INTERVISTA / Iosonouncane
Iosonouncane ha realizzato un album bellissimo e attualissimo nel 2010, ma nessuno l'ha calcolato per i primi due anni. E’ tornato perciò in Sardegna, ne ha trascorsi lì altri tre ed è uscito con un album bellissimo e atemporale, legato alla terra e all'assoluto, facendo passare un'orchestra attraverso un computer portatile. Poi è partito per il nuovo tour e noi l'abbiamo intercettato in Ancona, nel suggestivo scenario del Lazzabaretto, su una banchina del molo. Qui ci ha suonato DIE, dall'inizio alla fine, per noi e qualche altro centinaio di persone. Solennità, frenesia, silenzi, ritornelli. Poi per chiudere ha preso la chitarra e ha cantato Il corpo del reato, in acustico. Ma il tempo passa e non si ricordava una strofa: per fortuna ce la ricordavamo noi. Coinvolgimento e grandi applausi. Alla fine scende e sta un po' al banchetto dei dischi, gli ricordiamo l'intervista e ci appartiamo in un divano silenzioso dietro al palco, e - mentre compila il borderò della SIAE - iniziamo a chiacchierare: parliamo della serata, della sua musica, dei suoi album, del suo periodo di pausa e della Trovarobato. Anche della tecnologia. Pacato ed esaustivo, ecco la nostra intervista a Iosonouncane, sintesi di sperimentazioni e classicità italiane.
Prima domande per rompere il ghiaccio: com'è andata stasera? Cosa ti aspettavi?
In realtà non avevo aspettative precise: solo che Mauro, l'organizzatore, mi diceva che solitamente il pubblico sta seduto, segue da lontano i concerti. Quindi in realtà temevo molto questo suonare da solo con la gente lontana. In realtà il pubblico è venuto sotto al palco ben prima che iniziassi, le persone erano molto attente, sentivo che mi stavano seguendo. Mi sono divertito veramente tanto.
Ti hanno anche interrotto per applaudire, durante le pause.
Sì, le pause che mi servono per far respirare il pubblico, per respirare un po' io: è un gioco-forza, serve per far calare e poi tirare.
Dove finisce Jacopo Incani ed inizia Iosonouncane?
È una domandona, nel senso che è veramente una domanda alla quale è difficile rispondere perché non lo so neanche io. Quando inizio a scrivere i pezzi sono Jacopo Incani o sono già Iosonouncane? Non lo so, è inevitabile che il progetto musicale poi plasmi la mia visione, e viceversa. È veramente inscindibile a un certo punto.
Cosa è cambiato in te tra il primo disco, La Macarena su Roma, e DIE, appena uscito? Ci è parso che La Macarena sia un disco più bolognese, mentre DIE un disco più sardo.
È una considerazione molto giusta, nel senso che io suono e scrivo canzoni da quando avevo 14 anni, quindi da ormai 18 anni. Ovviamente lo facevo in maniera estremamente diversa: la mia scrittura fino alla Macarena era molto diversa, anzi è cambiata «iosonouncanizzandosi» uno o due anni prima che il progetto nascesse, quando ho fatto Mano ai Pulsanti con la mia vecchia band, gli Adharma, che poi ho sviluppato da solista. Sicuramente, per quanto da sempre avessi la spinta a scrivere e suonare, il tipo di vita che facevo in quel periodo a Bologna ha inciso moltissimo sul darmi motivazioni e indirizzare il mio sguardo su determinati temi. Inoltre era un disco nel quale utilizzavo musicalmente degli elementi della musica in voga quel periodo, rappresentata principalmente dagli Animal Collective e tutta quella scena lì: un certo tipo di elettronica, un certo tipo di campionature. Quindi in qualche modo era un disco alla moda, e Bologna è una città abbastanza alla moda e al passo coi tempi. Invece DIE è un disco sardo nella misura in cui è un disco arcaico, quindi assolutamente fuori moda, e per questo molto più longevo, con la possibilità di essere perennemente attuale, essendo inattuale.
C'è qualche artista contemporaneo che ti ha particolarmente colpito?
