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"Femminicidio è quando giudice fischia" Cit.
Con almeno dieci coltellate il tunisino Sami Khemaies ha ucciso Luigia Fortunato nella loro casa di Loreto. Ma non è femminicidio e non è colpa del patriarcato.
Il pubblico ministero ha scelto l’omicidio volontario aggravato. Non sono emersi, ad oggi, elementi di dominio, controllo, prevaricazione di genere.
Nessuna denuncia pregressa, nessuna segnalazione ai carabinieri, nessun codice rosso attivato.
L’avvocato difensore ha parlato di “dolo d’impeto”: una risoluzione criminosa sorta e attuata in quel momento.
Khemaies non è uno sconosciuto alla giustizia italiana. 39 anni, condannato per spaccio tra il 2017 e il 2019, evaso nel 2020 dopo aver distrutto il braccialetto elettronico con forbici da potatura e cacciavite.
Recluso, liberato, rimesso in circolazione. Mai espulso.
Fin qui la cronaca. Ed è da qui che comincia la sproporzione.
Quando Filippo Turetta ha ucciso Giulia Cecchettin, l’Italia si è fermata. Cortei in ogni città, fiaccole e persino panchine riverniciate. Il padre della vittima convocato in televisione come testimone di un’intera cultura malata.
Il patriarcato è stato elevato a emergenza nazionale. La mascolinità tossica è diventata materia di dibattito parlamentare. Ogni uomo italiano è stato chiamato alla sbarra collettiva: guardarsi dentro, fare autocritica, riconoscersi complice di un sistema.
Dai talk show alle cattedre universitarie, dagli hashtag ai codici etici aziendali, la narrazione era una sola: non è il gesto di un singolo, è la cultura di un intero Paese.
Quando Sami Khemaies massacra Luigia Fortunato, la parola patriarcato evapora.
Nessuno chiede se la cultura d’origine dell’assassino abbia avuto un ruolo. Con Turetta il verdetto culturale è arrivato prima della sentenza. Con Khemaies nessuno osa nemmeno formulare la domanda.
Nessun corteo. Nessun hashtag. Il dolo d’impeto sostituisce il dominio. La lite per il centro estivo sostituisce la sopraffazione.
L’omicidio diventa un incidente domestico senza radici, senza contesto, senza nome.
Persino la legge sul femminicidio, al primo caso che la costringe a misurarsi con i propri requisiti, si rivela un dispositivo a doppio taglio.
L’articolo 577-bis richiede la prova del movente di genere: odio, discriminazione, controllo, possesso, rifiuto di una relazione.
Prove che vanno cercate, non date per scontate. Ma la stessa militanza che per anni ha chiesto a gran voce una legge specifica adesso scopre, sgomenta, che quella legge ha dei requisiti.
Che non basta essere donna e morire per mano di un uomo. Che il diritto penale, a differenza degli hashtag, esige elementi, riscontri, fatti.
E allora si grida alla rivittimizzazione. L’avvocata della famiglia è “sconcertata.” I centri antiviolenza protestano. D. i. Re denuncia un problema di “applicazione.” Tutti scandalizzati che la legge funzioni esattamente come è stata scritta.
Ma il paradosso più feroce è un altro. Mentre Luigia Fortunato muore sotto dieci colpi di coltello da cucina in un appartamento di Loreto, il dibattito pubblico sul patriarcato ha preso una direzione che meriterebbe uno studio psichiatrico più che sociologico.
C’è chi denuncia come “molestia emotiva” il buongiorno di uno sconosciuto per strada. Chi invoca l’asterisco alla fine di ogni parola perché la desinenza maschile è “un saluto discriminatorio.”
Chi teorizza che la libertà di salutare finisce dove comincia il diritto a non essere “declinata al maschile.”
Questo è il femminismo che domina la scena pubblica. Un movimento che ha costruito un’industria – convegni, cattedre, consulenze, codici linguistici, campagne social – su un patriarcato gassoso, onnipresente e invisibile.
