Io: mi hanno portato una pizza non tonda ma ellittica
Lei: è un problema?
Io: no, figurati, ma deve essere stato difficile cuocerla
Lei: e perché??
Io: perché servono due fuochi!
Lei: …




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Io: mi hanno portato una pizza non tonda ma ellittica
Lei: è un problema?
Io: no, figurati, ma deve essere stato difficile cuocerla
Lei: e perché??
Io: perché servono due fuochi!
Lei: …

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|: C'è qualcosa che vorresti dirmi? -: Sì, che non vorrei perderti. Punto.
Guardo mio figlio numero uno, Edward Cullen, mentre si prepara per uscire. Preparazione da manuale: la doccia è durata tipo mezz’ora, le orecchie sembrano lucidate con lo spray per mobili, i denti li ha sfregati fino a farli brillare come specchi, prova alito superata alla grande (non mi ha incenerito le sopracciglia, quindi ok).
Una sola parola spiega tutto questo sforzo: Eva.
“Ti sei fatto la barba e i baffi, Edward? Poi hai pure passato la pietra pomice intorno alle labbra per renderle lisce come il sedere di un neonato?” gli dico, alzando un sopracciglio (o almeno ci provo, in realtà uso il nastro adesivo trasparente per tenere su il destro).
“Papà, esagerato. Ho solo fatto barba e baffi come al solito,” risponde lui controllandosi allo specchio per la centesima volta.
“Eh certo. Quando baci una donna è maleducazione lasciarle uno spuntone di pelo che le fa il solletico alle labbra…”
“Dai pa’!”
“Edward, com’è baciare una donna?” Non gliel’avevo mai chiesto, ma oggi mi è uscito spontaneo.
“Eeeeh, pota,” mi fa, con un sorriso enorme, di quelli che hanno solo i ventenni innamorati: zero delusioni accumulate, zero paura del futuro che ti pesta i piedi.
“Com’è il profumo di una donna, Edward? Quello naturale, sul collo, vicino alle orecchie.”
“Eeeeh, pota,” ripete, sempre con quel sorriso assurdo.
Non so se le mie domande siano innocenti o se sto cercando in lui il riflesso di quello che forse ho dimenticato dei miei baci a vent’anni. Magari è solo nostalgia. O magari è che, ripensandoci, i primi baci tra ragazzi (quelli veri, quelli che ti fanno tremare le ginocchia) sono un casino bellissimo: un mix di ansia, elettricità e goffaggine totale. Ti avvicini con il cuore in gola, le labbra sfiorano e per un attimo pensi “oddio, sto sbagliando tutto”, invece è proprio quella confusione a renderlo indimenticabile. Un’esplosione di sensazioni nuove, imbarazzo puro, ma anche una specie di miracolo: scopri che il mondo può fermarsi per un secondo solo per te e un altro paio di labbra. E dopo, per ore, ti rimane addosso quel sapore di adrenalina mista a chewing-gum e panico felice.
“Non so se rientro per cena, papà.”
“Non ti preoccupare. Pensa a stare abbracciato a lei più che puoi.”
“Eeeeh, pota.” Ormai sospetto che quel sorriso sia una paresi facciale permanente.
Quant’è bella la freschezza dei vent’anni, le pulsazioni a mille, le emozioni che ti arrivano dritte nello stomaco come un pugno di farfalle kamikaze. Tutto sembra enorme, definitivo, catastrofico e meraviglioso allo stesso tempo. Io guardo mio figlio e penso: goditelo, perché dopo arriva la versione adulta, dove l’amore è più tranquillo ma le farfalle si sono calmate, tipo dopo un Tavor.
E tu ti ritrovi a rimpiangere quei momenti in cui bastava un bacio per sentirti invincibile, anche se avevi le mani sudate e il terrore di sbagliare angolazione. Ah, la giovinezza: l’unico periodo in cui puoi essere un disastro totale e comunque sembrare figo. Poi cresci, diventi “maturo”, e l’unica cosa che ti fa battere il cuore è il conto in banca che va sottozero. Grazie, universo, per l’upgrade.
Ah, per la cronaca: in realtà Edward non ha mai detto “eeeeh, pota”. Ha detto un più epico e diretto “eeeeh, f*ga”. Ma lo capisco, eh. A vent’anni il vocabolario è limitato, ma le emozioni no.
“che noia che sei”
ok, ciao!
L’acqua in superficie è torbida e immobile; sembra quasi solida.
Se allungassi la mano però, capiresti che non è così.
A volte è evidente quanto un’apparenza calma e razionale possa celare profondità molto meno lineari.
Non amo le definizioni proprio per questo: mi immagino sempre ci sia una metà sepolta dietro alla metà che vediamo con gli occhi.
Una metà invisibile ma estremamente importante, che scivola più in basso ogni volta che qualcuno dice “eppure non sembra”.
In alcune occasioni l’ho intravista appena, e mi sono sempre chiesta: posso ascoltare quella parte, senza spaventarti?…
Posso ascoltarla senza farti pensare sia sbagliata o vada eliminata?…

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Passeggere: Oh che vita vorreste voi dunque? Venditore: Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti. Passeggere: Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo? Venditore: Appunto. Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? Venditore: Speriamo. Passeggere: Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete. Venditore: Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi. Passeggere: Ecco trenta soldi. Venditore: Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
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Brano tratto da Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere (1832), testo raccolto in: Giacomo Leopardi, Operette morali.
Per me, parlare è come respirare: naturale, necessario.
Eppure, troppo spesso restiamo in silenzio per paura del giudizio, per timore di usare parole sbagliate.
Non ci accorgiamo che dietro ogni discorso c’è un frammento di verità, e che proprio da lì chi ci ascolta può intravedere un pezzo autentico di ciò che siamo.
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Le giuro, signore, che l'ho provato. Le giuro che ho provato l’amore. E con esso, anche il dolore.
E come fai a sapere che fosse amore?
Perché mi sono amato, signore. E prima non ne ero capace.
Sei sicuro che questo sia amore? Non ti sembra egoista il tuo ragionamento?
Sì, signore, sono sicuro. Mi sono amato attraverso di Lei. Amavo quello che ero quando ero con Lei.
Non trovi che abbia a che fare troppo con te?
Sì, signore, ha tanto a che fare con me. Perché solo Lei riusciva a tirare fuori il meglio di me.