Quella mattina, mentre andavo alla posta a pagare il condominio, ebbi un leggerissimo sospetto.
Stavo percorrendo Viale dei Migranti e c'era una manifestazione che bloccava le strade. Lungo i marciapiedi, studenti variopinti applaudivano con trasporto mentre in lontananza i gabbiani e le cornacchie discutevano su chi avesse più diritto a ravanare nella scia di immondizia che la manifestazione lasciava dietro di sé.
Mi focalizzai su quella folla marciante, notando la mancanza dei soliti cartelli e striscioni dei sindacati, dell'ANPI, dei propal o dei più scontati antifa. Anche l'atmosfera era diversa: nessun pensionato rideva eccitato, nello sventolare una bandiera, né donne rancorose urlavano dai megafoni la loro personale visione del bene. Anzi, di donne non ce n'era nessuna.
Mi avvicinai a una ragazza dai capelli rosa e azzurri, sicuramente una studentessa.
«Oggi è il Pride, non lo sai?».
«In che senso, di cosa? Il Pride è il Pride».
La ragazza mi rivolse un'occhiata di scherno misto a compatimento.
«Scusa se insisto, chi sono i manifestanti?».
«Manifestano contro il Governo... oggi è il Pride, dobbiamo essere resistenti... ma dove vivi?».
«Ma sono gay, antifa, pensionati, ecologisti, ciclisti, transfemministi, chi sono?».
«Sono il Pride, sono contro le leggi, il Governo che toglie i diritti e aumenta la temperatura globale, ma dove vivi?».
«Nessuno urla, nessuno protesta... sono solo io a notarlo?».
«Che dici? Ogni tanto cantano qualcosa ma lo fanno nella loro lingua, e io non la capisco».
«In che senso, non sono italiani?».
«Certo che sono italiani, solo che parlano un'altra lingua... è il Pride».
La ragazza aveva preso a trattarmi come un povero rincoglionito. La sua amica chiedeva spiegazioni ma lei minimizzava con piccoli gesti, continuando ad applaudire. Una mano mi toccò la spalla.
Era un ragazzo crinito e odoroso di discarica abusiva. Mi osservava con un'espressione accigliata, che doveva aver provato parecchie volte allo specchio.
«La prima cosa che devi fare è togliere la mano dalla mia spalla, poi presentarti e, se trovi tempo, farti una doccia prima di sera. Che cazzo vuoi?».
«Stai calmo nonno, io sono gentile con te. Che problemi hai?».
«Oltre all'età, le ossa doloranti, il reflusso, la vista bassa, i piedi gonfi e i peli nelle orecchie, ora ti sei aggiunto anche tu, come problema. Ti bastano?».
«Nonno, stai disturbando una manifestazione, vedi di andartene con le buone».
«Le cattive dovrebbero spaventarmi?».
La manifestazione procedeva lenta e inquietante, in quel silenzio rotto solo dagli insulti che si scambiavano tra loro gabbiani e cornacchie, nelle loro rispettive lingue. Il ragazzo tolse la mano dalla spalla e si guardò intorno, sempre con la sua espressione da guardiano della rivoluzione. Le ragazze variopinte continuavano ad applaudire il Pride e l'enorme massa umana aveva lentamente riempito tutte le strade e i vicoli, fino alla piazza. Prima di andarmene, mi rivolsi un'ultima volta al ragazzo.
«Ascolta, sai chi sono questi che manifestano?».
«In che senso? Il Pride è il Pride».
Mentre percorrevo l'ultimo tratto di strada, prima di arrivare all'ufficio postale, trovai un sorcio morto sotto un'auto. Lo raccolsi a fatica e lo lanciai in strada, così, solo per veder litigare tra loro gabbiani e cornacchie, uniche creature, oltre a me, a non sapere che cosa fosse il Pride.
]Nikolàj L'vovic Tuzenbach]