Il Giappone, con solo il 3% di stranieri (contro quasi il 10% in Italia), introduce per la prima volta un tetto numerico o percentuale all’immigrazione e inasprisce i requisiti per la residenza permanente (reddito sopra la media nazionale e tassa moltiplicata per 20).
Tokyo tratta la presenza straniera come questione di sopravvivenza e difesa nazionale, non di manodopera o solidarietà. Mira a una “convivenza ordinata e armoniosa”, rifiutando flussi culturalmente troppo distanti. Esempi: allarme per tremila curdi (richieste d’asilo respinte, disordini) e bocciatura di un cimitero islamico.
In Europa e in Italia, invece, si è accettato velo a scuola, menù halal, piscine separate, preghiere in piazza e statue coperte. L’immigrazione è diventata pretesa: tribunali islamici in UK, quartieri fuori controllo in Francia e Svezia, imam che dettano l’agenda.
Il Giappone non concede spazio a queste dinamiche: la cittadinanza si merita, non si eredita o compra; non esiste senso di colpa collettivo né tribunali sovranazionali che impongono. Il proverbio “quando entri nel villaggio, segui il villaggio” è regola.
L’Europa ha coltivato il multiculturalismo per decenni e ora raccoglie i frutti. Tokyo ha semplicemente rifiutato di adottare quelle idee.
Rispetto all’Europa i numeri delle presenze sono ridicoli ed è proprio per questo che la scelta pianta un chiodo nelle politiche migratorie mondiali.
Gli stranieri in Giappone sono il tre per cento. In Italia quasi il dieci. Eppure chi si preoccupa non siamo noi. Che cosa hanno capito a Tokyo che noi non vogliamo capire?
Che non si tratta di manodopera, né di solidarietà. Si tratta di sopravvivenza.
Il Giappone ha una lucidità antica nel distinguere ciò che una nazione può assorbire da ciò che la snatura.
Per un giapponese uno straniero che vive sul suo territorio è un capitolo di cui si deve occupare la difesa nazionale. Per un italiano è un passivo del bilancio Inps.
Per la prima volta il governo prepara un tetto, numerico o percentuale, alla popolazione immigrata. Nel frattempo l’Agenzia per l’immigrazione ha stretto sulla residenza permanente.
Dal primo ottobre il reddito familiare dovrà superare la media giapponese e la tassa per la domanda salirà di venti volte, fino a 1.100 euro.
E qui viene il bello dei giapponesi. Sono il popolo più cerimonioso della terra: si inchinano, ringraziano, sorridono e intanto hanno già deciso.
La formula ufficiale è squisita: una “società di ordinata e armoniosa convivenza con gli stranieri”. La premier ha parlato con garbo di cautela verso flussi “culturalmente troppo distanti”.
Tradotto dal giapponese: vi contiamo, vi limitiamo e chi non rientra va fuori. Nessuna voce alzata, nessun comizio, nessuna ruspa. Solo un inchino e un tetto.
Noi facciamo l’opposto: gridiamo, litighiamo, occupiamo i talk show e alla fine il portone resta aperto.
A fare scattare l’allarme nel Paese del Sol Levante sono stati tremila curdi, entrati come turisti e rimasti con richieste d’asilo puntualmente respinte. Risse tra clan in ospedale, corse notturne, cantieri fuori legge.
Dall’altra parte del Paese, la richiesta di un cimitero islamico per inumare i morti, in una nazione che crema quasi tutti, è diventata un caso nazionale.
Un cimitero, non un minareto con gli altoparlanti. Bocciato dalle urne comunali. Fine.
Invece da noi, nel Paese del Sol Ponente, la musica è un’altra.
Abbiamo accettato senza fare una grinza il velo a scuola, il menù halal per i bambini con il contestuale bando della carne di maiale.
Le piscine riservate alle sole donne musulmane, le piazze concesse per la fine del ramadan e via discorrendo. Sino alle statue coperte in Campidoglio per non offendere.
Il Giappone ha visto nella richiesta di un cimitero il segnale di ciò che verrà. Noi abbiamo la sinistra che vuole le porte spalancate e applaude in nome della più farlocca delle inclusioni, dando del razzista a chi si preoccupa.