Un mostro che si annida nella grammatica, nelle buone maniere, nel lessico dei colleghi di ufficio. Un patriarcato così raffinato da nascondersi in una vocale.
E così selettivo da scomparire davanti a un coltello, purché il braccio che lo impugna appartenga alla categoria protetta.
Perché è questo il punto. Il patriarcato è sistemico quando l’assassino si chiama Filippo. Diventa un fatto privato quando si chiama Sami.
È una struttura culturale che esige la decostruzione della mascolinità occidentale, ma che non osa nemmeno nominare la mascolinità di chi proviene da società dove la donna è proprietà del marito per statuto giuridico e religioso.
È un’emergenza nazionale quando il carnefice è un ragazzo di buona famiglia veneta, un incidente sociologico quando è un pregiudicato tunisino che ha già sfidato lo Stato distruggendo un braccialetto elettronico con le forbici da potatura.
Come ha osservato con rara lucidità un’influencer di nome Flaminia: la parità si rivendica solo dove conviene, il patriarcato si invoca per ottenere, mai per rinunciare: “Prima di parlare di patriarcato in Italia, dovreste farvi un giro e vedere come vivono le donne in tantissimi paesi del mondo”.
Ecco la verità che nessuno scriverà. L’omicidio di Luigia Fortunato non rientra nel casting.
Non serve alla narrazione. Non alimenta l’industria. Un pregiudicato tunisino che massacra una donna italiana in una cittadina marchigiana non produce cortei, non genera hashtag, non riempie i palinsesti.
Perché ammetterlo significherebbe demolire in un colpo solo due finzioni.
Quella di un patriarcato italiano sistemico che opprime trenta milioni di donne attraverso i buongiorno e quella di un’immigrazione che arricchisce senza mai porre problemi di compatibilità culturale.
Luigia Fortunato aveva trentatré anni. Lavorava come operaia. Cresceva un figlio da sola accanto a un uomo che lo Stato aveva condannato, incarcerato, braccialettato, perso e ritrovato senza mai davvero fermarlo.
Viveva in un appartamento all’ultimo piano di una via di Loreto, nella città della Santa Casa. Adesso è morta e l’unico dibattito che la riguarda è se il suo omicidio meriti un nome o un numero.
L’Italia che litiga sulle desinenze non ha una parola per lei. Troppo scomoda, Luigia. Troppo chiara.
✍🏻 Roberto Riccardi
Magistrati di merda si può dire o bisogna essere neri per poterlo fare?
Accogli un immigrato, ricongiungi la sua famiglia, mantieni a tue spese una comunità. Funziona così. L’Italia chiede all’immigrato che vuole portare in Italia la moglie e due figli di dimostrare quattordicimila euro di reddito: è la garanzia, dice la legge, che li manterrà da sé. Poi la famiglia arriva. E dal mese successivo quello stesso Stato, che quel reddito aveva preteso come prova di autosufficienza, versa duecento euro al mese per ciascun figlio, li cura gratuitamente, li istruisce a proprie spese. A pagare, da lì in avanti, sei tu. Ma la catena non finisce qui, perché la legge non la chiude. Il Testo Unico ammette anche i genitori: a carico, ultrasessantacinquenni, alle loro condizioni e i nonni che arrivano a sessantacinque anni non verseranno un contributo, ma entreranno in un servizio sanitario già in ginocchio. C’è di più. La moglie ricongiunta, dopo due anni, diventa a sua volta sponsor: può aprire la sua pratica, per i suoi genitori. Il reddito che serve? Si somma quello di tutta la famiglia e lei può lavorare dal primo giorno. Ogni anello paga l’anello successivo. Uno è diventato quattro con un modulo; quattro possono diventare otto con la pazienza. E la catena ha un ultimo anello, che non passa da nessuno sportello: la sala parto. La moglie ricongiunta è giovane, per definizione è la ragione stessa per cui è qui. Le donne straniere mettono al mondo il sessanta per cento di figli in più delle italiane. Oggi un neonato su otto, in Italia, è già straniero: al Nord, uno su cinque. Il quarto componente della famiglia è arrivato con un visto. Il quinto e il sesto arrivano con un vagito e per loro non serve dimostrare alcun reddito: sono nati dentro il conto che paghi tu. Non tutti percorrono la catena fino in fondo. Ma la legge la offre a tutti e nessuno ha mai votato che fosse questa la politica demografica dell’Italia. E non è l’eccezione: è la porta principale. Più di un ingresso legale su tre passa oggi dal ricongiungimento familiare. Il lavoro – quello per cui l’immigrazione ci viene venduta da trent’anni – è ridotto a uno su otto. L’anno del record ne sono entrate centoventottomila: una Ferrara intera, materializzata in dodici mesi senza che un solo telegiornale se ne accorgesse. In vent’anni gli stranieri residenti sono raddoppiati. Non li ha portati il barcone, che riempie i telegiornali. Li ha portati un modulo dello Sportello Unico, che non riempie niente.
