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INTERVISTA / Yakamoto Kotzuga “Usually Nowhere: di solito da nessuna parte. Ma in Italia, oggi.”
A seguito del suo primo attesissimo album, prodotto da La Tempesta International, lo scorso 26 Giugno abbiamo assistito al live di Yakamoto Kotzuga al Musica Distesa di Cupramontana.
Insieme al giovane artista, abbiamo parlato di musica elettronica, delle sue ispirazioni e aspirazioni.
Alle 22 e 30, Giacomo Mazzucato, alias Yakamoto Kotzuga, si esibisce sul palco del Festival Musica Distesa mostrando un temperamento che rende omaggio alle ispirazioni nipponiche del suo nome d'arte: pochi e composti movimenti, sempre dedicati alla sua musica, sui cui si riversa totalmente, senza mai alzare lo sguardo, se non per congedarsi dal pubblico con un leggero inchino, anche questo fortemente orientale.
Pochi istanti dal termine dello spettacolo lo raggiungiamo, qualche breve convenevole da cui si evince subito un carattere timido e gentile, una sigaretta (“starei smettendo ma...”), ed è subito pronto all'intervista.
Cominciamo da Usually Nowhere, suo primo album, suonato per intero sul palco fino a qualche minuto prima. Ci racconta di come abbia deciso di svoltare pagina - quindi sonorità - rispetto ai lavori precedenti, carattarizzati da una morbidezza in netto contrasto con la cupezza e le asperità del suo nuovo lavoro, frutto di un “periodo non positivo” (chi ha voglia di “chitarrine” quando si è giù di morale?) ma anche di una voglia di sperimentare, linfa vitale della musica elettronica, da cui la decisione di mollare l'università e chiudersi in studio. Ispirato da Shlohmo, Arca, Andy Stott, Flying Lotus, ci parla con soddisfazione delle distorsioni che è riuscito a ricreare con la chitarra (che in effetti grande stupore ci avevano destato durante lo spettacolo) e dei suoi progetti e desideri futuri, alcuni già avviati in maniera importante, come quello di dedicarsi alla produzione hip hop, sulla scia delle collaborazioni prima con Ghemon, poi con Mecna.
Racconta candidamente di come abbia semplicemente mandato una mail a Ghemon, uno dei suoi rapper preferiti sulla scena italiana, dicendogli “io faccio queste cose qua...”, a cui è seguita una conversazione su Skype, e dunque la nascita dell'inedito Aspetta un Minuto per il mixtape al tempo in uscita dopo qualche sano tira e molla, vista anche l'esigenza del rapper campano, definito simpaticamente “un bacchettone”.
Con Mecna la storia fu invece diversa, fu lui a contattarlo, e si dimostrò una collaborazione più ostica, in quanto venne richiesta una produzione nello stile che Yakamoto nel frattempo aveva abbandonato, virando su sonorità diametralmente opposte. Ostacoli comunque pienamente superati, vista anche la nascita di un'amicizia tra i due: “un fratello ed una persona molto alla mano, nonostante la sua posa sui social”.
Capitolo La Tempesta International, etichetta che lo ha reclutato nel suo roster e che lo ha accompagnato nel lancio di Usually Nowhere assieme a Sugar, e primo vero grande salto nella carriera di Yakamoto, accompagnato ovviamente da incertezze ed aspettative, ma anche dallo stupore per la scoperta di un ambiente di lavoro molto tranquillo dove c'è totale fiducia nei confronti degli artisti e dove non ha trovato alcuna pressione “se non quella che inevitabilmente ci si crea un po' da soli”, ammette sorridendo. Gli facciamo notare anche come il suo genere sia una novità per l'etichetta, intenzionata ad aprirsi all'elettronica come dimostrano anche altre nuove collaborazioni quali quella con Godblesscomputer (su consiglio dello stesso Yakamoto), e lui ci scherza su: “forse è per questo che mi hanno lasciato tutta questa libertà”.
