato un classico della musica italiana. A fermare tutto la pandemia che ha costretto l’annullamento del tour e la posticipazione del disco. Per non lasciarci con l’amaro in bocca negli ultimi mesi Iosonouncane ci ha regalato un bellissimo inedito intitolato Novembre ed un’interpretazione toccante e personale del capolavoro Vedrai, vedrai di Luigi Tenco. I due brani hanno sancito la rinascita della storica etichetta Numero 1 fondata da Mogol e Lucio Battisti nel 1969 ed è inutile dire che non hanno fatto altro che fomentare l’attesa per il nuovo album che tanto avevamo desiderato. Sperando che nei prossimi mesi le cose vadano meglio e permettano ad Incani di introdurci il nuovo disco come meglio desidera, noi lo aspettiamo a braccia aperte in questo 2021.
Verdena
Anche il ritorno dei Verdena era atteso nel 2020 e stavolta con degli indizi più concreti e promettenti del solito. Cinque anni ci separano dai bellissimi ed avventurosi Endkadenz (Vol. I & Vol. II) e speravamo fossero davvero gli ultimi prima di poter ascoltare qualcosa di nuovo dalla band di Alberto Ferrari, Luca Ferrari e Roberta Sammarelli. Anche per loro andare avanti dopo la pandemia è stato impossibile e la prospettiva di pubblicare un disco senza poterlo suonare in tour non aveva senso. Adesso che speriamo a breve di poter tornare a sudare sotto ad un palco attendiamo anche il disco - che a quest’ora dovrebbe essere finito - di cui in questi anni si è parlato moltissimo.
Jamie XX
Nessun annuncio ufficiale, nessun indizio esplicito, ma in pieno lockdown il dj, produttore e membro della band The XX ha pubblicato il primo inedito solista dal 2015 intitolato Idontknow. Una bellissima traccia che speriamo possa aver rotto il ghiaccio per il possibile ritorno di uno dei volti più noti e creativi dell’elettronica inglese.
Kendrick Lamar
Dopo la cancellazione di moltissimi concerti il rapper Kendrick Lamar ha iniziato ad annunciare la sua presenza in alcuni festival che avranno luogo nel 2021, tra cui il danese Roskilde. E’ proprio il team di questo festival che ci ha spoilerato il possibile ritorno di Lamar dicendo che c’è del materiale che arriverà presto. Questa notizia si aggiunge ai rumor più o meno confermati che affermano di aver visto Lamar girare un video musicale a Los Angeles a settembre, oltre al fatto che i suoi collaboratori hanno parlato di come ci sia musica a sufficienza per realizzare altri sei album.
BROCKHAMPTON
Lo scorso anno, con nostra sorpresa, la boy-band americana Brockhampton è sparita dai riflettori. Dal 2017 non si sono fermati neppure un attimo e Kevin Abstract, membro fondatore, ha persino trovato lo spazio per continuare il suo progetto solista - che abbiamo apprezzato molto. E’ dunque insolito, nonostante la pandemia e l’impossibilità di fare i concerti abbia rallentato se non fermato molti artisti, che i Brockhampton abbiano preferito fare silenzio dandoci pochissime notizie durante l’anno. Conosciamo tuttavia quanto travolgente possa essere il fiume creativo della boy-band che in un anno ha pubblicato tre dischi ed i teaser pubblicati in queste ultime settimane ci dicono che anche se non ne hanno parlato durante questi mesi debbano aver combinato molte cose. Ci aspettiamo dunque che nei prossimi mesi tornino a farsi sentire e che entro l’anno pubblichino il successore di GINGER.
Il quarto ed ultimo articolo della nostra List Week dedicata alle classifiche musicali di fine anno vede come sempre protagonisti gli album, il classico ed intramontabile lungo formato al quale siamo tanto affezionati. Ecco i nostri 50 Migliori Album del 2020.
50. Fleet Foxes - Shore (Anti, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
49. Arca - KiCk i (XL, 2020)
VOTO: 70/100
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48. Black Thought - Streams of Thought, Vol. 3: Cane And Abel (Passayunk Productions, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
47. Kelly Lee Owens - Inner Song (Small Town Supersound, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
46. HMLTD - West Of Eden (Lucky Number, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
45. Porridge Radio - Every Bad (Secretly Canadian, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
44. Oneohtrix Point Never - Magic Oneohtrix Point Never (Warp, 2020)
Psichedelia, elettronica, futurismo, avanguardia e tantissime altre sfumature dentro l'ultimo disco di Oneohtrix Point Never, l'onnivoro progetto di Daniel Lopatin, che durante la pandemia ha deciso di dare forma alla nostalgia per il passato ripercorrendo i suoi ultimi dieci anni di musica e mettendoli dentro Magic Oneohtrix Point Never. Il disco è assemblato per ricordare un programma radio dove le voci spesso si sovrappongono e la continua oscillazione tra un canale ed un altro alla ricerca di un suono decifrabile tra le interferenze talvolta fa emergere dall'etere canzoni da mondi distanti. Non è facile sintetizzare e reinventare un progetto artistico così complesso e borderless che negli anni non si è mai accomodato in nessun genere, ne nell'ambient, né nell'IDM e neppure nell'elettronica progressive, ma Lopatin lo fa in maniera abbastanza accessibile prendendo in prestito elementi dal linguaggio pop e continuando il suo lavoro di ricerca sul suono, scandagliando, trasformando e traducendo. Il risultato è un totale ibrido di influenze diverse.
Tuttavia non è un disco facile, non manca la sperimentazione, le cacofonie barocche, contrapposte a momenti di totale minimalismo elettronico ipnagogico.
Per quanto filosofico ed hippie possa sembrare, l'unico modo per spiegarlo è dicendo che non ci si può addentrare in Magic Oneohtrix Point Never con la testa, bisogna lasciarsi trasportare dal tappeto sonoro di Lopatin e della sua squadra, tra cui notiamo sicuramente Caroline Polachek, fidarsi delle proprie sensazioni ed imbarcarsi nella navicella spaziale che sorvola pianeti marziani e città iper-tecnologiche saccheggiate da una qualche catastrofe causata dall'uomo stesso. Non è tanto strano immaginarsi visioni assurde mentre si ascolta il disco, dato che Lopatin ha usato la fantasia per creare i suoi personaggi ed ambientazioni, talvolta giustificando i testi con storie improbabili, al limite tra la science-fiction e la distopia.
Non è però tutto sensazioni e suoni astratti, a volte ci offre qualcosa di più palpabile, seppur non concedendosi troppo alla classica formula-canzone, in momenti come la power ballad No Nightmares con The Weeknd inconfondibile in veste di guest vocal, oppure Long Road Home.
VOTO: 70/100
di Viviana Bonura
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43. Le sacerdotesse dell’isola del piacere - Alle Onde (V4V / Cloudhead, 2020)
Alle Onde è il ritorno, quasi in sordina, de Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere, una delle migliori band del sottobosco italiano che da anni tiene accesa la fiaccola dell’emo rock percorrendo una traiettoria tutta in salita, soprattutto dopo il gioiellino Interpretazione dei sogni che attraverso riferimenti letterari da Freud a Kafka ha fatto tornare in vita un immaginario ben preciso per tracciare delle suggestioni e tradurle su un piano emotivo dentro una sfera molto personale. Ed è quello che continuano a fare nel terzo disco, immergendosi dentro altri libri e scrivendo ancora ricordi biografici tra le righe. Questa volta ad ispirarli è il mare e la natura, quello della Woolf, di Shakespeare e di Conrad, quindi elementi tutt’altro che pacifici ed idilliaci, ma tempestosi ed irrequieti, incontrollabili come i tumulti degli esseri umani, ma molto più grandi e permanenti dell’essere umano. Tornano le chitarre tra lo slowcore, l’emo e l’indie rock, gli anni ‘90 dei Dinosaur Jr. e delle band internazionali di oggi che si ispirano a quel sound, ma aumentano le distorsioni e gli assoli - e si vede anche nella durata dei brani. Tutto registrato per la maggior parte in presa diretta con un risultato che può piacere o meno, che non lascia molto spazio per le aggiunte stilistiche, l’innovazione su un piano musicale e compositivo, sulla costruzione del suono, ma gioca tutto al contrario sull’estemporaneità e sulla voglia di fare un disco rock dove la soddisfazione è proprio quella di poterlo suonare con immediatezza. Un disco sicuro non molto nuovo ma che funziona.