Bartolomeo Mitraglia
perfetto così
Trentasei gradi. Sabato pomeriggio.
Gli antichi greci con questo caldo ci hanno costruito l'Ade. Io ci devo fare la spesa.
Il parcheggio del supermercato è la nuova agorà. Democrazia pura: tutti hanno diritto di parola e nessuno ha ragione. Un demagogo con la Panda mi soffia il posto lampeggiando come se avesse appena vinto a Maratona. Lo ostracizzo mentalmente. Ad Atene bastava scrivere il nome su un coccio, adesso puoi solo guardarlo male attraverso il parabrezza.
Dentro, la corsia dei surgelati è l'unico tempio con l'aria condizionata. Ci sostiamo in sette, tutti fingendo di scegliere i piselli.
Il coro, intanto, si scalda.
Poi vado da mia madre.
Mi racconta la stessa storia tre volte. Penelope disfaceva la tela ogni notte per non finire il lavoro. Lei disfa i ricordi, e non lo sceglie.
Le dico che quella storia la so già. Mi risponde che allora potevo raccontarla io.
E ha ragione lei. Con gli oracoli funziona così.
Il coro ha attaccato a cantare.
A casa, pulizie. Sisifo spingeva il masso in salita e se lo vedeva rotolare giù, per l'eternità. Dilettante. Sisifo non aveva due figli che attraversano la cucina appena lavata con le ciabatte numero quarantasette.
Il pavimento è la mia collina. Io salgo, loro rotolano.
Il coro ormai canta a pieni polmoni.
I figli stanno sul divano, l'Olimpo di casa. Dall'alto osservano il mortale che passa lo straccio e ogni tanto scagliano un fulmine: "cosa c'è per cena?".
Gli dei greci erano fatti così. Onnipotenti, annoiati, e sempre affamati di qualcosa che dovevano preparare gli altri, mentre guardano i comuni mortali su Netflix.
Alle venti esco sul balcone.
Trentasei gradi anche adesso, ma il cielo si è messo il vestito buono, uno di quei tramonti che i greci avrebbero dato in gestione a un dio apposta.
Penso che le tragedie greche duravano un giorno solo, dall'alba al tramonto. Regola fissa, la chiamavano unità di tempo.
La mia finisce adesso. In orario.
Il coro può andare a casa.
Mi concedo alla dea Benzodiazepina. Cugina di Morfeo. Credo.
Domenica si replica.

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A me l ' Ucraina diverte . Si tratta di uno Stato che arruola per la guerra , i suoi cittadini, con i metodi che venivano usati due secoli fa , per formare gli equipaggi della baleniere . Se un uomo in età militare passa per strada , degli energumeni scendono da una macchina e lo riempiono di botte per portarlo al centro di addestramento . Non gli danno in mano una convocazione o segnano un indirizzo per mandare la polizia il giorno dopo , se non si presenta spontaneamente . No lo caricano a forza sulla macchina.
.Fino a un po' di tempo fa legavano gli zingari con il nastro adesivo ai pali e li dipingevano con la vernice , questo però fino a quando l ' Europa ha suggerito di smettere questa pratica.
