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@ciocheminutremidistrugge

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💔
Da quando ti ho perso
ho pianto così tanto che qualcosa sul mio volto è cambiato
posso vederlo, se mi guardo allo specchio
anche se gli altri non lo vedono
è qualcosa di invisibile, di impercettibile
come se un po’ di te mi si fosse incastrato nella pelle
creando rughe nuove
da quando ti ho perso
il cielo è diverso
guardo le nuvole sperando che le cose che grido dentro
possano raggiungerti
anche se so che è impossibile
ci spero lo stesso
lo sai, sono una campionessa in questo
creare sogni nuovi dove c’è solo dolore
me l’hai insegnato tu, e per una vita intera l’abbiamo fatto insieme
da quando ti ho perso
sto vivendo una vita nuova, è una vita inedita, sì, una seconda vita
una vita a cui è difficile abituarsi
una vita in cui tutto è uguale, tranne il fatto che ora il mio cuore non è più intatto
e non è un dettaglio trascurabile
perché da quando ti ho perso
cerco dentro me risposte che possano dare un senso a tutta questa nostalgia
che all’improvviso mi attacca, mi toglie il fiato
una nostalgia impossibile da ignorare
tipo che vorrei solo tornare casa
ma da quando ti ho perso, e questa è la parte peggiore
non so più dove abitare
💔
Non puoi aver paura che qualcuno se ne vada se in realtà non c'è mai stato davvero.

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comunque fa impressione scoprire quante persone stanno male e vivono la loro vita fingendo che vada tutto bene.
La gente non ascolta per capire, ascolta solo per rispondere a modo loro.
Guardarsi e non trovarsi è il lutto più difficile da elaborare, perché il corpo resta, ma l'anima che lo illuminava sembra essere uscita a fare una passeggiata dalla quale non tornerà più.
"Mia madre non c’è più e con lei è svanita una parte di me.
Da quel momento respiro come se l’aria fosse sempre insufficiente. Il mondo continua a muoversi, ma io sono rimasta ferma lì, nell’attimo in cui ho capito che nessuno mi avrebbe più guardata con gli occhi e l’amore unico che solo una madre sa donare. Da allora, spesso, vado avanti soltanto per abitudine.
Ho continuato a lavorare perché il vuoto della casa era insostenibile. Fermarmi avrebbe voluto dire sentire tutto, senza filtri, senza pause. Così ho imparato a tenere il dolore a distanza, a rinchiuderlo in un angolo, anche se bussava di continuo.
Non sono diventata più forte. Mi sono solo sentita più vuota.
Quando perdi tua madre non perdi soltanto una persona: perdi un appoggio, una protezione silenziosa, il senso stesso del tuo posto nel mondo. Ti ritrovi all’improvviso più fragile, più scoperta, come se nulla potesse davvero ripararti.
Il dolore non se ne va, non si rimargina. Si stratifica dentro, giorno dopo giorno. E impari a convivere con un’assenza che pesa più di qualunque presenza.
Perché una madre continua a mancare. Sempre."

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È solo che mi manchi un po’ di più
all’improvviso mi sembra di vederti su quella sedia vuota
ma non sono triste, non preoccuparti
va tutto bene in questa notte in cui brillano gli occhi a tutti e l’alcol scorre a fiumi
è solo che mi manchi un po’ di più
come dire? Una spina sottile dentro le costole
un vuoto nello stomaco improvviso
come si chiama questo sentimento, dico quando vorresti riavvolgere il tempo, rivivere tutto quanto, ogni momento?
Nostalgia, direbbe qualcuno, o forse ho la malattia del futuro, mi fa ancora strano vederlo chiaro davanti a me se dentro non ci sei tu
Più mi manchi e più sei qui
all’improvviso mi sembra di vederti su quella sedia vuota
e rido e piango insieme
mi manchi un po’ di più
ma andrà tutto bene
Ti dà fastidio perché ti chiama.
Ti irrita perché ti chiede dove sei.
Ti fa arrabbiare perché ti pone dei limiti.
Le dici che è invadente, esagerata, drammatica…
Ma il giorno in cui la accompagnerai al cimitero, capirai una verità che oggi fai di tutto per non ascoltare.
Quel giorno il telefono non squillerà più per te.
Nessuno ti dirà: “Fammi sapere quando arrivi”.
Nessuno resterà sveglio con il cuore in gola ogni volta che una sirena taglia il silenzio della strada.
