Non ho nulla contro il fare sesso fine a se stesso. Ma credo che " l'amore innamorato" resti comunque il più bello. Per questo dico alle ragazze: Non Buttatevi Via.
FRANCA RAME

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« Io sono convinto che i nostri figli seguano il nostro esempio più che le nostre parole. Quindi credo di avere meno tempo, adesso che so che non morirò di vecchiaia. Spero di vivere il più a lungo possibile però mi sento molto più fragile di prima e quindi ogni mio comportamento mi porta a fare questo ragionamento: è la cosa giusta che sto mostrando alle mie figlie? Ed in questo senso cerco di essere un esempio positivo.
Cerco di insegnare alle mie figlie che la felicità dipende dalla prospettiva attraverso la quale tu guardi la vita. Cerco di spiegare loro che non ti devi dare delle arie. Che devi ascoltare di più e parlare di meno. Che devi cercare di migliorarti ogni giorno. Devi ridere spesso. Che devi aiutare gli altri. Quindi… secondo me questo è po’ il segreto della felicità. E soprattutto cerco di fare in modo che loro abbiano l’opportunità di trovare la loro vocazione.
Da parte mia cerco di non perdere tempo, di dire ai miei genitori che gli voglio bene. E mi sono reso conto che non vale più la pena di perdere tempo e fare delle stronzate. Fai le cose che ti piacciono e di cui sei appassionato e il resto no. Non c’è tempo.
La malattia ti può insegnare molto di come sei fatto, ti può spingere anche più in là rispetto al modo anche superficiale in cui viviamo la nostra vita fino ad un certo punto.
La considero anche un’opportunità. Non ti dico che arrivo fino ad essere grato nei confronti del cancro, però non la considero una battaglia. La considero una fase della mia vita, un compagno di viaggio, che spero prima o poi si stanchi e mi dica ‘Ok, ti ho temprato. Ti ho permesso di fare un percorso, adesso sei pronto, ti lascio tranquillo'».
Gianluca Vialli (Cremona, 9 luglio 1964 – Londra, 5 gennaio 2023)
C’è un’immagine che racconta meglio di mille conferenze stampa il fallimento delle politiche economiche del Governo Meloni. Nel nuovo aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, tra le 30 principali economie selezionate, rappresentative di circa l’83% del PIL mondiale, l’Italia è penultima per crescita prevista nel 2026: +0,5%. Dietro di noi c’è solo l’Iran, cioè un Paese in guerra. Nel 2027 va perfino peggio: l’Italia resta inchiodata a +0,5% e diventa ultima tra tutte le economie considerate. Ultima.
Mentre gli Stati Uniti crescono del 2,3% nel 2026 e del 2,2% nel 2027. Mentre la Cina viaggia al 4,6% e poi al 4,1%. Mentre la Spagna, che pure è nell’area euro e quindi non vive su Marte, cresce del 2,1% nel 2026 e dell’1,8% nel 2027. L’Italia no. L’Italia viene condannata alla stagnazione. E qui il punto politico è enorme, perché questo Governo non ha ereditato macerie. Ha ereditato 209 miliardi di PNRR, il più grande piano di investimenti pubblici della storia repubblicana: risorse per modernizzare il Paese, rafforzare l’industria, sostenere la transizione energetica, digitalizzare la pubblica amministrazione, mettere in sicurezza il territorio, creare lavoro qualificato, aumentare produttività e salari. E cosa ha prodotto? Un Paese fermo. Un Paese con salari reali tra i peggiori dell’OCSE. Un Paese ultimo per crescita tra le grandi economie. Un Paese in cui la pressione fiscale aumenta, la produzione industriale cala, il potere d’acquisto arretra.
Ma mentre l’economia reale viene lasciata agonizzare, il Governo trova miracolosamente le risorse per una cosa: aumentare la spesa militare. Secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x, arrivare al 5% del PIL per difesa e sicurezza significherebbe portare la spesa cumulata 2025-2035 a 1.063 miliardi di euro, contro i 564 miliardi che si spenderebbero restando al 2%. La differenza è mostruosa: 498 miliardi di euro in più. Quasi 500 miliardi. Più del doppio del PNRR. Cioè questo Governo è riuscito nell’impresa di sprecare politicamente l’occasione storica dei 209 miliardi del PNRR e, nello stesso tempo, ipotecare le prossime generazioni con una traiettoria di spesa militare da quasi mezzo trilione aggiuntivo. Tutto questo mentre siamo ultimi per crescita, follia.
