"Lo porto con me. Lo porto con me a Roma. Lo porto via, come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta"
Sandro Pertini
[ 7 giugno 1984 - fino alla fine Berlinguer ]

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"Lo porto con me. Lo porto con me a Roma. Lo porto via, come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta"
Sandro Pertini
[ 7 giugno 1984 - fino alla fine Berlinguer ]

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" Giacomo Matteotti vide nascere nel Polesine il movimento fascista come schiavismo agrario, come cortigianeria servile degli spostati verso chi li pagava; come medioevale crudeltà e torbido oscurantismo verso qualunque sforzo dei lavoratori volti a raggiungere la propria dignità e libertà. Con questa iniziazione infallibile Matteotti non poteva prendere sul serio le scherzose teorie dei vari nazionalfascisti, né i mediocri progetti machiavellici di Mussolini: c'era una questione più fondamentale di incompatibilità etica e di antitesi istintiva. Sentiva che per combattere utilmente il fascismo nel campo politico occorreva opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo. Così s'era condotto contro tutti i ministerialismi, senza piegarsi mai. Nel '21 al prefetto di Ferrara che lo chiamava in un momento critico della lotta agraria aveva risposto per telefono: "Qualunque colloquio tra noi è inutile. Se lei vuole conoscere le nostre intenzioni non ha bisogno di me perché ha le sue spie. E delle sue parole io non mi fido". Non fu mai visto cedere alle lusinghe degli uomini del potere costituito né salire volentieri le scale della prefettura. S'era così creata intorno a lui un'atmosfera di astio pauroso da parte degli agrari: mentre lo stimavano capivano che l'avrebbero avuto nemico implacabile. "
Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino, 1924, pp. 29-32.
NOTA: il brano è tratto dall'opuscolo pubblicato alla fine del luglio del 1924, nel vivo della crisi politica ed istituzionale scatenata dalla tragica scomparsa del deputato Matteotti. Il testo riproduceva integralmente un lungo articolo comparso un mese prima con lo stesso titolo sulla rivista di Gobetti La Rivoluzione liberale, così come erano tratti da questa pubblicazione i Cenni biografici sullo scomparso posti in calce all'opuscolo.
"Nessuno ha il dovere di volermi bene, l’amore non si impone e non si elemosina. Ma il rispetto sì, quello è l’unico obbligo che non conosce eccezioni. Perché puoi anche non sopportarmi, puoi odiarmi, puoi non volermi nella tua vita: ma non hai il diritto di calpestarmi. Chi confonde la libertà con la prepotenza, chi scambia la convivenza con il disprezzo, dimostra solo una cosa: di non avere né dignità né civiltà. E io, con chi non conosce il rispetto, non tratto. Lo combatto." (O. Fallaci)
- Anch'io.
La poesia dell’estetica: il mondo beauty come ricerca del vero
Era uno di quei giorni in cui il mondo sembrava sul punto di cambiare pelle, l’aria aveva quella trasparenza fragile che precede il freddo e ogni cosa pareva respirare lentamente. Io camminavo come si cammina dentro un pensiero che non vuole finire, avevo nelle mani un libro e un rossetto color borgogna: due oggetti molto diversi, che parevano contenere tutto ciò che sono. Ripensai a quando qualcuno volle sapere in che modo la mia fedeltà alla parola e all’arte di scrivere potessero convivere con la mia devozione alla forma, alla luce e al colore: come se il pensiero e la bellezza appartenessero a regni separati, come se la poesia abitasse il pensiero e la bellezza la superficie, come se le due non potessero specchiarsi l’una nell’altra senza perdere profondità. La domanda era semplice, ma dentro di me aprì un varco. Non perché avesse messo in dubbio qualcosa, ma perché mi costrinse a guardare con più chiarezza ciò che per me è da sempre un’unica luminosa verità, dove bellezza e poesia convergono. Davanti a uno specchio, come davanti a una pagina bianca, si compie un atto di verità: si sceglie chi essere, si ordina il caos e si disegna una misura. Ogni gesto, ogni parola, ogni sfumatura di colore è un modo per dichiarare la propria esistenza. La società odierna vive nel preconcetto che la bellezza sia frivola, io credo, invece, che essa rappresenti una delle forme più alte di responsabilità. Chi cerca la bellezza, cerca l’armonia, chi cerca armonia lavora con cura, e la cura per me è la prima forma d’etica che conosciamo. Nel dipingere un volto, come nello scrivere un verso, ci si prende cura del mondo, lo si guarda con attenzione, lo si ascolta e gli si restituisce dignità. In quel giorno di ottobre, con gli alberi che si piegavano come versi non ancora scritti, compresi che non stavo scegliendo tra due mondi, ma stavo finalmente abitandoli entrambi, e che forse la mia vita intera non è altro che questo: un esercizio di fedeltà alla bellezza, alla poesia e al mistero che le tiene unite.
