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A PROPOSITO DI «STIMA "NON RECIPROCA"»!
Doveva essere il giorno del grande processo a Giuseppe Conte per la gestione del Covid, la vendetta politica perfetta di Giorgia Meloni, il "plotone d’esecuzione”, come lo ha definito lui.
E invece l’ex Presidente del Consiglio con un colpo da maestro è riuscito a ribaltare il tavolo trasformandolo in un atto d’accusa al governo Meloni.
Dalle carte della difesa ha tirato fuori, e contemporaneamente consegnato ai pm, un verbale ricevuto in forma anonima che mostra come la società del suo grande accusatore, la Jc Elecrtonics di Dario Bianchi, abbia contraffatto le mascherine Covid.
“La stessa società - ha spiegato Conte - alla quale il governo Meloni ha dato 100 milioni di euro”.
Non solo. In dieci minuti di audizione Conte, oltre a presentare il documento, ha smontato punto per punto le accuse dando a Meloni & C. una lezione di stile, politica e rispetto delle istituzioni.
“Giuro di dire la verità sul mio onore. L'onore per me viene prima di tutto, significa rispetto verso me stesso e verso le persone che hanno perso la vita durante la pandemia, verso i loro familiari e verso gli operatori sanitari.
Giuro sul mio onore, l'onore che qualcuno qui ha perso già durante la pandemia, quando anziché essere in prima fila a combattere con noi in trincea si è rifugiato nelle polemiche sterili e nelle strumentalizzazioni più futili.
L'onore che qualcuno qui non ha più riguadagnato, in occasione di questa commissione, concepita come un plotone d'esecuzione nei miei confronti e, al contempo, come una gabbia di protezione verso gli amministratori locali dei propri partiti.
Non mi sono mai sottratto. Così intendo la politica, la politica per me è trasparenza e anche massima rendicontazione del proprio operato, sempre e comunque".
Non accetto lezioni sulla paura e sull'onore da chi non può darle. Non posso accettare che venga rappresentata la mia posizione come una posizione di paura di chi deve nascondere, perché sono altre. Ancora ieri in Parlamento abbiamo visto le situazioni in cui si ha paura, si scappa, non si forniscono le chat, si scudano i compagni di partito. Non credo che ci sia qualcuno che mi debba insegnare qualcosa.
Abbiamo lavorato in una situazione di grande difficoltà per cercare di salvare il Paese, non distinguendo il giorno dalla notte, ma non è una frase fatta.
Abbiamo salvato nel 2020 oltre 330.000 posti di lavoro, grazie al blocco dei licenziamenti che noi in Italia abbiamo avuto il coraggio di fare.
Potete scavare quanto volete: non troverete mai qualcosa di illecito per quel che mi riguarda. Perché comportamenti illeciti non ci sono mai stati. Ho svolto il mio compito come la Costituzione impone con disciplina e onore. E non permetto a nessuno di gettare ombre sulla gestione della pandemia, perché queste ombre che gettate per mera speculazione politica finiscono per estendersi anche sugli uomini e sulle donne dello Stato che si sono battute per salvaguardare la comunità nazionale.
I governi nazionali hanno dovuto tutti operare questo bilanciamento, ovviamente rimettendo ai Parlamenti nazionali la verifica politica e alle Corti di giustizia la verifica giudiziaria.
Uso una parola molto cara da parte di alcuni, anche se qui finiamo per oscurarne il significato: sono loro i veri ‘patrioti’, erano loro in trincea. Poi ci sono non i veri patrioti, ma gli speculatori di una grave tragedia nazionale e internazionale.
Non ricordiamo un vostro contributo utile, da parte degli speculatori, un suggerimento plausibile come gesto di responsabilità per la difesa del Paese”.
Pensavano di mettere all’angolo Conte per motivi di greve propaganda, come tutto quello che fa il governo Meloni.
Hanno finito per essere messi alle corde loro.
Ora lo spieghino agli italiani.