Fino a quando non ho iniziato a lavorare tanto al disco, ho ascoltato una quantità di musica esagerata, tanta e continuamente, seguivo le uscite e recuperavo le cose vecchie che non avevo sentito per bene. Quando poi ho iniziato a lavorare a DIE mi sono fermato ad ascoltare musica, perché era il momento in cui dovevo sintetizzare tutte le cose acquisite, per cui ascoltare troppa roba in quel momento sarebbe stato dannoso, in più mi avrebbe inutilmente affollato la testa. Diciamo che non ho ancora ripreso ad ascoltare musica con quei ritmi, perché comunque sono ancora molto immerso nel disco, ancora non sto nemmeno scrivendo roba nuova. Sto leggendo molto e sto cercando un punto di vista da cui lasciarmi corteggiare, quindi non sono ferratissimo sulle uscite recenti. Alcune cose l'ho ascoltate però, e alcuni dischi internazionali mi son piaciuti molto: l'ultimo di Kendrick Lamar, To Pimp a Butterfly, che è meraviglioso, e l'ultimo degli Alabama Shakes. Di italiani l'ultimo dei Verdena, che mi piacciono tanto da sempre e li stimo tantissimo per il loro metodo e dedizione, perché non si fermano mai. L'ultimo disco di Paolo Angeli, un musicista sardo di avanguardia che suona anche nel mio disco e ha fatto l'ennesimo disco meraviglioso; se non lo conoscete ve lo consiglio perché è incredibile. E poi mi piace il progetto C'mon Tigre, veramente tanto.
Quello che fai è una cosa particolare, un cantautorato accompagnato sostanzialmente da suoni elettronici, che anche se preregistrati metti su da solo al momento. Il che è una cosa che in qualche modo si avvicina al rap, ma allo stesso tempo si addentra in strade poco battute. Qualcosa di nuovo nel panorama sia nostrano che estero.
Guarda, quando ho avviato il progetto mi influenzavano molto di più alcuni progetti rap che non invece gli Animal Collective che un po' tutti nelle recensioni sottolineavano. Ascoltavo a manetta tutte le produzioni di Cannibal Ox, i Kill the Vultures, cLOUDDEAD, tutta la roba dell'Anticon... Quindi a me sembrava, quando ho fatto il primo disco, che fosse palese che la mia idea di base fosse prendere l'hip-hop e, invece di rappare, utilizzare una costruzione narrativa un po' come faceva Gaber alla fine degli anni 70: testi lunghissimi scritti in prima persona come dei flussi di coscienza. La mia idea era proprio quella, cioè utilizzare dei beat e invece di rapparci trovare una formula a metà tra l'enunciazione e il cantato, a metà tra l'hip-hop e Gaber, con l'attitudine al canto che probabilmente mi è venuta da ascolti massicci di Lucio Dalla. Quando ho fatto il primo disco pensavo che queste cose fossero lampanti, invece non ve ne siete accorti, in realtà.
Come mai non hai lo smartphone?
Mah, non ho niente contro la tecnologia né contro il progresso. Semplicemente penso che della tecnologia si debba avere la lucidità per scegliere cioè che della tecnologia ti serve e ciò che non ti serve, tutto qua. Cioè io uso il computer per fare la musica, però lo smartphone non mi serve. Io detesto parlare al telefono e mandare messaggi, è una roba proprio che mi stanca mentalmente, per questo non lo faccio. Figurati avere un robo che va su internet, poi devi attivare inevitabilmente Whatsapp, eccetera... E poi quando ce l'hai non ne esci più. Diventa un bisogno indotto. La società dei consumi funziona così: ti creo un bisogno e ti presento immediatamente il prodotto che va a soddisfare questo bisogno. Anche io ho tanti bisogni indotti, il computer lo è, però volente o nolente sono una persona del 2015, faccio musica utilizzando anche il computer perché mi è funzionale, non perché voglia fare elettronica di per sé: se io avessi a disposizione 20 musicisti ai quali dare le partiture, non userei il computer.
Succederà mai di vederti live con una orchestra?
Sì, assolutamente. Non ho date precise, stiamo iniziando a ragionarci, però succederà, assolutamente. Tra non molto tempo.
E passerai anche nella nostra regione? Ti sono piaciute le Marche?
