Il finale che non c’era… e quello che ho scritto io
The Ending That Wasn’t… and the One I Wrote Myself
Un anno con Ricciardi
A Year with Ricciardi
Per quasi un anno mi sono lasciata conquistare dal mondo del Commissario Ricciardi, un personaggio di fiction creato da Maurizio de Giovanni. Nel corso dei quindici romanzi ho seguito i percorsi di tutti i personaggi, ho vissuto i loro traumi, i loro desideri e i loro dolori. Ho osservato la loro crescita emotiva e il modo in cui sono cambiati nel tempo.
For nearly a year, I let myself be swept away by the world of Commissario Ricciardi, a fictional character created by Maurizio de Giovanni. Over the course of fifteen novels, I followed the journeys of each character, living through their traumas, desires, and sorrows. I watched their emotional growth and how they changed over time.
Tra pagina e schermo
Between Page and Screen
Ho anche guardato la serie su RAIPlay e il suo adattamento televisivo. Eppure, per quanto abbia apprezzato gli attori, i costumi e la scenografia, continuo a tornare ai romanzi: sono il modo più autentico per immergersi nella storia di Ricciardi, tra le sfumature poetiche di Napoli e i dialoghi interiori che nessuna versione filmica riesce davvero a restituire.
I also watched the series on RAIPlay and its television adaptation. And yet, as much as I appreciated the actors, costumes, and set design, I keep returning to the novels. They are the most authentic way to immerse yourself in Ricciardi’s story, among the poetic nuances of Naples and the inner dialogues no screen version can truly capture.
Il Matta Book Club ha invitato anche Ricciardi e i suoi fantasmi!
The Matta Book Club invited Ricciardi and his ghosts as well!
Ero così affascinata da questi romanzi che ho scelto il primo, Il senso del dolore, per i Matta Book Club dell’autunno 2025. Una volta terminato, i miei lettori chiedevano già di più ed erano impazienti di continuare con la serie. Sono stata felice di accontentarli, così ho organizzato i Matta Book Club invernali e primaverili, durante i quali abbiamo letto La condanna del sangue e Il posto di ognuno. Per saperne di più, puoi seguire i link qui sotto oppure unirti a me per un book club individuale.
I was so captivated by these novels that I chose the first, Il senso del dolore, for the 2025 Matta Fall Book Clubs. Once my readers finished it, they were already asking for more and eager to continue with the series. I was delighted to oblige, so I introduced Winter and Spring Matta Book Clubs in which we read La condanna del sangue and Il posto di ognuno. To learn more, you can follow the links below or join me for a one-to-one book club.
La fine che non basta. Le domande lasciate in sospeso.
An Ending That Isn’t Enough. Questions Left Hanging.
Anche dopo tutti questi mesi, continuo a sentirmi profondamente legata a questa storia. Finire l’ultima pagina di Volver, il quindicesimo romanzo, è stato un po’ come dire addio a degli amici. Ma de Giovanni, fedele al suo stile, lascia il finale aperto, affidando il futuro dei suoi personaggi all’immaginazione del lettore. Rimane così tanto in sospeso che mi sono ritrovata a voler dare una forma più chiara a ciò che potrebbe accadere dopo.
Even after all these months, I still feel deeply connected to this story. Finishing the final page of Volver, the fifteenth novel, felt a little like saying goodbye to friends. But de Giovanni, true to form, leaves the ending open, entrusting the future of his characters to the reader’s imagination. So much remains unresolved that I found myself wanting to give clearer shape to what might come next.
Livia ritorna… e poi?
Livia Returns… and Then?
Pensiamo, ad esempio, a Livia: negli ultimi paragrafi ritorna dall’estero dopo anni di assenza, decisa a riconquistare Ricciardi. Eppure, nel frattempo, sono successe troppe cose: una guerra, un matrimonio, la nascita di una bambina. Viene naturale domandarsi che cosa accadrà davvero tra loro, come si svolgerà il loro incontro e quali parole si scambieranno dopo tanto tempo. Questo, però, de Giovanni sceglie di non dircelo.