E che siano più convincenti delle loro (risibili) accuse.
(Lorenzo Tosa)
A Hiroshima sono le otto e un quarto del mattino, ed è lunedì.
Fa già caldo. La città si sveglia come si sveglia la tua: un uomo infila le mani nella farina, un ragazzino corre a scuola con la cartella che gli sbatte sulla schiena, una donna stende i panni sul filo e alza gli occhi perché sta passando un aereo.
Ne passavano tutti i giorni, di aerei.
Del resto è inevitabile: il Giappone ha perso, è solo questione di tempo prima che questa assurda guerra che ha impoverito il paese finisca.
Solo questione di tempo...
Ma il tempo, per quella casalinga, per quel bambino, per quel fornaio, finisce 46 secondi dopo.
Un lampo. Il vento bollente. 80 mila vite polverizzate in 46 secondi.
Ti sei mai chiesto perché proprio Hiroshima?
Per mesi, prima di quel lunedì, i bombardieri americani avevano incendiato una città giapponese dopo l'altra.
Tokyo, Osaka, Kobe. Decine di città ridotte in cenere.
Hiroshima no. Hiroshima l'avevano lasciata stare.
Non per pietà. Non per errore.
Perché mesi prima una commissione di militari e di scienziati si era seduta attorno a un tavolo e aveva scelto quali città non andavano toccate. Il motivo lo hanno messo per iscritto, e quel documento oggi lo puoi leggere: se la città arriva già bruciata, i danni della bomba nuova non si vedono bene. Serviva una città intera, in piedi, funzionante.
Serviva un prima e un dopo netti.
Nello stesso documento annotano che intorno a Hiroshima ci sono delle colline, e che quelle colline avrebbero rimbalzato l'onda d'urto verso il centro, aumentando la distruzione.
Lo scrivono come si scrive una nota tecnica.
Quindi quell'uomo con le mani nella farina non è stato dimenticato dalla guerra per mesi. È stato tenuto lì. Il suo forno, la sua strada, la scuola di quel ragazzino: tutto è rimasto in piedi perché servisse in piedi.
Tu lo capisci cosa vuol dire? Non erano un obiettivo. Erano un metro di misura.
ERA UN CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ BEN PROGETTATO. ESSERI UMANI USATI COME CAVIE PER TESTARE LA POTENZA DELL'ULTIMO MODELLO DI BOMBA.
Tre giorni dopo, il presidente americano parla alla radio e dice al mondo che la prima bomba atomica è caduta su "una base militare". Nessuno gli ha mai chiesto conto di quelle due parole. Nessuno gliele ha mai fatte ritirare.
Ed è tutto qui, il punto: in guerra non esiste giustizia e non esiste nemmeno la vittoria.
Esiste soltanto il racconto di chi rimane in piedi, e chi rimane in piedi non racconta i fatti.
Sceglie le parole.
Detta la propaganda.
Scrive ciò che imparano i bambini sui libro di scuola.
Accadeva allora.
Accade oggi.
Ti raccontano che la guerra la fanno i popoli per la libertà.
Hiroshima insegna: la guerra la fanno i potenti per soldi.
Solo per i soldi.
