Abbiamo perso il sapore delle cose semplici e dirette. Come in una doccia troppo calda, abbiamo perso il senso del reale ricercandolo quasi inconsciamente in situazioni straordinarie.
Tutti vorremmo uscire da noi stessi, dalla gabbia che si è creata intorno e dentro a noi; vorremmo evadere in qualche modo. Non sappiamo bene perché siamo in gabbia, sappiamo però che, nel profondo, siamo estremamente limitati nell’esprimere il nostro essere. Siamo l’ombra di ciò che siamo. Siamo nonostante tutto ben stupiti nel volere dell’altro, l’Oltre. Lo ricerchiamo in tutti quegli mezzi che ci permettono di svincolarci da noi stessi dalle danze al sesso, dalla musica al buio delle discoteche, dall’amore individuale ai viaggi catartici. Eppure questa ricerca dell’altrove ci sorprende, come se non fossimo noi a voler evadere, ma qualcun altro di cui abbiamo a malapena coscienza.
Con il ticchettio dell’orologio, il torpore della nostra vita ci rende addormentati, distratti, insensibili e apatici, inermi e direzionabili verso destinazioni da noi non scelte. Il tempo si ciba del torpore che come un gas soporifero riscalda la mente di un calore stordente che raffredda il cuore. Gli incidenti della nostra vita sono i nostri miracoli che ci potrebbero risvegliare, anche se temporaneamente, a nuova vita o almeno al suo inizio.
In che cosa lottiamo: all’affermazione di noi stessi? O alla nostra cancellazione? Ci chiediamo chi siamo guardando la nostra ombra distorta nell’acqua; guardiamo davvero dalla parte sbagliata e rischiamo di attraversare le strisce stradali senza capire veramente da che direzione arrivano le automobili.
Quale riconoscimento cerchiamo? Una volta ottenuto che cosa possiamo farne? Cerchiamo di dare un senso a questo torpore generale facendo finta di fare cose, ma in realtà non concludiamo nulla; siamo l’ombra di noi stessi e abbiamo paura di voltarci temendo che quell’ombra non appartenga a nessuno identificabile e ci sentiremmo scomparire.
Quale lotte ingaggiamo? Al vento, al silenzio, ai nemici o al riverbero della nostra voce ? Siamo silenzio. Pieno. Immobile. Un silenzio che rimbomba solo nelle teste fintamente vuote.
Per quale morte moriamo? La storia triste della nostra vita vuole un lieto fine che viene dall’inazione e dall’incoscienza, sperando che quest’ultima ci venga donata come regalo d’addio. Morti già morti.