Take Livia, for example: in the final paragraphs, she returns from abroad after years away, determined to win Ricciardi back. And yet, in the meantime, too much has happened: a war, a marriage, the birth of a child. It’s only natural to wonder what will truly happen between them, how their meeting will unfold, and what words they will exchange after so long. But this, de Giovanni chooses not to tell us.
La magia (e la tortura) dell’incertezza
The Magic (and Torment) of Uncertainty
Eppure, forse è proprio questa la magia della letteratura, e anche ciò che rende questa storia insieme affascinante e snervante: quel margine d’incertezza che resta. L’arte ci lascia uno spazio aperto, una stanza silenziosa in cui possiamo continuare a immaginare il seguito. Ognuno di noi può costruire la propria conclusione, intrecciandola con le proprie esperienze, i propri desideri e la propria sensibilità.
And yet, perhaps this is precisely the magic of literature, and what makes this story both captivating and maddening: that margin of uncertainty that remains. Art leaves us an open space, a quiet room where we can continue imagining what comes next. Each of us can build our own ending, weaving it together with our experiences, desires, and sensitivities.
Per quanto mi riguarda, dalle briciole lasciate da de Giovanni affiora una sola conclusione possibile: non ci sarà una lieta fine per Livia e Ricciardi. Livia resta fedele a se stessa, un po’ febbrile e visionaria, ostinata a vedere il mondo come desidera, senza confrontarsi a fondo con i sentimenti altrui. Ricciardi, invece, non è più lo stesso uomo. È cambiato, si è fatto più sereno, e il suo mondo ormai appartiene all’amore per Enrica e per la loro figlia. Non resta più posto né per il passato né per Livia.
As far as I am concerned, from the crumbs left by de Giovanni, only one conclusion emerges: there will be no happy ending for Livia and Ricciardi. Livia remains true to herself, somewhat feverish and visionary, stubbornly seeing the world as she wishes, without fully confronting others’ feelings. Ricciardi, however, is no longer the same man. He has changed, grown more peaceful, and his world now belongs to his love for Enrica and their daughter. There is no longer space for the past or for Livia.
Quando il lettore diventa scrittore
When the Reader Becomes the Writer
Quando si entra nel mondo della Napoli degli anni Trenta e nella vita di Ricciardi creato da de Giovanni, è difficile uscirne. Dopo l’ultima pagina, non resta che ricominciare da capo, per tornare ancora una volta in quel mondo fatto di fantasmi, amore e di una Napoli viva in tutti i suoi colori… oppure, per una scrittrice come me, prendere carta e penna e dare vita al finale in cui voglio credere.
Once you step into 1930s Naples and into Ricciardi’s life, it is difficult to leave. After the final page, all that remains is to begin again, to return to that world of ghosts, love, and a Naples alive in all its colors… or, for a writer like me, to take pen and paper and bring to life the ending I choose to believe in.
Così, qualche settimana fa, ho scritto un piccolo pezzo di fan fiction: l’epilogo che immagino per Ricciardi, quello che, secondo me, merita davvero. E ho deciso di condividerlo qui, sul Matta Blog. Io non vedo i fantasmi come lui… o forse sì, ma solo quelli italiani. In fondo, sì, sono matta davvero, proprio come lui.
So, a few weeks ago, I wrote a small piece of fan fiction: the epilogue I imagine for Ricciardi, the one I believe he truly deserves. And I decided to share it here on the Matta Blog. I don’t see ghosts the way he does… or maybe I do, but only the Italian ones. In the end, yes, I really am matta, just like him.
E ora ti lascio entrare nel mio finale… buona lettura, e attenta ai fantasmi.
And now I invite you into my ending… and watch out for ghosts.
Commissario Ricciardi — Epilogo (Fan Fiction di Melissa) Versione Italiana
La cappella della famiglia Malemonte era nascosta in un boschetto ai confini della baronia. Nonostante il caldo del tardo pomeriggio, all’interno era fresca e silenziosa. L’aria conservava il profumo della cera delle candele e della pietra antica e, negli angoli in penombra, i propri cari venivano custoditi nella memoria, amati e ricordati.