Nessuno nega che l’Europa debba occuparsi della propria sicurezza, il tema è come. Una cosa è costruire finalmente una difesa comune europea, integrata, razionale, fondata su una politica estera comune, su acquisti comuni, su standard condivisi, su una catena industriale europea, sulla fine delle duplicazioni tra 27 eserciti nazionali. Un’altra cosa è accettare che ogni Paese aumenti da solo la propria spesa militare. La difesa comune europea avrebbe potuto significare più efficienza, più autonomia strategica, più capacità industriale condivisa, meno sprechi. E il Governo Meloni cosa ha fatto in questi anni per costruire davvero una difesa comune europea? Nulla. Ha accettato la logica del 5% congiuntamente al nuovo Patto di Stabilità e al Rearm EU. Ha accettato che la Germania usasse i propri spazi fiscali per correre da sola.
E ieri, al vertice NATO di Ankara, la Presidente del Consiglio riesce perfino a dire che “non si pente di nulla”. Non si pente di nulla? Non si pente di aver costruito una politica estera subalterna? Non si pente di aver accettato una traiettoria di spesa militare gigantesca mentre il Paese è ultimo per crescita? Non si pente di non aver usato il PNRR per cambiare davvero il modello produttivo italiano? Non si pente di lasciare ai giovani un’Italia più povera, più fragile e più vincolata da impegni futuri enormi?
Il risultato, lo dicevamo, è certificato dall’FMI: l’Italia torna ad essere, tristemente, il fanalino di coda della crescita mondiale. Non va tutto benissimo e chi governa un Paese con questi numeri, vantandosi di essere tra i Governi più longevi della storia, un Governo che ha ricevuto 209 miliardi di PNRR, non dovrebbe dire “non mi pento di nulla”. Dovrebbe chiedere scusa.
Stefano Patuanelli
Nel 1994, Tom Hanks scelse di fare un salto nel vuoto che avrebbe tolto il fiato a qualsiasi agente di Hollywood. Di fronte alla sceneggiatura di Forrest Gump, decise di rifiutare il classico cachet milionario garantito. Al suo posto, pretese una quota percentuale sui guadagni futuri del film. Una mossa azzardata, ai confini dell'incoscienza. All'epoca, la pellicola era tutt'altro che un successo annunciato: una trama complessa, un protagonista fuori dagli schemi e una narrazione che attraversava trent'anni di storia americana a passo di corsa. Il rischio di un flop era concreto, ma Hanks sentiva che quella storia aveva un'anima straordinaria. E decise di metterci la firma. I problemi veri arrivarono durante le riprese. La casa di produzione, preoccupata per il budget che lievitava, decise di tagliare i fondi per alcune sequenze chiave perché ritenute troppo costose. Tra queste c'era la mitica maratona di Forrest da un oceano all'altro. Privato di quel viaggio, il film avrebbe perso il suo significato più profondo. Fu a quel punto che Tom Hanks e il regista Robert Zemeckis fecero un gesto memorabile: condivisero i costi e pagarono quelle riprese di tasca propria. Il resto è storia del cinema: incassi stellari e oltre 678 milioni di dollari portati a casa in tutto i mondo. Oltre a ciò, sei statuette vinte, incluse quelle per il Miglior Film e come Miglior Attore Protagonista e un'opera rimasta impressa a fuoco nella cultura pop globale. Alla fine, la scommessa fruttò a Tom Hanks un assegno monumentale da circa sessanta milioni di dollari. Ma il vero guadagno non si misura in banconote: l'attore ottenne lo status di leggenda vivente e la stima incondizionata di tutta l'industria cinematografica. Quella lunghissima ed estenuante corsa di Forrest attraverso gli Stati Uniti dovenne la metafora esatta di ciò che Hanks stava facendo dietro le quinte: correre verso un traguardo invisibile, guidato solo dall'istinto. Auguri a Tom Hanks. Oggi è il suo compleanno.