VOTO: 70/100
di Viviana Bonura
ascolta
42. The Microphones - Microphones in 2020 (P.W. Elverum & Sun, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
41. King Krule - Man Alive! (True Panther, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
40. Taylor Swift - folklore (Republic, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
39. Run the Jewels - RTJ4 (Jewel Runners / BMG, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
38. Pinegrove - Marigold (Rough Trade, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
37. Kevin Morby - Sundowner (Dead Oceans, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
36. Deftones - Ohms (Reprise, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
35. Oliver Tree - Ugly Is Beautiful (Atlantic, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
34. The Weeknd - After Hours (XO / Republic, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
33. Dua Lipa - Future Nostagia (Warner, 2020)
VOTO: 70/100
ascolta
32. Wilma Archer - A Western Circular (Domino, 2020)
VOTO: 75/100
ascolta
31. Holy Fuck - Deleter (Last Gang, 2020)
A distanza di quattro anni dal loro ultimo album tornano gli Holy Fuck, una band sui generis a cui piace giocare secondo le proprie regole, unendo la tensione del rock e dell’elettronica in melodie estatiche su cui lasciare danzare l’inconscio. Il loro quinto e squisito ritorno si chiama Deleter, un disco di nove tracce fatto di mimesi elettronica distorta e punk, realizzata senza l’ausilio di computer ed altre moderne tecnologie, ma solo da strumenti reali come loro tradizione. Proprio per questo particolare gusto nell’approccio musicale, il disco sfugge agli schemi ed è estremamente liberatorio da ascoltare. Prende in prestito dai paesaggi musicali astratti della micro-house e dal mondo del clubbing, ma li spezza con chitarre elettriche e batterie che pur essendo fortemente elaborate in post-produzione mantengono quel carattere estraneo alla musica che stiamo sentendo, e per questo il risultato è accattivante.
28. Fontaines D.C. - A Hero’s Death (Partisan, 2020)
VOTO: 75/100
ascolta
27. Colapesce & Dimartino - I Mortali (Sony Music, 2020)
VOTO: 75/100
ascolta
26. Slow Pulp - Moveys (Winspear, 2020)
VOTO: 75/100
ascolta
25. Pufuleti - Catarsi Awa Maxibon (La Tempesta Dischi, 2020)
Pufuleti, nome d’arte di Giuseppe Licata, ad ogni ascolto mi sembra sempre di più il fratello perduto di Slowthai. I punti in comune ci sono: immigrato, voce fuori dal coro, liriche irregolari, flow stralunato e atmosfere un tantino surreali da farti sentire a disagio ma anche farti spuntare un ghigno d’approvazione in viso. Di origini siciliane, ma trapiantato in Germania da piccolo, con Catarsi Awa Maxibon è al secondo disco in studio sotto il nome Pufuleti, ma è attivo nella scena rap tedesca da più di una decade come Joe Space.
Forse è anche per l’esperienza del rap in un’altra lingua che quando Pufuleti decide di impadronirsi dell’italiano lo fa con un’approccio del tutto anticonvenzionale - oltre a non porsi problemi nel mischiarlo con tedesco e inglese. Nelle dieci tracce hip-hop un pò lo-fi del suo secondo disco infilza rime assurde ed ogni tanto pure oscene, dal fascino sgangherato e spigoloso, su basi che omaggiano la vecchia scuola americana ma in cui risuonano anche tutti quegli elementi bizzarri e freschi della nuova ondata alternativa italiana, grazie pure ai continui esilaranti riferimenti alle televendite fine anni ‘90 e inizio 2000 che ci piacciono tanto. Catarsi Awa Maxibon è fantastico perchè è assurdo, delirante, geniale nell’adozione di nuove vie semantiche “che diventano ricerca affannosa di un assurdo che dia senso alle piccole cose”. Certe atmosfere visionarie e un pò malate sono impossibili da ignorare, e questo fin dal primo ascolto che si rivela subito dirompente ed inarrestabile grazie alle tracce dalla breve durata cucite come un pezzo unico di una trasmissione televisiva.
VOTO: 75/100
di Viviana Bonura
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24. Helena Deland - Someone New (Luminelle, 2020)
VOTO: 75/100
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23. Thundercat - It Is What It Is (Brainfeeder, 2020)
VOTO: 75/100
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22. Touchè Amore - Lament (Epitaph, 2020)
VOTO: 75/100
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21. Hayley Williams - Petals For Armor (Atlantic, 2020)
Con Petals For Armor Hayley Williams debutta da solista senza i Paramore, band storica dalla fama leggendaria e storia travagliata da vicende personali che la frontwoman non ha sempre trovato modo di affrontare e canalizzare. Il suo primo disco è il risultato artistico di un lavoro profondo e personale di ricanalizzazione. A volte bisogna proprio ripartire dall'inizio, anche da adulti, ed è quello che ha fatto la Williams concettualmente, facendosi custode dell'esperienza artistica di quindici anni di carriera per diventare la custode della sé più giovane e bambina, quella che ha assimilato modelli di affettività tossici senza volerlo e li ha riproposti nella sua vita sentimentale che ad un certo punto è diventata di dominio pubblico. Scava nei suoi traumi per la prima volta da sola ed utilizza la musica per parlare alla sé del passato e ricostruire la Hayley del presente. I brani sono pieni di riferimenti autobiografici, abitati da atmosfere paranoiche, rabbie tranquille, erotismo e femminilità, metamorfosi che passano attraverso stati contorti e mostruosi, prendendo la forma dei propri demoni per poterli esorcizzare. Musicalmente sperimenta con un pop ed un rock raffinato tra St. Vincent ed i Radiohead, l'elettronica ed il jazz.
VOTO: 75/100
di Viviana Bonura
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20. Grimes - Miss Anthropocene (4AD, 2020)
Specialmente in questi ultimi anni Grimes, nome d’arte di Claire Bucher, ha vissuto in un mondo tutto suo. La producer, cantante e multistrumentista è sempre stata un personaggio sui generis, ma con una vita privata che ultimamente si lega sempre di più a quella pubblica è inevitabile che la sua personalità fuori dagli schemi si scontri con i canoni dell’essere una figura sotto ai riflettori, dunque confrontarsi con l’essere messa in discussione, ma ancora di più per il suo stile di vita e delle idee davvero bizzarre, spesso per gli altri non comprensibili. Ed è su questo precario e non ben definito equilibrio tra l’essere visionari e l’avere una fantasia piuttosto spiccata che nasce l’album più importante della sua carriera, Miss Anthropocene. Invece di rispondere al fuoco incrociato che l’ha vista protagonista di polemiche e critiche ha deciso di allontanarsi ancora di più dalla mondanità costruendo un universo inventato parecchio più inquietante e contorto di quello reale, dove il disastro climatico si intreccia a malvagie divinità aliene che desiderano soggiogare l’essere umano e mandare il mondo in rovina. La parte strumentale è quasi ambiziosa tanto quanto il concept - ma al contrario di quest’ultimo funziona sicuramente meglio ed è eseguito con più chiarezza - e vede Grimes ampliare ancora la sua palette sonora, rivelando una raffinata e lineare evoluzione del suo interesse di vecchia data verso la nostalgia della cultura rave e l’allettante musica pop dalle varie parti del mondo. I territori esplorati sono davvero tantissimi e l’eclettismo dell’artista è il punto forte di un disco che nel bene e nel male si è conquistato il diritto di guidarci verso le nuove rotte della musica pop.