Tanino o’Saracino era lì fin da quando il sole era ancora alto, intento a eseguire le istruzioni di Nelide come facevano tutti. Quando Nelide faceva una richiesta, nessuno la scambiava per un suggerimento. L’aveva imparato anni prima a Napoli, la prima volta che aveva incontrato la minuta e tenace governante di Ricciardi. Ora era di nuovo nel suo elemento, nel Cilento, circondata dalla famiglia e da persone che parlavano la sua lingua, e non a caso la chiamavano ’o comandante.
Aveva sostituito le candele una a una, raddrizzato i banchi e, adesso, spazzava l’ingresso e i gradini con una scopa di ramoscelli legati insieme. Lavorava con una serietà ostinata e concentrata—quella che un uomo porta nel gesto quando sta cercando di guadagnarsi un posto… e di tenerselo.
Tra sé e sé ripeté il proverbio che Nelide gli aveva lanciato poco prima—mezzo rimprovero e mezzo benedizione—con quella sua schietta saggezza cilentana: «Ogne dumineca spazzo ’o tterrazzo… pe’ ’o ffà stà pulito.» Non capiva ogni parola del dialetto, ma ne aveva colto il senso: «Ogni domenica spazzo il pavimento di casa per tenerlo pulito.» Un bel pensiero, si disse mentre lavorava—uno di quelli che, anche solo per un momento, fanno sembrare il mondo in ordine, nonostante il disagio e la confusione che turbinavano tutt’intorno a loro.
Quando sentì la voce di un uomo, Tanino si bloccò. La scopa rimase sospesa a mezz’aria sopra la pietra mentre lui tendeva l’orecchio—non per curiosità, ma con la cautela di chi capisce d’essersi imbattuto in qualcosa di privato. Preso dal suo andirivieni, non si era accorto che qualcuno fosse entrato nella cappella.
Tanino fece un passo cauto verso l’uscio e sbirciò dallo spiraglio della porta socchiusa. Dentro, davanti a una tomba semplice di marmo bianco incassata nel muro, scorse l’uomo—il barone di Malemonte. Lo vide alzare la mano e, con le dita, seguire le lettere del nome della donna inciso nella pietra, come se quel gesto potesse richiamarla o almeno riportarla da lui per un istante.
Da lì, la voce dell’uomo si fece più chiara: calma e controllata, ma ferma. Ogni parola veniva dal cuore, detta con ferma convinzione. La luce era scarsa eppure l’ex commissario Ricciardi—che Tanino aveva conosciuto in un’altra vita, a Napoli—si muoveva come un uomo abituato a tenere il dolore sotto controllo. Il capo era appena chino e parlava alla pietra come se davanti a lui ci fosse qualcuno, così vicino da potergli rispondere. Tanino non riusciva a scorgere gli occhi, quei suoi strani occhi verdi, ma udì le parole, e quello bastò.
«Tu sei il mio unico e grande amore», disse Ricciardi, semplicemente. «Mi hai riportato indietro dalla morte, e adesso ti tengo viva nel cuore. Non sarò mai senza di te. Non dimenticherò mai noi. A presto, amore mio.»
A Tanino si chiuse la gola. Non era tipo da poesia, ma quelle parole gli bruciavano comunque. E, per quanto ci fosse distanza tra un barone e un uomo con una scopa, capì cosa voleva dire perdere l’amore—o pensare di averlo perso—e poi scoprire che certe cose non si sostituiscono mai, neppure con la migliore alternativa.
Abbassò lo sguardo e spazzò via l’ultima foglia aggrappata allo scalino. Poi mise da parte la scopa con cura, senza far rumore, e si sistemò il sacchetto sulla spalla, pronto a sbrigare l’ultima commissione di Nelide per quel giorno: una fermata in paese per comprare olio per le lampade e stoppini nuovi, e qualche bobina di filo con un pacchetto di aghi—perché, a sentir lei, non si trovavano mai quelli giusti quando servivano davvero.
O’Saracino—quel bel ragazzo che solo l’amore poteva spingere a innamorarsi di una ragazza bassa e tosta, che l’aveva seguito da Napoli a Fortino—era stato pronto a fare ben di più per lei. Perciò una camminata di mezz’ora fino al paese non era nulla. Con Nelide in testa, la strada gli sembrò ancora più breve. Attraversò il cortile, passò dal cancello principale e sorrise all’idea di riportarle un cestino di limoni, scelti con cura come solo un’ex fruttivendola sapeva fare.