Assolutamente, meravigliose, è l'ennesima data che faccio nelle Marche, stupende. Poi qua al porto è molto suggestivo.
Come nasce il rapporto con la tua etichetta Trovarobato?
Ci siamo conosciuti nel 2005-2006, perché io facevo uno stage per l'università in una radio di Bologna. Li conobbi lì e li ospitai in una puntata della trasmissione in cui mi ero infilato, e da lì siamo rimasti in contatto. Poi casualmente all'epoca scrissi qualche recensione per un sitarello di musica, e quindi andai ad intervistare i ragazzi di Trovarobato. Così siamo rimasti in contatto, molto blando però. Poi l'album con gli Adharma lo registrammo nell'allora studio di registrazione dei Mariposa, la band che ha fondato l'etichetta. Poi gli Adharma si sciolsero alla fine dello stesso anno, io iniziai a suonare da solo e nel gennaio 2009 feci la prima data a Bologna, improvvisata completamente perché un mio amico mi chiamò mercoledì e mi disse: «ti va di suonare venerdì?». Io in realtà avevo 3-4 pezzi che avevo scritto mentre li registravo, quindi non li avevo mai eseguiti con le macchine. Li avevo registrati ma non avevo idea di come potessi eseguire i brani in realtà, quindi improvvisai questo live loopando tutto, a partire dalla voce. C'era un amico comune tra il pubblico che rimase molto impressionato e disse ai ragazzi di Trovarobato che il live era stato molto bello, quindi vennero a vedere un altro mio live e decisero sostanzialmente di prendermi con loro, di farmi entrare nell'etichetta.
Come funzionano le cose a Trovarobato? È come le altre etichette dove ognuno si produce i suoi dischi in libertà e poi ci si mette un marchio comune, oppure ci sono direttive precise?
No no, abbiamo totale libertà. Il filo rosso che lega tutti i progetti della Trovarobato è che i ragazzi di Trovarobato credono tantissimo in quel progetto nello specifico. Poi ogni gruppo più o meno sceglie lo studio dove registrare e come farlo. Non ci sono ingerenze minimamente dall'etichetta, ognuno è libero di fare quello che vuole. Si lavora comunque molto a contatto, c'è grande condivisione, un bel rapporto di amicizia e di fiducia, ci si conosce da tanti anni. Quando io decisi di fermarmi, tornare in Sardegna e stare lontano da tutti, smettendo anche di usare Facebook e di dare mie notizie, loro rimasero ovviamente in apprensione, perché io per 3 anni ho detto loro che il disco lo stavo finendo, e dopo 6 mesi mi chiedevano: «ma il disco?» «No, no, lo sto finendo»... E son passati nel frattempo però 3 anni, perché comunque non ero mai soddisfatto e volevo ancora migliorarlo, migliorarlo, migliorarlo. E lì loro sono stati splendidi, nel senso che hanno proprio creduto nel percorso che stavo facendo, nel fatto che io stessi lavorando con estrema dedizione e hanno probabilmente creduto nella possibilità che potessi aver avuto delle buone intuizioni. Quindi c'è stata molta vicinanza, Trovarobato non è solo un marchio che si mette alla fine, è proprio la sensazione di lavorare con delle persone che credono profondamente in quello che fai.
Non avere delle scadenze quindi aiuta alla lavorazione di un disco?