.È sicuramente l'unico paese al Mondo che vuole fare un Pantheon dedicato ai collaborazionisti di Hitler e forse l'unico paese al Mondo ad avere messo fuori legge ogni partito comunista, socialista e di sinistra. Rispetto a questi partiti fuori legge, e questo è il massimo del divertimento , in cinque anni, non e' apparsa una intervista che sia una, a uno dei loro dirigenti per chiedergli se le accuse di sostegno a Putin, fossero vere oppure no.
.Abbiamo 8743 giornali quotidiani in Europa e nessuno ripeto nessuno , ha intervistato un dirigente di un partito messo fuori legge in Ucraina, per sentire la sua opinione.
.Una masnada di killer ucraini percorre l'Europa , mettendo esplosivi sulle navi nei nostri porti , colpendo petroliere nei nostri mari , uccidendo avversari politici nelle nostre strade e sabotando gasdotti . E questo e' solo quello che sappiamo che fanno .
.E' uno Stato con una dirigenza golpista, che aveva aperto laboratori USA al confine della Russia, perché gli States potessero studiare la Peste . Si , la Peste , almeno così dicono gli stessi dirigenti dei servizi segreti Usa. E' uno stato binazionale che mette fuori legge una delle sue componenti e la sua stessa Chiesa millenaria , spostando addirittura le date del Natale da Ortodosso a Protestante.
.E questo Stato riscuote molte simpatie da noi , non però tra i suoi cittadini , perché e' uno Stato che da quando esiste e' sceso da 52 milioni di abitanti a circa 28 ( forse meno ) . Bene a me la cosa diverte, sarò masochista , sarò sadico , però scusate vi e' un aspetto paradossale che provoca una risata.
.L'aspetto ludico e' questo. I valori nostri dell ' Occidente che l ' Ucraina starebbe difendendo e che sono la cattura dei cittadini per le strade come bestiame, cosa che neppure Cartagine, sotto assedio faceva , sono in effetti completamente in antitesi a quello che si e' falsamente proclamato per alcuni decenni e nel contempo sono in effetti i veri valori su cui si fonda l ' Occidente .
.La nobile tedesca che scrive una lettera alla Commissione Europea, la Leyde , per chieder di sterminate i lupi perché gli hanno sbranato il suo pony preferito e che usa l ' aria condizionata solo per il piano alto in cui risiede nel suo palazzo, con i piani inferiori modello Dantesco . . . Questi sono in effetti i nostri valori Occidentali. >> (cit.)
Ma se hai dubbi sei un dannato complottista.
P.F. B.
Il governo Israeliano ha iniziato a far vedere a giornalisti di tutto il mondo, a porte chiuse, un video di 45 minuti che mostra quello che è successo il 7 ottobre 2023 in Israele!
Chi l’ha visto ha ritenuto che non si possa mostrare al mondo intero per la crudeltà delle immagini ma anche e soprattutto perché dal video si comprende chiaramente l’odio verso Israele e di che pasta sono veramente fatti i palestinesi e Hamas!
Due giornalisti italiani, Minzolini a l’Annunziata, che lo hanno visto hanno cercato di descrivere quello che hanno visto, vi allego qui di seguito il resoconto dell’Annunziata!
IL RACCONTO DEL VIDEO SEGRETO CHE MOSTRA CHI SONO DAVVERO I PALESTINESI MA CHE NESSUNO PUO' VEDERE.
Questo video è un documentario-raccolta di circa 45 minuti che documenta cosa è davvero accaduto durante il massacro compiuto dai palestinesi il 7 ottobre 2023 contro gli israeliani e realizzato utilizzando materiale proveniente dalle telecamere che si sono riuscite a recuperare.
Il governo israeliano proietta il filmato solo a porte chiuse e sotto stretta sorveglianza a giornalisti internazionali e corrispondenti esteri, Capi di Stato, ambasciatori e diplomatici, membri di governi e parlamentari stranieri.
