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“Non sono scomparsa.
Sono diventata coscienza che non si può toccare.”
estratto dalla poesia dedicata a Maria Fresu, 24 anni, l'unica vittima della strage di Bologna della quale non fu trovato nemmeno il corpo, letteralmente polverizzato dall'esplosione. Non ne rimase niente; soltanto il nome.
Recordando a Amy Winehouse en el 15º aniversario de su fallecimiento, 23 de julio de 2011 ( Back to Black 2006 )
Magnifica.
Non so se questi dati sono veri, ma ho come il sospetto che lo siano 🤔

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Alle 10:25 del 2 agosto 1980 una bomba esplose nella sala d'aspetto della stazione di Bologna. Morirono 85 persone: c'erano lavoratori in partenza, famiglie in vacanza, studenti di ritorno da un viaggio. Tra loro, la vittima più giovane aveva solo 3 anni: si chiamava Angela Fresu, viaggiava con la madre Maria verso le vacanze. Di lei non si ritrovò più nulla. Sono passati 46 anni, e l'orologio della stazione segna ancora quell'ora.
"La strage di Bologna", la nuova vignetta di Mauro Biani per L'Espresso
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Se accetti che lo Stato trasformi il tuo volto in un dato biometrico, hai già rinunciato a un pezzo della tua libertà.
Oggi sono "solo" 7 giorni.
Poi arriveranno nuove eccezioni, nuovi reati, nuove aree "sensibili".
Ogni volta ci sarà un buon motivo.
Vuoi davvero vivere in un Paese dove basta passare davanti a una telecamera perché il tuo volto finisca in un database biometrico?
IO NO !!! In uno Stato libero il cittadino è anonimo finché non c'è un motivo concreto per identificarlo.
Non il contrario: prima identifico tutti, poi se va bene cancello i dati. Questa linea, una volta superata, è molto difficile riportarla indietro.
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In Cina stanno entrando in funzione i primi robot-insegnanti.
Si tratta di una novità estremamente positiva in quanto l'obsolescenza del Parastato gramsciano è il passaggio fondamentale per il suo smantellamento.
Ma esiste un'obiezione molto valida: se gli insegnanti-robot vengono programmati in modo da formare individui secondo linee woke, transumaniste e di estrema sinistra, in realtà il Parastato gramsciano si sta solo adeguando alla rivoluzione tecnologica.
Non è così e non lo è per tre motivi.
Primo: una IA basata su presupposti falsi si "autoavvelenerà" come il nocciolo del reattore di Chernobyl e giungerà a fornire risposte DANNOSE.
Un esempio tipico sono i navigatori stradali: quando le mappe non si aggiornano o, in maniera più insidiosa, quando i feedback degli utenti forniscono informazioni sbagliate (deviazioni che non ci sono, cantieri che rimangono, distanze alterate, ecc.) lentamente ma progressivamente i modelli di IA forniscono indicazioni errate, prima limitate e poi sempre più ampie sino a giungere alla propria inefficienza assoluta.
La stessa cosa avviene per una IA che afferma che Beethoven era in realtà una lesbica obesa nera: tale affermazione può sopravvivere in un LLM ma CORROMPE IL MODELLO nel momento in cui chi chiede informazioni su Beethoven ha bisogno di sapere dati corretti e funzionanti NEL MONDO.
Secondo: il Parastato gramsciano esiste per finalità di ARRUOLAMENTO.
Se i robot sostituiscono le persone l'arruolamento cessa e il premio parastatale per la fedeltà politica viene a mancare. Ecco perché IA e robotica smantellano il PG.
Infine l'ultimo e forse più interessante argomento: anche ipotizzando l'esistenza di un esercito di robot-insegnanti maoisti-marxisti-leninisti, la loro riprogrammazione verso standard neutrali può avvenire in pochi istanti e senza alcuna conseguenza, cosa impossibile per l'esercito di insegnanti appartenenti al PG postsessantottini la cui unica possibilità di neutralizzazione è il pensionamento.
Ecco perché, per la prima volta in due secoli circa, il futuro sta girando dalla nostra parte.

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Qualche fascista ha ricordato alla città di Brescia chi mise la bomba in piazza il 28 maggio del 1974, riportando sui muri l'ora dello scoppio della bomba. Una strage contro i diritti, contro civili inermi, contro i lavoratori.
I fascisti sono sempre stati i servi dei padroni. Negli anni del regime, quando erano finanziati dai grandi industriali del Nord, e poi nel dopoguerra, quando scelsero di prestarsi alle trame eversive di pezzi dello stato in conflitto tra loro, portando le bombe nelle piazze, nelle banche, sui treni. Con l'appoggio e perfino la regia dei liberatori USA. I fascisti sono l'ultimo anello della catena della violenza. Sono il capitalismo senza la maschera.
