Dove siete?
Dove siete quando durante tutto l'anno organizziamo cortei, manifestazioni, presidi, gruppi di lettura, cerchi femministi in cui parliamo di femminicidio, di violenza di genere, di cultura patriarcale—una cultura che vi riguarda tanto quanto riguarda noi? Dove siete quando chiediamo di essere ascoltate, non tollerate?
Dove siete quando ci dite che non dobbiamo farci la guerra, ma poi ci lasciate a parlare da sole a trovare soluzioni sistemiche al fenomeno?
Dove siete?
Siete prontissimi a dire che voi non siete come gli altri, che voi non tocchereste mai nessuna, che voi rispettate le donne. Voi, voi, voi.
Ma perché è così importante per voi discolparvi invece di mettervi in discussione? Perché vi sentite chiamati in causa solo per difendervi e non per agire?
Siamo tuttə responsabili. Lo siamo quando facciamo la nostra parte per arginare gli effetti della crisi climatica, perché tutto è connesso, e lo siamo anche quando una di noi viene uccisa.
Siete presenti solo quando si tratta di spiegare il femminismo alle femministe, di correggerci su ciò che viviamo sulla nostra pelle, di insegnarci cose di cui siamo esperte, quando dovete dirci cosa fare del nostro utero e del nostro corpo, quando non perdete occasione di chiamarci esagerate, p**tane, nazifemministe, sinistronze, quando cercate dati statistici per dimostrare che anche gli uomini muoiono (dimostrando di non aver per niente chiara l'urgenza della questione), ma poi fate un passo indietro quando vi chiediamo di assumervi la responsabilità di parlarne tra voi, nei vostri gruppi, con i vostri amici, nei vostri spazi. Di alzarvi da quella poltrona e fare la vostra parte in casa, con i vostri figli, senza aspettarvi che tutto vi sia dovuto. Di guardarvi dentro per chiedervi se anche voi avete riso a quella battuta sessista, per fare branco.
Il femminicidio non è un crimine qualunque. È l’uccisione di una donna in quanto donna, il punto più estremo di una violenza sistemica che passa dal controllo, dalla svalutazione, dalla mercificazione, dallo stupro, dalle botte, dalle minacce.
Non è una semplice questione di “persone cattive”, è il risultato di una società che insegna agli uomini a possedere e comandare, e alle donne a essere oggetti di possesso e obbedienza.
Come dico sempre: esiste la violenza, ed esiste la violenza di genere, e purtroppo una cosa non esclude l'altra.
E prima che qualcuno tiri fuori la solita domanda: no, il “maschicidio” non è un fatto. Non esiste una cultura che insegni a odiare e uccidere gli uomini per il solo fatto di essere uomini. Non esiste un sistema che storicamente, socialmente, economicamente li abbia schiacciati, oppressi, privati della libertà, costretti a temere per la propria vita semplicemente per il loro genere, semplicemente per il fatto di esistere o aver difeso la propria autodeterminazione, il proprio diritto ad essere nel mondo. A meno che non si tratti di uomini gay: ma anche lì, sorpresa, il pregiudizio sessuale nasce dal fatto che considerate gli uomini omosessuali come "femminili", meno virili, al pari di una donna (mostrando, anche in questo caso, profonda ignoranza sulla questione).
Gli uomini muoiono per altre cause, e nella maggior parte dei casi, per mano di altri uomini—per conflitti, per crimini generici, per violenza tra pari—ma non per il solo fatto di essere uomini.
Le donne sì.
E non è solo una questione di omicidio, quella è la punta dell'iceberg, il tragico epilogo che siamo costrette a piangere quando tutto ciò che sta prima viene ignorato. È il divario salariale. È il modo in cui veniamo interrotte più spesso nelle conversazioni. È la paura di tornare a casa da sole la sera. È la colpevolizzazione della vittima quando denuncia una violenza. È il chiedere com'era vestita, se aveva bevuto, se aveva risposto ai suoi messaggi. È la totale assenza di educazione sessuale e affettiva che insegni il consenso e il rispetto. È il privilegio che voi avete e che fate fatica a riconoscere, perché il privilegio è proprio questo: poter ignorare un problema perché non vi riguarda direttamente.
E allora ve lo chiedo di nuovo: dove siete?
Dove siete quando c’è da prendere posizione? Quando c’è da parlare tra voi, nei vostri gruppi di amici, nei vostri spazi di lavoro? Quando c’è da smettere di ridere a battute sessiste, da correggere il linguaggio, da smascherare atteggiamenti tossici? Quando c’è da mettere in discussione voi stessi e il vostro modo di stare al mondo?
Smettetela di deresponsabilizzarvi. Smettetela di dirci che siete “diversi dagli altri”, che "not all man" e dimostratelo. Perché fino a quando starete in silenzio, sarete complici.
E fino a quando starete in silenzio, non ci sarete amici.