Parliamo poi di live e di Spring Attitude, “il live più bello della mia giovane carriera”, risultato di una perfetta miscelanza di pubblico “molto empatico, con la giusta attitudine, giusta voglia di ascoltare e di divertirsi”, e di location, avendo portato l'elettronica nei musei, templi dell'arte, elevandola quindi a questa in tutto e per tutto. Un messaggio dal punto di vista culturale molto forte, sopratutto in Italia, che foraggia uno scenario che vede il proliferarsi di altri festival nuovi e validi, oltre naturalmente alla presenza di realtà storiche come ad esempio il Club2Club ed il Robot che anno dopo anno si impongono sempre di più e dimostrano di essere assolutamente competitivi nel confronto con altri festival in giro per l'Europa. Tanti tasselli di un mosaico, quello del movimento della musica elettronica in Italia, che stanno contribuendo sempre di più a renderlo un movimento credibile e florido, fucina di artisti quali il già citato Godblesscomputer, Clap Clap! o Popolous, che hanno sfornato album estremamente importanti anche e sopratutto a livello di critica, oltre che un prodotto esportabile. Una crescita che Giacomo considera anche il frutto di un movimento entrato in un'ottica di moda (“che assolutamente ben venga, ci son mode molto peggiori”, sorride) ed anche della contaminazione che il genere sta esercitando sugli altri, vedi il grande impatto che stanno avendo le sperimentazioni pop ed hip hop orientati all'elettronica, sulla spinta di grandi collaborazioni, quali ad esempio Arca con FKA Twigs piuttosto che con Kanye West, Flying Lotus con Kendrick, solo per citarne alcune tra le più esplosive a livello mondiale. In Italia, il movimento è tuttavia ancora a livello embrionale, i nostri talenti sono ancora scarsamente esportati all'estero, e nel confronto soffriamo ancora l'assenza di grandi etichette, ovvero dei veri e propri “incubatori” capaci di aprire i nostri talenti al mondo, nonostante la presenza di alcuni artisti che nulla hanno da invidiare a tanti artisti stranieri, spesso purtroppo ancora destinati a rimanere all'interno dei confini nazionali, il tutto unito anche ad un ancora insufficiente interesse generale, o di hype che dir si voglia, vuoi per la mancanza di uffici stampa ma anche scarsa presenza di blog e stampa dedicata. Elementi che ancora non contribuiscono a rendere il prodotto appetibile ad un grande pubblico, seppur già molto valido. Ulteriore motivo di orgoglio per Yakamoto è la produzione del video di Hermit che uscirà per FACTmag, un'importante palcoscenico editoriale, giunto anche questo come frutto di una mail piuttosto che grazie al lavoro di un ufficio stampa. A supporto dell'importanza dell'avere un'etichetta e un management serio alle spalle è il caso di Clap Clap!, “che vabè ha fatto comunque un disco della Madonna”, che suona tantissimo all'estero. In netta contrapposizione la scena club/house, movimento già storicamente avviato, illuminato da grandi nomi, quali ad esempio Marco Carola, capaci di elevare il prodotto e renderlo appetibile ovunque.
Guardando al futuro prossimo, ci sono alcune date, un paio di remix, la voglia di sperimentazione su generi diversi, dalla produzione rap alla musica da club “per virare anche su qualcosa di più ballabile” ed alcune nuove collaborazioni che non vuole rivelarci fintanto che non diventino veramente concrete. Ma sopratutto la voglia di rimettersi in proprio con un nuovo album: “ero un po' preoccupato perché dopo Usually Nowhere non riuscivo più a fare un cazzo, ma poi sono riuscito a fare un paio di cose che mi hanno convinto”, ci rivela elargendo un ennesimo timido ma largo sorriso, prima di congedarci.
di Rocco Serafini, Lorenzo Mondaini
Recensione / Yakamoto Kotzuga - Usually Nowhere
La Tempesta / 2015
Yakamoto Kotzuga è luce. Sin dal suo esordio, datato 2013, l'EP Lost Keys&Stolen Kisses, che già lasciava ampiamente presagire un futuro roseo, seguito inoltre da due importanti collaborazioni con Mecna e Ghemon. Il suo album d'esordio, Usually Nowhere è ombra.
La strada intrapresa da Kotzuga è subito evidente sin dalla Intro: un cammino fra le macerie di una distopica periferia in stato di abbandono, collassando a seguire in ritmi sincopati che si accartocciano su se stessi come zampe di ragno. E' l'atmosfera dominante del primo trittico di canzoni, squarciate poi dagli arpeggi di The Awarness of Being Temporary, in cui per la prima volta infuria la battaglia. E' la luce che ora prevale, aprendo la strada alle tracce più marcatamente ambient, Yakamoto decide di schiudere i suoi petali, per tornare al suo elemento naturale, tra melodie ed arpeggi soffici ed eleganti. E' qui che mostra tutto il suo talento, a cominciare da Futile, seguita a ruota dalla classe Jazz di Hermit. Poi il ritorno voci demoniache, stregoni, ritmi tribali e sciamani nella notte più nera, che tutto ingloba, compresa la title track Usually Nowhere (tra i pezzi più riusciti dell'album).
Nel complesso l'album in gran parte sembra seguire le orme delle migliori avanguardie internazionali in fatto di elettronica sperimentale (Arca, Shlohmo, Flying Lotus), ma non sempre si dimostra all'altezza (ricordiamo comunque che ha 20 anni, per dire), risultando in un ascolto reso talvolta farraginoso da alcune delle (frequentissime) variazioni, spesso al limite del cervellotico, mentre risulta vincente quando Yakamoto torna alle melodie già consolidate nel corso dei suoi primi due anni di carriera.
Tirando le somme Usually Nowhere si dimostra compiuto solo in parte, o quantomeno una solida base da affinare, ma se si fosse attesa una prova di maturità, quella che abbiamo è una prova di coraggio. Perseguire in toto una strada già intrapresa con successo sarebbe stata sicuramente una mossa furba, continuare ad evolversi è invece una mossa ambiziosa.
68/100
di Rocco Serafini
The awareness of being temporary.
Usually Nowhere - Yakamoto Kotzuga