Habeas corpus? Dipende dal colore della pelle
di Tomaso Montanari
(...) Habeas corpus. Sono quasi novecento anni che quando parliamo del dovere dello Stato di rendere puntualmente conto di ogni restrizione della libertà personale dei suoi cittadini citiamo il ‘corpo’. Un modo potente per alludere al nucleo più intangibile della libertà, l’integrità fisica del prigioniero, che lo Stato deve religiosamente garantire: «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà», dice l’articolo 13, che nella nostra Costituzione recepisce, subito dopo i dodici principi fondamentali, proprio quello dell’ Habeas corpus .
Ebbene, è difficile immaginare una violazione più drammatica dell’habeas corpus di quella documentata nell’interminabile video che documenta l’agonia e la morte di Abderrahim Fakir. Un corpo che viene affidato allo Stato per essere difeso da se stesso, e che invece viene condotto a morte dalle mani stesse dello Stato. Comunque sia andata, si tratta di una colossale catastrofe delle basi stesse dello stato di diritto. Un evento che nega i fondamenti della nostra Costituzione, la quale ammette l’uso legittimo della forza, di cui lo Stato ha il monopolio, ma esclude in ogni modo la violenza. Ed è proprio la violenza, una violenza protratta e insensata, la protagonista di quel terrificante filmato: alla fine del quale la persona umana non esiste più, e un corpo giace a terra, senza vita.
La coincidenza temporale degli eventi, ma soprattutto la reazione dell’estrema destra che governa il Paese, hanno reso inevitabile accostare questo episodio alla carcerazione del gioielliere condannato in via definitiva per il duplice omicidio dei rapinatori in fuga dal suo negozio.
La coincidenza temporale degli eventi, ma soprattutto la reazione dell’estrema destra che governa il Paese, hanno reso inevitabile accostare questo episodio alla carcerazione del gioielliere condannato in via definitiva per il duplice omicidio dei rapinatori in fuga dal suo negozio. A Bologna si difende a oltranza il diritto dello Stato a usare la forza in un modo e in una misura che si vorrebbe insindacabile, a Grinzane si grida che lo Stato si deve spogliare del suo monopolio, consentendo che la forza venga usata per strada da un privato cittadino, attraverso la violenza estrema di una duplice esecuzione sommaria. Una schizofrenia che rende evidente una cosa: questa destra non ha nulla a che fare con la legge e con l’ordine, ha invece a che fare con l’apologia della violenza.
Di fronte a questa evidenza, assai difficile da cancellare, sono subito scattati in piedi, o in ginocchio, i difensori d’ufficio della destra e accusatori non meno d’ufficio della sinistra, e così si è dovuto leggere, sul Corriere della sera, che l’invocazione di Vannacci, Meloni e Salvini per una legittima difesa senza limiti avrebbe un perfetto corrispondente nella piazza di Bologna, che avrebbe accolto una «manifestazione di protesta che altro non poteva diventare se non un atto d’accusa nei confronti delle forze dell’ordine, dando così copertura involontaria ma implicita a nuove violenze di piazza». Si stenta a credere che l’esplicita apologia di un reato gravissimo compiuta dai vertici del governo possa essere messa sullo stesso piano di una piazza in cui si è chiesta esplicitamente «non vendetta, ma giustizia».
Un parallelo indegno e grottesco, che vorrebbe gettare fango su una città, Bologna, che ha nella sua identità civile la capacità di reagire alla violenza riunendo i corpi liberi delle cittadine e dei cittadini nello spazio pubblico. La città della strage della stazione: una strage di estrema destra, sarà il caso di ricordare, prima che altre incredibili fumisterie provino a cancellare anche questo. La conclusione del Corriere è da manuale, excusatio non petita inclusa: «Lo diciamo a entrambi gli schieramenti, e non per ‘cerchiobottismo’: ma per il dovere comune di tenere al riparo quei principi liberali che sono condizioni essenziali per garantire la convivenza civile». La morale è chiarissima: tutti colpevoli nessuno è colpevole. E la destra di governo è servita.
(...) La realtà, però, è un’altra. Ed è che questa destra non si riconosce nelle regole dello Stato di diritto, né in quelle della Costituzione, e per una ragione molto semplice: perché non riconosce l’esistenza della persona umana in quanto tale. Perché l’ideologia che la fonda distingue gli umani a seconda della loro pelle, del loro sangue, della loro religione e del loro ceto. In questa visione, la violenza è sempre ammessa se è dall’alto verso il basso: da un gioielliere su un rapinatore, da un poliziotto bianco cristiano su un fermato marocchino musulmano. Ecco la chiave ermeneutica che restituisce, infine, coerenza a posizioni che sembrano contraddittorie: e che tornano perfettamente leggibili se si assume l’aberrante punto di vista per cui le vite non sono tutte uguali. Del resto, non è la stessa destra che difende l’idea di sequestrare migranti su una nave, la stessa destra complice del genocidio di Gaza?