Sì. Comunque ad una certa, le scadenze sono state date. Nel senso che le abbiamo concordate insieme. A fine 2014 stavamo lavorando in studio già da un anno, dopo che io lavoravo ai brani già da due anni. Quindi ad un certo punto ci siamo guardati tutti in faccia e abbiamo messo queste scadenze, perché stava veramente diventando anche per me una tortura. Io lo volevo veder finito, però se non avessi accettato l'idea di avere delle scadenze, se non avessi proprio chiesto ad un certo punto di metterlee, sarei andato avanti all'infinito perfezionandolo continuamente. Ad un certo punto quindi ho ceduto il timone a Bruno Germano, che ha dettato i tempi, e un giorno mi ha detto, dopo l'ennesima modifica che volevo fare, «no, il disco è chiuso». E a quel punto il disco era chiuso, perché avevo delegato a qualcun altro il compito di dire stop. Però poi in realtà dopo siamo stati un mese a mixare il disco, quindi il lavoro è stato ulteriormente lungo, abbiamo fatto molti passaggi di mastering. Le scadenze però non mi hanno mai fatto pressione, anche se ad un certo punto collegialmente abbiamo deciso di metterle. Anche perché poi il disco l'abbiamo masterizzato a fine gennaio e siamo usciti 2 mesi dopo, quindi veramente con dei tempi strettissimi. È bene avere 4 mesi tra quando finisce e quando esce, per calibrare la promozione, ma se non l'avessimo fatto uscire il 30 marzo sarebbe uscito a fine estate, perché è molto difficile invece rilasciare un album in piena estate pdato che parti subito coi festival, dove ti chiamano quando hai un invernale che è andato bene. Era tutto un troiaio, se io scazzavo ancora un po' si usciva in autunno e già c'erano i promoter che dicevano: «oh Iosonouncane, ma 'sto disco? ma sai che abbassiamo i cachet per forza di cose» . Funziona così. E poi la gente non ci crede più che fai un disco nuovo, per cui a un certo punto abbiamo detto ok, i tempi sono questi e questi devono essere. Quindi ansia a valanghe. Alla fine però sono pienamente soddisfatto del disco, sta anche andando molto bene.
Riesci a vivere di musica? Hai dei cachet buoni o delle paghe da fame?
Al momento ho dei cachet buoni, fermo restando che ho fatto comunque 3 anni e mezzo di tour del disco vecchio, e per un annetto almeno suonavo o gratis o al massimo a rimborso del treno. Ora ho appunto dei cachet migliori, che mi permettono di spostarmi con altre 2-3 persone, con un mezzo, pagare bene tutti e tutte le spese ed avere dei soldi che mi rimangono. Il problema, la controparte della scelta di fare il disco coi miei tempi, è stato il ritrovarmi senza soldi. Cioè, quando è finito il tour vecchio, e mi sono fermato per 2 anni, non avevo un euro, letteralmente. Solo che io al disco lavoravo tante ore al giorno, per cui non avevo neanche il tempo di fare nient'altro. Mi son preso l'anno in Sardegna dove facevo mezza giornata sul disco e mezza giornata in campagna con mio zio, una cosa che mi ha aiutato a ridarmi una forma, anche a portare ortaggi vino e olio a casa, ma soprattutto a darmi una forma. Per cui adesso ci vivo bene di musica, sto pagando i debiti fatti per fare il disco coi miei tempi, dovrei finire di pagarli a breve e a quel punto sarà tutto di guadagnato. Non posso ancora permettermi di stare 2 anni fermo senza il problema dei soldi, questo sì.
Le vendite dei cd come vanno? E su internet?
Molto bene. Va molto bene la vendita su Spotify in digitale, e ai concerti ne vendiamo sempre tanti. Abbiamo anche già fatto la prima ristampa.
Hai utilizzato 15 membri per registrare il disco, ma poi come ti sei trovato dal vivo a dover ricampionare tutto da solo?
In realtà tutto il lavoro di campionamento dalle tracce registrate l'ho fatto già per il disco, nel senso che non c'è nel disco nessuna esecuzione di uno strumento dall'inizio alla fine. Ho registrato una marea di robe che però ho già tagliuzzato per il disco e riassemblato. Quindi semplicemente quando ho preparato il set per il live ho preso le traccie proprio del lavoro fatto in studio su Pro Tools e le ho ulteriormente tagliate per sistemarle su Ableton, che è il software che uso, semplicemente per avere una progressione più funzionale, ma tutto il lavoro di taglia e cuci l'ho fatto per il disco. Anche se non sembrano, sono in realtà tutti loop incastrati, spesso in maniera dispari, per far sì che non si senta che sono dei loop. Quindi portarlo dal vivo non è stato un problema, il lavoro lungo è stato il precedente, quello sì. È stato un continuo lavoro su più livelli di costruire e distruggere, molto faticoso, a tratti ho anche corso il rischio di perdere un po' l'orientamento onestamente, perché avevo troppa roba. Quello che c'è ora sul disco è 1/5 di quello che c'era, sostanzialmente.
di Francesco Coacci e Paco Pecora Surace