Sabato mattina, interno cucina.
Mi sto preparando un caffè con la solita lentezza da fine settimana. Sento un leggero spostamento d’aria alle spalle. Potrebbe essere Leo, il gatto rosso, che come ogni mattina trama la sua imboscata coccolosa: sale sul tavolo, aspetta il momento esatto in cui mescolo lo zucchero e… zac, balzo felino sulla mia schiena. Morbido, ovattato, senza artigli, atterra proprio sulle spalle. Spesso il mio sobbalzo (che secondo lui è il vero obiettivo della missione) finisce con il caffè un po' rovesciato.
Stamattina però è diverso. Il mio senso da Uomo Ragno registra una presenza più grossa. E quel soffio caldo di narice, tipo gnu incuriosito, che mi arriva sul collo ha un unico proprietario possibile.
«Buongiorno, Edward» dico senza voltarmi.
«Ciao papà… ma come hai fatto a capirlo?»
«Tra te e Leo c’è una certa differenza. Il movimento d’aria che fai tu è quello di un metro e novanta che fa palestra da un paio d’anni. Non si scambia.»
«Poteva essere Eric…»
«Eric? Ma dai. Il guerriero della notte ieri è rientrato alle tre passate. Uscirà dalla camera verso mezzogiorno biascicando enochiano e aramaico incomprensibili. Non prima che gli si sleghi la lingua.»
«Ah, già…»
«Edward, stasera ceni a casa?»
«No, credo di no. Facciamo un aperitivo con gli amici. Porto anche lei… Eva.»
«Quindi non ceni a casa. Bello che la presenti ai tuoi amici.»
«Sì, infatti non ceno a casa. Perché lo ripeti?»
«Così. Volevo esserne sicuro.»
«Sai, poi con Eva magari andremo al cinema, oppure in un posto tranquillo a bere qualcosa e parlare un po’ di noi…»
«Sì sì, ottima idea.»
«Pa’, ma ti dà fastidio se non ci sono?»
«Ma che dici, Edward, scherzi? È sabato, giorno perfetto per gustarsi la serata, assaporare i momenti con chi ti va, degustare un po’ di compagnia leggera, abbracci morbidi e caldi, come appena sfornati, e tutto il resto.»
«Hai ragione, papà. È sabato.»
Silenzio.
Poi la realisation gli arriva come un tir in retromarcia.
«Cazzo! È sabato! È vero che fai la pizza… nuoooohhh!»
Il capoccione si piega all’indietro, bocca semiaperta, mani nei capelli. Sembra un disperato da film.
«Tranquillo. Ne faccio sempre per tutti. Quando torni, se hai fame la trovi ancora calda, sigillata nel forno. Sennò te la mangi domani.»
«Grazie pa’…»
Mi abbraccia. Forte. Porca miseria che braccia che si ritrova.
Cara Eva, la pizza di papà è seria, sappilo. Combatterò fino all’ultima fetta di gnagna… cioè, volevo dire, fino all’ultimo triangolino di felicità. Tanto prima o poi sarai qui a mangiarla anche tu. E a quel punto ti vorrò ancora di più bene.

















