A forza di “meno peggio” vince il peggiore
Un commento sull’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Dalla barbarie si può uscire solo sporcandosi le mani nei conflitti sociali del presente e con una proposta politica radicale e di rottura
«Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo». Bertold Brecht
«La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Antonio Gramsci
L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ha prodotto un dibattito vivace anche in Italia. Agli spunti di riflessione interessanti su composizione del voto sui due schieramenti, consenso attorno alle proposte politiche e rapporto fra sinistra e globalizzazione liberista, le prese di parola individuali si sono moltiplicate sui social network, dividendosi soprattutto in due categorie: da un lato, chi legge il risultato come il trionfo dell’ignoranza di un popolo che non riesce a capire dove si sta cacciando; dall’altro, l’entusiasmo per una pesante sconfitta subita dall’establishment e dall’opzione di continuità e compatibilità con il sistema economico.
Ci sembra utile provare a confrontarci con queste reazioni partendo dai primi dati elettorali ad oggi disponibili e mettendo in fila le considerazioni che ci sono apparse più convincenti, lasciando analisi più accurate a chi meglio di noi può leggere dati più approfonditi sui flussi elettorali.
1) Trump ha vinto le elezioni, certo, ma soprattutto le ha perse Hillary Clinton. Se confrontiamo i voti assoluti presi da Partito Democratico e Partito Repubblicano nelle ultime 3 elezioni presidenziali (2008, 2012 e 2016) si scopre che, mentre Trump ha di fatto confermato il bacino di voti repubblicano, la Clinton ha patito un tracollo di oltre 10 milioni di voti. La strategia democratica di sfondamento nell’elettorato repubblicano o indeciso è decisamente fallita. Questi dati ci dicono che anche in uno dei sistemi politici più tradizionali come quello americano la consolidata dinamica della “vittoria al centro” non funziona più: vince chi riesce a mobilitare nuove fasce di elettorato, a maggior ragione quando come in questo caso più del 50% degli aventi diritto decide di non votare. Guardando i dati, Hillary non è risultata una candidata credibile per settori sociali decisivi nelle vittorie di Obama: sono stati pochi i millennials, gli afroamericani ed i latinos che si sono recati alle urne e anche nell’elettorato femminile non si è registrato un successo netto. Come è stato commentato, l’elezione di Trump non è da leggere come la rivolta degli ultimi nei confronti delle elites, tanto è vero che fra i “lower-income” che hanno votato si registra una preferenza per Hilary Clinton, però è altrettanto evidente come giovani, bassi redditi, minoranze etniche non si sono mobilitate al voto in forma maggioritaria: pur esprimendo una distanza netta dalla proposta politica di Trump, basta pensare alle dimostrazioni di piazza all’indomani dell’elezione, in larga parte hanno preferito disertare le urne non trovando nella candidata democratica un’alternativa convincente e credibile.
2) La Sinistra che non trova legami sociali perde: “Rust Belt” e Globalizzazione. Hilary Clinton ha perso in alcuni Stati che la dicono lunga sullo scarso radicamento sociale della sua proposta politica. La sua candidatura è stata percepita come la più netta continuità con una globalizzazione liberista, sostenuta anche dalla classe dirigente socialdemocratica e che incontra sempre più insofferenza nelle masse popolari occidentali. Un modello di sviluppo di libera circolazione di merci e capitali di cui ha beneficiato una parte settoriale della società, quella inserita nel terziario avanzato, nei processi di informatizzazione e finanziarizzazione dell’economia, ma che ha tradito sempre più le aspettative di una classe media impoverita e delle classi lavoratrici che hanno subito la diminuzione di salari e tutele sociali. Non è un caso che Clinton stravinca nella Silicon Valley californiana e a New York City, ma perda in Stati chiave per i democratici come Wisconsin, Iowa, Michigan, nella “Rust Belt” della produzione industriale: una regione in crisi da decenni per i processi di delocalizzazione, nella quale anche le misure espansive di Obama si sono limitate a un effetto tampone sulla composizione operaia, penalizzata con salari più bassi che ne hanno danneggiato il potere d’acquisto, nonostante l’aumento del PIL e dell’occupazione. È in questo risentimento delle masse popolari bianche impoverite che Trump ha consolidato il suo successo, facendo leva su una proposta politica reazionaria (protezionismo) e liberista (fiscalità regressiva e deregolamentazioni), ma in grado di canalizzare il malessere verso il sistema di potere politico ed economico vigente e verso i migranti, l’unica conseguenza direttamente visibile della globalizzazione.
3) Anti-establishment vs sistema politico tradizionale. Donald Trump è un imprenditore miliardario, ma è riuscito a valorizzare la percezione di lui come outsider non compromesso con l’establishment, inteso come sistema di potere politico, economico e mediatico che ha garantito profitti alle classi dirigenti senza redistribuire la ricchezza. Clinton, invece, è stata la diretta espressione dell’establishment, con un enorme problema di credibilità dovuto ai legami con Wall Street, alla geo-politica interventista e ambigua in termini di alleanze, a una campagna elettorale contraddittoria sui contenuti. Questo marchio ha pesato molto di più di un programma elettorale avanzato su alcuni punti, grazie soprattutto alla campagna di Bernie Sanders (basti pensare alle posizioni contro i prestiti agli studenti per iscriversi all’Università).