Quando arrivò sulla strada, stava canticchiando e poco dopo cominciò a cantare a voce alta.
Non era andato lontano quando, all’orizzonte delle montagne, apparve qualcosa di insolito: un’automobile. Non una carrozza, non un carretto, neppure un vecchio camion malconcio carico di legna. Era una berlina polverosa, costosa, che avanzava lentamente, quasi strisciando. In un paese dove la gente si spostava a piedi o dietro un cavallo, un’auto così sembrava decisamente fuori posto.
L’auto si fermò con un scricchiolio di ghiaia, sollevando una nuvola di polvere che avvolse Tanino e gli rimase addosso. L’autista si sporse dal finestrino, il volto teso in un’espressione irritata. «Cristo santo—» disse, poi si trattenne subito, lanciando un’occhiata oltre la spalla e rallentando le parole, come se quella sbagliata potesse metterlo nei guai.
Ci riprovò, con cautela. «Siamo in ritardo. Ci sono stati degli intoppi—prima una gomma a terra, poi una svolta sbagliata. Un uomo in paese mi ha detto di prendere questa strada…» Allungò una mano, quasi inerme. Poi, con gentilezza forzata, concluse: «Insomma, stiamo cercando il castello—dove vive il barone di Malemonte. Siamo vicini? Potete darci le indicazioni giuste?»
Tanino fece un passo avanti. Dal finestrino aperto intravide una donna sul sedile posteriore: elegante, vestita con cura, inconfondibilmente di città. Sembrava una visione—come se stesse andando a un tè da una regina, non sobbalzando lungo una strada ruvida di campagna. Una sigaretta le restava tra le dita lunghe, le unghie smaltate di un rosso brillante.
La donna lo fissò per un attimo, gli accennò un sorriso pallido e esasperato, poi distolse lo sguardo verso il paesaggio. Espirò lentamente una nuvola di fumo e gettò la sigaretta fuori dal finestrino con un gesto secco, impaziente. La brace disegnò un arco breve e svanì nel nulla.
Appena l’alone di polvere e di fumo svanì, l’attenzione della donna scivolò in avanti, oltre il parabrezza, e seguì la strada alle spalle di Tanino finché non si posò sul cancello di pietra di una tenuta di campagna. Poi, come se fosse stato convocato, un uomo alto, senza cappello uscì dall’ombra degli archi. Si fermò sul ciglio della strada. Sembrava rilassato: alzò il viso verso il sole, poi rivolse lo sguardo a scrutare l’orizzonte, come se stesse aspettando qualcuno.
Anche da lontano, il profilo di quell’uomo la fece raddrizzare. Le linee nette del naso, il modo in cui teneva la bocca, quei tratti inconfondibili—li riconobbe all’istante. Il fiato le si spezzò quando, finalmente, lui si voltò a guardare nella sua direzione.
Quando Ricciardi si accorse dell’auto nera accostata lungo la strada, il suo atteggiamento cambiò all’istante. Le spalle gli si irrigidirono, lo sguardo si fece più tagliente, e rimase immobile con l’autocontrollo addestrato di un uomo che ha imparato a prepararsi a un incontro prima ancora di sapere se sarà ben accolto. Non si mosse. Semplicemente, aspettò.
Aspetta per me, pensò Livia, e l’idea le montò dentro con un caldo impeto di speranza e attesa. Allora non era venuta invano. Il lungo viaggio in nave, le svolte sbagliate, il girare a vuoto per le strade di questo dannato paese, le ore perse tra polvere e irritazione—niente era stato uno spreco. Quel sentiero tortuoso, quegli anni d’attesa, alla fine l’avevano condotta da lui.
Poi arrivò quel suono, chiaro come una campana, irrefrenabile come coriandoli lanciati in aria: «Papà! Papà! Papà!»
A quel richiamo vivace e insistente, sia Livia sia Ricciardi voltarono il capo. Livia vide una bambina—sei, forse sette anni—che correva giù per la strada, senza fiato per la felicità, seguita da una donna alta, snella, vestita in modo semplice, da campagna. La donna portava un cappello di paglia a tesa larga, calato per ripararsi dal sole del tardo pomeriggio. La donna avanzava a passo svelto, con la sicurezza naturale di chi appartiene a quelle colline e a quei campi.