Adamo Romano

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Vorrei conoscer l’odore del tuo paese
Camminare di casa nel tuo giardino
Respirare nell’aria sale e maggese
Gli aromi della tua salvia e del rosmarino
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
Parlando con me del tempo e dei giorni andati
Vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero
Come se amici fossimo sempre stati
Vorrei incontrare le pietre le strade gli usci
E i ciuffi di parietaria attaccati ai muri
Le strisce delle lumache nei loro gusci
Capire tutti gli sguardi dietro agli scuri
E lo vorrei
Perché non sono quando non ci sei
E resto solo coi pensieri miei ed io
Vorrei con te da solo sempre viaggiare
Scoprire quello che intorno c’è da scoprire
Per raccontarti e poi farmi raccontare
Il senso d’un rabbuiarsi o del tuo gioire
Vorrei tornare nei posti dove son stato
Spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
E per farmi da te spiegare cos’è cambiato
E quale sapore nuovo abbia l’universo
Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
O il mare di una remota spiaggia cubana
O un greppe dell’Appennino dove risuona
Fra gli alberi un’usata e semplice tramontana
E lo vorrei
Perché non sono quando non ci sei
E resto solo coi pensieri miei ed io
Vorrei restare per sempre in un posto solo
Per ascoltare il suono del tuo parlare
E guardare stupito il lancio la grazia il volo
Impliciti dentro al semplice tuo camminare
E restare in silenzio al suono della tua voce
O parlare parlare parlare parlarmi addosso
Dimenticando il tempo troppo veloce
O nascondere in due sciocchezze che son commosso
Vorrei cantare il canto delle tue mani
Giocare con te un eterno gioco proibito
Che l’oggi restasse oggi senza domani
O domani potesse tendere all'infinito
E lo vorrei
Perché non sono quando non ci sei
E resto solo coi pensieri miei ed io
#FrancescoGuccini - Vorrei
LA FABBRICA NATO DELLA GUERRA HA TROVATO IL SUO NUOVO INDIRIZZO: L’UCRAINA
Il missile russo che ha distrutto vicino a Kiev lo stabilimento di Terminal Autonomy non ha colpito una romantica officina artigianale intenta a costruire aquiloni per la pace.
Ha colpito una fabbrica di droni appartenente a una società registrata negli Stati Uniti, produttrice di velivoli d’attacco destinati al fronte ucraino. Lo ha raccontato persino il Guardian, precisando che si tratterebbe del primo attacco russo noto contro un’azienda americana della Difesa operante in Ucraina.
Ed ecco svelato il nuovo prodigio industriale di Kiev.
La società è americana.
I finanziamenti sono occidentali.
L’elettronica, i motori e i sistemi di guida arrivano dall’Occidente.
La produzione viene distribuita in decine di strutture ucraine.
Poi si applica il tridente sulla fusoliera e il drone diventa miracolosamente “ucraino”.
È la mozzarella di Kiev: latte straniero, capitale straniero, confezione NATO e denominazione patriottica.
Il sistema è stato progettato per sopravvivere agli attacchi russi: niente gigantesche fabbriche facilmente riconoscibili, ma piccoli impianti, officine disperse, magazzini separati, assemblaggi frammentati e sedi legali comodamente sistemate oltreconfine.
Una parte della fabbrica resta in Ucraina, dove può essere colpita.
Il cervello finanziario e tecnologico rimane invece in Europa e negli Stati Uniti, al riparo.
Kiev offre il territorio.
Washington la ragione sociale.
Bruxelles il denaro.
Le aziende europee la componentistica.
I cittadini ucraini, come sempre, il sangue.
Poi i nostri governi ci spiegano che la NATO non partecipa alla guerra.
No, infatti.
Si limita a progettare, finanziare, fornire, assemblare, integrare e proteggere l’intera catena industriale. Una presenza discreta, quasi spirituale.
Anche Fire Point sta integrando tecnologia di aziende europee nel progetto antimissile Freyja, lavorando con gruppi come Leonardo, Thales, Saab, Eurosam e Kongsberg. Più che un’azienda nazionale ucraina, un catalogo della Difesa europea con il tridente sulla copertina.
Il precedente storico è tutt’altro che rassicurante.
Quando i bombardamenti alleati iniziarono a devastare la Germania nazista, tra il 1943 e il 1945, il Reich disperse la produzione bellica in piccoli stabilimenti, gallerie, miniere e impianti sotterranei. Non perché fosse diventato pacifista, ma perché cercava di continuare a produrre armi mentre le sue fabbriche venivano demolite dal cielo.
Oggi il metodo industriale ritorna: produzione frammentata, strutture nascoste, componenti distribuiti e stabilimenti sacrificabili.