Habeas corpus? Dipende: di che colore è il corpo di cui si parla?
Tomaso Montanari , " Il Fatto Quotidiano "
23/07/2026
Habeas corpus? Dipende dal colore della pelle
di Tomaso Montanari
(...) Habeas corpus. Sono quasi novecento anni che quando parliamo del dovere dello Stato di rendere puntualmente conto di ogni restrizione della libertà personale dei suoi cittadini citiamo il ‘corpo’. Un modo potente per alludere al nucleo più intangibile della libertà, l’integrità fisica del prigioniero, che lo Stato deve religiosamente garantire: «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà», dice l’articolo 13, che nella nostra Costituzione recepisce, subito dopo i dodici principi fondamentali, proprio quello dell’ Habeas corpus .
Ebbene, è difficile immaginare una violazione più drammatica dell’habeas corpus di quella documentata nell’interminabile video che documenta l’agonia e la morte di Abderrahim Fakir. Un corpo che viene affidato allo Stato per essere difeso da se stesso, e che invece viene condotto a morte dalle mani stesse dello Stato. Comunque sia andata, si tratta di una colossale catastrofe delle basi stesse dello stato di diritto. Un evento che nega i fondamenti della nostra Costituzione, la quale ammette l’uso legittimo della forza, di cui lo Stato ha il monopolio, ma esclude in ogni modo la violenza. Ed è proprio la violenza, una violenza protratta e insensata, la protagonista di quel terrificante filmato: alla fine del quale la persona umana non esiste più, e un corpo giace a terra, senza vita.
La coincidenza temporale degli eventi, ma soprattutto la reazione dell’estrema destra che governa il Paese, hanno reso inevitabile accostare questo episodio alla carcerazione del gioielliere condannato in via definitiva per il duplice omicidio dei rapinatori in fuga dal suo negozio.
La coincidenza temporale degli eventi, ma soprattutto la reazione dell’estrema destra che governa il Paese, hanno reso inevitabile accostare questo episodio alla carcerazione del gioielliere condannato in via definitiva per il duplice omicidio dei rapinatori in fuga dal suo negozio. A Bologna si difende a oltranza il diritto dello Stato a usare la forza in un modo e in una misura che si vorrebbe insindacabile, a Grinzane si grida che lo Stato si deve spogliare del suo monopolio, consentendo che la forza venga usata per strada da un privato cittadino, attraverso la violenza estrema di una duplice esecuzione sommaria. Una schizofrenia che rende evidente una cosa: questa destra non ha nulla a che fare con la legge e con l’ordine, ha invece a che fare con l’apologia della violenza.
Di fronte a questa evidenza, assai difficile da cancellare, sono subito scattati in piedi, o in ginocchio, i difensori d’ufficio della destra e accusatori non meno d’ufficio della sinistra, e così si è dovuto leggere, sul Corriere della sera, che l’invocazione di Vannacci, Meloni e Salvini per una legittima difesa senza limiti avrebbe un perfetto corrispondente nella piazza di Bologna, che avrebbe accolto una «manifestazione di protesta che altro non poteva diventare se non un atto d’accusa nei confronti delle forze dell’ordine, dando così copertura involontaria ma implicita a nuove violenze di piazza». Si stenta a credere che l’esplicita apologia di un reato gravissimo compiuta dai vertici del governo possa essere messa sullo stesso piano di una piazza in cui si è chiesta esplicitamente «non vendetta, ma giustizia».
Un parallelo indegno e grottesco, che vorrebbe gettare fango su una città, Bologna, che ha nella sua identità civile la capacità di reagire alla violenza riunendo i corpi liberi delle cittadine e dei cittadini nello spazio pubblico. La città della strage della stazione: una strage di estrema destra, sarà il caso di ricordare, prima che altre incredibili fumisterie provino a cancellare anche questo. La conclusione del Corriere è da manuale, excusatio non petita inclusa: «Lo diciamo a entrambi gli schieramenti, e non per ‘cerchiobottismo’: ma per il dovere comune di tenere al riparo quei principi liberali che sono condizioni essenziali per garantire la convivenza civile». La morale è chiarissima: tutti colpevoli nessuno è colpevole. E la destra di governo è servita.