Avrai tutta la libertà che hai sempre reclamato.
Potrai tornare all’ora che vuoi.
Potrai saltare gli impegni.
Potrai fare tutto quello che ti pare.
E quel silenzio ti schiaccerà il petto come
una pietra.
Perché non ci sarà più quella “vecchia
fastidiosa” a dirti di comportarti bene.
Non ci sarà più quella donna che,
secondo te, “si intromette troppo”.
Ci sarà una tomba.
E tu, davanti a quella lapide, a gridare
troppo tardi:
“Mamma, non andartene.”
“Mamma, perdonami.”
“Mamma, torna.”
Ma la morte non ascolta suppliche.
E il rimorso non resuscita nessuno.
La cosa più crudele non è perderla.
La cosa più crudele è ricordare ogni
volta che le hai parlato male.
Ogni porta chiusa in faccia.
Ogni “lasciami in pace” sputato con leggerezza, come se l’amore di una madre fosse eterno
per diritto, e non un miracolo da onorare.
Mentre tu pretendevi spazio,
lei pregava che non ti accadesse nulla.
Mentre tu la ignoravi, lei camminava a piedi
nudi perché a te non mancassero le scarpe.
Mentre tu riempivi il piatto, lei diceva
di non avere fame.
Mentre tu dormivi sereno, lei vegliava
nella notte invocando un futuro che tu
oggi disprezzi.
Ed ecco ciò che fa più male:
Lei avrebbe potuto andarsene.
Avrebbe potuto stancarsi.
Avrebbe potuto dire: “Basta”.
Ma non l’ha fatto.
È rimasta.
Ha lottato.
Ha resistito.
E tu, dimmi, che cosa stai facendo
di quel sacrificio?
Perché non c’è niente di più ipocrita di un figlio che in vita non chiama, ma al funerale urla.
Non c’è niente di più vile di chi riempie una
tomba di fiori quando in vita non ha saputo
offrire nemmeno rispetto.
Un giorno poserai la mano su quella lapide
fredda e capirai che quella donna non
ti stava togliendo la libertà.
Ti stava salvando la vita.
E forse allora sarà troppo tardi.
Con “troppo tardi” non si intende solo la morte.
Si intende arrivare al punto in cui il perdono
non può più essere ascoltato, l’abbraccio
non può più essere restituito e l’amore resta sepolto nel silenzio.
Finché respira, hai ancora una possibilità.
Finché risponde al telefono, hai ancora
una porta aperta.
Abbracciala oggi.
Chiedile perdono oggi.
Rispettala oggi.
Perché quando arriverà quel giorno, e credimi
che arriverà, non basterà gridare al cielo.
Tua madre non tornerà.
E vivere con quella colpa è una condanna
che non si seppellisce.
Chissà se con il tempo,hai capito gli errori che veramente hai fatto,quando lei era in vita.
Dovevi essere un figlio perfetto, perché lei ci teneva tantissimo a te, il primogenito e invece le hai fatto sentire mancanze, fastidi, inutilità.
A volte capita questo.
Sentirsi inutili, sentirsi oppressi.
Ma come uno zunami mi rialzerò!
Non sarà oggi non sarà domani!
Ma all’improvviso sarà il giorno in cui mi rialzerò per non sedermi mai più.

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Sei in ufficio, sommerso dalle scadenze.
Il telefono vibra sul tavolo.
Sullo schermo appare: “Mamma” (o “Papà”).
È la terza volta che chiama oggi.
Sbuffi.
Pensi:
“Ma non lo sa che lavoro?”
“Cosa vorrà adesso?”
“Avrà schiacciato un tasto per sbaglio?”
Rifiuti la chiamata.
Le mandi il messaggio preimpostato: “Ti chiamo dopo.”
Non la richiamerai.
Te ne dimenticherai fino al giorno dopo.
Fase 1: La Visita (I Segni Invisibili)
Domenica vai a pranzo da loro.
Entri in quella casa che conosci a memoria,
che profuma di caffè e di passato.
Tuo padre è seduto sulla poltrona.
La TV è a volume 45.
Sembra un cinema.
Tua madre è in cucina.
Ti avvicini per salutarla e noti una cosa
che non avevi mai visto prima.
Le tremano leggermente le mani
mentre cerca di svitare il tappo
della bottiglia dell’acqua.
Non ci riesce.