In Plotino la bellezza è il principio che attraversa e ordina tutte le cose. Ciò che chiamiamo “bello” non è una forma in sé, ma la sua partecipazione a un’armonia più alta, riflesso dell’Uno nel molteplice. La bellezza, dunque, non appartiene al dominio dell’apparenza, essa è il segno visibile di una coerenza interiore, di una misura che unisce l’essere e il bene, e da questa visione nasce un’idea di bellezza inseparabile dall’etica. Contemplare il bello significa riconoscere l’ordine che struttura il reale e, in qualche modo, assumerlo come norma del proprio agire. L’anima che si eleva verso la bellezza non lo fa per diletto estetico, ma per una forma di fedeltà al vero, per un bisogno di purificazione e di giustizia interiore. È nella tensione tra luce e responsabilità, tra splendore e misura, che la bellezza rivela la sua natura morale. Lungi dall’essere un lusso o un ornamento, essa diventa la più esigente delle forme del pensiero: un modo di abitare il mondo con verità. Guardare il bello, dunque, significa riconoscere, attraverso la luce delle forme, la presenza di un principio etico e intelligibile che le governa. In questa prospettiva, la bellezza non è un’emozione, ma un esercizio dello spirito: un movimento dell’anima che, riconoscendo l’armonia del mondo, si dispone a imitarla, a custodirla e a renderla atto. È in questo gesto di cura e di partecipazione che l’estetico incontra l’etico nella consapevolezza che non può esserci bellezza senza giustizia, né splendore senza bontà. Per Plotino, il bello è lo splendore del vero: in quel bagliore si specchia ogni forma di creazione, dalla poesia all’arte, dalla parola al gesto più umile e quotidiano, persino quello di chi, con un pennello da trucco, scolpisce e armonizza la luce sul volto di una persona. Il volto, infatti, è la nostra prima tela: il luogo in cui l’essere si fa immagine, dove vita e arte si incontrano. Leonardo vi cercava la proporzione divina, la misura segreta che unisce microcosmo e cosmo, l’eco della stessa legge che regge i moti delle stelle. Botticelli, invece, faceva del corpo un pensiero visibile, un equilibrio fragile tra materia e idea, sensualità e purezza, terra e cielo. Così, dal neoplatonismo di Plotino fino ai maestri del Rinascimento, la bellezza resta un atto di conoscenza e di responsabilità: il tentativo, sempre rinnovato, di dare forma al vero. Così, nel mondo del make-up, come in quello della pittura, il colore è linguaggio, la forma è pensiero, e l’armonia, ancora una volta, è etica. La poesia, la letteratura e l’arte visiva condividono con il mondo beauty un gesto comune: trasformare. Come scriveva Ovidio nelle Metamorfosi, ogni cosa vive di un continuo mutamento e il trucco, esattamente come la parola poetica, non nasconde, ma svela e costituisce una forma. La bellezza, dunque, non è frivolezza, è linguaggio politico, etico e spirituale, esattamente come la poesia. Quando Simone de Beauvoir scriveva che non si nasce donna, ma lo si diventa stava parlando della libertà di scegliere la propria forma e di costruire la propria immagine come gesto di autodeterminazione. E se è vero che non c’è forma senza ideologia, allora anche il trucco, il gesto estetico, può essere un atto poetico e politico insieme, una ribellione contro l’omologazione e una dichiarazione d’identità. Ogni rossetto, ogni verso e ogni pennellata nascono dallo stesso desiderio: dare forma all’invisibile. La bellezza, dunque, non toglie spessore al pensiero, ma lo amplifica. La poesia, la letteratura, l’arte, la musica, la moda e il make-up sono arti sorelle, perché nascono tutte dal bisogno umano di testimoniare la propria presenza al mondo con grazia, consapevolezza e responsabilità.
Oggi comprendo che poesia ed estetica non sono mondi opposti, ma coincidono nell’attimo in cui lo sguardo si trasforma in amore, e l’amore, facendosi forma, diventa la più alta espressione dell’essere.
Manifiesto de una resistencia silenciosa
Vivimos en una sociedad profundamente corrupta.
No lo digo solo por las guerras ni los escándalos políticos —aunque bastarían.
Lo veo en lo cotidiano, en los gestos mínimos.
Cuando alguien recibe vuelto de más y lo guarda con una sonrisa agradeciendo su suerte en lugar de devolverlo.
Cuando una tarjeta olvidada en un cajero se vuelve una oportunidad y no una responsabilidad.
Cuando el que “aprovecha” es admirado, y el que actúa con honestidad es tratado como tonto.
