Quando frequenti l"universitá di Lettere, qualsiasi indirizzo tu scelga, c’è una presenza costante che aleggia come una spada di Damocle sulla tua testa: l’esame sulla Divina commedia.
Dante a lettere è ovunque. Nei corridoi, in bagno, nello stanzino dei bidelli, nel frigorifero, dentro le cartine mescolato al tabacco.
Così presi la decisione più logica che uno studente come me potesse prendere: evitare Dante scegliendo un programma molto più vasto, ma vuoi mettere cagare in testa a quel trombone lì?
Il programma includeva: tutto il Medioevo, tutto il Rinascimento, il Barocco, il Settecento, l’Ottocento, il Novecento fino alla Prima guerra mondiale. Poi la nascita del romanzo. La teoria del romanzo. La critica del romanzo. La critica della critica del romanzo. Romanzo borghese, storico, autobiografico, lungo, corto. Romanzi ambientati in quel braccio del lago di Como, ad Aci Trezza, in Sardegna. Roba da perderci il capo.
Ma è proprio grazie alla mia idiosincrasia per Dante che ho conosciuto il professor Carlo Alberto Madrignani, ovvero il miglior professore che abbia avuto all’università.
Il mitico Madrignani era un professore di letteratura italiana all style, un settecentista di quelli barba incolta, carattere burbero e quell’aria di chi sa perfettamente che se vuole ti farà soffrire.
Eravamo in pochi a seguire il suo corso. Non era tipo da incoraggiare le persone a seguirlo, anzi. Però mi aveva preso in simpatia: non sopportava i codazzi di lecca-culo e mostrava una certa indulgenza per gli studenti con gli occhi sempre rossi e i vestiti in disordine.
Un giorno gli dissi che, a parte Boccaccio e a tratti Parini, la letteratura italiana fino almeno al 1800 mi sembrava mortalmente noiosa.
Non disse nulla, incassò e passò oltre.
Qualche tempo dopo, a fine lezione, mentre gli altri uscivano, mi chiamò alla cattedra. Aprì la borsa e tirò fuori un libretto scucito, mezzo smembrato.
Me lo porge: “Tienilo ragazzo (con la R alla Guccini). Dubbi amorosi, di Pietro Aretino. Dopo che lo avrai letto dimmi se la letteratura di quel periodo è noiosa come dici tu”
Oggi frugando in soffitta ho trovato ciò che rimane di quel libretto e mi è venuta voglia di condividere questa storia e, soprattutto, di spiegare perché vale la pena leggerlo.
I Dubbi amorosi, attribuiti a Pietro Aretino, sono una serie di versetti poetici rinascimentali piuttosto hot: un mix di gioco intellettuale, comicità grossolana, finezza poetica e parodia della filosofia. In poche parole sono brevi poesie che imitano i quesiti filosofici medievali, i dubia universitari, applicandoli all’amore, al desiderio e alla vita erotica.
L’effetto è volutamente comico e provocatorio.
La struttura è: 8 versi di endecasillabi, schema metrico: ABAB ABCC. Prima si pone un dubbio assurdo o malizioso, poi arriva la soluzione, ironica o paradossale. In sostanza si finge di ragionare seriamente su questioni frivole o scandalose. È lo spirito del Rinascimento più libero e anticlericale in formato tascabile.
Ma facciamocele due risate, signore e signori. Eccovi alcuni di questi versi, quelli che mi hanno divertito di più.
Avea la Martuzza un giorno tolta
la medicina e non potea cacare;
Ond’ella avea dolore e pena molta,
e quasi tutta si sentia crepare;
Talchè temendo di restar sepolta
un grosso cazzo in cul si fè cacciare:
Guarì, ma nel guarir, gustò sapore.
E’ tenuta a dirlo al confessore?
Tutti i canoni voglion ch’il peccato
Se non è volontario non si stima:
E che l’uomo non può dirsi dannato
Se non vende a satan se stesso prima
Unde quicumque sit, non è obbligato
decima quinta quaestione prima,
concludo ch’è peccato veniale
e dirlo al prete poco o nulla vale.
“Era gravida monna berniciglia
E vide un cazzo dalla sua finestra
colla testa si grossa che somiglia
a un grosso bolzon di una balestra.
Lei che voglia ne aveva lo prese a briglia;
tutta giojosa con la sua man destra,
e se lo pose in bocca con gran furia.
Peccò colei di gola o di lussuria?”
Nè in l’un nè in l’altro avea costei peccato
giudico, se con Bartol, non m’inganno.
Nel titol delle somme dello stato
Imperiale, ove non può nè affanno
nè pena aver chi ha il ventre ingravidato
Acciò che il parto non senta danno.
Similmente a costei non deve vietarsi
cosa ch’al ventre venga utile a farsi.
Con un romito, un giorno per ventura
Scontrossi un abadessa sempliciotta,
il quale le dimandò con mente pura
che di grazia gli desse una pagnotta;
ed ella alzati i panni e la cintura,
li mostrò la sua bianca e bella potta
e disse non avergli altro che dare.
utrum tal carità dovea accettare?
Perchè la carità si fa in casella
Il romito non dovea ricusare
La bianca potta delicata e bella,
che l’abbadessa gli volea donare,
Ma con volto ridente dir sorella
La carità non voglio rifiutare
e per mostrar d’averla grata
saltarle addosso e darle una chiavata.
Il libretto prosegue poi con gli Altri dubbi amorosi di Pietro Aretino. Qui la forma si fa più rapida, quasi fulminante: quartine di endecasillabi con schema ABBA. Cambia la lunghezza, non cambia lo spirito. Rimane lo stesso meccanismo comico-filosofico: si finge una disputa seria, si apre un dubbio malizioso… e lo si chiude con una risposta secca, ironica, spesso spudorata.
Un giorno stando Giulia in una scola
prese in la bocca sua il cazzo a un suo bertone,
e in un istante gli diè un morsicone
ditemi se costei peccò di gola.
Perchè non con espressa volontà
Madonna Giulia morsicò quel cazzo
al suo berton, nemmen per solloazzo
Peccato già di gola ella non ha.
Sul cazo che rizzato avea fra Carlo
Giù dal balcon cascò suor margarita
le ruppe il culo e le salvò la vita
dovea perciò dolersi o ringraziarlo?
Se nel precipitar suor Margherita
non dava il cul sul cazzo di fra Carlo
certo moria, onde ringraziarlo
dee, che col cazzo suo le diè la vita.
Un frate zoccolante per ventura
fottendo a potta indietro un abadessa
gliel cacciò in cul credendo fosse in fessa
Ditemi se pecco contro natura?
Bartolo si rivolge introno al tristo
capite sexto, e i deretali ancora
perchè sfondato non l’avesse allora
per vendicare la morte di christo.