Lo scontro con l’establishment non può più essere interpretato come uno scontro retorico fomentato da demagoghi, ma come l’espressione di un conflitto sociale e politico che si sta determinando nell’epoca della lunga crisi economica e del fallimento di un apparato di convinzione ideologiche e soluzioni economiche che hanno dominato la scena politica (dalla globalizzazione, alla teoria reaganiana del “trickle-down”, fino alla linea dell’austerità europea). Un conflitto che interessa una composizione sociale ampia, dai lavoratori migranti, alla classe operaia occidentale, fino a larghi strati delle classi medie impoverite, e che può essere interpretato e indirizzato verso contrapposizioni molteplici, se non opposte
4) Chi festeggia non è lucido: la rottura da destra. Arriviamo a confrontarci con le due prese di posizione più diffuse sui social network e nelle nostra chiacchierate in giro. Partiamo dal fatto che non ci sembra ci sia molto da festeggiare in questo risultato. La Brexit, l’ondata neoliberal-fascista in Europa orientale, l’ascesa del Front National e di Alternative fuer Deutschland ci parlano di una rottura del consenso con un sistema politico ed economico causa di povertà, aumento delle disuguaglianze, diminuzione dei diritti e del potere decisionale. Ma è una rottura che arriva da destra, attraverso un pericoloso populismo selettivo, escludente e razzista che è in grado di vincere proprio perché interpreta il conflitto sociale e politico in corso dando una risposta. Una risposta che scivola nella barbarie, ma che fornisce un’opzione politica di rottura e per questo parla alla frustrazione, alle paure e al malessere sociale crescente. Diceva Antonio Gramsci che “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati“. Siamo nell’interregno, i fenomeni morbosi più svariati sono alle porte e l’elezione di Trump alla Casa Bianca rischia di sdoganare ulteriormente questa tendenza, e le prossime scadenze elettorali europee rischiano di consegnarci un quadro inquietante, con forze dell’ultradestra nazionalista al Governo delle tre maggiori economie occidentali. Evidentemente non esiste alcun automatismo fra la crisi delle forze liberaldemocratche occidentali, co-responsabili della globalizzazione liberista, e l’affermazione di proposte politiche radicali, in grado di rivendicare efficacemente delle necessarie redistribuzioni della ricchezza e del potere: questo è bene metterselo in testa.
5) A forza di “meno peggio” vince il peggiore: la necessità dell’alternativa. Abbiamo ripreso la citazione di Brecht sul Comitato centrale e la necessità di eleggere un nuovo popolo perché ci sembra utile per palesare l’inadeguatezza di un approccio elitario nella lettura del risultato elettorale, dando la colpa all’ignoranza del popolo da un piedistallo di superiorità morale e intellettuale. Si tratta di un approccio controproducente, perché si rifiuta ostinatamente interpretare i nuovi conflitti sociali e politici che interessano il presente e si erge a difesa di un sistema direttamente responsabile dell’arricchimento di pochi a discapito di molti, della mobilità sociale verso il basso, dell’istruzione per pochi contro precarietà e lavoro povero per tanti. Le posizioni di retroguardia che puntano ad arginare la barbarie con una riedizione di palliativi riformisti a un sistema che non ha mantenuto alcuna promessa di benessere collettivo sono destinate a fallire in maniera sempre più clamorosa: a forza di “meno peggio” vince il peggiore! La strada da seguire ci sembra tutt’altra e trova nella campagna elettorale per le primarie di Bernie Sanders alcuni spunti decisivi: al populismo razzista ed escludente, dobbiamo opporre la una soluzione politica capace di interpretare e stare dentro i conflitti sociali del presente, con una pratica politica universale e inclusiva, populista perchè rivolta a “ricostruire il popolo” attraverso la tessitura dei suoi legami sociali, a sviluppare lo scontro fra classi impoverite e elites che si sono arricchite sulle loro spalle negli anni della crisi e della globalizzazione.
Su questo terreno siamo chiamati a misurarci come forze sociali, di movimento e politiche a misurarci con una sfida enorme, per uscire tanto dalle secche delle opzioni politiche residuali e minoritarie quanto dal riformismo di sistema che ha sempre meno credibilità alla luce del malessere sociale che ha contribuito a produrre. Dall’Interregno gramsciano si può uscire in più direzioni: farlo verso un progetto di emancipazione collettiva oppure verso un ulteriore concentramento del potere politico ed economico nelle mani di pochi dipende anche da quanto saremo in grado di sporcarci le mani nei conflitti contraddittori dei nostri tempi e di impegnarci nel radicamento e nel consenso di un’opzione politica di rottura che sia in grado di offrire una prospettiva di miglioramento ai problemi delle persone.