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Roth, per una nemesi disciplinata
Bucky: connotazione di ostinatezza e insieme di ardimentosa ed energica forza di volontà che il soprannome portava con sé
Philip Roth | Nemesi
Bucky. Bucky è un soldato: non di mestiere, ma di modi e di portamento, nell'allenamento fisico e mentale. A dieci anni uccide un grosso ratto nel retrobottega del nonno. Vomita per lo schifo alla vista di sangue misto a pezzi di ossa. Davanti al nonno, finge che la cosa non l'abbia toccato. Bucky si mura dietro una feroce autodisciplina e una personalità mite, si trincera in una posa autoimposta in cui vuole credere.
Ma la disciplina s'incrina, vacilla. Davanti all'epidemia di polio che schiaccia Winesburg, Bucky ha paura e scappa, abbandonando il gruppo di ragazzini che stava allenando al campo estivo, colpiti dalla polio uno dopo l'altro. Lo senti, il momento in cui sta per crollare: il panico che si insinua, e insieme il senso di colpa per questa paura. È allora che ti aspetti che gli rovini addosso la punizione per essere fuggito, materializzandosi in una nemesi esterna, fatalista, contro di lui e la sua debolezza.
E invece la punizione non arriva. Perché la punizione che subirà è autoinflitta: Bucky si punisce, attua la sua nemesi come un obiettivo minuziosamente scelto e perseguito. In un ultimo, grande, atto di disciplina.
Nino Migliori | Il Tuffatore, 1951
Bucky non riusciva ad accettare che l'epidemia di polio tra i bambini di Weequahic e del campo di Indian Hill fosse stata una tragedia. Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto. C'è un'epidemia e lui deve trovarne una ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa profonda questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché in Dio oppure in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell'unico distruttore. Devo dire che, per quanta compassione possa provare per il cumulo di calamità che gli aveva rovinato la vita, non si tratta d'altro che di stupida superbia, non la superbia della volontà o del desiderio, ma la superbia di un'infantile, irreale interpretazione religiosa.
Nemesi | Philip Roth
In uno come Bucky il senso di colpa potrebbe sembrare assurdo, ma in realtà è inevitabile. Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all'altezza dell'ideale che nutre dentro di sé. Non sa mai dove finisce la sua responsabilità. Non accetta i propri limiti perché, gravato da un'austera bontà naturale che gli impedisce di rassegnarsi alle sofferenze degli altri, non riconoscerà mai di avere limiti senza sentirsene in colpa. Il più grande trionfo di una persona simile consiste nel risparmiare alla sua amata un marito storpio, e il suo eroismo negare il proprio desiderio più profondo abbandonandola.
Nemesi | Philip Roth
Bucky non era un uomo brillante, né aveva mai preso qualcosa alla leggera. Era fondamentalmente una persona priva di umorismo, piuttosto efficace nell'esprimersi ma senza la minima traccia di arguzia, uno che mai in vita sua aveva parlato in termini satirici o con ironia, che di rado faceva una battuta o parlava in modo faceto: un uomo ossessionato da uno strenuo senso del dovere ma privo di una grande forza d'animo
Nemesi | Philip Roth

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In quei giorni il suo cuore era stato nutrito col miele, tenuto a bagno nel ghiaccio, bollito nell’acqua, immerso nel vino di sorgo, aveva mille odori e mille ferite.
Sorgo Rosso | Mo Yan
mojosong
Snow
Mark Sandman, Sandbox: The Mark Sandman Box Set, (2004) >
No More, My Lord
Jimpson, Negro Prison Songs from The Mississippi State Penitentiary; Historical Recordings From Parchman Farm, (1947) >

