Le teorie sugli "alieni costruttori" o su civiltà perdute iper-avanzate non sono una semplice innocua stronzata: nascondono una matrice storica profondamente eurocentrica e razzista.
Quando ci viene mostrata la maestosità delle piramidi di Giza, le terrazze megalitiche di Machu Picchu o i complessi monumentali di Teotihuacan, scatta immancabilmente il riflesso condizionato dell'enigma insolubile. Se le pietre superano un certo tonnellaggio e la precisione degli incastri sfida il millimetro, devono per forza essere intervenuti gli alieni, oppure i superstiti di un'Atlantide dimenticata detentori di tecnologie gravitazionali perdute.
La cosa interessante, ed estremamente rivelatrice, è che questo slancio di fantastica incredulità scompare come per magia quando la prua della storia punta verso la civiltà greco-romana. Di fronte al Pantheon di Roma, con la sua cupola in calcestruzzo non armato che resiste intatta da duemila anni, nessuno sognerebbe mai di tirare in ballo gli omini verdi. Di fronte alle campate del Colosseo, agli acquedotti o al ponte di Traiano sul Danubio, l'atteggiamento dominante è quello dell'ammirazione razionale per il genio italico e per la sofisticata ingegneria dell'impero.
I sostenitori di questo doppiopesismo amano barricarsi dietro un arsenale di obiezioni apparentemente tecniche. La controaffermazione più classica e sbandierata riguarda la ruota e la metallurgia. Ti dicono che i Romani avevano il ferro, i mattoni cotti, le carrucole complesse e la ruota, mentre gli Egizi del Regno Antico non disponevano di nulla di tutto ciò. Ma questa è una lettura rozza e pigra della storia della tecnologia.
Sulla sabbia fine del deserto egiziano, un carro dotato di ruote sottili affonda tragicamente sotto un carico di poche centinaia di chili. Gli Egizi non usavano la ruota non perché fossero stupidi, ma perché la fisica del loro ambiente rendeva la ruota inutile per i grandi carichi. Utilizzavano invece slitte di legno su piste bagnate: versare la giusta quantità d'acqua sulla sabbia davanti ai pattini riduce l'attrito di quasi la metà, trasformando il terreno in una superficie scivolosa e perfetta per lo scorrimento di enormi blocchi di calcare.
Per quanto riguarda il ferro, non serve un metallo più duro della pietra per modellarla. Gli Egizi usavano mazzuoli in dolerite, una pietra incredibilmente dura, e strumenti in rame e bronzo combinati con polvere di sabbia quarzosa. Era l'azione abrasiva del quarzo, azionata da seghe e trapani ad acqua o a volano privi di denti, a tagliare la pietra con una precisione chirurgica. L'ingegno umano supplisce alla mancanza del metallo con la chimica e la fisica dei materiali disponibili.
Un'altra scusa usata di frequente per giustificare lo scetticismo verso i siti extraeuropei è la presunta mancanza di documenti ufficiali o la maggiore vicinanza temporale della civiltà romana. Eppure, la costruzione delle piramidi non è affatto immersa nella nebbia dei miti.
Il Diario di Merer, un papiro contabile scoperto nel duemila tredici presso il porto antico di Wadi al-Jarf, è la testimonianza diretta e quotidiana di un funzionario egizio che coordinava la flotta di barche incaricata di trasportare i blocchi di calcare pregiato da Tura fino al cantiere della Grande Piramide. Abbiamo le firme dei lavoratori graffite sui blocchi interni, le descrizioni delle razioni di pane e birra, la mappatura delle rampe di cantiere, i villaggi degli operai con le loro tombe e le loro strutture mediche.
Le piramidi non sono nate dal nulla in un giorno per magia, ma sono il risultato di secoli di prove, errori tragici e fallimenti strutturali documentatissimi, come la piramide piegata di Dahshur.
La verità è che la narrazione degli alieni costruttori ha radici profondamente ideologiche che risalgono all'epoca coloniale del diciannovesimo secolo. Quando gli esploratori e gli archeologi europei approdarono in Africa, in America Centrale e nelle Ande, si trovarono di fronte a rovine monumentali che rivaleggiavano o superavano quelle della Grecia e di Roma.
Riconoscere che le popolazioni locali, che in quel momento venivano conquistate, sottomesse e spogliate delle proprie risorse, fossero i discendenti diretti di ingegneri eccezionali avrebbe incrinato la favola della missione civilizzatrice dell'uomo bianco. Bisognava dunque inventare una razza esterna, un popolo scomparso o una divinità discesa dal cielo che avesse edificato quelle meraviglie per poi svanire, lasciando gli indigeni al loro presunto stato di barbarie.
Oggi quel razzismo scientifico di matrice coloniale si è ripulito la faccia, ha sostituito gli antichi dei con i dischi volanti ed è diventato intrattenimento televisivo, ma il messaggio subliminale rimane esattamente lo stesso: se una struttura meravigliosa l'ha fatta un occidentale è merito del suo ingegno, se l'ha fatta un popolo di colore deve per forza essere stato un alieno.
da Storia & Dintorni