17. Phoebe Bridgers - The Punisher (Dead Oceans, 2020)
VOTO: 80/100
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16. Shabaka and The Ancestors - We Are Sent Here By History (Impulse! Records, 2020)
VOTO: 80/100
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15. Ghemon - Scritto Nelle Stelle (Carosello Records, 2020)
Hit dopo hit, ma senza rinunciare all’identità, in Scritto Nelle Stelle si sente tutta la ricerca nel suono fatta da Gianluca Picariello, in arte Ghemon, negli ultimi anni per conciliare il pop con l’hip-hop, l’Italia con le influenze della black music. La formula perfetta si trova in mezzo, giocando sul modern soul e l’rnb in un contesto pop raffinato e a volte vagamente pop-funk, a metà tra l’elettronico ed il suonato, con un risultato dalla grande musicalità - anche nei momenti in cui si sente la sua formazione hip-hop - un groove costante ed un cantato super caldo. Gioca ancora con le rime e la tecnica, ma il contesto è più rilassato, luminoso, frizzante e sembra che anche le riflessioni di Ghemon abbiano trovato riconciliazione e liberazione dentro questo sound ibrido dalle vibrazioni buone che gira attorno al mainstream, ma lo rielabora in chiave artistica con decisioni da musicista che tiene gli occhi aperti sul panorama internazionale piuttosto che da hitmaker come possono fare i colleghi Ghali o Achille Lauro, o ancora da fenomeno indie sulle righe di Carl Brave o Franco126. Scritto Nelle Stelle è un disco con un sound personale, che in Italia in questo momento ha pochi termini di paragone, vario ed omogeneo allo stesso tempo. Ghemon unisce gli opposti con stile - e non vediamo l’ora di sentirlo a Sanremo per la seconda volta.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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14. Fiona Apple - Fetch the Bolt Cutters (Epic Records, 2020)
Fiona Apple è una di quelle che scrive canzoni perché ne ha bisogno per vivere e sopra ci ha costruito un’intera carriera senza farsi distrarre dalle attenzioni dell’industria discografica, anche a costo di essere guardata male e boicottata da tutti. Il suo quinto album, Fetch The Bolt Cutters, arrivato dopo ben otto anni di attesa testimonia che le cose non sono cambiate perché quel fuoco brucia ancora ed è il fuoco di chi è nato per fare musica. Non si può non parlare tuttavia di evoluzione artistica, perché se le motivazioni che spingono la Apple a fare musica sono sempre le stesse, di certo non si può dire lo stesso per le modalità. Adesso c’è anche la maturità di un’artista che nel suo continuo sperimentare, scavare e ricercare le soluzioni meno ovvie, vedere dove nessun altro guarda, mette in tavola la propria anima adulta ma non invecchiata con una visceralità spiazzante. La Apple ripercorre il proprio vissuto, dall’infanzia fino all’età adulta, con la consapevolezza di chi sa che l’obiettivo finale non è l’assoluto controllo o la comprensione delle cose, per questo non perde i modi di fare di chi ha ancora da scoprire, da cadere e da imparare giocando o facendosi male e di riflesso la vivacità compositiva della musica è impressionate. La Apple ci dice che la parola “equilibrio” può significare cose ben diverse da persona a persona e lei lo ha trovato dentro un sottile spazio di convivenza dove all’interno ci saranno sempre e comunque i traumi terribili del suo passato e problemi di salute mentale con cui fare continuamente i conti, insieme ad un desiderio bruciante di vita. La vita e la morte, infondo, sono cose che si possono provare allo stesso tempo dentro alcune emozioni ed in questo Fetch The Bolt Cutters è assolutamente un trionfo.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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13. clipping. - Visions Of Bodies Being Burned (Sub Pop, 2020)
VOTO: 80/100
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12. Sevdaliza - Shabrang (Twisted Elegance, 2020)
VOTO: 80/100
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11. Charli xcx - how i’m feeling now (Asylum, 2020)
Nel bel mezzo della pandemia ed a pochi mesi di distanza dal suo ultimo ed acclamatissimo disco, la regina - indiscussa - del nuovo pop Charli XCX ci ha raccontato come se la stava passando con una raccolta di undici tracce messe insieme di fretta e furia, neanche del tutto finite, che spiegano perfettamente come ci si sente ad essere presi alla sprovvista. how i’m feeling now è stato un fulmine a ciel sereno un pò come tutta la situazione che abbiamo vissuto, un progetto per nulla confezionato che incapsula il recente passato musicale dell’artista attraverso getti d’ispirazione istintivi suggestionati dalla sua sfera emotiva in una situazione di isolamento ed alienazione. Il risultato è davvero eccentrico e spigoloso, molto personale e riflessivo, ma al contempo bello per intrattenersi con del buon pop d’avanguardia. Vanta tra le produzioni quelle di Dylan Brady (100 gecs) che satura ancora di più tutto l’universo accelerato di Charli, fondendo il bubblegum pop della prima con l’elettronica sperimentale del secondo.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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10. Idles - Ultra Mono (Partisan, 2020)
VOTO: 80/100
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09. Adrianne Lenker - songs (4AD, 2020)
Non sempre la semplicità corrisponde alla facilità e songs di Adrianne Lenker - frontwoman dei Big Thief - ne è la testimonianza. Il suo è un disco semplice fino all’osso, solo voce e chitarra acustica, ma non è spoglio, perché dentro la cantautrice e musicista esplora, anzi distilla, i temi dell’amore e della perdita, inteso sia come lutto sia come fine di una relazione, con disarmante e struggente frontalità, nella più totale e vulnerabile sincerità. Un dolore palpabile, sulle corde gentilmente accarezzate della sua chitarra, dentro la voce naturalmente comunicativa e dal timbro indimenticabile, nella scrittura vivida e presente dei brani guidata dal suo modo intuitivo di esprimere le emozioni e la spiritualità. Sembra tutto fatto senza sforzo, ma sedersi su una sedia e registrarsi senza interruzioni ed omissioni, lasciarsi trasportare, fare i conti con sé stessi e guarirsi è tutto fuorché ordinario e lo si capisce in momenti come la conclusiva my angel o come che raggiungono picchi emotivi altissimi. Il suono della pioggia, lo scricchiolio delle sedie, i respiri, sono tutti i segni di un qualcosa che non si nasconde, di un qualcosa di integrale e di integro. La Lenker ci fa vedere tutto e ci fa immaginare. Le montagne sulle quali si è appartata per scrivere il disco, il freddo della rugiada, le passeggiate, i colori, i letti di morte, la solitudine, lo sguardo della donna di cui è innamorata, l’esitazione dentro un accordo preso un secondo dopo. Fare un disco che sembra un disco con così pochi elementi non è cosa facile, ma la Lenker ci è riuscita. Le canzoni di songs hanno tutto il potenziale per potersi evolvere e diventare cavalli di battaglia indie-rock dei Big Thief, ma anche così sono finite, complete e bellissime.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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08. Yves Tumor - Heaven To A Tortured Mind (Warp, 2020)
Un’altra personalità che ha intenzione di riscrivere le coordinate del pop a modo suo è il misterioso Yves Tumor che emergendo dalle viscere scure del post-industrial e della musica noise completa la sua metamorfosi in falena affascinante dell’rnb e dell’art rock, abbandonando i detriti sperimentali da brivido e lavorando invece sulla sua sorprendente capacità nel rendere orecchiabile ed armonico qualcosa di fondamentalmente dissonante e pure disturbante. S’illumina di una trasognata attitudine pop il nuovo disco Heaven To A Tortured Mind, senza tradire il bisogno di essere fluido e trasgressivo, ma sicuramente meno dilagante e disorientante. Lui è un artista che avevamo già intuito essere sulla buona strada per il successo col disco precedente, ma stavolta stupisce davvero per la maturità. Astratto, ma ora anche molto più concreto, Heaven To A Tortured Mind trova l’occasione per schiacciare l’occhio a sensualità jazz e psichedeliche, regalandoci ballate al buio trasversali.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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07. The Strokes - The New Abnormal (RCA, 2020)
Quella degli Strokes è una carriera leggendaria e lo sappiamo benissimo tutti. Per una band che ha influenzato in maniera indelebile il primo decennio degli anni duemila ed ha vissuto quasi tutto il successivo sopra le spalle dei loro brani immortali non deve essere stato facile ritornare con un nuovo disco inedito. Più volte abbiamo creduto che l’intenzione di Casablancas fosse quella di continuare a fare musica con il suo side-project The Voidz e che con gli Strokes non ci fosse più la scintilla di un tempo - vedi il ritorno a mani basse con l’EP Future Present Past del 2016 - ma a smentirci, fortunatamente, c’è The New Abnormal dove la band è animata da un’energia tutta nuova. Con la produzione di Rick Rubin il disco riesce a spingere alcuni limiti della band ed offrire delle tracce stravaganti, creative e dalle strane scelte, al contempo ritrova quel brio chiassoso dei primi lavori che ne sporca i suoni e riporta alle origini del loro rock da garage. I riferimenti agli anni ‘80 ci sono, dalla copertina fino ai rimandi musicali, ma The New Abnormal non è un disco vecchio o prevedibile, anzi estremamente orecchiabile, classico ed audace. Sì, gli Strokes continuano ad essere rilevanti anche vent’anni dopo.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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06. Against All Logic - 2017-2019 (Other People, 2020)
Anche questo per Nicolas Jaar sembra essere un anno d’oro. Il poliedrico produttore americano-cileno vive un periodo particolarmente prolifico e la musica registrata sotto lo pseudonimo Against All Logic è interessante tanto quanto quella con il suo nome di nascita, se non di più. Tanto è vero che a finire sulla nostra lista non c’è Cenizas, ma 2017-2019 che segue l’eccellente disco di due anni fa in cui si avventura sui territori meno battuti della musica techno con un approccio innovativo fuori dal comune. Quello di 2017-2019 è un suono distorto e duro che fa da controparte all’avvolgente e calda musica house del debutto, ma è ugualmente eccentrica ed ambiziosa. Il mix è ipnotico, caotico ma incredibilmente diretto, le successioni dei brani sono fluide ed i ritmi sempre serrati, centrati su bassi profondi spesso al limite della trama sonora, strane percussioni e melodie accattivanti.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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05. Moses Sumney - græ (Jagjaguwar,2020)
L’arioso e tentacolare secondo disco della gemma dell’art-pop Moses Sumney è un tripudio di sfumature emotive e musicali. Diviso in due parti (la prima uscita in versione digitale all’inizio dell’anno) esplora gli spazi grigi - “grey areas” - tra la musica, le parole e soprattutto nell’individuo, mettendo in discussione la nostra esistenza binaria. Momenti strumentali organici che spaziano dal jazz al soul si susseguono elevando il linguaggio del disco e schiarendone le ombre, insieme a distorsioni elettroniche ed arrangiamenti sperimentali che ne intrecciano la traiettoria. Anche questa volta il collante è la splendida ed anamorfica voce dell’artista, intenta a spezzarci letteralmente il cuore. Sebbene la paura della solitudine di Sumney definisca ancora gran parte dell'album, il suo abbracciare questi spazi di mezzo apre nuove possibilità di auto-determinazione e attualizzazione. Spirituale, sperimentale, vivido e dolce sono le parole per descrivere græ.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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04. Rina Sawayama - SAWAYAMA (Dirty Hit, 2020)
E’ davvero un coraggioso nuovo mondo quello che si sta creando la musica pop negli ultimi anni e Rina Sawayama vi sta contribuendo a pieno, mostrandoci esattamente come nel suo debutto SAWAYAMA. Sempre a fianco dell’alchimista del pop Clarence Clarity che si è occupato delle produzioni i due riescono a definire con chiarezza la direzione artistica del disco. Estremamente contemporaneo, contaminato e stiloso, incorpora elementi del teen pop dei primi anni 2000 à la Christina Aguilera con le sue evoluzioni bubblegum molto più moderne ed elettroniche, ed ancora il nu-metal dei Deftones coi ritmi club. Sembra fin troppo ambizioso ed eccessivo, ma SAWAYAMA unisce con entusiasmante maestria suoni aggressivi ed altri decisamente più inoffensivi facendo tesoro dell’eredità culturale dell’artista e contemporaneamente esplorando i temi dell’identità, sentimenti personali e filosofie più in generale sul mondo. E’ un disco importante perchè si posiziona con prepotenza nelle cerchie del pop pur avendo un’anima estremamente anticonvenzionale, strana e piena di giustapposizioni.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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03. Lucio Corsi - Cosa faremo da grandi? (Sugar Music Italia, 2020)
C’era una volta il cantautorato narrativo e Lucio Corsi lo ha preso e rispolverato con grazia. E’ una ninna nanna di nove ballate per adulti Cosa faremo da grandi: “Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi”. L’album è ricco di storie senza tempo e personaggi semi fiabeschi, fuori dagli schemi della società odierna. Il cantautore maremmano fa da eccentrico narratore in questo dolce album con tante nuove storie raccontate in versi di canzoni oniriche. Le melodie serene e allietanti dei brani di Cosa faremo da grandi? non sono un manifesto del sound attuale, ma nel complesso l’album è molto originale grazie alle parole ricercate all’immaginario che le storie suscitano. La ricerca e gli arrangiamenti valorizzano il fatto che l’album sia un puzzle di figure semplice e pure come i disegni dei bambini. E’ un lavoro che nasce nel 2020, ma potrebbe essere traslato indietro nel tempo o collocato in un’Italia futura: il suo essere senza tempo lo rende eccentrico e speciale.
