Cosa racconti al tuo riflesso nella pozzanghera, aspettando l’autobus, una mattina dove magari sei uscito troppo presto di casa perché sbrigandoti, come sempre, hai finito per sbrigarti troppo? É tutto esageratamente finto, la signorina accanto con un ombrellino rosa e nero, il signore con la pipa, il ragazzo che schiaccia una sigaretta. Tutti a guardare dritto, a preoccuparsi che la fermata sia giusta, come se generalmente nella vita le cose cambiassero di colpo, come se temessero una rivoluzione. Tutti a guardarsi intorno, a non fidarsi di nessuno, a evitarsi, ad abbassare gli occhi. Io compresa. La verità é che peró preferiremmo tutti parlare con uno sconosciuto che parlare a noi stessi, perchè siamo noi i veri estranei, non loro. Potrei parlare all’uomo che legge un giornale mangiando un cornetto, ma cosa gli direi? “Ha davvero delle belle mani e un bel modo di alzare le sopracciglia mentre legge le notizie in prima pagina, quanto zucchero ci vuole nel caffè per raddolcire quello sguardo serio? Sa, mi piacerebbe parlarle, mi piacerebbe mi stesse un po’ a sentire. Mi scusi se mentre le parlo mi tocco i capelli, é un vizio che ho e non noti le mie dita, la prego, la frustrazione si è riversata sui polpastrelli, sulle unghie, le pellicine, é un’abitudine ormai. Frustrazione per cosa? Ah non saprei, i medici direbbero che dormo troppo o troppo poco, mio papà che sto troppo tempo sui libri, io propongo l’opzione che la vita che vivo la prendo a volte troppo sul serio, a volte troppo alla leggera e in entrambi i casi finisco per frustrarmi. Sa, quando ero piccola mi sarebbe piaciuto sposare un fioraio per ricevere fiori tutti i giorni, non le rose, dico mazzi di fiori colorati, anche di plastica, bastava fossero colorati. Mi piacciono i colori, mi sono sempre piaciuti, a volte entro nelle cartolerie e resto qualche mezzora a fissare le diverse tinture o le tempere colorate o gli acrilici. Ci ha mai provato? Beh é divertente, fa bene, un po’ come mangiare cioccolato. Dovrebbe provare, dico sul serio. È il punto 37 della lista delle mie cose felici. Non ha nemmeno questa? Che errore. Mi ha chiesto qual’è il punto 25? Ma certo, nella lista è “le stazioni la mattina presto”. Ha presente quel terremoto di passi, l’odore di cornetti, le cartine della città che spuntano dalle tasche, quel rimescolio di storie tutte diverse che potrebbero scontrarsi, chiedersi scusa e non rivedersi mai più? Ecco, due rette incidenti, che a mio parere hanno una vita ben peggiore delle rette parallele. Le parallele lo sanno, non si incontreranno mai, potranno vedersi, specchiarsi, avvicinarsi sempre di più, ma senza mai arrivare a sfiorarsi neppure. Ma l’esistenza di due incidenti, che si incontrano in un unico punto, ebbrezza del piacere, felicità assoluta, loro conosceranno e si ricorderanno per sempre quel momento, unico in cui si terranno le mani, per poi allontanarsi sempre di più, andare in punti opposti, non rivedersi mai più, perdersi definitamente. E non c’é cosa peggiore di ricordare un momento e sapere che non accadrà mai più nulla di simile, che ogni passo che farai ti porterà sempre più lontano. Ma non rattristiamoci, dicevamo, le stazioni. E la bellezza, i salti dei bambini piccoli, la gioia della partenza, l’amara tristezza del ritorno, quel treno perso, quei due amanti che si salutano con il cuore screpolato, gli abbracci a un padre che deve partire, i saluti dal finestrino, i “torna presto”. Ha presente? É meraviglioso. Scusi l’invadenza, ma lei come cammina? No, sa, perchè io non sopporto le persone che camminano lentamente. Non so andare lenta. Quando cammino sembra che scappi