Anche stasera mi corico nel mio caldo letto, nel dolce abbraccio delle coperte, dopo un abbondante pasto e una serie di momenti che do per scontato ogni volta, senza neppure rendermi conto di quanto sono fortunato a poterli vivere: un abbraccio dai miei genitori, una parola di conforto dai miei amici, un tetto sopra la testa, il caldo del camino unito alla morbidezza del divano sul quale mi allungo ogni sera, e tante altre fortune ancora. Tutte cose che do per scontato, ma che tanta gente non può assaporare.
Eppure, nonostante ciò, lascio che i miei problemi si prendano così tanto spazio, lascio che le parole nella mia testa rimbombino in un climax che culmina nell’unico costante pensiero della morte.
Quando sono solo non penso che a lei. Biologicamente è la semplice cessazione delle attività delle attività dell’organismo, ma rappresenta per me ormai un’amica, un porto certo, un faro per orientarsi, è la legenda che mi guida nelle mie scelte di vita. Beh, quello e l’opinione degli altri, due elementi che mi hanno scolpito come marmo, dipingendo una effigie dannata che non leviga le sue curve neanche dinanzi allo scalpello di Eros.
E il vero problema è che sono io lo scultore originale, e sono anche il cane da guardia della statua.
Prigioniero di me stesso. La mia libertà è ad un passo da me e mi rifiuto di raggiungerla, di attingere a lei, di intingere il pennello per dare nuovi colori, nuove emozioni alla statua.
Sono il giudice, l’imputato, la giuria e il poliziotto. Sono tutto e sono niente per me stesso, è una giusta condanna.