Il paragone riguarda il modello produttivo sotto bombardamento, non un’equivalenza politica. Ma resta un’ironia feroce: l’Europa che ogni giorno evoca Hitler per giustificare la guerra alla Russia finanzia un sistema industriale organizzato secondo una soluzione adottata proprio dalla Germania nazista quando cominciò a perdere la guerra.
E il missile russo contro Terminal Autonomy ha dimostrato anche un’altra cosa: Mosca non guarda il certificato societario appeso all’ingresso.
Se una fabbrica americana costruisce droni d’attacco in Ucraina, per la Russia non diventa un’ambasciata protetta dall’immunità diplomatica. Diventa un obiettivo militare.
L’Occidente ha trasformato l’Ucraina in una fabbrica diffusa della NATO, poi si scandalizza quando la Russia colpisce la catena di montaggio.
È la grande strategia europea:
costruire armi dentro una guerra,
nascondere i proprietari dietro società straniere,
disperdere gli impianti tra strutture civili e industriali,
e infine gridare all’escalation quando arriva il missile.
La fabbrica è americana.
Il conto è europeo.
Il bersaglio è in Ucraina.
Ma tranquilli: continuano a chiamarla pace.
Don Chisciotte
Gli eroi son tutti giovani, belli e immortali.
Ciao Francesco
" Da settimane i sondaggi suggerivano la necessità di un nuovo bersaglio. Da quando il nuovo governo si era installato, il popolo ne consumava uno ogni due giorni. L’ultima campagna, quella contro le famiglie omosessuali, era stata meno efficace del previsto, quanto al resto non gliene fregava più niente a nessuno: le barche affondavano indisturbate nel mare e le banche affondavano indisturbate nei crediti inesigibili; gli schiavi continuavano a raccogliere pomodori indisturbati, ma i campi dove lo facevano erano scomparsi grazie a un accordo-quadro con Google Maps; le ong erano state messe fuori legge, ma per aiutare i cooperanti rimasti senza lavoro era stata creata una ong per le ong; una nuova legge aveva ridefinito la legittima difesa in quanto “legittima difesa da ragionevole paura”, ed equiparato il porto d’armi alla patente di guida (e la domanda – raccontava un articolo nelle pagine interne – era così alta che un impresario di Usmate Velate, provincia di Monza e Brianza, aveva lanciato un servizio di finti furti in casa, ingaggiando figuranti romeni). "
Giacomo Papi, Il censimento dei radical chic, Feltrinelli (collana I Narratori), Gennaio 2019¹; pp. 42-43.
«Siamo entrati nel regno della vanità. Ci hanno fottuto lì. Prenda i politici di oggi: quando li osservo ho pietà per loro. Mi sento male: santo dio, ma da dove vengono?
Quando vedo gente incapace di spogliarsi delle propria bestialità, soffro sempre. Anche se è una bestialità in giacca e cravatta. [...]Detesto i politici di oggi, ma non escludo possano cambiare.
Li aiuterei perché siamo tutti uguali. È inutile dire “Quello è cretino”. Non è escluso che una faccia di merda, un ladro o un delinquente, un giorno non possa essere illuminato da un’intuizione, redimersi e superarti nel percorso della virtù e della conoscenza.
Una cosa interessante dell' esistenza è la possibilità di elevarsi. Il fatto che qualcuno, un mascalzone o un assassino, guardandosi allo specchio, possa improvvisamente riflettere e capire: “Ma che cavolo di vita ho condotto fino a ora?”. Succede. Ed è più utile di una sciatta preghiera innalzata pigramente a Dio nell’illusorio tentativo di salvarsi. Secondo il calendario del Bardo l’uomo ha sette possibilità di finire in zone elevatissime. Per certi parlamentari, l’eventualità è oggettivamente tenue. Mai dire mai però».