(...) La realtà, però, è un’altra. Ed è che questa destra non si riconosce nelle regole dello Stato di diritto, né in quelle della Costituzione, e per una ragione molto semplice: perché non riconosce l’esistenza della persona umana in quanto tale. Perché l’ideologia che la fonda distingue gli umani a seconda della loro pelle, del loro sangue, della loro religione e del loro ceto. In questa visione, la violenza è sempre ammessa se è dall’alto verso il basso: da un gioielliere su un rapinatore, da un poliziotto bianco cristiano su un fermato marocchino musulmano. Ecco la chiave ermeneutica che restituisce, infine, coerenza a posizioni che sembrano contraddittorie: e che tornano perfettamente leggibili se si assume l’aberrante punto di vista per cui le vite non sono tutte uguali. Del resto, non è la stessa destra che difende l’idea di sequestrare migranti su una nave, la stessa destra complice del genocidio di Gaza?
Habeas corpus? Dipende: di che colore è il corpo di cui si parla?
Tomaso Montanari , " Il Fatto Quotidiano "
23/07/2026
...thank you Espania

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...Raining Blood
E’ un Vecchio Testo di Ascanio Celestini, Ma così Attuale, così Bello e Potente. Per riflettere assieme.
LA LIBERTA' DEI POVERI
I poveri erano così poveri che presero
la loro fame, la misero in bottiglia e
andarono a vendersela.
Se la comprarono i ricchi.
I ricchi che nella vita avevano mangiato
tutto dal caviale ripieno all’ossobucodiculodicane
allo spiedo e volevano
conoscere anche il sapore della fame
dei miseri.
Per un po’ quei poveri tirarono avanti,
ma poi tornarono a essere poveri come
prima.
Allora imbottigliarono la loro sete e
andarono a vendersela.
Se la comprarono i ricchi che nella
vita avevano bevuto tutto, dal Brunello
al Tavernello ma non avevano ancora
assaggiato la sete dei miseri.
Ancora un po’ i poveri tirarono avanti,
ma poco tempo più tardi tornarono
nella povertà.
Allora presero la loro rabbia lamisero
in bottiglia e andarono a vendersela.
Se la comprarono i ricchi.
I ricchi che nella vita si erano sentiti
indispettiti, che avevano avuto un po’
di rodimento di culo, ma la rabbia vera
non l’avevano mai provata. Così se
la comprarono dai poveri che ce n’avevano
tanta.
I poveri tirarono avanti, ma poi vendettero
anche il loro pudore, la loro
vergogna, il loro dolore. Imbottigliarono
la commozione e l’insubordinazione,
la violenza e il riscatto, la rivolta e
la pietà.
Col tempo le cantine dei ricchi si
riempirono di bottiglie. Accanto ai
grandi vini d’annata collezionavano la
fame dei sanculotti della rivoluzione e
la rabbia dei braccianti che occupavano
le terre del Meridione.
Tra gli spumanti e gli champagne
trovavano posto la pazzia dei pellagrosi
nelle campagne o l’orgoglio dell’aristocrazia
operaia che aveva difeso le
fabbriche dai nazisti e s’era guadagnata
i diritti nelle lotte sindacali. Tra novelli
e i passiti c’era il disgusto dei precari
e dei senza casa o la determinazione
dei Zapatisti che marciarono verso
Città del Messico col passamontagna.
Dopo qualche generazione i poveri
s’erano venduti tutto.
I poveri diventarono così poveri che
presero la loro povertà, la misero in
bottiglia e andarono a vendersela.
Se la comprarono i ricchi che volevano
essere così tanto ricchi da possedere
anche la miseria dei miseri.
Quando i poveri restarono senza
niente si armarono.
E non di coltello e forchetta, ma di
pistole e fucili perché la rivoluzione
non è un pranzo di gala, la rivoluzione
è un atto di violenza.
Marciarono verso il palazzo.
Però quando arrivarono sotto il balcone
del podestà si fermarono e rimasero
zitti. Perché senza la rabbia e la fame,
senza l’orgoglio e il disgusto, senza
cultura e coscienza di classe non si
fa la rivoluzione.
Così il podestà scese in cantina, tornò
con una bottiglia e la riconsegnò al
popolo. C’era imbottigliata la libertà
che avevano conquistato i loro nonni,
ma che i padri s’erano già venduta da
un pezzo. Potevano farci un inno o un
partito, un circolo o una bandiera.
La stapparono, ma non riuscirono a
farci niente.
Perché la libertà da sola non serve.
Allora il podestà si cercò in tasca e
trovò una scatola di caramelle alla
menta. La consegnò al popolo. E da
quel momento i poveri furono liberi.
LIBERI DI SUCCHIARE MENTINE.
E perdipiu oggi i più poveri dei poveri votano per i più ricchi dei ricchi.