Quando succede che io decida di uscire fuori dal letto e intraprendere relazioni sociali per il mio e altrui benessere e quieto vivere - quando di vivere non ho voglia - , in questa cittadina grigia e sporca che pullula di narcisisti e istrionici, viscidi molestatori, ragazze bisognose di attenzioni intente a rinforzarne le avances squallide, manipolatori e manipolatrici, riti voodoo attorno a un fuoco, puzza pungente di aglio e tabacco nelle narici, gente così maledettamente banale da apparire un'esatta copia degli altri a prescindere dall'ostinazione dedicata al volersi mostrare alternativi e cinici, possono succedere potenzialmente due situazioni, che io decida di bere o meno:
1) mi attacco a lei (metaforicamente o fisicamente), come fossi una ventosa. Aspetto di calmarmi, la respiro a pieni polmoni e inizio a mettere un mattone immaginario di pensieri e sensazioni fisiche sopra l'altro, per costruire la nostra dimensione solo nostra in cui esistiamo noi e solo noi e ancora noi in paesaggi diversi senza tempo, dal passato remoto al futuro prossimo, fintanto che riesco a fingere interesse per il mondo al di fuori di questa fortezza.
2) Oppure, quando le reti neurali e le regioni cerebrali deputate al controllo delle emozioni non vogliono saperne di collaborare, divento severa, altera, e decido di alzare i tacchi che in realtà non indosso.
Perché certe situazioni e persone, non fanno per me. E non lo fanno i porci comodi altrui. E nemmeno chi, pur di elemosinare lode e apprezzamento, non riconosce la melma o ci sguazza tirando giù la purezza di altri con sé. E io sono responsabile solo di me stessa, ho lottato con il sangue per diventarlo, ho smesso di farmi trascinare giù dalle paturnie altrui. E questo è quanto.