Ahí, en lo diario, se revela la enfermedad social que nos aqueja:
La corrupción se volvió norma,
y la honradez, una excentricidad.
Y lo mismo ha pasado con el respeto.
Ya no se ofrece por convicción,
ni se practica como base del vínculo
con otros seres humanos,
con la naturaleza,
con uno mismo.
Hoy el respeto se da solo si se gana algo a cambio.
Lo han convertido en una moneda de transacción.
Una mercancía.
Lo han prostituido.
No vengo a hablar desde un pedestal.
No estoy libre de errores.
Sé que puedo mentir.
Sé que puedo manipular, sacar ventaja, traicionar.
Lo he hecho.
Y por eso lo que digo no es una cátedra moral,
sino una confesión.
He aprendido, con los años, que cuando cedo a esa parte mía, algo en mí se marchita.
No es culpa religiosa.
Es decepción personal.
Una pérdida de coherencia.
Un paso más lejos de quien quiero ser.
Por eso, decido resistir.
No porque sea buena por naturaleza, sino porque no quiero sumarme al aplauso de la trampa. No quiero negociar mi integridad por una palmada o una ventaja.
No quiero usar el respeto como trueque. Quiero que sea mi punto de partida.
Pero también sé que fallar es humano. Y que hay algo aún más humano: asumirlo.
¿Por qué nos cuesta tanto decir: "La cagué. Perdón."
¿Por qué esa frase —tan corta, tan humana—
parece ser más difícil que una mentira bien elaborada?
Veo a personas defenderse con uñas, dientes y excusas, incluso cuando está claro que se equivocaron.
Y no por proteger a alguien, sino por no enfrentar la culpa.
Como si aceptarla los volviera menos valiosos.
Como si decir "me equivoqué" los hiciera inferiores.
Y me pregunto: ¿en qué momento admitir un error se volvió una vergüenza, y no un acto de coraje?
Yo también he cometido errores. Muchos. Y aprendí —con lágrimas, a veces— que asumirlos de frente no me debilita.
Me humaniza.
Me alinea con quien quiero ser.
Me limpia por dentro.
Prefiero mil veces decir "la cagué" que arrastrar una culpa encubierta en excusas.
Prefiero pedir perdón que justificar lo injustificable.
Porque mentir para salvar el ego es otra forma de corrupción.
Quizás sea infantil este intento de esconderse del error. Quizás sea cobardía.
O quizás sea el síntoma más íntimo y corrosivo del cáncer social que padecemos: esa idea de que solo valemos si somos “impecables” aunque sea solo en apariencia.
Pero yo elijo otra cosa.
Elijo fallar y reconocerlo.
Caer y levantarme sin teatro.
Decir “lo siento”, de corazón, cuando corresponda.
Y aprender.
Porque solo quien reconoce su sombra puede caminar hacia la luz.
Quiero dejar este mundo mejor de como lo encontré.
Aunque sea en una huerta.
En un hijo que aprende a ser íntegro.
En una historia que cura una herida.
En un gesto que no se vende.
En una ética que no se explica, se practica.
Mi moral no es herencia, es rebeldía.
Mi respeto no es moneda de cambio, es lo que soy.
Trato de ser integra, no por miedo, sino porque así elijo existir.
Porque aunque el mundo esté al revés, yo quiero caminar erguida, sin negociar mi conciencia.
Y a quienes hacen lo mismo —aunque nadie los vea— les digo: somos la resistencia silenciosa.
Los que aún creemos que vale más un acto correcto que una ventaja injusta.
Los que devolvemos la tarjeta.
Los que decimos la verdad aunque no convenga.
Los que no usamos el respeto para obtener, sino para sostener.
Porque aunque podamos mentir, decidimos no hacerlo.
Y aunque podamos robar, no lo hacemos.
Y aunque nadie lo note, eso también es revolución.
Si aceptamos el respeto, la valentía y la justicia como una ley, entonces esta es una ley más exigente que cualquier Constitución.
Porque no necesita policías ni jueces.
No se firma en papel, se graba en el alma.
Y quien decide obedecerla, no lo hace por miedo a una sanción, sino por amor a sí mismo y a las vidas que toca.

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Solo una persona libera è in grado di concepire nuovi valori etici attraverso i quali la società può perfezionarsi; senza soggetti creatori non conservatori, non credenti (capaci cioè di riflettere e giudicare liberamente), lo sviluppo della nostra comunità umana in senso progressivo sarebbe stata impossibile quanto quello del carattere e delle propensioni individuali.
Il Brasile ha approvato una legge che vieta i test cosmetici sugli animali e la vendita di prodotti o ingredienti testati sugli animali. Con questo provvedimento diventa il 45º Paese al mondo a introdurre tale divieto.