"Femminicidio è quando giudice fischia" Cit.
Con almeno dieci coltellate il tunisino Sami Khemaies ha ucciso Luigia Fortunato nella loro casa di Loreto. Ma non è femminicidio e non è colpa del patriarcato.
Il pubblico ministero ha scelto l’omicidio volontario aggravato. Non sono emersi, ad oggi, elementi di dominio, controllo, prevaricazione di genere.
Nessuna denuncia pregressa, nessuna segnalazione ai carabinieri, nessun codice rosso attivato.
L’avvocato difensore ha parlato di “dolo d’impeto”: una risoluzione criminosa sorta e attuata in quel momento.
Khemaies non è uno sconosciuto alla giustizia italiana. 39 anni, condannato per spaccio tra il 2017 e il 2019, evaso nel 2020 dopo aver distrutto il braccialetto elettronico con forbici da potatura e cacciavite.
Recluso, liberato, rimesso in circolazione. Mai espulso.
Fin qui la cronaca. Ed è da qui che comincia la sproporzione.
Quando Filippo Turetta ha ucciso Giulia Cecchettin, l’Italia si è fermata. Cortei in ogni città, fiaccole e persino panchine riverniciate. Il padre della vittima convocato in televisione come testimone di un’intera cultura malata.
Il patriarcato è stato elevato a emergenza nazionale. La mascolinità tossica è diventata materia di dibattito parlamentare. Ogni uomo italiano è stato chiamato alla sbarra collettiva: guardarsi dentro, fare autocritica, riconoscersi complice di un sistema.
Dai talk show alle cattedre universitarie, dagli hashtag ai codici etici aziendali, la narrazione era una sola: non è il gesto di un singolo, è la cultura di un intero Paese.
Quando Sami Khemaies massacra Luigia Fortunato, la parola patriarcato evapora.
Nessuno chiede se la cultura d’origine dell’assassino abbia avuto un ruolo. Con Turetta il verdetto culturale è arrivato prima della sentenza. Con Khemaies nessuno osa nemmeno formulare la domanda.
Nessun corteo. Nessun hashtag. Il dolo d’impeto sostituisce il dominio. La lite per il centro estivo sostituisce la sopraffazione.
L’omicidio diventa un incidente domestico senza radici, senza contesto, senza nome.
Persino la legge sul femminicidio, al primo caso che la costringe a misurarsi con i propri requisiti, si rivela un dispositivo a doppio taglio.
L’articolo 577-bis richiede la prova del movente di genere: odio, discriminazione, controllo, possesso, rifiuto di una relazione.
Prove che vanno cercate, non date per scontate. Ma la stessa militanza che per anni ha chiesto a gran voce una legge specifica adesso scopre, sgomenta, che quella legge ha dei requisiti.
Che non basta essere donna e morire per mano di un uomo. Che il diritto penale, a differenza degli hashtag, esige elementi, riscontri, fatti.
E allora si grida alla rivittimizzazione. L’avvocata della famiglia è “sconcertata.” I centri antiviolenza protestano. D. i. Re denuncia un problema di “applicazione.” Tutti scandalizzati che la legge funzioni esattamente come è stata scritta.
Ma il paradosso più feroce è un altro. Mentre Luigia Fortunato muore sotto dieci colpi di coltello da cucina in un appartamento di Loreto, il dibattito pubblico sul patriarcato ha preso una direzione che meriterebbe uno studio psichiatrico più che sociologico.
C’è chi denuncia come “molestia emotiva” il buongiorno di uno sconosciuto per strada. Chi invoca l’asterisco alla fine di ogni parola perché la desinenza maschile è “un saluto discriminatorio.”
Chi teorizza che la libertà di salutare finisce dove comincia il diritto a non essere “declinata al maschile.”
Questo è il femminismo che domina la scena pubblica. Un movimento che ha costruito un’industria – convegni, cattedre, consulenze, codici linguistici, campagne social – su un patriarcato gassoso, onnipresente e invisibile.
Un mostro che si annida nella grammatica, nelle buone maniere, nel lessico dei colleghi di ufficio. Un patriarcato così raffinato da nascondersi in una vocale.
E così selettivo da scomparire davanti a un coltello, purché il braccio che lo impugna appartenga alla categoria protetta.
Perché è questo il punto. Il patriarcato è sistemico quando l’assassino si chiama Filippo. Diventa un fatto privato quando si chiama Sami.
È una struttura culturale che esige la decostruzione della mascolinità occidentale, ma che non osa nemmeno nominare la mascolinità di chi proviene da società dove la donna è proprietà del marito per statuto giuridico e religioso.
È un’emergenza nazionale quando il carnefice è un ragazzo di buona famiglia veneta, un incidente sociologico quando è un pregiudicato tunisino che ha già sfidato lo Stato distruggendo un braccialetto elettronico con le forbici da potatura.
Come ha osservato con rara lucidità un’influencer di nome Flaminia: la parità si rivendica solo dove conviene, il patriarcato si invoca per ottenere, mai per rinunciare: “Prima di parlare di patriarcato in Italia, dovreste farvi un giro e vedere come vivono le donne in tantissimi paesi del mondo”.
Ecco la verità che nessuno scriverà. L’omicidio di Luigia Fortunato non rientra nel casting.
Non serve alla narrazione. Non alimenta l’industria. Un pregiudicato tunisino che massacra una donna italiana in una cittadina marchigiana non produce cortei, non genera hashtag, non riempie i palinsesti.
Perché ammetterlo significherebbe demolire in un colpo solo due finzioni.
Quella di un patriarcato italiano sistemico che opprime trenta milioni di donne attraverso i buongiorno e quella di un’immigrazione che arricchisce senza mai porre problemi di compatibilità culturale.
Luigia Fortunato aveva trentatré anni. Lavorava come operaia. Cresceva un figlio da sola accanto a un uomo che lo Stato aveva condannato, incarcerato, braccialettato, perso e ritrovato senza mai davvero fermarlo.
Viveva in un appartamento all’ultimo piano di una via di Loreto, nella città della Santa Casa. Adesso è morta e l’unico dibattito che la riguarda è se il suo omicidio meriti un nome o un numero.
L’Italia che litiga sulle desinenze non ha una parola per lei. Troppo scomoda, Luigia. Troppo chiara.
✍🏻 Roberto Riccardi
Magistrati di merda si può dire o bisogna essere neri per poterlo fare?