VOTO: 85/100
di Agnese Centineo
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02. Laura Marling - Song For Our Daughter (Chrysalis / Partisan, 2020)
Giunta al settimo album in studio a soli trent’anni, la cantautrice e musicista Laura Marling continua a volare sotto i radar del grande successo, probabilmente perché durante la sua carriera è riuscita a far sembrare semplicissime cose molto più complesse ed intricate, giungendo ad una maturità artistica notevole per la sua età. Song For Our Daughter conferma la natura taciturna dell’autrice, anzi risparmia moltissimi elementi a favore di una semplicità che fa emergere solo l’essenziale, premiandone la scelta coraggiosa con un risultato che lo colloca tra i suoi lavori più completi. E’ un disco che si pone poeticamente come un dialogo con una figlia immaginaria, ma che in realtà è una lettera a cuore aperto alla sè più giovane, quella di una volta. Come se avesse vissuto chissà quante vite o la sua anima fosse davvero vecchia, la Marling compensa alla mancanza di sperimentazione e strumentali assolutamente non protagoniste con una delle scritture più belle di quest’anno. Apparentemente troppo delicato e sottile, Song For Our Daughter è invece un disco robusto capace di mantenere viva l’attenzione con storie toccanti piene di colpi e riflessioni inaspettate, cantate dall’elegantissima voce senza tempo di un’autrice la quale statura viene spesso paragonata a quella della leggendaria Joni Mitchell. Chissà se allora la sua avventura diventerà un classico.
VOTO: 85/100
di Viviana Bonura
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01. Perfume Genius - Set My Heart On Fire Immediately (Matador, 2020)
Il quinto album di Mike Hadreas, in arte Perfume Genius, si destreggia fluido tra melodie sublimi e dissonanze cupe con la delicatezza di uno degli artisti più sensibili degli ultimi anni, abbracciando le gioie ed i dolori del corpo umano e le sue innumerevoli ed intangibili aspirazioni. Hadreas ha dimostrato durante tutta la sua carriera come ogni disco è capace di rappresentare una metamorfosi - artistica e personale - e Set My Heart On Fire Immediately non fa eccezione. Come No Shape mantiene una sensibilità rock ed un riguardo verso l’orecchiabilità in funzione della radio, mentre come Too Bright alterna struggente momenti di tenerezza ed alienazione, mettendo in circolo dramma, emozioni, piacere e sofferenze in maniera meno intricata e sicuramente più risolta. Gli arrangiamenti sono vivi, così come le sue parole. Quella di Perfume Genius è una musica estremamente intima e liberatoria, una musica che colpisce perché nella sua vulnerabilità è capace di umanizzare qualsiasi esperienza. L’artista è riuscito a teatralizzare in musica un travagliato percorso e dopo aver imparato a trascendere dal corpo umano ne ha finalmente abbracciato la sua essenza concreta.
VOTO: 85/100
di Viviana Bonura
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MENZIONE A:
Mac Miller - Circles (Warner Records, 2020)
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Nicolas Jaar - Cenizas (Other People, 2020)
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Soft Kill - Dead Kids, R.I.P. City (Soft Kill, 2020)
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Emma Ruth Rundle & Thou - May Our Chambers Be Full (Sacred Bones, 2020)
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Empress Of - I’m Your Impress Of (Terrible, 2020)
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Oggi ci siamo svegliati e ci siamo accorti che è la vigilia di Natale. É vero, quest’anno per molti i giorni a venire sembreranno uguali agli altri, se non più tristi, ma se non possiamo stare insieme fisicamente questo è uno dei - tanti - casi in cui ci viene incontro la musica per farci sentire più vicini. Noi dello staff che ci definiamo modestamente esperti in materia di festività passate in solitudine abbiamo pensato di condividere una playlist di canzoni natalizie belle per delle feste brutte che ogni anno si evolve con qualche chicca. Buon Natale dallo staff di gazemoil e buon ascolto.
Il 2020 ha fatto abbastanza schifo di suo, diciamocelo, quindi abbiamo deciso in via straordinaria di risparmiarvi - e di risparmiarci - le peggiori uscite musicali dell’anno. A sostituire il nostro appuntamento con le bruttezze discografiche c’è una nuova lista tutta italiana che crediamo potere adottare anche in futuro nella nostra List Week annuale. Ecco i nostri 20 Migliori Album Italiani del 2020.
20. Diodato - Che vita meravigliosa (Carosello Records, 2020)
VOTO: 65/100
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19. Birthh - WHOA (Carosello Records, 2020)
VOTO: 65/100
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18. Populous - W (La Tempesta Dischi, 2020)
VOTO: 65/100
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17. Tutti Fenomeni - Merce Funebre (42 Records, 2020)
VOTO: 65/100
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16. Lorenzo Senni - Scacco Matto (Warp Records, 2020)
VOTO: 70/100
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15. Bipuntato - Maltempo (Bipuntato, 2020)
VOTO: 70/100
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14. Rareş - Curriculum Vitae (Needn’t, 2020)
VOTO: 70/100
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13. Generic Animal - Presto (La Tempesta Dischi, 2020)
11. Brunori Sas - Cip (Universal Music Italy, 2020)
VOTO: 70/100
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10. Dardust - S.A.D. Storms and Drugs (Sony Music Italy, 2020)
VOTO: 70/100
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09. Godblesscomputers - The Islands (La Tempesta Dischi, 2020)
VOTO: 70/100
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08. See Maw - A Luci Spente (Undamento, 2020)
Figlio perduto di Cosmo e di Venerus, il produttore milanese See Maw - all’anagrafe Simone Sacchi - ha unito le sonorità elettroniche ballabili del primo con l’rnb del secondo, tutto seguendo le traiettorie pop e a tratti anche della trap italiana più melodica, vedi il brano Venerdì. A Luci Spente, il suo debutto, parte con Nella Mia Testa e a Luci Spente, brani dai ritmi serrati e bassi da discoteca che spingono al massimo l’elettronica minimale, e poi si rilassa nella metà alternando sonorità più pop ed intime, vedi Di Notte e A Picco, e concludendo ritornando alle pulsazioni sintetiche ma ancora più cupe di Con Gli Occhi Chiusi. A legare l’intero progetto un’atmosfera notturna e seducente e la scrittura personale, un gusto ricercato, ma anche molto di tendenza e fresco, affidandosi appunto alla strada che progetti come quello di Cosmo hanno ampiamente spianato. Impossibile non immergersi e stare fermi mentre si ascolta il disco, che pensa ai synth ma anche alle chitarre, ai testi facili canticchiabili ma anche alle parti strumentali più ipnotiche. See Maw non sbaglia - quasi - nulla e fa tutto da solo, azzecca la tracklist e punta sulla versatilità e sull’essenzialità. Un’interessantissima nuova proposta.