C’è poi una cosa che nessun numero racconta: l’atteggiamento prepotente di chi arriva.
In Europa l’immigrazione non è più una richiesta, è una pretesa. E l’unica assimilazione richiesta è la nostra: agli usi e costumi degli invasori.
Sì, invasori e non immigrati. Le parole hanno un valore quando fotografano alla perfezione.
In Gran Bretagna operano decine di tribunali islamici che decidono di matrimoni, ripudi ed eredità secondo la sharia, con lo Stato che finge di non vedere.
In Francia, in Belgio, in Svezia interi quartieri hanno una legge propria e la polizia entra solo con i blindati.
Da noi gli imam dettano l’agenda ai sindaci, con non pochi successi dove governa la sinistra. E la preghiera in piazza è un atto di forza.
In Giappone tutto questo è semplicemente inconcepibile. Non perché i giapponesi siano più duri, ma perché nessuno ha mai concesso lo spazio in cui la pretesa possa nascere. Il diritto è uno e non conosce eccezioni comunitarie.
La cittadinanza non si eredita nascendo su suolo giapponese e non si compra con vent’anni di residenza: si merita. E chi la chiede deve dimostrare di volere quel Paese così com’è.
Nessun politico va a caccia di voti nelle comunità etniche, perché non votano. Nessuna corte sovranazionale può obbligare Tokyo a tenersi chi non vuole.
E soprattutto nessuno può prescrivere ai giapponesi un senso di colpa. Il loro passato lo custodiscono da soli, non lo usano contro se stessi.
C’è un proverbio che ogni bambino impara all’asilo: “quando entri nel villaggio, segui il villaggio”.
Non è un invito, è la condizione. Chi non la accetta non viene combattuto: viene ignorato e chi viene ignorato in Giappone se ne va. O viene “gentilmente” accompagnato.
Ecco perché lo stesso islam che a Londra si è autorizzato da solo un tribunale, a Tokyo deve pietire un pezzo di terra per seppellire i morti e non lo ottiene.
La pretesa nasce dove trova terreno.
L’Europa ha coltivato quel terreno per trent’anni chiamandolo multiculturalismo e ora si stupisce del raccolto.
Chi ha davvero difeso la pace sociale: chi ha detto sì a tutto, o chi ha detto no dal primo giorno?
E l’Italia? Gli sbarchi crollano e il governo fa bene a rivendicarlo. Ma sono la finestra. Il portone sono i flussi programmati a centinaia di migliaia, i ricongiungimenti, le domande d’asilo che diventano permanenze facilitate.
E c’è una differenza stratosferica: Tokyo parte dal “quanti” e ne fa discendere le regole. Bruxelles parte dalle regole e lascia che il “quanti” lo decidano le rotte e i trafficanti.
Diciamolo senza giri di parole: il Giappone ha ragione e ha ragione da vendere. Non ha teorie migliori delle nostre. Ha semplicemente rifiutato di adottare le nostre.
Nessuno a Tokyo ha mai pensato che i confini siano una violenza. Nessuno si è mai sognato che una nazione debba espiare colpe di secoli fa consegnando il proprio territorio a chi con quelle colpe non c’entra nulla.
Provate solo ad accennare a un giapponese che una minoranza ha più diritti della maggioranza per il solo fatto di essere minoranza.
O che l’identità di un popolo è una fesseria da decostruire, mentre l’autopercezione di ciascuno è sacra e intoccabile.
Il Giappone ha guardato queste idee arrivare dall’Occidente insieme agli iPhone e ha fatto quello che fece con i gesuiti sbarcati per convertire. Ha preso gli smartphone e cacciato i predicatori.
L’Occidente invece le frescacce woke le ha bevute tutte e ora paga il conto.
Ha abolito i confini nella testa prima che sulle carte, ha trasformato la storia in un tribunale permanente in cui gli imputati sono sempre i nostri nonni.
Ha insegnato ai propri figli a vergognarsi di ciò che sono e permette agli invasori di rivendicare ciò che non è loro.
Non è tolleranza, è abdicazione. Una civiltà che chiede scusa di esistere non viene invasa: si consegna.
Il Giappone ha risposto con un inchino e un tetto. L’Europa risponde con un inchino e basta.