Ph web
PROF. DEB
" Se l'uomo è buono, il principio di eguaglianza dovrebbe agire all'esterno tanto quanto all'interno. All'uguaglianza del corpo cittadino dovrebbe corrispondere quella di tutti gli uomini sulla terra. La sinistra democratica avrebbe applaudito una vittoria del protezionista Sanders, ma essa ha il dovere di considerare Trump un abominio. Allo stesso modo, in Francia, avremmo preferito una classe operaia sedotta da Mélenchon piuttosto che da Le Pen. Siamo qui vittime di una visione falsa della storia, di una concezione deduttiva e filosofica della democrazia piuttosto che empirica e antropologica. La storia ci mostra attraverso numerosi esempi […] che la democrazia non è, alla sua base, di essenza universalista.
Prima che emergesse il concetto di isonomia (uguaglianza dei cittadini davanti alla legge), la nascita della democrazia ateniese fu violentemente etnica, con un corpo di cittadini definiti contro gli schiavi, contro i meteci, contro i cittadini delle altre polis greche e contro i barbari. L'Inghilterra rivoluzionaria di Cromwell, protestante e nazionalista, trattò i cattolici come dei paria e fu capace di commettere, nel nome della superiorità del nuovo popolo eletto, molte atrocità in Irlanda. La democrazia americana aveva invece trovato la sua dinamica propria di ostilità nei confronti degli indiani e dei neri, per arrivare a maturità con il razzismo del presidente Jackson, idolo di Trump e suo pari per il livello di volgarità. La crescita generale della democrazia in Europa, tra il 1789 e il 1900, è stata accompagnata da una progressione non meno generale del nazionalismo, vale a dire della definizione del corpo sociale contro l'Altro, il più delle volte un popolo vicino percepito come minaccioso in modo specifico. Per quanto riguarda la Francia, questo Altro fu rappresentato dagli inglese nel 1793, dai tedeschi nel 1914. "
Emmanuel Todd, Breve storia dell'umanità. Dall'homo sapiens all'homo oeconomicus, traduzione di Julie Sciardis, LEG Edizioni, 2019, pp. 300-301.

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Toni Servillo contro vannacci. È il ritorno di un fascismo aggressivo e molto ignorante, non hanno nulla da dare tranne la violenza , tipica fascista...
“Mario Adinolfi, il giornalista e leader del Popolo della Famiglia, è ai domiciliari per l’accusa di truffa ed evasione fiscale. Come riportato dal quotidiano La Repubblica, la guardia di finanza ha arrestato Adinolfi per un’indagine che ha al centro la cosiddetta “scommessa collettiva“: secondo la Procura di Roma, attraverso quel circuito sono stati raccolti milioni di euro da privati con la promessa di rendimenti legati alle scommesse sportive che, per diversi partecipanti, non si è tradotta nella restituzione delle somme investite. Secondo gli inquirenti, ricostruisce il quotidiano, “il presunto sistema avrebbe prodotto un danno vicino ai cinque milioni di euro; altri 400mila euro sarebbero invece il frutto dell’evasione fiscale contestata dagli investigatori” (Il Fatto Quotidiano).
Un altro capolavoro per questo genio contemporaneo. Daje Mario
Andrea Scanzi
Giorgia Meloni visita un poverissimo paese della Barbagia e chiede al sindaco quali siano le tre priorità per rilanciare la zona.
«La prima è l’ospedale: c’è, ma mancano i medici».
Lei tira fuori il telefonino, parla per un paio di minuti e poi annuncia:
«Fatto. Entro una settimana arrivano i medici».
«La seconda è l’acqua: c’è, ma una miniera a monte ha inquinato le falde».
Lei riprende il telefonino, altre due parole, e dice:
«Fatto. Entro un mese le falde saranno bonificate e la proprietà risarcirà gli abitanti».
«E la terza?» chiede lei.
«La terza sono i telefonini» risponde il sindaco.
«Qui non prende niente».

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"È per il sottoscritto un'intima gioia l'idea di far sapere ai cittadini come non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato." Lo ha detto l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, a proposito di un furgone blindato per il trasporto dei detenuti.
Un anno e mezzo dopo, quella frase resta la fotografia più onesta di ciò che questo governo pensa del carcere. E oggi, con le temperature di questa estate, descrive una realtà letterale, non retorica.