VOTO: 70/100
di Viviana Bonura
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07. Mecna - Mentre Nessuno Guarda (Virgin Records / Universal, 2020)
VOTO: 70/100
di Viviana Bonura
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06. Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere - Alle Onde (V4V / Cloudhead, 2020)
Alle Onde è il ritorno, quasi in sordina, de Le Sacerdotesse dell’Isola del Piacere, una delle migliori band del sottobosco italiano che da anni tiene accesa la fiaccola dell’emo rock percorrendo una traiettoria tutta in salita, soprattutto dopo il gioiellino Interpretazione dei sogni che attraverso riferimenti letterari da Freud a Kafka ha fatto tornare in vita un immaginario ben preciso per tracciare delle suggestioni e tradurle su un piano emotivo dentro una sfera molto personale. Ed è quello che continuano a fare nel terzo disco, immergendosi dentro altri libri e scrivendo ancora ricordi biografici tra le righe. Questa volta ad ispirarli è il mare e la natura, quello della Woolf, di Shakespeare e di Conrad, quindi elementi tutt’altro che pacifici ed idilliaci, ma tempestosi ed irrequieti, incontrollabili come i tumulti degli esseri umani, ma molto più grandi e permanenti dell’essere umano. Tornano le chitarre tra lo slowcore, l’emo e l’indie rock, gli anni ‘90 dei Dinosaur Jr. e delle band internazionali di oggi che si ispirano a quel sound, ma aumentano le distorsioni e gli assoli - e si vede anche nella durata dei brani. Tutto registrato per la maggior parte in presa diretta con un risultato che può piacere o meno, che non lascia molto spazio per le aggiunte stilistiche, l’innovazione su un piano musicale e compositivo, sulla costruzione del suono, ma gioca tutto al contrario sull’estemporaneità e sulla voglia di fare un disco rock dove la soddisfazione è proprio quella di poterlo suonare con immediatezza. Un disco sicuro non molto nuovo ma che funziona.
VOTO: 70/100
di Viviana Bonura
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05. Calibro 35 - MOMENTUM (Records Kicks, 2020)
VOTO: 75/100
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04. Colapesce & Dimartino - I Mortali (Sony Music, 2020)
VOTO: 75/100
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03. Pufuleti - Catarsi Awa Maxibon (La Tempesta Dischi, 2020)
Pufuleti, nome d’arte di Giuseppe Licata, ad ogni ascolto mi sembra sempre di più il fratello perduto di Slowthai. I punti in comune ci sono: immigrato, voce fuori dal coro, liriche irregolari, flow stralunato e atmosfere un tantino surreali da farti sentire a disagio ma anche farti spuntare un ghigno d’approvazione in viso. Di origini siciliane, ma trapiantato in Germania da piccolo, con Catarsi Awa Maxibon è al secondo disco in studio sotto il nome Pufuleti, ma è attivo nella scena rap tedesca da più di una decade come Joe Space.
Forse è anche per l’esperienza del rap in un’altra lingua che quando Pufuleti decide di impadronirsi dell’italiano lo fa con un’approccio del tutto anticonvenzionale - oltre a non porsi problemi nel mischiarlo con tedesco e inglese. Nelle dieci tracce hip-hop un pò lo-fi del suo secondo disco infilza rime assurde ed ogni tanto pure oscene, dal fascino sgangherato e spigoloso, su basi che omaggiano la vecchia scuola americana ma in cui risuonano anche tutti quegli elementi bizzarri e freschi della nuova ondata alternativa italiana, grazie pure ai continui esilaranti riferimenti alle televendite fine anni ‘90 e inizio 2000 che ci piacciono tanto. Catarsi Awa Maxibon è fantastico perchè è assurdo, delirante, geniale nell’adozione di nuove vie semantiche “che diventano ricerca affannosa di un assurdo che dia senso alle piccole cose”. Certe atmosfere visionarie e un pò malate sono impossibili da ignorare, e questo fin dal primo ascolto che si rivela subito dirompente ed inarrestabile grazie alle tracce dalla breve durata cucite come un pezzo unico di una trasmissione televisiva.
VOTO: 75/100
di Viviana Bonura
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02. Ghemon - Scritto Nelle Stelle (Carosello Records, 2020)
Hit dopo hit, ma senza rinunciare all’identità, in Scritto Nelle Stelle si sente tutta la ricerca nel suono fatta da Gianluca Picariello, in arte Ghemon, negli ultimi anni per conciliare il pop con l’hip-hop, l’Italia con le influenze della black music. La formula perfetta si trova in mezzo, giocando sul modern soul e l’rnb in un contesto pop raffinato e a volte vagamente pop-funk, a metà tra l’elettronico ed il suonato, con un risultato dalla grande musicalità - anche nei momenti in cui si sente la sua formazione hip-hop - un groove costante ed un cantato super caldo. Gioca ancora con le rime e la tecnica, ma il contesto è più rilassato, luminoso, frizzante e sembra che anche le riflessioni di Ghemon abbiano trovato riconciliazione e liberazione dentro questo sound ibrido dalle vibrazioni buone che gira attorno al mainstream, ma lo rielabora in chiave artistica con decisioni da musicista che tiene gli occhi aperti sul panorama internazionale piuttosto che da hitmaker come possono fare i colleghi Ghali o Achille Lauro, o ancora da fenomeno indie sulle righe di Carl Brave o Franco126. Scritto Nelle Stelle è un disco con un sound personale, che in Italia in questo momento ha pochi termini di paragone, vario ed omogeneo allo stesso tempo. Ghemon unisce gli opposti con stile - e non vediamo l’ora di sentirlo a Sanremo per la seconda volta.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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01. Lucio Corsi - Cosa faremo da grandi? (Sugar Music Italy, 2020)
C’era una volta il cantautorato narrativo e Lucio Corsi lo ha preso e rispolverato con grazia. E’ una ninna nanna di nove ballate per adulti Cosa faremo da grandi: “Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi”. L’album è ricco di storie senza tempo e personaggi semi fiabeschi, fuori dagli schemi della società odierna. Il cantautore maremmano fa da eccentrico narratore in questo dolce album con tante nuove storie raccontate in versi di canzoni oniriche. Le melodie serene e allietanti dei brani di Cosa faremo da grandi? non sono un manifesto del sound attuale, ma nel complesso l’album è molto originale grazie alle parole ricercate all’immaginario che le storie suscitano. La ricerca e gli arrangiamenti valorizzano il fatto che l’album sia un puzzle di figure semplice e pure come i disegni dei bambini. E’ un lavoro che nasce nel 2020, ma potrebbe essere traslato indietro nel tempo o collocato in un’Italia futura: il suo essere senza tempo lo rende eccentrico e speciale.
Nell’esperienza d’ascolto tra i tantissimi album è facile lasciarsi scappare gli EP, sottovalutando la potenzialità e la difficoltà di una formula breve e coincisa come questa. I protagonisti della seconda istallazione della nostra List Week delle classifiche musicali sono proprio loro, i 20 Migliori EP del 2020.
20. Against All Logic - Illusions Of Shameless Abundance / Alucinao (Other People, 2020)
VOTO: 65/100
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19. Christine and The Queens - La vita nuova (Because Music, 2020)
VOTO: 65/100
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18. Giumo - Nebbia (Peer Music Italy / KLEENSHEET, 2020)
05. Cakes da Killa & Proper Villains - Mauvaland (Classic Music Company, 2020)
VOTO: 75/100
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04. Zeal & Ardor - Wake Of A Nation (Zeal & Ardor, 2020)
Con la loro interpretazione unica di post-black metal, soul e rituali dalla musica africana, gli svizzero-americani Zeal & Ardor sono una delle band più innovative e fresche della scena alternativa. Wake Of A Nation è la reazione di Manuel Gagneux - la mente dietro al progetto musicale - alle proteste di Black Lives Matter del 2020 nate proprio negli Stati Uniti ed esplose in tutto il mondo dopo la morte di George Floyd. C’è rabbia, tristezza ed intensa fame di cambiamento dentro Wake Of A Nation che arriva dritto al punto con il diversificato impianto sonoro e stili vocali. Gagneux è straordinariamente bravo a conciliare generi musicali ed influenze improbabili quali gli estremi del black metal col soul, il gospel e l’alternative rock più moderno. In Vigil potente e graffiante come Hozier e subito dopo in Tuskegee brutale e diabolico nello screamo e nei riff tuonanti, poi ancora esplosivo ed elettronico come se in un mondo parallelo stessimo ascoltando gli Imagine Dragons se avessero avuto talento e qualcosa di profondamente urgente da dichiarare. Tutto è stilisticamente coerente grazie ai cori, i battiti di mani e le chitarre distorte sfruttate in tutto il loro range. Dal punto di vista dei testi, Gagneux offre anche alcune potenti affermazioni rimanendo fedele all'approccio lirico minimalista della band. Wake of a Nation è una risposta emotiva ma creativa alla disuguaglianza. La riuscita di questa visione la si può capire solo ascoltandola. Un progetto che ci ha assolutamente stupiti.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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03. Shygirl - ALIAS (Because, 2020)
Se c'è una cosa per cui gli inglesi sono sottovalutati e su cui forse dovremo riflettere è il loro senso dell'umorismo. Me lo fa pensare Shygirl, rapper e disc-jokey, nuova proposta direttamente da South London col suo secondo EP ALIAS. Il lavoro si pone totalmente in antitesi al rap più nasty ed esplicito che per ora va per la maggiore negli Stati Uniti - vedi quello di Cardi B e Megan The Stallion - eppure riesce a risultare cento volte più efficace, sporco e sfacciato tramite un'attitudine sicuramente più quircky e freaky, ma soprattutto grazie al senso dell'umorismo che riesce ad impacchettare certe volgarità e verità scomode in un modo molto più dark e funzionale. Shygirl è spudorata, ma non è stucchevole, e nello sfogo di tutti i suoi strani feticismi ti prende a schiaffi in faccia e ti fa riflettere su certi comportamenti di chi abita la notte. Notte che lei conosce bene e che ci fa sentire anche nella musica, unendo il rap con la musica disco, l'industrial hip-hop e la deconstructed club - si sente la mano occasionale di SOPHIE nelle produzioni - la musica elettronica e l'hyper pop. Non sempre focalizzato in termini artistici, ma nonostante questo rimane un progetto super interessante ed un potenziale trampolino di lancio per fa sì che quest'artista molto interessante possa svettare in futuro.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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02. Giovanni Truppi - 5 (Virgin Records / Universal Music Italy, 2020)
Giovanni Truppi reinterpreta, rivisita e duetta su tre brani d'amore del suo bellissimo disco Poesia e Civiltà dell'anno scorso e due inediti, dando vita ad un jolly discografico che veste le sue canzoni di abiti nuovi, di un appeal commerciale inaspettato e di grande livello, aggiungendo qualità e sfumature diverse a canzoni che in versione originale suonavano fortemente radicate nel mondo intimo, semplice e costruttivamente poco canonico di Truppi, quasi troppo per essere immaginate con qualcun altro. Eppure ci riesce ricostruendo l'arrangiamento dei brani, creando una realtà parallela in cui queste canzoni possono esistere sotto un'altra forma, una in cui c'è davvero una controparte con cui dialogare. E qui cambia anche il senso della canzone, non più diario ma lettera, e cambia l'esperienza che si sperimenta attraverso la musica, quella della comprensione, della compassione, dell'empatia che si genera attraverso la comunione, lo stare insieme, il contatto.