Qui di seguito anche la testimonianza dell'Annunziata che ha visto il video e che viene citata a fine del video in allegato:
"I terroristi arrivano nel kibbutz di Be’eri con il fiatone, corsa o paura, il respiro viene registrato dalla GoPro sulla fronte, le immagini scorrono per noi come fossimo loro sui prati ordinati, i fiori, le modeste verande dei kibbutzim. Solo un cane è sveglio, va incontro festoso agli sconosciuti, l’obiettivo della GoPro inquadra la punta di un fucile. Il primo colpo è al petto, ma non ferma la corsa festosa dell’animale, e nemmeno il secondo. Solo il terzo colpo in pieno petto ferma il cane, che pare sorpreso, poi si accuccia e muore senza un guaito appoggiando la testa sulle zampe.
È forse questo l’unico racconto che posso farvi senza scadere nella pornografia del sangue, il voyeurismo della violenza. Quaranta minuti di un video, che le autorità israeliane stanno mostrando a gruppi di giornalisti intorno al mondo «perché più passa il tempo dal 7 ottobre, più sono le persone che dicono che non è accaduto nulla, o che è stata tutta una finzione organizzata dallo stesso esercito di Israele», dice l’ambasciatore a Roma del governo Israeliano.
Prima o poi il video sarà visto dal maggior numero possibile di persone, ci auguriamo. E, tanto per essere precisi ed evitare altri sospetti sul filmato, diamo conto di come è stato messo insieme: sono migliaia di video girati da diverse fonti, ognuna delle quali è indicata con precisione.
Molti di questi, io che scrivo, li ho già visti sulla rete di Al Jazeera nelle ore e nei giorni immediatamente seguenti l’attacco – in questo caso sono tutte immagini girate in soggettiva con le camere sulla fronte dei terroristi di Hamas. Ci sono poi le immagini riprese dalle telecamere delle auto degli Israeliani sulla strada. Ci sono quelle delle telecamere dell’esercito di Israele quando i soldati sono arrivati per un’operazione salvezza fatta troppo tardi. Infine, si ascoltano le registrazioni fatte dall’esercito Israeliano, quando l’operazione soccorsi è partita, fra combattenti di Hamas e i loro comandanti che controllavano i terroristi attraverso le GoPro e i telefonini.
Andrò solo per capitoli. Il più importate, perché è quello su cui ci sono più dinieghi, riguarda gli stupri alle donne. L’Onu ha annunciato in queste ore che ci sarà un’inchiesta. Sarà fatta raccogliendo tutte le prove, ma di prove ce ne sono a sufficienza nelle immagini: le giovani hanno tutte sangue che cola fra le gambe, e molte anche dalla bocca.
In una ripresa in una sorta di capannone, c’è una fila di ragazze morte, appoggiate al muro col busto, ordinatamente, i corpi con vestiti in disordine coperti di sangue un po’ dappertutto, dalla bocca, appunto, alle gambe, alla pancia. In un altro filmato una ragazza scende da una jeep con le mani legate dietro. Ha un top e un pantalone della tuta grigio chiaro. Si gira, e dietro, su quel pantalone chiaro si vede una enorme macchia di sangue, mentre viene spinta su una diversa macchina.
Questo video, ne sono spettatrice, è passato tantissime volte su Al Jazeera e poi sulle Tv di tutto il mondo. Ho visto anche di nuovo quello che per me è ancora oggi il massimo della pena: una ragazza bionda con addosso solo uno slip e il reggiseno, circondata da uomini che festeggiano, viene portata a pancia in giù sul retro di un camioncino. Per farla stare dentro le misure le hanno spezzato le gambe e gliele hanno rigirate in avanti. Sembra che sia morta.
Ascoltando le istruzioni che arrivano ad Hamas sui telefonini delle telecamere, ce ne sono del tipo «basta adesso con quel corpo, portatelo ai ragazzi e fateli giocare», «spara, spara, uccidi, uccidi il più possibile», a un certo punto sparano tanto che arriva l’ordine di «risparmiare un po’ di proiettili».