- Franco Battiato

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I QUARANTA GIORNI DI ZELENSKY SONO FINITI. LA RUSSIA, DISTRATTAMENTE, NON SI È RITIRATA
Il 25 giugno Zelensky annunciava con la consueta solennità presidenziale — quella da trailer hollywoodiano con sottofondo epico — una grande operazione di quaranta giorni affidata ai servizi ucraini.
Obiettivo dichiarato: aumentare la pressione sulla Russia e costringerla a porre fine alla guerra.
Quaranta giorni dopo, possiamo finalmente consultare il tabellone dei risultati.
La Russia non si è ritirata.
Putin non ha chiesto asilo politico in Estonia.
L’Armata russa non ha abbandonato il Donbass inseguita dai droni di Kiev e dalle dichiarazioni di Ursula von der Leyen.
Sul campo, Mosca continua invece ad avanzare nel Donetsk e rivendica persino la conquista di Konstantynovka, città strategica della cintura fortificata ucraina. Kiev nega che la città sia interamente caduta e fonti indipendenti descrivono ancora una situazione contesa. Ma già il fatto che si discuta se Konstantynovka sia stata perduta tutta o soltanto in parte racconta discretamente l’esito della trionfale operazione che avrebbe dovuto piegare la Russia. (Reuters)
Nel frattempo Zelensky ha “rinnovato” il governo con la delicatezza di una mietitrebbia: via la premier, via il ministro della Difesa, via altri uomini chiave dell’apparato. Una purga estiva che ha provocato proteste persino a Kiev, dove migliaia di persone sono scese in strada per chiedere il ritorno del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov. (Reuters)
E dopo quaranta giorni trascorsi a spiegare che Mosca sarebbe stata costretta alla resa?
È comparsa la richiesta di un “cessate il fuoco aereo”.
Una formula elegante per dire: noi continuiamo pure a parlare di vittoria, ma intanto vediamo se riusciamo a far smettere i missili.
Funziona così la comunicazione del Narcoclown: prima annuncia l’operazione destinata a cambiare la guerra, poi cambia il governo, poi chiede la tregua e infine presenta tutto come una nuova fase della strategia.
Non esistono sconfitte.
Esistono soltanto vittorie che devono essere spiegate molto, molto lentamente.
Fonti: dichiarazione della Presidenza ucraina sull’operazione dei quaranta giorni; Reuters; Institute for the Study of War; The Guardian.
Don Chisciotte
UCRAINA, LA LISTA NERA E I DRONI CONTRO I MAGAZZINI CIVILI
Prima arriva il nome su Myrotvorets, il famigerato archivio ucraino dove vengono schedati pubblicamente giornalisti, imprenditori, politici e cittadini accusati di essere “nemici dell’Ucraina”.
Poi arrivano i droni.
Tatiana Kim, fondatrice di Wildberries, viene accusata di sostenere pubblicamente la Russia mentre, da quasi due settimane, magazzini e centri logistici della sua azienda vengono colpiti in diverse regioni russe.
Non caserme.
Non rampe missilistiche.
Non fabbriche di carri armati.
Magazzini di un’impresa commerciale, con lavoratori civili all’interno.
Il risultato, secondo le autorità russe, è una scia di morti e decine di feriti. Il Comitato Investigativo ha aperto procedimenti per terrorismo.
Naturalmente il catechismo occidentale è già pronto: quando un drone colpisce un civile russo, non è terrorismo. È “pressione strategica”. Se muore un magazziniere, diventa un danno collaterale. Se viene schedata un’imprenditrice, è “lotta alla propaganda”.
La civiltà dei valori funziona così:
prima ti inseriscono in una lista;
poi colpiscono ciò che hai costruito;
infine spiegano che, in fondo, te la sei cercata.
Myrotvorets non è un semplice sito: è il simbolo di un clima politico nel quale la gogna pubblica precede troppo spesso la violenza. Un archivio di bersagli travestito da iniziativa patriottica.
E mentre l’Europa continua a finanziare, armare e assolvere Kiev, nessuno osa porre la domanda più semplice: fino a quando un governo potrà colpire infrastrutture civili, schedare persone e chiamare tutto questo “difesa della democrazia”?