Dai meravigliosi La Rappresentante di Lista fino a Brunori Sas e Niccolò Fabi, Truppi sceglie tutti artisti dagli universi artistici molto forti ed bravo a non farsi sopraffare o stonare da alcune presenze con cui si trova poeticamente quasi in antitesi, vedi Calcutta, ma nel brano in questione i due riescono a far combaciare le rispettive irregolarità liriche e farceli sembrare più simili di quanto effettivamente siano. Negli inediti Truppi è sempre commovente nelle sue similitudini e nel suo modo delicatissimo ed intriso di poesia di pensare il mondo, le relazioni e l'amore. Giovanni Truppi è ancora l'antidoto migliore alla banalità e all'it-pop.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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01. Hayley Williams - Petals For Armor I (Atlantic, 2020)
Con Petals For Armor I Hayley Williams debutta da solista senza i Paramore, band storica dalla fama leggendaria e storia travagliata da vicende personali che la frontwoman non ha sempre trovato modo di affrontare e canalizzare. Il suo primo EP, che ha anticipato l'uscita dell'omonimo disco arrivato più tardi, è stato finalmente il risultato artistico di un lavoro profondo e personale di ricanalizzazione. A volte bisogna proprio ripartire dall'inizio, anche da adulti, ed è quello che ha fatto la Williams concettualmente, facendosi custode dell'esperienza artistica di quindici anni di carriera per diventare la custode della sé più giovane e bambina, quella che ha assimilato modelli di affettività tossici senza volerlo e li ha riproposti nella sua vita sentimentale che ad un certo punto è diventata di dominio pubblico. Scava nei suoi traumi per la prima volta da sola ed utilizza la musica per parlare alla sé del passato e ricostruire la Hayley del presente. I brani sono pieni di riferimenti autobiografici, abitati da atmosfere paranoiche, rabbie tranquille, erotismo e femminilità, metamorfosi che passano attraverso stati contorti e mostruosi, prendendo la forma dei propri demoni per poterli esorcizzare. Musicalmente sperimenta con un pop ed un rock raffinato tra St. Vincent ed i Radiohead, l'elettronica ed il jazz.
Il 2020 è - finalmente - quasi giunto al termine. Quest’anno chiudiamo un cerchio che non sembra affatto chiuso e pare piuttosto malconcio e ammaccato. Chi segue le nostre liste di fine anno da un pò sa che ci piace ripetere sempre questa cosa del cerchio, ma se dovessimo dare una forma a quest’anno stavolta sarebbe sicuramente sghemba ed incompleta. E’ così, con l’amaro in bocca, inizia il nostro consueto appuntamento-evento della List Week, una settimana di dicembre dedicata alle liste dove vi facciamo il resoconto di tutte le migliori uscite dell’anno. Ad aprire le danze, come sempre, Le 50 Migliori Canzoni del 2020 ma con delle novità.
Approfondiamo cinque canzoni, ognuna scelta per rappresentare la sua rispettiva categoria, mentre QUI e nel fondo dell’articolo vi lasciamo la lista completa da ascoltare, visionare e salvare nella vostra libreria. Le categorie sono: Hip-Hop Pick per una canzone hip-hop, Pop Pick per una canzone pop, Under The Radar Pick per una canzone poco conosciuta dalla scena underground, It Pick per una canzone italiana, Songwriter Pick per una canzone cantautoriale.
Hip-Hop Pick: Say The Name - clipping.
Il singolo di lancio del nuovo album dei clipping. è visionario, con una produzione alle stelle ed un MC al top della forma. Say The Name ci propone i versanti più sperimentali dell’hip-hop, come d’altronde il trio ci ha sempre abituati, ma senza mai ripetersi, anzi riuscendo incredibilmente a superarsi. Il brano, così come l’intero disco, omaggia le colonne sonore dei film horror anni 90′ tingendo la musica e le parole con toni inquietanti e di certo poco accoglienti. Una scelta che diventa direzione artistica, un modo di raccontare, una lente creativa attraverso cui schierarsi contro il razzismo, il patriarcato ed il colonialismo, mostrandoci l’orrore di cui effettivamente sono simbolo. Complimenti anche per l’ottima scelta del campionamento che porge omaggio al titolo del disco e che solo i clipping. potevano utilizzare in questo modo senza auto-sabotarsi.
Pop Pick: XS - Rina Sawayama
XS è una hit fuori dagli schemi in un disco pop totalmente fuori dagli schemi di un’artista totalmente fuori dagli schemi. Avete capito. E’ così che ci piace sentire il pop nel 2020: solo apparentemente ammiccante, contaminato e disposto a prendersi dei rischi, coinvolto nell’attualità e fatto da nuove voci. XS - che si legge “excess” - è proprio questo, una critica satirica al consumismo in un momento storico iper-critico, all’opulenza e ai paradossi dello spreco. La canzone è familiare perchè Rina Sawayama ha tutta l’attitudine e la voce di una pop star, ma è imprevedibile grazie ad una produzione ed una scrittura innovativa che mescola le influenze più evitate dai brani pop commerciali. XS non ha paura di suonare strana ed - appunto - eccessiva, ma funziona perchè la sua idea è assolutamente a fuoco.
Under The Radar Pick: The Valley - Emma Ruth Rundle & Thou
L’atmosfera da brividi che Emma Ruth Rundle ed i Thou hanno creato in The Valley è incredibile. Il brano di chiusura del loro disco collaborativo è un’esperienza di nove minuti che non si dimentica facilmente e spicca in mezzo a tutti i progetti underground dell’anno. Tutto ha il proprio posto, il proprio tempo per insinuarsi nella composizione, a partire dalla voce della Rundle - melodica, calda ed emotiva, ma al contempo freddissima che interpreta il brano con un’introspezione tale da tenere l’ascoltatore lontano nella propria bolla, ma che si apre insieme alle chitarre distorte verso il quarto minuto. Poi c’è l’atmosfera psych-metal e doom, infestata da violini spettrali e percussioni apocalittiche, fino all’entrata spiazzante del vocalist dei Thou, dove tutti i pezzi esplodono in un climax in cui l’unica cosa possibile è rimanere ghiacciati sulla sedia col cuore che impazza di battiti. In poche occasioni il senso d’oppressione del black metal e del doom riesce ad essere così ben calibrato.
It Pick: Fai Rumore - Diodato
Con la musica italiana siamo sempre combattuti. Non c’è una scena musicale che prevale sulle altre, eppure ci lamentiamo di avere poca varietà, questo perché siamo un pò confusi e fissati coi concetti di “stare al passo” ed “essere all’altezza”, cose con cui le nostre icone americane non perdono molto tempo a farsi paranoie. Questo è il motivo per cui non si può parlare di musica italiana come si parla di musica internazionale, perchè da un lato c’è chi inventa il trend e dall’altro chi lo segue - e sapete già da che parte siamo noi. Molto probabilmente chi sta leggendo questo articolo appartiene a quel tipo di ascoltatore a cui piace avere un gusto musicale proprio attraverso una propria ricerca e, diamo per scontato, che la maggior parte di voi preferisca la musica con un’intenzione artistica e sia a conoscenza del fatto che in Italia questa cosa esiste attualmente, seppur sia un puntino isolato più o meno nascosto tra le sale prove ed i festival indipendenti, ma voi l’avete trovato.