da qualcosa, una volta mi hanno detto “tu scappi dal passato, dalle tue orme. Tu cerchi di seminare la tua ombra.” Ed è probabile. Eppure mi piace camminare, da impazzire, faccio lunghissime passeggiate e non mi fermo mai.Un’altra cosa che mi piace fare, o meglio, mi sarebbe piaciuto fare era l’equilibrista. Mi immaginavo in un costumino rosso con le paillettes sopra un pubblico con il batticuore, timoroso di ogni mio passo e io sopra quel filo, in bilico sulle punte, indecisa se tornano indietro o avanzare. Paura dice? Ma no, di cosa? Alla fine siam tutti degli equilibristi, siam tutti nella perenne ricerca di un baricentro all’interno di questa scatoletta in costante movimento, sempre in divenire. E appena troviamo il nostro equilibrio, il nostro punto d’appoggio, esso potrebbe scomparire da un momento all’altro e noi scivoleremmo, perderemmo la presa, il pubblico sgranerebbe gli occhi, ma nessuno si alzerebbe per salvarti. Tu resteresti aggrappato al filo e faticosamente ti rimetteresti in piedi. Siamo tutti degli equilibristi, ci pensi.Cosa? No grazie, non voglio nulla da mangiare. A pranzo mi piace mangiare leggero, frutta o verdura, non ho questa gran passione per lo stomaco pieno e pesante. Oh no, non si preoccupi, nessuna questione alimentare, la prego, lasciamo perdere. Posso davvero continuare a disturbarla parlandole di me? Lei é proprio gentile. Sa che sono ipocondriaca? Forse é perché mi ammalo davvero troppo spesso, ho un sistema immunitario fragile come una foglia autunnale e a ogni folata di vento mi viene il mal di gola. Terribile, sì. Ma pazienza. In questi ultimi giorni poi mi sembra a volte di entrare in una bolla e non riuscire a respirare, come se i polmoni fossero più piccoli e nella testa inizia un ronzio davvero fastidioso, un fischio impercettibile. Non credo siano attacchi di panico, non ho idea di cosa potrebbe essere, inizio a respirare lentamente e a contare, quello aiuto, rilassa, i polmoni sembrano giganteschi a quel punto. Il momento più bello della giornata? Quando mi infilo sotto al letto con i piedi gelidi e la coperta é così morbida, i peluches così caldi. Si, ha ragione a fare quella faccia, una diciassettenne non dovrebbe dormire ancora con uno zoo di peluches ai piedi del letto. La musica che ascolto? No, domanda scontata, le dico piuttosto la musica che mi piace ascoltare. Di certo le tazzine che sbattono nei bar la mattina, il brusio di un aereo quando parte, la risata della mia migliore amica, il mio papá che mi legge una storia, mia madre che suona al pianoforte sempre la stessa canzone di Beethoven, il rumore della caffettiera, delle onde contro lo scoglio, della pioggia sulla finestra quando è sera, dei motorini che passano di notte, dei tacchi di una donna sul pavimento, degli occhiolini. Oh sì, gli occhiolini fanno rumore, soprattutto se li fa il ragazzo che ti piace. Assomiglia a uno sparo, a una stilettata, bum, lui ti fa l’occhiolino, bum, il cuore perde un colpo. Mi chiedo perchè ci abbiano fatto impermeabili, se alla fine ogni parola, ogni sorriso, ogni gesto, ogni lieve tocco sia in grado di perforarci e ridurci in polvere. Mi chiedo perché continuino a dire che l’uomo é impermeabile, quando lo vedi e basta una foto, basta una riga di un libro, una vecchia canzone per spezzarlo in due, per piegargli le costole. Che strane definizioni, lei non trova? Mi perdoni, le ho parlato e raccontato fin troppo, ora mi parli lei e non prenda l’autobus, per un giorno finga di vivere la vita di qualcun altro, andiamo alle giostre e facciamo il giro della morte, lei non ha idea di che scarica di adrenalina si riesca a provare.”