Non è difesa.
Non è libertà.
Non è democrazia.
È la normalizzazione della vendetta politica e della guerra contro i civili.
Fonti: Reuters; autorità investigative russe; comunicazioni pubbliche di Wildberries.
Don Chisciotte
ECCO A CHI MANDIAMO LE ARMI
In questo video, che nessun tg italiano mai trasmetterà, madre e figlia urlano disperate mentre il loro marito e papà viene rapito dalla polizia per essere mandato al fronte.
Scene come questa in Ucraina avvengono ovunque e in ogni momento, il reclutamento forzato è una piaga del paese, condannata da tutte le organizzazioni indipendenti dei diritti umani.
I guerrafondai occidentali definiscono quella del regime ucraino una “resistenza”. Vi risulta che i nostri partigiani facessero il reclutamento così? No, semmai così facevamo i repubblichini fascisti collaborazionisti dei nazisti tedeschi.
Sia chiaro, il fatto che in Ucraina ci sia un regime autoritario e violento, come riconosciuto dalla stessa nostra magistratura che per questo ha rifiutato l’estradizione di un ucraino arrestato qui; il fatto che il regime di Kiev perseguiti la propria stessa popolazione, NON giustifica l’intervento militare della Russia nel paese. Non è accettabile mai che uno Stato ne invada un’altro, questo vale per la Russia, come per gli USA l’Europa, L’Italia, la NATO, che di guerre di aggressione ne fanno da decenni.
Quindi il punto non è non condannare la Russia, ma non armare un regime ucraino che nega alla sua popolazione i fondamentali diritti umani.
Perché coloro che esaltano la guerra in Ucraina come una guerra di libertà, aprono la via a portare qui da noi quelle “ libertà”. Esattamente come chi sta con Israele è complice di quello che il regime sionista fa ai palestinesi e dello stato di polizia razzista che quel regime vuole esportare da noi.
Noi dobbiamo sostituire la diplomazia alle armi, non solo perché questa è la sola via per fermare davvero la guerra in Ucraina. Ma anche perché dobbiamo essere consapevoli di chi sono quelli che armiamo.
Giorgio Cremaschi
Quella di Federico Venco è una di quelle storie che fa male anche solo scrivere, raccontare.
Ma abbiamo il dovere di farlo.
È la storia di un giovane uomo di 36 anni che non c’è più, morto ammazzato per strada per aver compiuto un gesto di generosità, di umanità.
È accaduto sabato sera a Somma Lombardo, provincia di Varese.
Federico stava guidando la sua moto quando si è accorto di una ragazza in difficoltà sul ciglio della statale del Sempione. Non la conosce, non l’ha mai vista prima. Ma fa la cosa più spontanea e umana che gli venga in mente: si avvicina per aiutarla, darle una mano.
La ragazza sta cercando al buio qualcosa sul ciglio della strada.
Federico accosta, le chiede se ha bisogno di aiuto. Lei risponde che ha un appuntamento al cimitero di Maddalena, ma non trova più il telefono col navigatore, è spaesata.
Federico allora si offre di accompagnarla lui, scortandola in moto nel buio.
Ma quel gesto di generosità gli sarà fatale.
Pochi minuti dopo un uomo di 44 anni ed ex della donna, scambiandolo per il nuovo compagno, lo ha investito e tranciato di netto, facendolo sbalzare per diversi metri nel bosco. Uno schianto spaventoso, che uccide Federico sul colpo.
A bordo dell’auto dell’assassino gli agenti hanno trovato un coltello e un sasso, che non erano per lui ma per lei.
Federico, con quel suo gesto, con la sua vita, probabilmente e inconsapevolmente ha anche salvato la vita della donna.
Federico è stato ucciso con una brutalità e una freddezza inumane, dalla stessa
violenza di genere che provoca i femminicidi. E negare i femminicidi significa anche negare l’omicidio di Federico Venco, non capire nulla di cos’è successo, delle radici di quest’orrore.