Ma più saliamo in superficie, ovvero nel mainstream, più ci rendiamo conto che abbiamo fatto davvero una brutta sintesi tra la tradizione italiana e la contemporaneità internazionale. C’è “la musica per i vecchi”, “la musica per i giovani” e “la musica per i vecchi che vogliono sentirsi giovani” oppure al contrario, fate un pò voi. Insomma, la portiamo un pò più sul concreto così ci capiamo: Claudio Baglioni, Sfera Ebbasta e Giusy Ferreri. Chi ascolta l’uno solitamente non ne sa niente dell’altro eppure lo disprezza, ma non sanno che i loro artisti preferiti in realtà hanno più in comune di quanto pensano ed è appunto quel terribile malinteso tra tradizione e trend, dove l’innovazione è sempre il resto che viene scartato per eccesso. E poi c’è quel puntino più isolato che lavora su quello che scartano gli altri perché hanno capito che è stata buttata la parte migliore. E poi c’è Diodato, che quest’anno è andato a Sanremo con Fai Rumore, il palco per vecchi-giovani/giovani-vecchi più famoso d’Italia, ha vinto ed ha unito quel puntino con la superficie. Insomma, ha cantato la tradizione con classe e lo ha fatto con l’attitudine artistica di un indipendente e la maturità di un cantautore. Questa è Fai Rumore.
Songwriter Pick: I Want You To Love Me - Fiona Apple
Fiona Apple è una di quelle che scrive canzoni perché ne ha bisogno per vivere e sopra ci ha costruito un’intera carriera senza farsi distrarre da altre intenzioni, anche a costo di essere guardata male e boicottata da tutti. I Want You To Love Me, il brano d’apertura del suo ultimo disco, testimonia che le cose non sono cambiate: quel fuoco c’è ancora ed è il fuoco di chi è nato per scriversi e cantarsi la propria musica. Adesso, però, c’è anche la maturità di un’artista che mette la propria anima in tavola con una naturalezza estasiante, adulta ma non invecchiata. Con una composizione jazz sempre più infilzata tra il moderno, il classico e l’alternativo, I Want You To Love Me colpisce con la sua semplicità piano-voce.
Se possiamo spendere due parole riguardo questi primi sei mesi del nuovo decennio diciamo semplicemente che non è stato come ci aspettavamo. Ci sentiamo ancora sopraffatti e commentare a livello generale una situazione così delicata e dai molteplici aspetti è davvero impossibile e non è nostra intenzione. La musica ci ha raccontato in parte di questo periodo difficile, ma la verità è che tutto è sembrato cristallizzarsi e poi esplodere di nuovo sfuggendo al nostro controllo. La musica avrebbe voluto non fermarsi e se un lato è stato così dall’altro non possiamo ignorare il fatto che i nostri artisti stanno procedendo faticosamente in ginocchio. Anche noi della redazione virtuale di gazemoil abbiamo fatto silenzio per un pò per occuparci di altro e far in modo che in futuro, lentamente, potessimo ripartire. Abbiamo deciso di farlo da qui, raccontandovi il meglio di ciò di cui non abbiamo parlato. Questi sono i 10 Migliori Album di Metà 2020.
10. Grimes - Miss Anthropocene (4AD, 2020)
Specialmente in questi ultimi anni Grimes, nome d’arte di Claire Bucher, ha vissuto in un mondo tutto suo. La producer, cantante e multistrumentista è sempre stata un personaggio sui generis, ma con una vita privata che ultimamente si lega sempre di più a quella pubblica è inevitabile che la sua personalità fuori dagli schemi si scontri con i canoni dell’essere una figura sotto ai riflettori, dunque confrontarsi con l’essere messa in discussione, ma ancora di più per il suo stile di vita e delle idee davvero bizzarre, spesso per gli altri non comprensibili. Ed è su questo precario e non ben definito equilibrio tra l’essere visionari e l’avere una fantasia piuttosto spiccata che nasce l’album più importante della sua carriera, Miss Anthropocene. Invece di rispondere al fuoco incrociato che l’ha vista protagonista di polemiche e critiche ha deciso di allontanarsi ancora di più dalla mondanità costruendo un universo inventato parecchio più inquietante e contorto di quello reale, dove il disastro climatico si intreccia a malvagie divinità aliene che desiderano soggiogare l’essere umano e mandare il mondo in rovina. La parte strumentale è quasi ambiziosa tanto quanto il concept - ma al contrario di quest’ultimo funziona sicuramente meglio ed è eseguito con più chiarezza - e vede Grimes ampliare ancora la sua palette sonora, rivelando una raffinata e lineare evoluzione del suo interesse di vecchia data verso la nostalgia della cultura rave e l’allettante musica pop dalle varie parti del mondo. I territori esplorati sono davvero tantissimi e l’eclettismo dell’artista è il punto forte di un disco che nel bene e nel male si è conquistato il diritto di guidarci verso le nuove rotte della musica pop.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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09. Yves Tumor - Heaven To A Tortured Mind (Warp, 2020)
Un’altra personalità che ha intenzione di riscrivere le coordinate del pop a modo suo è il misterioso Yves Tumor che emergendo dalle viscere scure del post-industrial e della musica noise completa la sua metamorfosi in falena affascinante dell’rnb e dell’art rock, abbandonando i detriti sperimentali da brivido e lavorando invece sulla sua sorprendente capacità nel rendere orecchiabile ed armonico qualcosa di fondamentalmente dissonante e pure disturbante. S’illumina di una trasognata attitudine pop il nuovo disco Heaven To A Tortured Mind, senza tradire il bisogno di essere fluido e trasgressivo, ma sicuramente meno dilagante e disorientante. Lui è un’artista che avevamo già intuito essere sulla buona strada per il successo col disco precedente, ma stavolta stupisce davvero per la maturità. Astratto, ma ora anche molto più concreto, Heaven To A Tortured Mind trova l’occasione per schiacciare l’occhio a sensualità jazz e psichedeliche, regalandoci ballate al buio trasversali.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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08. The Strokes - The New Abnormal (RCA, 2020)
Quella degli Strokes è una carriera leggendaria e lo sappiamo benissimo tutti. Per una band che ha influenzato in maniera indelebile il primo decennio degli anni duemila ed ha vissuto quasi tutto il successivo sopra le spalle dei loro brani immortali non deve essere stato facile ritornare con un nuovo disco inedito. Più volte abbiamo creduto che l’intenzione di Casablancas fosse quella di continuare a fare musica con il suo side-project The Voidz e che con gli Strokes non ci fosse più la scintilla di un tempo - vedi il ritorno a mani basse con l’EP Future Present Past del 2016 - ma a smentirci, fortunatamente, c’è The New Abnormal dove la band è animata da un’energia tutta nuova. Con la produzione di Rick Rubin il disco riesce a spingere alcuni limiti della band ed offrire delle tracce stravaganti, creative e dalle strane scelte, al contempo ritrova quel brio chiassoso dei primi lavori che ne sporca i suoni e riporta alle origini del loro rock da garage. I riferimenti agli anni ‘80 ci sono, dalla copertina fino ai rimandi musicali, ma The New Abnormal non è un disco vecchio o prevedibile, anzi estremamente orecchiabile, classico ed audace. Sì, gli Strokes continuano ad essere rilevanti anche vent’anni dopo.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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07. Against All Logic - 2017-2019 (Other People, 2020)
Anche questo per Nicolas Jaar sembra essere un anno d’oro. Il poliedrico produttore americano-cileno vive un periodo particolarmente prolifico e la musica registrata sotto lo pseudonimo Against All Logic è interessante tanto quanto quella con il suo nome di nascita, se non di più. Tanto è vero che a finire sulla nostra lista non c’è Cenizas, ma 2017-2019 che segue l’eccellente disco di due anni fa in cui si avventura sui territori meno battuti della musica techno con un approccio innovativo fuori dal comune. Quello di 2017-2019 è un suono distorto e duro che fa da controparte all’avvolgente e calda musica house del debutto, ma è ugualmente eccentrica ed ambiziosa. Il mix è ipnotico, caotico ma incredibilmente diretto, le successioni dei brani sono fluide ed i ritmi sempre serrati, centrati su bassi profondi spesso al limite della trama sonora, strane percussioni e melodie accattivanti.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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06. Charli XCX - how i’m feeling now
Nel bel mezzo della pandemia ed a pochi mesi di distanza dal suo ultimo ed acclamatissimo disco, la regina - indiscussa - del nuovo pop Charli XCX ci ha raccontato come se la stava passando con una raccolta di undici tracce messe insieme di fretta e furia, neanche del tutto finite, che spiegano perfettamente come ci si sente ad essere presi alla sprovvista. how i’m feeling now è stato un fulmine a ciel sereno un pò come tutta la situazione che abbiamo vissuto, un progetto per nulla confezionato che incapsula il recente passato musicale dell’artista attraverso getti d’ispirazione istintivi suggestionati dalla sua sfera emotiva in una situazione di isolamento ed alienazione. Il risultato è davvero eccentrico e spigoloso, molto personale e riflessivo, ma al contempo bello per intrattenersi con del buon pop d’avanguardia. Vanta tra le produzioni quelle di Dylan Brady (100 gecs) che satura ancora di più tutto l’universo accelerato di Charli, fondendo il bubblegum pop della prima con l’elettronica sperimentale del secondo.