Nei kibbutz si vede la caccia porta per porta, stanza per stanza, spesso vuote, perché molti sono già andati nelle saferoom. Uno che non è scappato viene ucciso sul divano attraverso la rete anti-zanzare dell’entrata. Lo sparo è casuale, giusto passando. Un padre e due figli in mutande appena svegli cercano di fuggire. Il padre porta in braccio il più piccolo, vanno in un rifugio in giardino, e si vede un braccio che lancia una granata dentro la stanza blindata. Il padre si butta sulla granata, i bambini scappano di nuovo e tornano a casa urlando il nome del padre, uno dei due è ferito agli occhi.
Quelli di Hamas se ne sono andati. So per averlo letto come finisce questa storia – i due fratelli sono poi riusciti a scappare e sono stati trovati vivi.
Poi ci sono i ragazzi del rave, che piangono davanti al loro telefonino, e c’è la decapitazione. Due esempi per tutti: a terra ci sono due soldati uccisi, uno di loro ha la testa esplosa, all’altro la testa verrà tagliata da un civile volenteroso che sega a fatica l’osso del collo con un coltello e poi espone il bottino; anche di un’altra decapitazione è protagonista un civile: ci sono a terra due uomini uno dei quali, in mutande, è ancora vivo; arriva un civile gridando grazie ad Allah e chiede in una frenesia di urla «datemi qualcosa, datemi un coltello», gli danno una zappa e lui comincia a cercare di staccare quella testa con uno strumento che non taglia, mentre sotto di lui sobbalza a ogni colpo la vittima.
Ci sono tanti morti, trovati poi dai militari di Israele, un mare di sangue nelle case, a pozze, a strisce sul pavimento, di corpi sovrapposti immersi in questo rosso. Ci sono i corpi bruciati o semi bruciati. Ci sono i bambini uccisi: gli israeliani hanno coperto i buchi dei proiettili con nastro adesivo rosa – quelli in fronte sembrano dei fiocchi. Basta così. Al ventesimo minuto dei quaranta era impossibile continuare a guardare per la nausea. Eppure avevo evitato ogni cibo dalla mattina.
Ma forse il peggio non viene dalle immagini, ma dalle parole: i terroristi, quasi tutti giovani, che si scattano foto celebrando i morti dei nemici urlando la loro gioia, urlando a squarciagola in questo deserto; e la folla che a Gaza circonda con altrettanta gioia i camioncini che portano ostaggi mezzi vivi e mezzi morti.
Infine, il grido di un giovane nella telefonata al padre. «Abu, tuo figlio è un eroe. Ho ucciso con queste mani 10 israeliani. Con le mie mani, Abu», e il padre lo benedice, e il ragazzo chiede della madre e ripete «Sono un eroe madre», e nel sottofondo una voce, ma non si capisce se sia del padre o della madre, risponde «Uccidi, uccidi, uccidi».
Mi raccomando, ricordatevi di condannare Israele.”
•••
Gente da coltello.
Gli immigrati presentano un tasso di coinvolgimento nelle aggressioni con le armi bianche superiore del 550% rispetto agli italiani e la comunità nordafricana da sola copre il 22% dei reati.
Non è una sensazione. Sono i numeri elaborati dall’Istituto di Scienze Forensi sulle rilevazioni del Viminale per il biennio 2024-2025.
Ma il dato che toglie il sonno è che circa l’80% della quota straniera di questi reati è commessa da irregolari. Non da stranieri genericamente intesi.
Da chi non ha un permesso di soggiorno, da chi non dovrebbe trovarsi sul territorio nazionale, da chi lo Stato ha già dichiarato espellibile e poi ha lasciato libero di vagare con un coltello in tasca.
I casi più eclatanti sembrano uscire da copie con la carta carbone. Per pronta memoria eccone solo alcuni. Diversamente si dovrebbe riempire una enciclopedia.
👉🏻 L’algerino che ha sfregiato la ragazza a piazza Duomo era stato arrestato la sera prima. Per furto e danneggiamento. Rilasciato dopo la convalida. Ventiquattro ore dopo, una ventitreenne ha una cicatrice sul viso che si porterà per tutta la vita.