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Congiuntivite
I miei occhi che non vogliono vedere
Il gatto e il non equilibrio di ordine e disordine: Paula Fox, 'Quello che rimane'
Le segreterie telefoniche servono per smorzare le urla di quelli che stanno morendo
Paula Fox | Quello che rimane
Quello che rimane é una danza sul filo che separa 'dentro' ( = 'ordine') e 'fuori' (= 'disordine'). La casa perfetta, pulita, borghese e luminosa abitata dai Bentwood è circondata dal caos delle strade sporche, dal vomito di passanti ubriachi e dalle urla del neonato dei vicini. L’irruzione del disordine nella vita apparentemente lineare e routinaria di Sophie si manifesta nella forma di un gatto randagio, che, ferendola alla mano con un morso, lacera e apre il passaggio del disordine da fuori a dentro di lei. O meglio: il disordine intimo, latente e soffocato, di Sophie, viene sprigionato, scatenato (unchained, in onore di Django che ho visto ieri) dal gatto randagio, figlio del caos, forse contagiato dalla rabbia (rabbia, non a caso). Perché in Sophie il rapporto dentro/fuori è ribaltato: in un corpo curato, pulito (fuori) ci sono rabbia, dolore e insoddisfazione (dentro). La ferita alla mano si gonfia, perde sangue, sembra migliorare, si sgonfia e poi ricomincia a fare male mentre Sophie striscia tra accessi di rabbia, ricordi di tradimenti, fughe notturne e la placida quotidianità familiare della vita di coppia. Il romanzo è la storia del tentativo di Sophie di richiudere la ferita e risputare fuori il caos, per far prevalere di nuovo l’ordine sul disordine. Ma quale dei due vinca, come in tutti i bei romanzi, alla fine non è chiaro.
Duane Michals | Bubble
Fece una pausa. Capì che stava parlando senza pensare troppo e lei sapeva che lui non credeva molto nell'efficacia delle parole, che dopo tutto valevano soltanto per ciò che poteva essere detto. La verità sulle persone non aveva molto a che fare con quello che le persone dicevano su loro stesse, o con quello che gli altri dicevano di loro.
Paula Fox | Quello che rimane
Era gonfia; doveva essere stata la birra. Il corpo non le apparteneva più, ma aveva preso una direzione tutta sua. In quest'ultimo anno aveva scoperto che i suoi disagi, una volta interpretati, avevano sempre significato l'affievolirsi, o la fine, di qualche piacere. Non poteva più mangiare e bere come faceva una volta. Inesorabilmente, era stata invasa da elementi che erano insieme grossolani e risibili. Aveva realizzato solo da poco che uno diventa vecchio per molto tempo.
Paula Fox | Quello che rimane
"Il dolore mi terrorizza più che morire", disse Sophie. "Non lascerei che mi dessero nemmeno gli antidolorifici perché ho paura che il dolore li annulli. Allora non ci sarebbe più nulla, se non dolore".
Paula Fox | Quello che rimane

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Christa Wolf e lo schermo di vetro
Pareggia tutto il fatto che ci abituiamo a dormire tranquilli. Che viviamo senza risparmiarci, come se ce ne fosse anche troppa di questa strana sostanza ch'è la vita.
Come se non dovesse mai aver fine.
Christa Wolf | Il cielo diviso
Ero molto indecisa sull'immagine da scegliere per questo post. Volevo spigoli e trasparenze, e un po' di vuoto. Qualcosa che raccontasse un ritratto interiore. Tutto il romanzo sembra essere scritto dal di dentro, anche quando il racconto ti porta fuori e c'è il sole, e il ghiaccio, e il vento e gli alberi e il furgone delle consegne. Tutto sembra arrivare dall'interno di una scatola trasparente: le cose belle o brutte le vedi, ma non ti toccano. E sembra anche che tutto questo mondo interiore sia letto attraverso una impassibile e obiettiva lente d'ingrandimento. È fortissima l'introspezione, lucida, elaborata da un cervello che lavora come farebbe quello di un replicante che grazie ai suoi complicati algoritmi sa benissimo cosa sta provando, cos'ha provato, cosa proverà, ma non si fa coinvolgere da queste emozioni che tuttavia lo attraversano. Questa presunzione un po' spocchiosa e antipatica della narrazione, del personaggio, che sa perfettamente tutto quello che prova, che non controlla ma domina, è perdonata - e quanto - grazie alla nitidezza e all'inquadratura perfetta, pulita, dei sentimenti e delle emozioni. Sono forme geometriche poligonali, cubi, rette, spigoli. È una storia del di dentro, letta dal di fuori; Rita racconta quello che ha vissuto, ma visto dall'esterno, a posteriori, da un punto d'osservazione privilegiato, come se tra il vivere e il raccontare ci fosse uno schermo, un muro di vetro, che permette di vedere attraverso, ma senza provare emozione. Non riesci a identificarti con Rita, non empatizzi, non ti trascina nella sua gioia e nel suo dolore (del resto non è l'intenzione); al contrario, te li racconta senza farteli provare, te li propone con una intensità e una pulizia, un rigore cristallino tali che sembra di leggere un saggio romanzato sulla vita e sull'amore. Racchiusi dentro una splendida teca.
Denise Grunstein
Allora, non era separata da Manfred da più di tre settimane, e capì che le grandi coppie d'amanti create dai poeti, nel darsi in braccio alla morte non retrocedevano davanti alla separazione, bensì davanti all'ottuso ritorno nella mediocrità quotidiana.
Christa Wolf | Il cielo diviso