IGOR PROTTI LEGGENDA DEL POPOLO.
Certe storie non appartengono soltanto al calcio. Appartengono alla gente. Alle curve. Alle trasferte infinite. Ai pomeriggi vissuti al freddo o sotto la pioggia.
La proiezione di Venturina del docufilm Igor. L’eroe romantico del calcio, diretto da Luca Dal Canto, non è stata soltanto una serata di cinema: è stata una dichiarazione d’amore collettiva.
Dopo la tappa livornese, il film è arrivato anche in provincia, accolto da un gruppo di tifosi che ha trasformato l’ingresso del cinema in una piccola curva: torce, fumogeni, cori e uno striscione semplice ma potentissimo:
“Una serata per omaggiare chi con la nostra maglia ci ha fatto sognare” Grazie Igor!
Dentro, il cinema è gremito in ogni ordine di posti, come la Nord ai tempi migliori. In sala c’è anche il regista, che introduce il documentario ricordando come quella che stiamo per vedere sia una storia capace di andare ben oltre il calcio.
Quella di Igor Protti infatti non è soltanto la parabola di un grande bomber. È il racconto di un uomo che ha incarnato valori oggi sempre più rari: l’attaccamento alla maglia, il legame profondo con la propria gente e il senso di appartenenza. Un patrimonio umano che trascende i gol, le classifiche e le categorie.
Il film ripercorre la storia umana e sportiva di Igor attraverso le città che lo hanno accolto e amato: Rimini, Messina, Bari, Napoli e Roma, sponda Lazio. Ma soprattutto Livorno, il luogo dove tutto è iniziato e dove tutto è tornato. Una città con cui Protti ha costruito un legame viscerale, quasi impossibile da spiegare a chi vive il calcio soltanto come statistica o business.
Ed è proprio questo l’aspetto più forte del documentario: il rapporto con gli ultras.
A Messina, a Bari, ma soprattutto a Livorno, Igor non viene ricordato semplicemente come un ex attaccante. Viene ricordato come un tifoso, come un simbolo. Non è un caso che dalla Curva Nord si alzi ancora quel coro che racconta meglio di mille parole il suo legame con la città: Igor Protti capo degli ultras.
Il docufilm è arricchito dalle testimonianze di personaggi che con lui hanno condiviso pezzi di campo e di vita: Giuseppe Signori, Fabio Galante, Sandro Tovalieri, Cristiano Lucarelli, Giorgio Chiellini e gli allenatori Eugenio Fascetti e Walter Mazzarri.
Riminese, classe 1967, Igor esordisce giovanissimo nel Rimini, appena sedicenne, in Serie C1. Poi il primo approdo a Livorno, dal 1985 al 1988, in prestito dal Milan. È lì che nasce il primo filo con quella maglia amaranto destinata a segnargli la vita.
Dopo una parentesi alla Virescit Bergamo e alla Reggiana arriva Messina che lo accoglie con entusiasmo e passione come erede di Totò Schillaci. I gol di Protti, però, non bastano a evitare la retrocessione. Lui sarebbe rimasto comunque sullo stretto. Lo avrebbe fatto davvero. Ma il club è costretto a cederlo per evitare il fallimento.
Da lì passa al Bari. Due stagioni di Serie B, un grave infortunio al ginocchio e poi la promozione in Serie A. La stagione 1995-96 è quella che lo consegna definitivamente alla storia: 24 gol, capocannoniere del campoinato di serie A insieme a Beppe Signori. Un’impresa straordinaria, resa ancora più epica dal fatto che il Bari retrocede comunque. Questo ancora oggi resta un caso unico nella storia della Serie A: una squadra retrocessa con il capocannoniere del torneo nelle proprie fila. Tipico di Igor: un calcio romantico e crudele insieme. Ma quell’iconico trenino a quattro zampe dopo i gol resta ancora oggi impressa negli occhi di chi ama il calcio degli anni Novanta.
Purtroppo neanche quei 24 gol bastano a convincere Arrigo Sacchi a portarlo agli Europei. Una ferita sulla quale il documentario di Dal Canto si sofferma.
Poi la Lazio di Zeman e Zoff e quel derby acciuffato allo scadere.
Poi il Napoli, con il peso enorme della maglia numero 10 che era stata di Maradona. Una stagione disastrosa. Retrocessioni, delusioni, occasioni sfumate.
A 32 anni sembra tutto finito, il classico ttramonto malinconico di tanti bomber di provincia.
E invece no, col cazzo: Igor mantiene una vecchia promessa fatta a Livorno e ai suoi tifosi. Torna. Non per terminare comodamente la sua carriera. Non per nostalgia. Torna per vincere.
Ed è qui che la storia diventa leggenda.
Capocannoniere in C1. Poi di nuovo capocannoniere e il Livorno torna in Serie B dopo 31 anni. Promessa mantenuta. Tanta roba vero? A quel punto Protti annuncia l’addio al calcio. Ma il popolo livornese non lo accetta. E lui torna sui suoi passi.
Arriva così la stagione della coppia con Cristiano Lucarelli: 29 gol uno, 24 l’altro. Una coppia offensiva devastante, fatta di appartenenza e passione. E il Livorno torna in Serie A dopo 51 anni. Il resto è storia, una storia che porterà la squadra livornese addirittura in coppa UEFA.
Come dicevo all’inizio il documentario Igor. L’eroe romantico del calcio non è soltanto un viaggio nella carriera di un grande attaccante, è un epopea di un calcio che forse non esiste più, ma che continua a vivere nei nostri ricordi. Il ricordo di quando il calcio era appartenenza, di quando gli idoli non cambiavano maglia ogni estate e forse è proprio per questo che il cinema era colmo e stracolmo. Perché certe storie non finiscono, come ha dimostrato Igor, fanno giri immensi e poi ritornano.