Al 31 maggio i detenuti nelle carceri italiane erano 64.741 per 51.269 posti regolamentari: un sovraffollamento del 126%. Contando solo i posti davvero disponibili, al netto delle sezioni chiuse o inagibili, il tasso reale sale al 139%.
Il ministro Nordio è al dicastero della Giustizia da quattro anni. Quattro estati identiche a questa, quattro estati di allarmi da parte dei garanti, dei sindacati di polizia penitenziaria, delle associazioni, e nessun intervento strutturale sul sovraffollamento. Solo proclami elettorali sulle carceri, ormai dimenticati, e un sottosegretario che di quella sofferenza si dichiara pubblicamente contento.
E sia chiaro: non è soltanto una frase infelice. È la cifra di un governo che ha smesso di considerare il carcere un problema, perché crede che a soffrirne siano soltanto altri, chi non ha voce, chi è invisibile, dimenticando anche la polizia penitenziaria e tutti gli operatori che in quelle condizioni lavorano ogni giorno.
Di privazione della libertà, in questo Paese, si parla poco e male. E lo si deve anche a ministri e sottosegretari così.
A Delmastro e Nordio rivolgo un invito preciso: seguitemi. Venite con me in una cella, toccate con mano quello che vedo ogni volta che varco quella soglia. E poi ditemi se provate ancora la stessa intima gioia, davanti a chi non riesce a respirare per il caldo.
Ilaria Cucchi
Al Capone, il padrone di Chicago. Probabilmente il gangster più famoso di tutti i tempi, Al Capone, meglio noto come Scarface, dominò per anni i bassifondi di Chicago tra mazzette e omicidi. Alla fine fu incarcerato con l'accusa di aver evaso il fisco e morì nel proprio letto nel 1947.
Al Capone nacque con il nome di Alphonse Gabriel a Brooklyn, nel 1899, da immigrati italiani della Campania. Dopo aver lasciato la scuola, intorno ai 14 anni, iniziò a lavorare per la criminalità organizzata ai comandi del potente gangster Johnny Torrio.
Divenuto il suo mentore, Johnny introdusse il giovane Al nel mondo delle bande criminali e in particolare alla Five Points Gang, la più pericolosa di tutti i tempi, comandata dal pugile nei pesi gallo Paul Kelly, il cui vero nome era Paulo Vaccarelli Antonini.
Dopo aver vissuto brevemente a Baltimora, Capone si trasferì a Chicago su invito di Torrio.
Nel giro di qualche anno, i due misero in piedi un impero fondato sui ricavi della prostituzione, del gioco d’azzardo e sulla vendita illegale degli alcolici. Non bisogna infatti dimenticare che nel 1920 entrò in vigore il Volstead Act che instaurò il proibizionismo, ovvero il divieto e la vendita di alcool.
Dopo un fallito attentato nei suoi confronti, però, Torrio decise di ritirarsi, lasciando al 26enne Capone il comando di uno degli imperi criminali più potenti degli Stati Uniti.
Capone e Torrio avevano corrotto molte persone nella polizia di Chicago, garantendosi l’impunità mentre allargavano la loro rete di contrabbando, che riguardava alcol, sigari e alimenti, e arrivava fino al Canada.
Oltre ai molti bordelli e al gioco d’azzardo, la parte più importante degli affari della Chicago Outfit era comunque rappresentata dai liquori: Capone creò a Chicago un clima di terrore tra i bar, che se si rifiutavano di acquistare da lui l’alcol spesso venivano fatti esplodere.
Con il passare degli anni, le violenze tra la gang di Capone e le organizzazioni rivali aumentarono. Nel settembre del 1926 alcuni sicari della North Side Gang cominciarono a sparare contro le finestre della casa di Capone. Lui ne uscì illeso, ma diversi suoi stretti collaboratori, in quel periodo, vennero rapiti e uccisi.
Capone voleva risolvere una volta per tutti i problemi con la North Side Gang e incaricò i suoi uomini di uccidere Bugs Moran, che ne era diventato il capo e la mattina del 14 febbraio 1929 gli uomini di Capone uccisero con i mitragliatori sette rivali.
L’episodio divenne famoso come Massacro di San Valentino, e fu un momento di svolta nell’ancora breve carriera di Capone da gangster.