Abbiamo il dovere di ricordare chi era Federico. Un uomo perbene, che si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato per la generosità che era parte inscindibile del suo modo di stare al mondo.
Aveva 36 anni e una vita davanti, tantissime passioni, su tutte quelle della montagna e un sogno: acquistare una baita e trasformarla in rifugio.
Un pensiero commosso a lui, alla famiglia, agli amici.
Nessuno dimentichi Federico e nessuno usi questa storia per giustificare l’indifferenza.
Perché è l’esatto opposto di tutto ciò per cui ha vissuto lui, fino all’ultimo istante della sua vita.
Ciao Federico.
Lorenzo Tosa

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La ribellione di Geronimo cominciò quando nel 1851 la sua intera famiglia venne sterminata dall’esercito messicano. Gli apache, la sua gente, erano stati invitati dal governo ad accamparsi dentro i suoi confini per commerciare. In realtà si trattava di una trappola. Mentre Go-Klha-Ye (in seguito chiamato Geronimo dai messicani), insieme a molti altri uomini, aveva raggiunto la più vicina città, Kasyeh, per scambiare prodotti, i soldati messicani raggiunsero l’accampamento, e tra gli altri uccisero sua madre, sua moglie e i suoi tre giovani figli. Da allora li odiò senza tregua. Per vendicare il massacro di Kasyeh molti apache scesero sul sentiero di guerra. Geronimo partecipò alle prime razzie al seguito dei grandi capi come Mangas Coloradas, Cochise, e Whoa, per poi diventare nel corso degli anni una delle guide più autorevoli del suo popolo.
Era nato in Arizona nel 1829, tra gli apache Bedonkohe Ndehndahe, per poi unirsi ai Chiricahua. “Il Sognatore” (si diceva fosse capace di predire il futuro) fu probabilmente uno sciamano prima di essere un capo guerriero. Le sue scorribande in territorio messicano, la sua astuzia e il suo coraggio gli fecero guadagnare il rispetto e l’ammirazione della sua gente. Non si fidò mai dei bianchi e cercò spesso di ingannarli, più volte venendo meno anche alla parola data. Era convinto che occorresse ripagarli con la loro stessa moneta: fin dall’arrivo dei primi soldati, nei territori apache le autorità degli Stati Uniti avevano fatto tutta una serie di promesse, poi disattese costantemente. Per vent’anni alla guida di guerrieri abilissimi, capaci di sopportare il caldo del deserto, la sete e la fame, di percorrere anche a piedi decine e decine di miglia al giorno, Geronimo combatté aspramente i bianchi fino a che ne ebbe la forza. A fasi alterne accettò di rientrare nelle riserve in cui gli apache venivano confinati, ma più volte ne fuggì per tornare alla guerriglia, diventando una vera e propria ossessione per gli alti comandi militari statunitensi.
Solo il 4 settembre 1886, dopo una lotta pluridecennale, Geronimo, alla guida di un gruppo ormai stremato e senza prospettive di sopravvivenza, decise di arrendersi. Negli ultimi anni della sua vita cercò di sfruttare la sua fama per racimolare denaro, che in diverse occasioni ridistribuì anche tra la sua gente, e si piegò a partecipare a manifestazioni pubbliche. Morì a Fort Sill nel 1909, vecchio e solo. Il governo americano fece pagare duramente agli apache la loro accanita resistenza. Li spedirono dall’altra parte del paese, prima in Florida, poi in Alabama. Alla fine della deportazione, conclusasi in Oklhaoma, gli apache erano rimasti un quarto del loro numero originale.
da Cronache Ribelli
IBRAHIM TRAORÉ: IL BURKINA FASO NON VUOLE PIÙ ESSERE POVERO PER ARRICCHIRE GLI ALTRI
Il Burkina Faso di Ibrahim Traoré sta tentando qualcosa che, agli occhi delle vecchie potenze coloniali, appare quasi rivoluzionario: utilizzare le risorse del Paese per migliorare la vita dei suoi cittadini.
