«Il merito è un retaggio fascista; se non potrò suonare la chitarra il Primo Maggio, in tempi di Pride e Campo Largo, mi farò Sindaco, detestando questi giorni oziosi e decadenti».
È quello che pensò Gualtiero Bellasciao quando si rese conto di essere un chitarrista mediocre (non era mai andato oltre il La minore) ma un talentuosissimo progressista.
«Il bello di noi progressisti è che possiamo occuparci di tutto senza sapere niente. Fare il sindaco è facile, basta mettersi la fascia e sfilare... avessi il fisico sportivo e le sopracciglia arroganti di Silvia, potrei aspirare a Palazzo Chigi ma compenserò con la mia intelligenza progressista, e Roma rinascerà più bella e più superba che pria!».
Mentre sfogliava il catalogo di maioliche con le quali pensava di pavimentare la città, il nostro Gualtiero immaginava una città lucida, pulita e piena di bici climoaffettive.
«Con le mie ciclabili abbatterò il cambiamento climatico e eviterò ai ciclisti di pedalare nel traffico. Per tutti i romani della società civile, uscire di casa alle undici, per andare al bar, non sarà più un inferno e i poveracci che lavorano...
Roma è antifascista, non dimentichiamocelo. Infine, gli immigrati potranno camminare lungo le linee bianche, senza perdersi, e chi vorrà prendere la macchina, dovrà pagare una tassa e firmare un atto di sottomissione ai progressisti».
Orchettomaria Persichetti, il boss di livello del Servizio Giardini, entrò ansimante, prorpio mentre Gualtiero si specchiava indossando il tricolore e un paio di Manolo Blahnik usate, che il suo amico Fausto gli aveva rimediato di nascosto.
«Sindaco, i pini fascisti cadono e, se paghiamo i danni, addio maioliche».
«Tagliate tutto. Lasciate solo qualche cespuglio per i bisogni degli immigrati».
Orchettomaria battè il pugno sul petto e uscì con un balzo. «Al mio segnale, scatenate le motoseghe!».
Gualtiero abbozzò due accordi, con le Manolo che iniziavano a tormentargli gli alluci. «Il suono delle piante tagliate, il primo giorno di una lunga estate...».
«Sindaco! Gli immigrati stanno al sole, dobbiamo fare qualcosa di inclusivo e accogliente, per i nostri futuri elettori». «...voglia di faaare tardi la seeera...».
«Sindaco?». «Sto pensando, Rachetaincoroneta».
Rachetaincoroneta, detta "Cugino It", assessora alle politiche inclusive, era disperata e il suo vello era lucido di lanolina e salsedine ONG.
«Le avanguardie soffrono il caldo, dobbiamo soccorrerli, nessuna vita alla deriva!».
«Ma sono africani, mica eschimesi, un po' di tolleranza al sole ce l'avranno, no?».
«La crisi climatica e il razzismo li hanno determoregolati, ora pretendono condizionatori, cocomeri e prati per non ustionarsi i cuscinett... i piedi, sulle maioliche roventi».
«Intanto non fateli uscire nelle ore calde. Poi risolverò la cosa, nel frattempo vai dal tolettatore, che ne hai bisogno». «Woof!».
Rachetaincoroneta corse via, agitando la sua treccia dread felice e mordendo la Meloni di gomma che gli aveva regalato Orchettomaria.
Il sindaco, osservandola, ne trasse ispirazione.
«Alberi di plastica! Non cadono, posso pagarli con i soldi del PNNR e Orchettomaria non se ne dovrà occupare».
Ne comprò centomila da una ditta cinese.
Erano alberi in plastica riciclata ecosostenibile, avevano i rami telescopici estraibili per l'estate, e retrattili per l'inverno, spruzzavano acqua e avevano dei dissuasori ormonali alla base, per evitare che gli immigrati marcassero il territorio.
Erano perfetti ed erano bianchi, come le maioliche.
Avrebbero fatto un figurone, li avrebbe piazzati anche sopra il Mausoleo di Augusto, dopo il sacrilegio che aveva compiuto per ingraziarsi Baal ma meritando il disprezzo dei posteri.
«Ora Roma potrà dirsi progressificata: maiolicata, resa ciclabile, plastificata e riempita di cacatores di ogni etnia. I romani dovranno cercarsi casa altrove e la ZTL si dilaterà sopra altri colli, lungo le rive del fiume sacro, sino alle sponde del Tirreno. Karaoke Guantanamera!».