👉🏻 Redouane Moslli, marocchino, 43 anni, precedente per rapina. Finisce nel CPR di Macomer. Il giudice di pace non convalida il trattenimento. Esce con il foglio di via. Resta in Italia e uccide a coltellate Francesca Marasco, tabaccaia di Foggia.
👉🏻 Marin Jelenic, croato, ha in tasca un decreto di allontanamento firmato dal prefetto di Milano. Il 5 gennaio 2026 uccide il capotreno Alessandro Ambrosio a Bologna.
Ogni singolo aggressore era già dentro il sistema. Fermato, identificato, schedato, in molti casi già destinatario di un provvedimento di espulsione. E ogni singola volta il sistema ha aperto la porta e lo ha restituito alla strada.
Non per un errore. Non per una svista. Per un meccanismo strutturale che funziona esattamente come è stato progettato.
I CPR sono pieni, i giudici di pace non convalidano i trattenimenti, i fogli di via vengono ignorati senza conseguenze, le espulsioni non vengono eseguite perché mancano gli accordi di rimpatrio e il contenzioso sulla protezione internazionale blocca tutto per anni.
Non è un caso di cronaca che si ripete. È un ingranaggio.
Quanti nomi devono finire sulle lapidi prima che qualcuno riconosca la verità che nessuno vuole pronunciare? Un decreto di espulsione che non viene eseguito non è un atto amministrativo.
È una cambiale firmata con il sangue del prossimo cittadino che si troverà sulla traiettoria di una lama.
Il governo ha varato il Decreto Sicurezza, con la stretta sul porto di coltelli oltre i cinque centimetri e l’arresto facoltativo in flagranza. Ottimo.
Ma a cosa serve vietare un coltello a chi ha già violato un ordine di espulsione? A cosa serve l’arresto facoltativo se la convalida dura meno della nottata? A cosa serve costruire CPR se il sistema giudiziario li svuota con la stessa velocità con cui le forze dell’ordine li riempiono?
Non si può curare un’emorragia con i cerotti.
Ma il coltello non è solo l’arma dell’irregolare. È diventato l’arma dell’Italia.
I dati del Viminale dicono quello che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile: l’uso delle armi bianche ha superato quello delle armi da fuoco. Nel 2024, un omicidio su tre è stato commesso con una lama.
E il fronte che cresce più velocemente non è quello della criminalità adulta. È quello dei minorenni.
Gli omicidi commessi da minori in Italia sono aumentati del 150% in un anno. Da 14 a 35. Rappresentano ormai circa l’11% del totale.
Un dato in controtendenza rispetto agli omicidi complessivi, che continuano a diminuire.
Non è la violenza che aumenta. È la violenza giovanile che esplode.
A Milano, tra gennaio e ottobre 2025, 1.390 denunce per porto di armi da taglio. Il 10% a carico di giovanissimi. Le lesioni dolose commesse da minori sono cresciute del 48% a Milano, del 55% a Genova.
Il coltello tra i maranza è diventato quello che il coltellino svizzero era per i boy scout: lo porti perché appartieni al gruppo. Solo che il gruppo non pianta tende. Pianta lame nella carne.
E qui si apre il buco nero delle statistiche ufficiali.
Chi sono i maranza? Sono in gran parte figli di seconda generazione. Nati in Italia o arrivati da bambini. Molti hanno la cittadinanza italiana. E nelle tabelle del Viminale finiscono nella colonna “italiani”.
Questo significa che quel 550% non fotografa l’intero fenomeno. Perché il Viminale classifica per cittadinanza, non per origine familiare.
E chi ha il passaporto italiano scompare dal conteggio degli stranieri, qualunque sia la cultura della strada che lo ha formato, il codice del branco che lo governa, il rapporto con la lama che lo definisce.
Quanto pesa questa quota invisibile? Non lo sappiamo. Perché nessuno la misura.
E ciò che non viene misurato non scompare. Diventa semplicemente più facile negarlo.