VOTO: 80/100
Di Viviana Bonura
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05. Rina Sawayama - SAWAYAMA (Dirty Hit, 2020)
E’ davvero un coraggioso nuovo mondo quello che si sta creando la musica pop negli ultimi anni - non a caso fino ad ora tre album su cinque in questa lista sono pop - e Rina Sawayama vi sta contribuendo a pieno, mostrandoci esattamente come nel suo debutto SAWAYAMA. Sempre a fianco dell’alchimista del pop Clarence Clarity che si è occupato delle produzioni i due riescono a definire con chiarezza la direzione artistica del disco. Estremamente contemporaneo, contaminato e stiloso, incorpora elementi del teen pop dei primi anni 2000 à la Christina Aguilera con le sue evoluzioni bubblegum molto più moderne ed elettroniche, ed ancora il nu-metal dei Deftones coi ritmi club. Sembra fin troppo ambizioso ed eccessivo, ma SAWAYAMA unisce con entusiasmante maestria suoni aggressivi ed altri decisamente più inoffensivi facendo tesoro dell’eredità culturale dell’artista e contemporaneamente esplorando i temi dell’identità, sentimenti personali e filosofie più in generale sul mondo. E’ un disco importante perchè si posiziona con prepotenza nelle cerchie del pop pur avendo un’anima estremamente anticonvenzionale, strana e piena di giustapposizioni.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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04. Moses Sumney - græ (Jagjaguwar,2020)
L’arioso e tentacolare secondo disco della gemma dell’art-pop Moses Sumney è un tripudio di sfumature emotive e musicali. Diviso in due parti (la prima uscita in versione digitale all’inizio dell’anno) esplora gli spazi grigi - “grey areas” - tra la musica, le parole e soprattutto nell’individuo, mettendo in discussione la nostra esistenza binaria. Momenti strumentali organici che spaziano dal jazz al soul si susseguono elevando il linguaggio del disco e schiarendone le ombre, insieme a distorsioni elettroniche ed arrangiamenti sperimentali che ne intrecciano la traiettoria. Anche questa volta il collante è la splendida ed anamorfica voce dell’artista, intenta a spezzarci letteralmente il cuore. Sebbene la paura della solitudine di Sumney definisca ancora gran parte dell'album, il suo abbracciare questi spazi di mezzo apre nuove possibilità di auto-determinazione e attualizzazione. Spirituale, sperimentale, vivido e dolce sono le parole per descrivere græ.
VOTO: 80/100
di Viviana Bonura
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03. Laura Marling - Song For Our Daughter (Chrysalis / Partisan, 2020)
Giunta al settimo album in studio a soli trent’anni, la cantautrice e musicista Laura Marling continua a volare sotto i radar del grande successo, probabilmente perché durante la sua carriera è riuscita a far sembrare semplicissime cose molto più complesse ed intricate, giungendo ad una maturità artistica notevole per la sua età. Song For Our Daughter conferma la natura taciturna dell’autrice, anzi risparmia moltissimi elementi a favore di una semplicità che fa emergere solo l’essenziale, premiandone la scelta coraggiosa con un risultato che lo colloca tra i suoi lavori più completi. E’ un disco che si pone poeticamente come un dialogo con una figlia immaginaria, ma che in realtà è una lettera a cuore aperto alla sè più giovane, quella di una volta. Come se avesse vissuto chissà quante vite o la sua anima fosse davvero vecchia, la Marling compensa alla mancanza di sperimentazione e strumentali assolutamente non protagoniste con una delle scritture più belle di quest’anno. Apparentemente troppo delicato e sottile, Song For Our Daughter è invece un disco robusto capace di mantenere viva l’attenzione con storie toccanti piene di colpi e riflessioni inaspettate, cantate dall’elegantissima voce senza tempo di un’autrice la quale statura viene spesso paragonata a quella della leggendaria Joni Mitchell. Chissà se allora la sua avventura diventerà un classico.
VOTO: 85/100
di Viviana Bonura
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02. Lucio Corsi - Cosa faremo da grandi? (Sugar Music Italia, 2020)
C’era una volta il cantautorato narrativo e Lucio Corsi lo ha preso e rispolverato con grazia. E’ una ninna nanna di nove ballate per adulti Cosa faremo da grandi: “Perché nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi”. L’album è ricco di storie senza tempo e personaggi semi fiabeschi, fuori dagli schemi della società odierna. Il cantautore maremmano fa da eccentrico narratore in questo dolce album con tante nuove storie raccontate in versi di canzoni oniriche. Le melodie serene e allietanti dei brani di Cosa faremo da grandi? non sono un manifesto del sound attuale, ma nel complesso l’album è molto originale grazie alle parole ricercate all’immaginario che le storie suscitano. La ricerca e gli arrangiamenti valorizzano il fatto che l’album sia un puzzle di figure semplice e pure come i disegni dei bambini. E’ un lavoro che nasce nel 2020, ma potrebbe essere traslato indietro nel tempo o collocato in un’Italia futura: il suo essere senza tempo lo rende eccentrico e speciale.
VOTO: 85/100
di Agnese Centineo
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01. Perfume Genius - Set My Heart On Fire Immediately (Matador, 2020)
Il quinto album di Mike Hadreas, in arte Perfume Genius, si destreggia fluido tra melodie sublimi e dissonanze cupe con la delicatezza di uno degli artisti più sensibili degli ultimi anni, abbracciando le gioie ed i dolori del corpo umano e le sue innumerevoli ed intangibili aspirazioni. Hadreas ha dimostrato durante tutta la sua carriera come ogni disco è capace di rappresentare una metamorfosi - artistica e personale - e Set My Heart On Fire Immediately non fa eccezione. Come No Shape mantiene una sensibilità rock ed un riguardo verso l’orecchiabilità in funzione della radio, mentre come Too Bright alterna struggente momenti di tenerezza ed alienazione, mettendo in circolo dramma, emozioni, piacere e sofferenze in maniera meno intricata e sicuramente più risolta. Gli arrangiamenti sono vivi, così come le sue parole. Quella di Perfume Genius è una musica estremamente intima e liberatoria, una musica che colpisce perché nella sua vulnerabilità è capace di umanizzare qualsiasi esperienza. L’artista è riuscito a teatralizzare in musica un travagliato percorso e dopo aver imparato a trascendere dal corpo umano ne ha finalmente abbracciato la sua essenza concreta.
VOTO: 85/100
di Viviana Bonura
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MENZIONE A:
Pufuleti - Catarsi Awa Maxibon (La Tempesta Dischi, 2020)
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RECENSIONE: Pufuleti - Catarsi Awa Maxibon (La Tempesta Dischi, 2020)
di Viviana Bonura
Pufuleti, nome d’arte di Giuseppe Licata, ad ogni ascolto mi sembra sempre di più il fratello perduto di Slowthai. I punti in comune ci sono: immigrato, voce fuori dal coro, liriche irregolari, flow stralunato e atmosfere un tantino surreali da farti sentire a disagio ma anche farti spuntare un ghigno d’approvazione in viso. Di origini siciliane, ma trapiantato in Germania da piccolo, con Catarsi Awa Maxibon è al secondo disco in studio sotto il nome Pufuleti, ma è attivo nella scena rap tedesca da più di una decade come Joe Space.
Forse è anche per l’esperienza del rap in un’altra lingua che quando Pufuleti decide di impadronirsi dell’italiano lo fa con un’approccio del tutto anticonvenzionale - oltre a non porsi problemi nel mischiarlo con tedesco e inglese. Nelle dieci tracce hip-hop un pò lo-fi del suo secondo disco infilza rime assurde ed ogni tanto pure oscene, dal fascino sgangherato e spigoloso, su basi che omaggiano la vecchia scuola americana ma in cui risuonano anche tutti quegli elementi bizzarri e freschi della nuova ondata alternativa italiana, grazie pure ai continui esilaranti riferimenti alle televendite fine anni '90 e inizio 2000 che ci piacciono tanto. Catarsi Awa Maxibon è fantastico perchè è assurdo, delirante, geniale nell’adozione di nuove vie semantiche “che diventano ricerca affannosa di un assurdo che dia senso alle piccole cose”. Certe atmosfere visionarie e un pò malate sono impossibili da ignorare, e questo fin dal primo ascolto che si rivela subito dirompente ed inarrestabile grazie alle tracce dalla breve durata cucite come un pezzo unico di una trasmissione televisiva.
TRACCE MIGLIORI: BBC Cocau; Montecore; Post piscina 99
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COSA C’É DI NUOVO: Childish Gambino, The Weeknd, Soccer Mommy, Dente ed altri
di Viviana Bonura
In vista delle prossime recensioni nella rubrica Cosa c’è di nuovo troverete una selezione delle uscite discografiche degli ultimi trenta giorni che riteniamo più rilevanti. In questo articolo Childish Gambino, The Weeknd, Soccer Mommy, Dente ed altri.
Childish Gambino - 3.15.2020 (RCA Records, 2020)
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The Weeknd - After Hours (Republic, 2020)
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Soccer Mommy - color theory (Loma Vista, 2020)
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Dente - Dente (INRI / Artist First, 2020)
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Four Tet - Sixteen Oceans (Text Records, 2020)
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Christine and The Queens - La vita nuova (Because Music, 2020)
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Princess Nokia - Everything Sucks & Everything is Beautiful (Princess Nokia Inc., 2020)
(disco 1) ascolta - (disco 2) ascolta
U.S. Girls - Heavy Light (4AD, 2020)
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Real Estate - The Main Thing (Domino Recording, 2020)
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Birthh - WHOA (Carosello Records, 2020)
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Colombre - Corallo (Universal Music, 2020)
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Joan Thiele - Operazione Oro (Polydor / Universal Music Italia, 2020)
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