Nel marzo 2025 è entrato in funzione a Laongo un nuovo cementificio sino-burkinabé, realizzato con un investimento di circa 26 miliardi di franchi CFA e una capacità iniziale di 750.000 tonnellate annue.
Cemento prodotto in Burkina Faso, lavoratori burkinabé, infrastrutture costruite per il Burkina Faso.
Sembra perfino banale.
E invece, in un continente abituato a esportare materie prime a basso prezzo e a ricomprarle trasformate a peso d’oro, è quasi un atto di ribellione.
L’obiettivo dichiarato è aumentare la produzione nazionale, ridurre la dipendenza dalle importazioni e rendere i materiali da costruzione maggiormente accessibili. Non esiste una conferma attendibile del famoso “taglio immediato del 50%” circolato sui social, ma la direzione politica è evidente: produrre di più nel Paese per contenere i prezzi e costruire case, strade e infrastrutture.
Traoré sta applicando una regola che l’Occidente insegna agli altri solo quando non minaccia i propri interessi:
un Paese deve trasformare in casa propria ciò che produce.
Lo stesso principio riguarda il cotone e l’industria tessile. Il governo ha promosso l’utilizzo del Faso Dan Fani, il tessuto tradizionale prodotto localmente, sostituendo persino alcuni abiti istituzionali di origine coloniale con indumenti confezionati dagli artigiani burkinabé.
Non una folkloristica sfilata patriottica, ma una scelta economica: se il Burkina produce cotone, perché dovrebbe esportarlo grezzo, importare vestiti stranieri e lasciare disoccupati i propri tessitori?
È la lezione di Thomas Sankara che ritorna:
consumare ciò che produciamo e produrre ciò di cui abbiamo bisogno.
Nel frattempo, Ouagadougou sta ampliando la cooperazione con Russia e Cina.
Mosca offre collaborazione soprattutto nella sicurezza, nella formazione militare, nell’istruzione e nella preparazione di personale specializzato. Pechino partecipa a progetti industriali, agricoli, sanitari e infrastrutturali; nel 2024 gli scambi commerciali tra Cina e Burkina Faso hanno raggiunto circa 741 milioni di dollari.
Russia e Cina non sono organizzazioni caritatevoli e perseguono naturalmente i propri interessi. Ma la differenza rivendicata dai governi africani del Sahel è sostanziale: trattare con interlocutori che costruiscono accordi tra Stati sovrani, anziché ricevere lezioni da chi per decenni ha imposto presidenti, monete, basi militari e dipendenze economiche.
La cooperazione dovrà sempre essere sorvegliata, perché nessun Paese straniero deve sostituire un padrone con un altro. Ma definirla automaticamente “imperialismo 2.0” serve soprattutto a difendere l’imperialismo 1.0: quello vero, documentato e ancora molto redditizio.
Traoré non ha trasformato il Burkina Faso in un paradiso terrestre. Il Paese affronta ancora povertà, terrorismo, sfollamenti e difficoltà enormi.
Ma sta cercando di rovesciare una logica secolare:
non più un’Africa condannata a possedere tutto e a non controllare niente;
non più miniere ricche e popoli poveri;
non più materie prime africane, profitti stranieri e debiti lasciati agli africani.
Il Burkina Faso vuole costruire fabbriche, formare lavoratori, trasformare le proprie risorse e decidere autonomamente con chi collaborare.
Ed è proprio questo che rende Ibrahim Traoré tanto popolare in Africa e tanto fastidioso nei salotti dell’Occidente.
Perché il vero scandalo non è che un Paese africano cerchi nuovi partner.
Il vero scandalo è che abbia finalmente deciso di non chiedere il permesso ai vecchi padroni.
Il canale telegram di Donchisciotte
Don Chisciotte