Livia guardò mentre la bambina attraversava di corsa la strada e si gettava tra le braccia aperte di Ricciardi. Lui la sollevò e la fece volteggiare appena—una, due volte—poi la riprese con naturalezza e se la strinse al petto. La piccola strillò dalla gioia e gli tempestò la guancia di baci. Ricciardi la tenne lì, cullandola in un abbraccio tenero; e quel gesto semplice, così intimo, accese in Livia un dolore sordo, risvegliando il vecchio desiderio—familiare—di sentire di nuovo il suo tocco.
Livia perse il filo dei pensieri quando la donna alta li raggiunse. Disse qualcosa che Livia non riuscì a sentire e Livia osservò—sorpresa, un po’ spiazzata—mentre quelle parole strappavano a Ricciardi una risata sonora: breve, genuina, luminosa. Poi lui posò una mano sulla parte bassa della schiena della donna e la guidò con una naturalezza che non richiedeva spiegazioni. Per Livia, la sua auto avrebbe potuto anche non esistere. Il piccolo gruppo attraversò il cancello ed entrò nei terreni ombreggiati della tenuta, sparendo alla vista senza voltarsi indietro.
Tanino, notando lo sguardo fisso della donna, disse con gentilezza: «Signora, non si è persa. È questo il posto.» Fece un cenno lungo la strada, verso il cancello. «Quello è il barone… e quella è la baronessa di Malemonte.»
Si raddrizzò, lanciò un’occhiata ai cancelli di pietra e lasciò sfuggire un piccolo sospiro. Con un tono a metà tra l’ammirazione e l’incredulità disse: «Non ho mai visto un uomo così innamorato di sua moglie e di sua figlia.»
Prima che Livia potesse rispondere, il bel ragazzo cominciò a raccontarle la sua storia—che tra poco si sarebbe sposato, proprio lì, dentro i cancelli della baronia. Le parole gli uscivano di getto, luminose e sincere. Ma Livia lo ascoltava a stento. Qualcosa dentro di lei si era fermato. All’improvviso si sentì fuori posto nel paese in cui era nata. Più straniera fra quelle montagne del Cilento, davanti a quel cancello, dopo quella risata allegra a cui aveva appena assistito, di quanto si fosse mai sentita oltre l’oceano, in Argentina.
Fantasmi. Per tutto quel tempo li aveva inseguiti—no, in realtà ne aveva inseguito uno solo: non un uomo, ma l’idea di lui. E quel fantasma non le aveva mai mentito. Fin dall’inizio le aveva ripetuto la stessa, semplice verità: il suo cuore era sempre appartenuto a qualcun’altra.
Mentre la luce calava—e con le commissioni di Nelide ancora da sbrigare—Tanino si inclinò il berretto in segno di saluto, le rivolse un addio rapido e gentile e si avviò verso il paese.
L’autista mise in moto e avanzò lentamente, poi frenò di colpo davanti al cancello. «Eccoci, signora», disse, e restò in attesa dei suoi ordini.
Livia girò il capo e scrutò oltre la barriera. Intravide l’uomo e la donna che camminavano verso la villa, e la bambina che se ne stava sulle spalle del padre. Fu scossa da un brivido improvviso. Come se le avessero tolto un velo dagli occhi, vide le cose per come stavano davvero, senza più spazio per la speranza. Ricciardi, finalmente, era a suo agio. Non aveva l’aria composta che Livia ricordava: non l’attenzione educata, non la gentilezza misurata di un uomo che fa il proprio dovere, che fa ciò che ci si aspetta da lui.
Erano state la donna e la bambina—e la tenerezza inconfondibile di Ricciardi verso di loro—a riportarla bruscamente alla realtà. Le sue difese si abbassarono e quell’impulso familiare a spingersi avanti, a lottare per un posto nel mondo di Ricciardi, semplicemente si spense. Livia si era sempre giurata che non avrebbe mai messo piede nella vita di famiglia di un’altra donna.
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