Anche se tutto sembrava filare liscio per il mafioso, l'inizio della fine del suo regno avvenne con un cambio di legge. La maggior parte dei giudici pensava che ciò che aveva reso immensamente ricchi i mafiosi che si dedicavano alla prostituzione, al gioco e al traffico di alcolici fosse l'evasione fiscale.
Nel 1927 la Corte Suprema impose una tassa che costringeva a pagare anche le entrate illecite. Fino a quel momento non era stato possibile trovare un cavillo legislativo per mettere Capone dietro alle sbarre.
Nel 1928 Capone si trasferì con la famiglia a Miami per fuggire dal governo e dai propri nemici. All'epoca il famoso agente Eliot Ness e la sua squadra di intoccabili gli erano già alle calcagna. Fu però un investigatore del dipartimento del tesoro di nome Frank J. Wilson a scoprire le fatture che collegavano Capone ai ricavi del gioco illegale e all'evasione fiscale.
Il 18 ottobre 1931 Capone fu condannato per evasione fiscale. Qualche giorno dopo Wilkerson stabilì la pena a undici anni di carcere, la più lunga mai assegnata per un reato simile.
Fu imprigionato prima ad Atlanta, ma ci arrivò in pessime condizioni: la demenza causata dalla sifilide, non curata in giovane età, rendeva incoerente e vulnerabile, la gonorrea lo aveva indebolito, e aveva una grave dipendenza da cocaina.
Anche a causa delle minacce e delle aggressioni degli altri detenuti, Capone fu presto trasferito al carcere di Alcatraz, aperto da poco. Qui, nel 1936, venne accoltellato con mezza forbice nei locali della lavanderia da un altro carcerato.
La demenza diventò sempre più grave e Capone passò l’ultimo anno della sua sentenza nell’ospedale della prigione, in stato confusionale. Nel gennaio del 1939 fu trasferito in un carcere di bassa sicurezza a Los Angeles, e qualche mese dopo venne rilasciato.
Capone si trasferì a Palm Beach, in Florida, dove trascorse gli ultimi anni sotto le cure della moglie Mae. Ormai la malattia mentale lo aveva reso quasi totalmente incapace di intendere e di volere.
Morì il 25 gennaio 1947, a 48 anni, d’ infarto per complicazioni legate a un ictus e una polmonite.
Al Capone morì in condizioni di indigenza e declino. Nonostante l'immenso impero criminale gestito negli anni '20, perse la sua fortuna a causa delle spese legali, dei debiti con il fisco e della grave malattia.
Spesso sulla sua tomba al Mount Carmel Cemetery di Hillside, poco fuori Chicago, si può trovare un sigaro lasciato da un visitatore.
-Gabriele Gargantini - https://www.ilpost.it/2017/01/25/al-capone-2/... -Roberto Iossa- https://storienapoli.it/.../al-capone-angri-origini.../ -J.M.Sadurni - https://www.storicang.it/.../capone-il-padrone-di-chicago...
Dovremmo preoccuparci?
Ok, proviamo a metterla in questo modo.
In Europa c’e` un’emergenza medica con un’alta mortalita`. Non si tratta di una malattia infettiva e non ci sono farmaci specifici per trattarla. Ci sono pero` metodi per prevenirne gli esiti piu` gravi.
Una emergenza medica che:
-in Europa, ha ucciso o contribuito ad uccidere oltre 200 mila individui negli quattro anni. Dovremmo preoccuparci?
-sta peggiorando. Per dirne una: negli ultimi vent’anni la sua mortalita` tra gli over65 e` quasi raddoppiata (+85%). Dovremmo preoccuparci?
-in Italia, solo nel 2023, i decessi legati a questa condizione sono stati circa 12.750. Giusto per avere un termine di paragone: sono il quadruplo di quelli causati dagli incidenti stradali. Nel 2024 i mosrti sono stati anche di piu`: oltre 19 mila. Dovremmo preoccuparci?
-in Europa tra fine giugno e inizio luglio, i morti imputabili a questa emergenza medica sono stati 5600, di cui oltre 2000 nella sola Francia. Il tutto in appena UNA SETTIMANA. Dovremmo preoccuparci?
Non so voi, ma a me sembra essere un problema che merita di essere preso davvero sul serio.
Eppure non e` cosi`, semplicemente perche` e` un argomento che e` diventato estremamente politicizzato e polarizzante… perche` tale emergenza medica si chiama “ondate di calore”.
