Che peccato, ieri sera la Norvegia ha perso 2-1 contro l’Inghilterra dopo i tempi supplementari ed è uscita dal Mondiale.
Per un momento ci avevo creduto, Davide contro Golia.
La nazionale di un Paese di appena 5,5 milioni di abitanti contro una delle potenze assolute del calcio mondiale.
È finita male.
Ma quella sconfitta non cambia il punto, anzi, forse lo rende ancora più evidente.
Erling Haaland non è il miracolo della Norvegia, ne è la conseguenza e questa, secondo me, è la differenza enorme che in Italia continuiamo a non capire.
Quando vediamo un fenomeno pensiamo subito: “Beati loro, hanno trovato Haaland.”
No, la domanda giusta è un’altra.
Come ha fatto un Paese di appena 5,5 milioni di abitanti a costruire una generazione con Haaland, Ødegaard, Sørloth, Nusa, Berge, Ajer, Larsen e decine di altri giocatori nei migliori campionati europei?
La risposta è quasi offensiva per quanto è semplice.
Hanno deciso che il calcio dei bambini non serve a vincere.
Serve a farli innamorare del pallone, in Norvegia fino ai 12 anni non esiste la corsa sfrenata alla selezione, non esiste l’ossessione di scegliere subito chi è bravo e chi no.
Si cerca di tenere tutti dentro il sistema il più a lungo possibile, perché sanno che alcuni ragazzi sbocciano a 10 anni, altri a 16.
E nessuno può sapere prima chi diventerà un campione.
Molti bambini praticano più sport contemporaneamente.
Sci, atletica, pallamano, calcio.
Anche Haaland è cresciuto così.
Non è stato rinchiuso in un campo da calcio a sei anni come se dovesse preparare la finale di Champions, ha sviluppato coordinazione, forza, equilibrio e soprattutto il piacere di fare sport.
E poi c’è una cosa che mi colpisce ancora di più.
La Norvegia non ha costruito il suo sistema pensando ai campioni.
L’ha costruito pensando ai bambini.
Per loro il successo non è produrre un Haaland.
È fare in modo che migliaia di ragazzini continuino a giocare anche a 18 anni.
Poi, da quel mare enorme di ragazzi che non hanno mai smesso di divertirsi, ogni tanto emerge un Haaland.
O un Ødegaard.
O un Nusa.
Perché il talento non nasce sotto pressione, respira meglio quando cresce libero.
Noi invece facciamo spesso il contrario, a otto anni trasformiamo una partita in un provino, a dieci litighiamo con l’arbitro, a undici ci picchiamo con i genitori degli avversari, a dodici cambiamo tre società inseguendo quella “più importante”.
A quattordici tanti ragazzi hanno già smesso.
La Norvegia ha dimostrato che esiste un’altra strada.
Ha investito negli allenatori, nei campi, nelle società di quartiere, lasciando che calcio di base e calcio d’élite crescessero insieme, senza considerarli mondi separati.
Ieri ha perso una partita.
Ma oggi raccoglie comunque quello che ha seminato.
Noi continuiamo a cercare il prossimo Haaland.
Loro hanno costruito il terreno dove i prossimi Haaland possono nascere.


