Ci sono numeri che nessuno vuole sommare perché il totale fa paura. Ma i numeri non hanno ideologia. Non votano. Non si offendono. Tagliano, come le lame che raccontano.
E finché la sinistra e i media che le fanno da megafono continueranno a nascondere il righello per non misurare il problema, saranno i cittadini a misurarlo. Sulla propria pelle.
✍🏻 Roberto Riccardi
Bartolomeo Mitraglia

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+++La sinistra riparta da Lavitola+++
Il caso Ranucci la dice lunga sulla sinistra di oggi..
Dopo l’attentato, Elly Schlein è corsa a Bruxelles ad accusare l’Italia, presentando il nostro Paese come un luogo in cui la libertà di stampa sarebbe sotto attacco.
Oggi, però, Paolo Mieli racconta che Valter Lavitola immaginava Sigfrido Ranucci come possibile LEADER di un progetto politico del CENTROSINISTRA e che stava commissionando sondaggi sulla sua popolarità.
La sinistra ha trasformato ancora una volta una figura pubblica nel simbolo della propria battaglia politica.
È uno schema che si ripete: costruire un simbolo, alimentare lo scontro ideologico e farne il centro del dibattito pubblico.
Nel frattempo scompaiono i temi che interessano davvero gli italiani: lavoro, stipendi, imprese, sicurezza, natalità e crescita economica.
Non parla di come rilanciare il Paese. Non parla di come creare ricchezza. Non parla di come fermare il declino demografico.
Ha bisogno di un nemico. Ha bisogno di un’emergenza. Ha bisogno di una narrazione.
Prima il fascismo ovunque. Poi l’allarme democratico. Poi il caso Ranucci.
QUESTA È LA VERA DERIVA DELLA POLITICA ITALIANA.
Non una politica che convince con idee, lavoro e risultati, ma una politica che vive di allarmi, simboli e campagne contro l’avversario.
Perché quando l’unico progetto è screditare chi governa, significa che un progetto per l’Italia non c’è più.
La polizia britannica e le politiche multiculturali contro i bianchi. Polizia a due livelli, giustizia a due livelli. Non ci si può più fidare del governo britannico.
A Torino una ragazza straniera è stata molestata mentre aspettava l’autobus alla fermata di Porta Palazzo. Un nordafricano le avrebbe dato una pacca sul sedere. La donna, anziché rimanere in silenzio, ha reagito immediatamente, affrontandolo, riprendendo la scena con il cellulare e rinfacciando al suo molestatore che queste cose nel suo Paese non puó farle, mentre qui pensa di poter agire senza conseguenze.
"Devi solo dire grazie che sei in Italia. Lo capite che per colpa vostra gli immigrati normali vanno nei casini? Lo capite? Tu questa cosa la puoi fare in Marocco? Figlio di puzzola, per non dirti altro. Fai schifo, fai solo schifo. Vai, levati dal cazz***, levati".
Il nordafricano (...) in tutta risposta ha preso il monopattino a nolo e ha minacciato di scagliarlo contro la donna. "Che cosa vuoi fare? Me lo vuoi lanciare in faccia? Nel tuo Paese questa cosa la puoi fare? Prova solo a toccarmi", ha reagito lei.
via https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/48490297/torino-marocchino-molesta-donna-bus-disintegra/
Finiamola di dir pavidi, ah ma dove sono le istituzzioni, eh leleggi, l'applicazziona che ne fanno liggiudici ... FUCK OFF. REAGIRE. INDIVIDUALMENTE. FERMI. QUANTO DURAMENTE SERVA. E' CIVILTA'.
Ma dobbiamo farcelo insegnare dalle straniere questo? Ma cosa siamo diventati, a furia di inzegandimedie contro al bullismo? Se non ve la sentite di applicare il tempo perso nelle lezioni di judo, ma estraete quel cazzo di telefonino e filmate, mentre finalmente vi INDIGNADE per una volta a ragione fuor di virtuale nel reale, e finalmente glie le cantate tutte in faccia. Ma porca puttena.

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
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