Ovviamente non c’e` nessuna pretesa che questi pochi numeri riescano a smuovere chi ha posizioni negazioniste ed estreme riguardo la #crisiclimatica; tuttavia, nel mio ottimismo, al di la` di quello che i singoli utenti possano pensare riguardo le cause sottostanti, mi sembra piu` che ovvio che un problema c’e`, e come tale andrebbe affrontato e discusso, non ignorato o, peggio, deriso.
Va da se` che questo ragionamento vale anche (e soprattutto) per i decisori politici, tipo la nostra seconda carica dello Stato, #ignaziolarussa, che pochi giorni fa durante la presentazione di un libro e` riuscito a infilare diverse sciocchezze nei suoi otto minuti di discorso, tra cui:
“Ma i Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima. E sopravvivono. Vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo…”
Al che, poco dopo, ha risposto anche #GiorgioParisi, il premio Nobel per la fisica nel 2021 (per ricerche direttamente legate al cambiamento climatico, non come l’altro premio Nobel per la fisica italiano, continuamente tirato per la giacchetta e citato a sproposito). Qui il commento di Parisi:
“Certo che si muore di caldo. Magari non il presidente del Senato, che immagino abbia l'aria condizionata. A pagarne le conseguenze sono i più vulnerabili (…) Se uno sta al camposanto, sotto un metro di terra, non sente tanto caldo. Quindi, alla fine lì ci si abitua".
O ancora:
"Certo uno si puo` abituare, ma puo` anche andare al Camposanto prima di abituarsi. Il problema e` che nel futuro non e` che saremo a queste temperature; piu` va avanti piu` le temperature peggiorano. E teniamo conto che se in media nel mondo le temperature salgono di un grado, in Italia la temperatura sale di due gradi.”
Questa ultima ondata di calore infatti, oltre ad essere gia` la terza dell’anno, e` anche la piu` potente mai registrata in Europa, e secondo i climatologi sarebbe stata praticamente impossibile appena cinquant’anni fa. Nel frattempo, infatti, la concentrazione di CO2 in atmosfera e` aumentata addirittura del 30% (da circa 330 parti per milione a circa 430): un’impennata semplicemente ENORME se si considera quanto lentamente questi cambiamenti sono avvenuti finora nella storia del nostro pianeta.
Ora, vedo solo due opzioni possibili, una sensata e una no.
La prima e` prendere sul serio questi numeri, e dare ascolto a chi queste cose le mastica e le maneggia per mestiere: si scoprira` che le opinioni degli addetti ai lavori sono sorprendentemente uniformi, con davvero solo una manciata di (rumorose) mosche bianche.
In alternativa, si puo` decidere di “fare spallucce” come fa La Russa, e fingere che il mondo vada avanti lo stesso come prima o che non si possa fare niente per cambiarlo. Un atteggiamento che e` un’emerita sciocchezza e che ha gia` iniziato a presentare il conto, primi fra tutti in Europa proprio agli italiani che La Russa contribuisce a governare.
PS: giusto per dare ulteriore contesto, qualche giorno fa il Veneto ha gia` dichiarato l’emergenza idrica, e siamo appena a inizio estate.
da Fabiologia

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Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare.
Loro sono i capitalisti, noi siamo i proletari del mondo d’oggi: non più gli operai di Marx o i contadini di Mao, ma 'tutti coloro che lavorano per un capitalista, chi in qualche modo sta dove c’è un capitalista che sfrutta il suo lavoro'.
A me sta a cuore un punto. Vedo che oggi si rinuncia a parlare di proletariato. Credo invece che non c’è nulla da vergognarsi a riproporre la questione.
È il segreto di pulcinella: il proletariato esiste. È un male che la coscienza di classe sia lasciata alla destra mentre la sinistra via via si sproletarizza.
Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare.
Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto?
Recuperare la coscienza di una classe del proletariato di oggi, è essenziale. È importante riaffermare l’esistenza del proletariato. Oggi i proletari sono pure gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari, i pensionati. Poi c’è il sottoproletariato, che ha problemi di sopravvivenza e al quale la destra propone con successo un libro dei sogni.
Edoardo Sanguineti, sul Secolo XIX il 6 gennaio 2007
The 100 Year Old Man