Lei, che una volta apriva barattoli impossibili,
che ti sollevava con un braccio solo,
che ha tenuto in piedi la famiglia
nei momenti bui.
Ora sta combattendo contro un tappo di plastica.
E sta perdendo.
— «Lascia stare, mà. Faccio io.»
Lei sorride, imbarazzata.
Si sente inutile.
— «Eh, questa artrosi…» minimizza.
Fase 2: La Tecnologia (La Pazienza che Manca)
Dopo pranzo, scatta il momento temuto.
— «Senti, mi guardi il cellulare? È sparito WhatsApp.»
Prendi il telefono.
L’icona è lì.
Al centro dello schermo.
Ti sale il nervosismo.
Quello stupido nervosismo dei figli che hanno fretta.
— «Papà, è qui! Te l’ho spiegato mille volte!
Devi toccare l’icona verde!
Perché non mi ascolti mai?»
Alzi la voce.
Sei brusco.
Lui si fa piccolo piccolo.
Ti guarda con quegli occhi velati, un po’ acquosi, e dice:
— «Scusa. Hai ragione. Sono vecchio, non ci capisco niente.»
Quella frase ti trafigge.
Ti senti un mostro.
Lui ti ha insegnato a camminare,
a mangiare,
ad andare in bici.
Ti ha ripetuto le tabelline mille volte
con pazienza infinita.
E tu non hai 5 minuti
per spiegargli come mandare una foto
su WhatsApp senza urlare.
Fase 3: Il Segreto (Non Voglio Essere un Peso)
Poi scopri l’inganno.
Parlando con la vicina, vieni a sapere
che la settimana scorsa tua madre
è caduta in giardino.
Niente di grave.
Solo lividi.
Ma non te l’hanno detto.
Ti arrabbi.
— «Mamma! Perché non mi hai chiamato?!»
Lei ti guarda, abbassando gli occhi sul grembiule.
— «Non volevo disturbarti.
So che sei sempre così impegnato con il lavoro…
avevi quella riunione importante…»
Eccolo, il cuore del problema.
Loro sanno di essere diventati fragili.
E ne hanno terrore.
Ma hanno ancora più terrore
di essere un Peso.
Preferiscono soffrire in silenzio,
gestire i dolori, la solitudine,
le paure notturne,
piuttosto che vederti sbuffare
o preoccuparti.
Si stanno cancellando
per non ingombrare la tua vita frenetica.
Fase 4: Lo Specchio (Il Tempo che Resta)
Torni a casa tua la sera.
Sei in macchina.
Ripensi a tuo padre
che cammina trascinando un po’ la gamba.
Ripensi a tua madre
che ti ha chiesto tre volte la stessa cosa
perché si dimentica.
Improvvisamente realizzi
che non sono eterni.
Che quei “Giganti”
che ti proteggevano dai mostri sotto il letto,
ora hanno bisogno
che tu li protegga dal mondo
che va troppo veloce.
Guardi il telefono.
Vedi quel messaggio: “Ti chiamo dopo”.
E ti chiedi:
Quanto “dopo” ci resta?
Abbiamo agende piene
di appuntamenti con clienti,
amici,
palestre.
Ma l’appuntamento più importante,
quello con chi ci ha dato la vita,
lo rimandiamo sempre.
Perché diamo per scontato
che saranno lì per sempre.
La Riflessione Finale
Arriva il giorno
in cui vorresti che quel telefono
squillasse dieci volte di fila,
solo per sentire la voce che ti chiede:
«Come si accende la TV?»
Ma quel telefono
non squillerà più.
La pazienza che non abbiamo oggi
sarà il rimpianto
che avremo domani.
La Domanda al Pubblico
So che molti di voi
stanno vivendo questa fase.
È difficile,
è stancante,
a volte fa arrabbiare.
Il Cambio di Ruolo:
Vi è capitato quel momento preciso
in cui avete capito:
“Ora sono io il genitore”?
Il Senso di Colpa:
Vi sentite in colpa per non andarci abbastanza,
o per essere sgarbati quando ci andate?
La Bugia:
Anche i vostri genitori vi dicono
“Tutto bene”
anche quando stanno male,
pur di non disturbarvi?
Fermatevi un secondo.
Se potete, chiamateli adesso.
Non scrivete “dopo”.
Fatelo ora.
Chiedetegli come stanno.
E ascoltate la risposta,
anche se è lenta,
anche se si ripete.